a scuola di cinema

Per un giorno Orlando e i suoi amici sono andati dall’altra parte del cinema per sbarcare sul set e scoprirne i segreti più evidenti. Hanno verificato che film e realtà sono due cose differenti, che un film non è un flusso di cose che accadono ma il montaggio di scene girate separatamente l’una dall’altra, risultato di un serie infinita di ciak, che i personaggi non sono persone e gli attori non sono i personaggi che interpretano.

Se la scuola volesse potrebbe prevedere queste esperienze, così come potrebbe prevedere dei laboratori per fare la radio, i giornali, i libri, le mostre, le fotografie, la musica, così come potrebbe prevedere dei corsi di tecniche della narrazione. E all’infinito la scuola potrebbe.

Per un giorno Orlando e i suoi amici hanno girato una piccolissima scena di Classe zeta, un film in uscita in questi giorni nelle sale, che nemmeno a farlo apposta parla della scuola e dei ragazzi che la attraversano.

domenica al museo pigorini

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Domenica scorsa, approfittando della pioggia e delle giornate gratuite, abbiamo visitato il Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini, all’interno del quale c’è una sezione didattica con una programmazione interessante dedicata ai bambini. Ci siamo così imbattuti in un laboratorio dove Orlando ha costruito un coltello con un sasso scolpito, affilato e assicurato a una piccola canna di bambù. Alla fine, tenendo ben stretto in mano il coltello in attesa che il collante naturale si asciugasse, ha voluto vedere le varie sezioni espositive.

Senza questa esperienza, dove ha ripercorso i gesti di esseri umani primitivi per costruire un oggetto esistito tanti anni fa, Orlando non avrebbe probabilmente provato lo stesso entusiasmo nel visitare il museo della preistoria.

Sembra proprio che l’apprendimento possa passare per le mani, per le cose che si fanno. Che si possa arrivare all’astrazione attraverso procedimenti induttivi. Sembra addirittura che ci sia la possibilità di ripensare la scuola a partire da un dato semplice: che l’esperienza insegna, e a volte lo fa meglio di mille parole.

Ho conosciuto Ulisse, ovvero come liberarsi delle idiosincrasie

© Makoto

© Makoto

Non sopporto il punto sulla I maiuscola. Un segno piccolissimo attraverso il quale potrei iniziare a dividere l’umanità in due categorie. Questione di idiosincrasie.

L’altro giorno ero alla Penny Wirton, la scuola di Italiano per migranti che da un mese frequento come volontaria. Qui le lezioni sono idealmente organizzate uno a uno, cioè un insegnante per un allievo, se il numero di volontari lo consente. Ero seduta al banco col mio studente, un ragazzo di sedici anni arrivato in Italia da poco che quasi non parla la nostra lingua. Ma ha intenzione di impararla perché vuole vivere qui, trovare un lavoro, una casa e tra qualche anno portarsi la sua I love you, la fidanzata che lo aspetta in Egitto. Lei arriverà in aereo e non a bordo di un barcone come ha fatto lui. Questo è il suo sogno.

Il mio studente ha un vantaggio non indifferente rispetto a molti migranti suoi coetanei: non è analfabeta. Legge e ripete di continuo alcune parole italiane per memorizzarle. Occhio. Naso. Bocca. Scarpa. Orecchio. Macchina. Occhio. Naso. Bocca. Scarpa. Orecchio. Macchina. Scrive una parola e disegna il punto sulla I maiuscola. Lo noto e sto per dirgli: non metterlo, non ci va. Poi mi fermo e penso chissenefrega del punto. Lo ascolto mentre mi parla del suo viaggio. Ha voglia di raccontarmelo e riusciamo a capirci nonostante l’Italiano. D’altronde la sua è una storia che ho già sentito: una piccola barca piena di gente. Si ribalta. Arriva una grande nave e ripesca i sopravvissuti. Molti non ce la fanno.

È una storia che si ripete sempre uguale e con qualche variante. È l’Odissea. Raccontata attraverso i gesti, i disegni e le parole inventate di un ragazzo di sedici anni che sta qui da solo. È il suo sogno di tornare a casa, in una terra qualsiasi, non importa più che sia Itaca. Ulisse vuole solo stare in pace con la sua I love you.

bambini e cavalieri. leggere insieme ai figli

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La scuola ci insegna tante cose e ci fa sapere ciò che è giusto quando è giusto se è giusto. È un’ancora cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà e incertezza. Con la scuola possiamo stare tranquilli. Sederci, respirare e osservare i nostri figli mentre passo dopo passo attraversano le vere tappe evolutive.

A tre anni i bambini fanno alcune cose. A quattro ne fanno altre. A sei iniziano a scrivere. A sette leggono. A otto studiano. Materie divise per annate che si ripetono ciclicamente fino alla prossima riforma, che stabilirà i nuovi argomenti di competenza separati per annate fino alla prossima riforma.

Più noioso di così non si poteva fare.

Ho scoperto che a Torino – questa città continua a incantarmi – esiste un’esperienza di scuola diversa. I MagazziniOz. Non è proprio una scuola, ma un’idea da cui partire.

E allora togliamo l’ancora, lasciamo certezze e terre, salutiamole caldamente e navighiamo.

Navighiamo sulle storie.

Qualche tempo fa, nella nostra solita biblioteca, abbiamo preso in prestito il Don Chisciotte raccontato ai bambini da Rosa Navarro Duran, illustrazioni di Francesc Rovira.

Non è vero che i bambini non sanno ascoltare. Basta saper fare le pause quando ne hanno bisogno. Seguire il loro ritmo di attenzione. Raccontare con piacere. Mettersi in ascolto. La narrazione per i bambini non è mai attività passiva. Hanno bisogno di partecipare, muoversi, interrompere, domandare, ridere, giocare. È per questo che quei banchi di scuola fermi lì da centocinquanta anni mi fanno una grande tristezza. Anche quando sembra che facciano altro, i bambini ascoltano e viaggiano sull’onda delle parole cui affidiamo le storie. Si arrabattano quando non riescono a fare altro, sorvolano, domandano, si innervosiscono, chiedono di essere accompagnati verso un possibile significato. Un bambino che si muove non è distratto. Sta partecipando col corpo alla narrazione. Perché per lui una storia è carne viva. E Don Chisciotte lo sa. Nel suo essere il più saggio dei pazzi, il personaggio di Cervantes è un bambino armato di pentole, a cavallo del più strambo dei cavalli, pronto a combattere contro il più originale dei nemici.

Nei suoi abiti eccezionali, di fronte ai suoi mulini a vento, il bambino è un cavaliere.

ognuno dica la sua

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Checché ne dica il padre di mio figlio – che lamenta l’andazzo anarchico – in casa nostra vige la democrazia. È un sistema molto faticoso, dove ognuno dice la sua, anche il cane, cui spetta decidere dell’apertura della porta che dà sul terrazzo, qualunque sia la temperatura esterna. Qui da noi non c’è autorità centrale, nessuno conta troppo né troppo poco. Ne conseguono discussioni infinite, tensioni, procedure lente, ripensamenti, verifiche. Eppure funziona. È vero, non siamo di quelle squadre efficienti dove non si perde un minuto, ogni spazio è gestito al meglio e tutto è sotto costante controllo. Noi ogni tanto perdiamo tempo e ci disperdiamo. Poi però arriviamo al punto. Perché per arrivare al punto non è detto che si debba andare sparati verso l’obiettivo senza stare a sentire nessuno. Magari invece è utile che ognuno dica la sua, così, anche solo per sapere quali saranno gli effetti di una eventuale decisione sul resto del mondo. Accontentare più gente possibile ed evitare frustrazioni.

È un sistema faticoso, ma ha i suoi pregi. Primo tra tutti che parlando ci si può addirittura capire. E se non ci si capisce, meglio prendere altre strade. Sarebbe dannoso darsi obiettivi comuni quando gli sguardi volgono a orizzonti tanto distanti. Nell’immediato probabilmente ha più effetto un potere centrale che sgombera la strada dai dubbi e procede a spada tratta. Sul lungo periodo però su quella strada potrebbero trovarsi i pezzi perduti, i rottami delle cose scartate, cose che sanguinano e lasciano tracce di dolore.

Capisco chi preferisce prendere l’altra via, quella in cui arriva uno che decide per tutti e taglia la testa al toro. È più facile e sbrigativa. Sembra quasi che convenga. Capita però che il sistema democratico passi portando con sé una bella opportunità.

Io odio la scuola. L’ho sempre odiata. Ci stavo stretta da piccola e ci sto stretta adesso. Non mi piacciono i banchi, le porte chiuse, l’autorità, i voti, le interrogazioni, i programmi, la storia che non arriva mai dove siamo noi e resta indietro di decenni, l’arte in fotografia anche in una città come Roma, dove basta girare l’angolo e avere le prospettive più belle del mondo, la matematica ridotta a uno schema incomprensibile, l’inglese insegnato con l’accento di Colecchio, le graduatorie, la ragion di Stato.

L’anno scorso il nostro tentativo di inserirci nella civile vita dell’infanzia è stato un disastro. Una supplente dietro l’altra per ragioni talmente confuse e complicate che non me ne ricordo nessuna. Infine la Supplente, quella che resta fino alla fine dell’anno, che nessuno vuole ma che non se ne vuole andare, col punteggio giusto, non scalzabile. Piange lei perché l’ambiente è ostile. Piange Orlando perché non vuole entrare. Piangono tutti i bambini perché vogliono tornare a casa. Eppure lei resterà fino alla fine dell’anno perché così vuole la graduatoria.

È chiaro che così non va. Nessuno è contento. È una situazione piena di frustrazioni da tutte le parti. Ma siamo proprio sicuri che la soluzione sia tagliare la testa al toro e prendere uno che decide per tutti? Non sarebbe forse meglio provare a salvare ciò che della scuola vale la pena salvare, tentando la via democratica? Quella follia praticata da noi. Quell’estremo alla fine del quale o la va o la spacca. Restituire il gigante morente alla natura. Lasciarlo libero. Farlo muovere da solo in cerca di cibo e acqua e vedere dove va. Restituire la scuola alla volontà e alle scelte degli esseri umani, piccoli e grandi. Farne una cosa di tutti. Autogestirla. Praticarla.

Penso sempre al parchetto di fronte casa. Piccolo specchio del mondo che miracolosamente mi dà la misura delle cose. Penso alla gente che lo frequenta. Ai meccanismi di strisciante razzismo. Ai luoghi comuni. Alle dinamiche di gruppo. Alle mie strategie di sopravvivenza. Alle sviluppate capacità di riconoscere, nell’inferno, ciò che inferno non è. E mi chiedo: viste le persone che popolano il mondo, è possibile convivere tutti alla pari? E mi dico che sì, è possibile, perché in fondo, a grattare la superficie delle cose, quasi sempre esce il meglio. Che invece di guardarsi in cagnesco da un angolo all’altro del mondo, ad avvicinarsi per toccare ciò che non si conosce, nasce la confidenza. Che quella confidenza, in un ambiente coatto, sarebbe impossibile.

canzonette

Orlando sta scoprendo tutte le possibili declinazioni della parola cacca. Ieri aveva l’umore ballerino del lunedì (gli effetti collaterali della scuola) e per merenda voleva mangiare cacca.

Questa la mia risposta. E l’abbiamo buttata sulle danze

https://www.youtube.com/watch?v=tEB5023ROxM

il blog dei miei studenti

qual-è-il-tuo-sogno

E mentre restavo in silenzio sul mio blog, aiutavo gli studenti di giornalismo dell’Accademia di Belle Arti di Roma a montare il loro.

Tra alti e bassi una bella esperienza. A parte la fine.

Proprio a me, che da quando è nato Orlando predico l’unschooling, doveva capitare di esaminare e mettere voti. Non solo. Mi doveva capitare di vedere ragazzi stupiti e scontenti di non aver preso il massimo.

A distanza di giorni, passata la sensazione di aver rubato un giorno felice a qualche studente, prendo le distanze e mi chiedo che senso abbia questa gerarchia di 10 punti da 20 a 30.

Nonostante il nonsense dei voti e di un sistema di formazione che fa acqua da tutte le parti, consegnando studenti pieni di buchi di sapere al grado più alto dell’istruzione, insieme abbiamo fatto un bel lavoro.

Tema centrale sono stati i loro sogni. Avrebbero potuto raccontarsi di più, lo so, ma questi ragazzi sono un po’ coriacei e non sono abituati a rivelarsi. D’altronde sembrano essere stati tirati su per mettersi in salvo più che per raccontarsi. E raramente ho sentito qualcuno chiedere loro qualcosa.

Ecco qui il loro blog.

https://blogmattatoio.wordpress.com/

scuola materna. il ritorno

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L’altro giorno un’amica ha postato un articolo sulla scuola steineriana. Ipotesi scartata dopo la visita alla Janua di via della Magliana, quando in un istante ho preso una decisione sulla quale non tornerei per niente al mondo. Eppure l’articolo ha risvegliato i miei dubbi.

Mesi a girovagare, domandare, cercare la scuola perfetta. È così che ho dimenticato le ragioni dell’unschooling. Torno ora sui punti critici.

Delegare la formazione allo Stato. Trovo questa formula così vecchia che mi stupisco che la scuola non sia ancora andata definitivamente a rotoli. La trovo fondata sulla disperata ricerca di un grande padre, incapace di riconoscere e amare i propri figli.

Entrare a far parte di un sistema fondato sulla reciproca sfiducia. Cioè io ti do mio figlio ma siccome non mi fido, controllo che tutto vada in modo accettabile osservando i comportamenti del bambino, i suoi nervosismi, ingrassamenti, dimagrimenti, raffreddori, pidocchi, modi di dire, facendo domande insinuanti, restando sempre all’erta. Tu dal canto tuo non ti fidi di me né tanto meno di mio figlio, che consideri un mio imperfetto prolungamento. Lo trovo non solo faticosissimo, ma proprio antisociale.

La rigidità degli orari e in generale delle condizioni da rispettare una volta dentro. Andare a scuola non vuol dire entrare a far parte di una comunità pulsante per partecipare alla sua vita, ma accedere a un sistema dato e accettarne le regole senza troppe discussioni. Alle brutte si può sempre denunciare un insegnante o un dirigente.

L’unica cosa che resta da fare in questo immenso mare oscuro è cercare un’oasi di trasparenza e di pace, una scuola perfetta, un’antiscuola, la pecora nera della pubblica istruzione.

Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Ho tanto amato Calvino e le sue strategie di sopravvivenza. Ma se a 25 anni il mondo mi sembrava un inferno, adesso no. Non credo dipenda dalla raggiunta maturità: se è vero come è vero che la vita è un countdown, tanto più si accorcia il tempo a mia disposizione tanto più io mi ci affeziono.

A questo punto l’inferno è alle spalle, evitabile, forse addirittura evitato, lasciato andare via in tanti pezzi di cui non ho alcuna nostalgia. Un tempo pensavo di non poterne fare a meno, e invece le cose hanno preso un altro corso.

Mio figlio ha 3 anni. È nato con un debito stimato intorno ai 3 milioni e mezzo di euro. Eredita una scuola semimorta fondata sul principio di autorità e separazione, dove ci si ostina a impartire lezioni su questioni e lingue defunte, per poi domandarsi quali siano le ragioni del disinteresse dei ragazzi. Passeggia lungo strade in cui gli scarichi delle macchine sono posizionati esattamente per arrivargli in bocca. Sui canali della tv pubblica a lui dedicati, per cui si paga il canone, viene bombardato di pubblicità di giocattoli e di cibi pieni di sostanze fuori controllo. Vive in una città il cui sindaco, a un anno dal suo insediamento, per rendere più vivibile Roma, più bella e inedita, meno inquinata e stressata, anziché costruire aree pedonali e piste ciclabili si è divertito a invertire i sensi di marcia di via Labicana. Potrei continuare all’infinito. Questo è solo il primo girone. L’inferno è appena iniziato.

E con la scuola che si fa? Per ora ci accontentiamo di ricorrere al vecchio Calvino, alla sua ipotesi di sfuggire al labirinto rimanendoci dentro, perché il fuori non esiste. Incrociamo le dita e speriamo che la nostra Montessori sia all’altezza delle promesse, che sia quella cosa che inferno non è in mezzo all’inferno, che sia la nostra sopravvivenza. Mi resta il dubbio terribile che fuori dall’inferno ci sia tutto un mondo che aspetta solo noi.

generazioni perdute

pink_floyd_the_wall Sabato dei miracoli. Orlando dorme ed è pomeriggio. Mi metto in rete a cercare un’antica iscrizione di un anziano che ammonisce i giovani. I ragazzi di oggi non hanno prospettive, vivono in un mondo dove è quasi impossibile cavarsela, non hanno strumenti, non sanno cosa vogliono. Chiacchiere tra amici che non hanno più vent’anni. A me però di ragionare come una vecchia non mi va. E soprattutto ho l’impressione che non saranno i ventenni a non cavarsela, quanto piuttosto noi che diventiamo sempre più inadeguati a questo mondo. Arranchiamo. Abbiamo una percezione del tempo che non corrisponde a come le cose procedono. Corriamo con l’asma, piegati dalle fitte al pancreas. Siamo stanchi. Delusi. Siamo cresciuti dentro gli anni Ottanta con la percezione netta di essere finiti nella parte fortunata del mondo con un contratto a tempo indeterminato. E invece non era vero. Ma tra il dire e il fare c’è sempre il mare. Ormai da un mese, una volta a settimana insegno all’Accademia di Belle Arti di Roma. I miei studenti hanno quasi tutti 20/25 anni, a parte due o tre persone più grandi. Ragazzi. Non ho mai avuto difficoltà così grandi a relazionarmi con qualcuno. Non riesco a entrare nei loro cuori né nei loro pensieri. Soggetti impermeabili sui quali scivolo velocemente a terra. Sembrano non avere bisogni reali, né sogni, né informazioni, né strumenti. Tabulae rasae sulle quali è impossibile tracciare significati. La tentazione di dire che sono perduti c’è. Che posso fare io? Quasi un atto di fede: resistere alle tentazioni e arrivare a lezione armata di piccole mine da far esplodere per aprire brecce. Non tutte faranno centro. Alcune cadranno nel vuoto, imploderanno, finiranno nell’antimateria. Qualcuna forse ce la farà. In questo bellissimo sabato di primavera, mentre Orlando dorme, io mi godo il sole che entra dalle finestre e cerco la vecchia iscrizione sui giovani. Al suo posto trovo una recensione firmata Simonetta Fiori del libro Ci siamo persi i bambini, di Marina D’Amato, unica insegnante al mondo ad avere una cattedra di sociologia dell’infanzia. E meno male. A parte i giudizi sui padri ever green che rubano l’infanzia ai figli e sulle madri che a cinquant’anni ancora cercano il principe azzurro, a parte la facile critica ai reggiseni imbottiti per bambine di quattro anni, i passaggi che mi hanno colpita sono altri. «Molti tra i nuovi papà e le nuove mamme sono stati educati da genitori che avevano fatto del “vietato vietare” un principio irrinunciabile» scrive la blogger citando D’Amato. Sarebbero dunque figli dei figli dei figli dei fiori. Eppure a osservarli non si ha l’impressione che siano il punto d‘arrivo di pratiche anarchiche. Sembra invece che un muro sia venuto a dividerli dal resto del mondo, interrompendo qualunque forma di comunicazione tra loro e chi li ha preceduti; sembra che non gli sia mai stato raccontato niente, che non abbiano usufruito di alcuna narrazione, né autoritaria né libertaria. Non sanno cosa accadeva mentre nascevano, o poco prima che nascessero, o poco dopo essere nati. Come se un divoratore di memoria si fosse messo tra loro e i genitori. Tutti eguali, dentro una stessa generazione? Il dubbio resta. Ma certo oggi s’insegna a vincere, piuttosto che a saper perdere. Accade a scuola dove l’adulto bambinizzato, organizzato in temibili associazioni genitoriali, è pronto ad azzannare il professore che non riconosce il talento del figlio. «Un brutto voto significa la frustrazione del ragazzo, e questa non è ammessa dall’organizzazione famigliare perfetta. Senza capire che la frustrazione è un passaggio fondamentale nella crescita». Prosegue Fiori citando D’Amato. Non so da quanto tempo le due autrici non entrano in un liceo pubblico. Dopo tanti anni, a me è capitato ora (per problemi di ristrutturazione della sede centrale, alcuni corsi dell’Accademia sono stati spostati al terzo piano di un liceo centrale di Roma). Beh, no, mi dispiace, non è certo quello il posto in cui le frustrazioni – che per inciso secondo D’Amato insegnano a crescere – non possono essere tollerate. Quel posto cade a pezzi, è vecchio, sporco, non offre niente. Anche solo andare in bagno diventa un atto di umiltà profonda. L’ascensore funziona con le chiavi che sono proprietà esclusiva dei professori. Insomma, è un posto di merda. L’unica vittoria che un ragazzo può sognare lì dentro è di uscirne in fretta. Comunque sia: i ragazzi non hanno valori come li avevamo noi, non hanno sogni come li avevamo noi, vogliono solo scannare l’altro da sé per scavalcarlo, non vogliono parlarci, non hanno niente da dirci. Ma allora di chi sono figli? Saranno mica alieni che hanno invaso la Terra?

Non è mai troppo tardi

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Non è mai troppo tardi, andato in onda il 24 e 25 febbraio, ci ha risparmiato per ben due sere di seguito i talk show che imperano sulla televisione di casa dopo che Orlando si è addormentato. E ha riaperto la parentesi “scuola sì scuola no”.

È la storia di Alberto Manzi, maestro illuminato che dal secondo dopoguerra conduce la sua battaglia per trasformare l’istituzione scolastica e renderla umana, giusta e, perché no, divertente.

Ed è così che dopo una lunga silente pausa, riempita dalle mie ricerche per la scuola dell’infanzia, dalla compilazione di moduli cartacei e dai tentativi di definire meglio me stessa per poter rispondere alle domande di un documento prestampato che deciderà l’ammissione di Orlando alle strutture per l’infanzia, rinasce spontanea la domanda. La scuola è un luogo in cui si apprendono cose, si sviluppano passioni e si fanno conoscenze, oppure è la palestra che prepara ad affrontare il marcio del mondo? Il luogo in cui quel marcio comincia a materializzarsi o lo spazio per un’ipotesi di cambiamento radicale? Il posto in cui ognuno di noi si confronta con la cattiveria degli altri per tirare finalmente fuori la propria o una terra di sperimentazioni positive? È scuola di vita o laboratorio di prospettive?

Il bello dell’Italia è questo. Una certa ipocrisia fondata su una gigantesca contraddizione. In prima serata su rai 1 va in onda la vita di Alberto Manzi, maestro che si rifiutava di mettere voti e dare giudizi, seguire programmi ministeriali e adottare testi scolastici. Intanto però, chi in questi giorni incappa nelle iscrizioni scolastiche sa che la scuola prima di tutto è questione burocratica, e che molto dipenderà dall’insegnante che capiterà. Che bisogna essere un po’ scaltri con la burocrazia e un po’ fortunati con le persone. Che di Alberto Manzi ce n’è uno su un milione e che quasi certamente la scuola imporrà giudizi, voti, separazioni, sperequazioni, ingiustizie, umiliazioni e privilegi. Che sarà lo specchio di un mondo che non riesce a non manifestarsi con la sua faccia peggiore.

Ed è così che ci teniamo la scuola che abbiamo, mentre sotto sotto speriamo di incontrare un insegnante che le disobbedisca e la sovverta. Poi se non lo incontreremo va bene lo stesso, vorrà dire che nostro figlio potrà allenarsi a diventare uno stronzo come tutti gli altri.

Ma la storia di Alberto Manzi è lontana. Erano i tempi in cui la scuola sembrava necessaria perché c’era bisogno di alfabetizzare. Oggi direi quasi che il problema sia contrario e che abbiamo bisogno di disimparare un po’ delle cose studiate – perché non sono tutte sacrosante né irrinunciabili né innocue – per far posto ad altre informazioni finora emarginate. Mi sembra superfluo ormai pensare di riformare la scuola con un sovvertimento che andava bene 50 anni fa. Io andrei oltre, e probabilmente lo farebbe anche Alberto Manzi se fosse ancora vivo. Ma la scuola italiana è così, non riesce nemmeno ad aggiornarsi al secolo scorso, figuriamoci prefigurare nuovi scenari.

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