Intelligenza artificiale. Bambine contro bambini

In prima elementare le differenze di genere si amplificano. I gruppi si separano. Le femmine vanno da una parte e i maschi da quella opposta. Così nello spazio come nei fatti e nel tempo. Si rincontreranno, molto in là negli anni, quando arriveranno i primi amori, i primi ormoni, le prime cotte. Ma da questo momento, per molto tempo, i maschi e le femmine faranno percorsi separati.

La scorsa mattina andando a scuola Orlando mi raccontava di un esercizio di matematica fatto in classe. I bambini dovevano copiare dalla lavagna degli insiemi su un numero imprecisato di fogli, da un minimo di 1 a un massimo di 20. Lui ha compilato 3 fogli, e così i suoi amici maschi, che non sono andati oltre i 4. Di gran lunga più produttive le bambine, qualcuna delle quali ne ha compilati 12, una addirittura 20, cioè il massimo.

Perché? Tutta questione di QI? Questi maschi sono proprio così scemi? Ci mettono tanto a sviluppare qualità che nelle femmine si rivelano quasi immediatamente?

A cercare spiegazioni si incappa in una incredibile rincorsa a chi è più intelligente di chi. I bambini allattati sono più intelligenti di quelli non allattatti. I bambini bilingue sono più intelligenti dei monolingua. Le femmine sono più intelligenti dei maschi. E chi più ne ha più ne metta. Ma a noi non interessa sapere chi salirà sul podio del bambino più intelligente del secolo. Noi vogliamo sapere dove si nasconde la felicità.

Alcuni studi rivelano differenze che sembrano più indotte che innate. Per esempio che le future bambine, cioè le donne, si presentano a un colloquio di lavoro quando le loro competenze rispondono al 100% delle richieste. Gli uomini si presentano anche con competenze che ne coprono il 60%.  I maschi si buttano. Le femmine si misurano. Quindi, forse, i maschi sono stati educati al coraggio, le femmine alla perfezione.

Detta così potrebbe addirittura sembrare un vantaggio al femminile, se non fosse noto che la perfezione è un inferno che genera disparati mostri in un range che va dalla mancanza di sicurezza fino ad arrivare all’anoressia, passando per infinite altre trappole disseminate sul terreno delle nostre giornate. D’altronde il coraggio, se smisurato, non è da meno: quasi una bacchetta magica che viene a cancellare lacrime, palpitazioni, capacità di riflessione, di ascolto, fragilità, legittime paure. Insomma la femmina ne esce impeccabile, il maschio incontenibile. Con tutte le conseguenze sociali, culturali, penali, antropologiche ed economiche che conosciamo.

Al fondo, per tutti, credo ci sia una sana naturale reazione alla scuola, che è pur sempre un sistema coatto, trasmettitore di immaginari dati. Le bambine reagiscono rispondendo in modo obbediente alle richieste. I bambini scalpitando. Entrambi allineandosi all’immaginario del vecchio mondo.

Ma che ci sta a fare la scuola se non è in grado di creare nuovi scenari? Di mettere le mani nella pasta del futuro? Rimescolando le carte e liberando tutte e tutti. Le bambine dall’obbedienza e dalla insostenibile perfezione. I bambini dall’incontenibilità e dalle approssimazioni del coraggio.

E poi sì, la libertà è anche arrampicarsi sugli alberi, e la scuola questa cosa non la garantisce. E i bambini possono esplodere o implodere.

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a scuola di cinema

Per un giorno Orlando e i suoi amici sono andati dall’altra parte del cinema per sbarcare sul set e scoprirne i segreti più evidenti. Hanno verificato che film e realtà sono due cose differenti, che un film non è un flusso di cose che accadono ma il montaggio di scene girate separatamente l’una dall’altra, risultato di un serie infinita di ciak, che i personaggi non sono persone e gli attori non sono i personaggi che interpretano.

Se la scuola volesse potrebbe prevedere queste esperienze, così come potrebbe prevedere dei laboratori per fare la radio, i giornali, i libri, le mostre, le fotografie, la musica, così come potrebbe prevedere dei corsi di tecniche della narrazione. E all’infinito la scuola potrebbe.

Per un giorno Orlando e i suoi amici hanno girato una piccolissima scena di Classe zeta, un film in uscita in questi giorni nelle sale, che nemmeno a farlo apposta parla della scuola e dei ragazzi che la attraversano.

domenica al museo pigorini

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Domenica scorsa, approfittando della pioggia e delle giornate gratuite, abbiamo visitato il Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini, all’interno del quale c’è una sezione didattica con una programmazione interessante dedicata ai bambini. Ci siamo così imbattuti in un laboratorio dove Orlando ha costruito un coltello con un sasso scolpito, affilato e assicurato a una piccola canna di bambù. Alla fine, tenendo ben stretto in mano il coltello in attesa che il collante naturale si asciugasse, ha voluto vedere le varie sezioni espositive.

Senza questa esperienza, dove ha ripercorso i gesti di esseri umani primitivi per costruire un oggetto esistito tanti anni fa, Orlando non avrebbe probabilmente provato lo stesso entusiasmo nel visitare il museo della preistoria.

Sembra proprio che l’apprendimento possa passare per le mani, per le cose che si fanno. Che si possa arrivare all’astrazione attraverso procedimenti induttivi. Sembra addirittura che ci sia la possibilità di ripensare la scuola a partire da un dato semplice: che l’esperienza insegna, e a volte lo fa meglio di mille parole.

Ho conosciuto Ulisse, ovvero come liberarsi delle idiosincrasie

© Makoto
© Makoto

Non sopporto il punto sulla I maiuscola. Un segno piccolissimo attraverso il quale potrei iniziare a dividere l’umanità in due categorie. Questione di idiosincrasie.

L’altro giorno ero alla Penny Wirton, la scuola di Italiano per migranti che da un mese frequento come volontaria. Qui le lezioni sono idealmente organizzate uno a uno, cioè un insegnante per un allievo, se il numero di volontari lo consente. Ero seduta al banco col mio studente, un ragazzo di sedici anni arrivato in Italia da poco che quasi non parla la nostra lingua. Ma ha intenzione di impararla perché vuole vivere qui, trovare un lavoro, una casa e tra qualche anno portarsi la sua I love you, la fidanzata che lo aspetta in Egitto. Lei arriverà in aereo e non a bordo di un barcone come ha fatto lui. Questo è il suo sogno.

Il mio studente ha un vantaggio non indifferente rispetto a molti migranti suoi coetanei: non è analfabeta. Legge e ripete di continuo alcune parole italiane per memorizzarle. Occhio. Naso. Bocca. Scarpa. Orecchio. Macchina. Occhio. Naso. Bocca. Scarpa. Orecchio. Macchina. Scrive una parola e disegna il punto sulla I maiuscola. Lo noto e sto per dirgli: non metterlo, non ci va. Poi mi fermo e penso chissenefrega del punto. Lo ascolto mentre mi parla del suo viaggio. Ha voglia di raccontarmelo e riusciamo a capirci nonostante l’Italiano. D’altronde la sua è una storia che ho già sentito: una piccola barca piena di gente. Si ribalta. Arriva una grande nave e ripesca i sopravvissuti. Molti non ce la fanno.

È una storia che si ripete sempre uguale e con qualche variante. È l’Odissea. Raccontata attraverso i gesti, i disegni e le parole inventate di un ragazzo di sedici anni che sta qui da solo. È il suo sogno di tornare a casa, in una terra qualsiasi, non importa più che sia Itaca. Ulisse vuole solo stare in pace con la sua I love you.

bambini e cavalieri. leggere insieme ai figli

don chisciotte francisc rovira

La scuola ci insegna tante cose e ci fa sapere ciò che è giusto quando è giusto se è giusto. È un’ancora cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà e incertezza. Con la scuola possiamo stare tranquilli. Sederci, respirare e osservare i nostri figli mentre passo dopo passo attraversano le vere tappe evolutive.

A tre anni i bambini fanno alcune cose. A quattro ne fanno altre. A sei iniziano a scrivere. A sette leggono. A otto studiano. Materie divise per annate che si ripetono ciclicamente fino alla prossima riforma, che stabilirà i nuovi argomenti di competenza separati per annate fino alla prossima riforma.

Più noioso di così non si poteva fare.

Ho scoperto che a Torino – questa città continua a incantarmi – esiste un’esperienza di scuola diversa. I MagazziniOz. Non è proprio una scuola, ma un’idea da cui partire.

E allora togliamo l’ancora, lasciamo certezze e terre, salutiamole caldamente e navighiamo.

Navighiamo sulle storie.

Qualche tempo fa, nella nostra solita biblioteca, abbiamo preso in prestito il Don Chisciotte raccontato ai bambini da Rosa Navarro Duran, illustrazioni di Francesc Rovira.

Non è vero che i bambini non sanno ascoltare. Basta saper fare le pause quando ne hanno bisogno. Seguire il loro ritmo di attenzione. Raccontare con piacere. Mettersi in ascolto. La narrazione per i bambini non è mai attività passiva. Hanno bisogno di partecipare, muoversi, interrompere, domandare, ridere, giocare. È per questo che quei banchi di scuola fermi lì da centocinquanta anni mi fanno una grande tristezza. Anche quando sembra che facciano altro, i bambini ascoltano e viaggiano sull’onda delle parole cui affidiamo le storie. Si arrabattano quando non riescono a fare altro, sorvolano, domandano, si innervosiscono, chiedono di essere accompagnati verso un possibile significato. Un bambino che si muove non è distratto. Sta partecipando col corpo alla narrazione. Perché per lui una storia è carne viva. E Don Chisciotte lo sa. Nel suo essere il più saggio dei pazzi, il personaggio di Cervantes è un bambino armato di pentole, a cavallo del più strambo dei cavalli, pronto a combattere contro il più originale dei nemici.

Nei suoi abiti eccezionali, di fronte ai suoi mulini a vento, il bambino è un cavaliere.

ognuno dica la sua

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Checché ne dica il padre di mio figlio – che lamenta l’andazzo anarchico – in casa nostra vige la democrazia. È un sistema molto faticoso, dove ognuno dice la sua, anche il cane, cui spetta decidere dell’apertura della porta che dà sul terrazzo, qualunque sia la temperatura esterna. Qui da noi non c’è autorità centrale, nessuno conta troppo né troppo poco. Ne conseguono discussioni infinite, tensioni, procedure lente, ripensamenti, verifiche. Eppure funziona. È vero, non siamo di quelle squadre efficienti dove non si perde un minuto, ogni spazio è gestito al meglio e tutto è sotto costante controllo. Noi ogni tanto perdiamo tempo e ci disperdiamo. Poi però arriviamo al punto. Perché per arrivare al punto non è detto che si debba andare sparati verso l’obiettivo senza stare a sentire nessuno. Magari invece è utile che ognuno dica la sua, così, anche solo per sapere quali saranno gli effetti di una eventuale decisione sul resto del mondo. Accontentare più gente possibile ed evitare frustrazioni.

È un sistema faticoso, ma ha i suoi pregi. Primo tra tutti che parlando ci si può addirittura capire. E se non ci si capisce, meglio prendere altre strade. Sarebbe dannoso darsi obiettivi comuni quando gli sguardi volgono a orizzonti tanto distanti. Nell’immediato probabilmente ha più effetto un potere centrale che sgombera la strada dai dubbi e procede a spada tratta. Sul lungo periodo però su quella strada potrebbero trovarsi i pezzi perduti, i rottami delle cose scartate, cose che sanguinano e lasciano tracce di dolore.

Capisco chi preferisce prendere l’altra via, quella in cui arriva uno che decide per tutti e taglia la testa al toro. È più facile e sbrigativa. Sembra quasi che convenga. Capita però che il sistema democratico passi portando con sé una bella opportunità.

Io odio la scuola. L’ho sempre odiata. Ci stavo stretta da piccola e ci sto stretta adesso. Non mi piacciono i banchi, le porte chiuse, l’autorità, i voti, le interrogazioni, i programmi, la storia che non arriva mai dove siamo noi e resta indietro di decenni, l’arte in fotografia anche in una città come Roma, dove basta girare l’angolo e avere le prospettive più belle del mondo, la matematica ridotta a uno schema incomprensibile, l’inglese insegnato con l’accento di Colecchio, le graduatorie, la ragion di Stato.

L’anno scorso il nostro tentativo di inserirci nella civile vita dell’infanzia è stato un disastro. Una supplente dietro l’altra per ragioni talmente confuse e complicate che non me ne ricordo nessuna. Infine la Supplente, quella che resta fino alla fine dell’anno, che nessuno vuole ma che non se ne vuole andare, col punteggio giusto, non scalzabile. Piange lei perché l’ambiente è ostile. Piange Orlando perché non vuole entrare. Piangono tutti i bambini perché vogliono tornare a casa. Eppure lei resterà fino alla fine dell’anno perché così vuole la graduatoria.

È chiaro che così non va. Nessuno è contento. È una situazione piena di frustrazioni da tutte le parti. Ma siamo proprio sicuri che la soluzione sia tagliare la testa al toro e prendere uno che decide per tutti? Non sarebbe forse meglio provare a salvare ciò che della scuola vale la pena salvare, tentando la via democratica? Quella follia praticata da noi. Quell’estremo alla fine del quale o la va o la spacca. Restituire il gigante morente alla natura. Lasciarlo libero. Farlo muovere da solo in cerca di cibo e acqua e vedere dove va. Restituire la scuola alla volontà e alle scelte degli esseri umani, piccoli e grandi. Farne una cosa di tutti. Autogestirla. Praticarla.

Penso sempre al parchetto di fronte casa. Piccolo specchio del mondo che miracolosamente mi dà la misura delle cose. Penso alla gente che lo frequenta. Ai meccanismi di strisciante razzismo. Ai luoghi comuni. Alle dinamiche di gruppo. Alle mie strategie di sopravvivenza. Alle sviluppate capacità di riconoscere, nell’inferno, ciò che inferno non è. E mi chiedo: viste le persone che popolano il mondo, è possibile convivere tutti alla pari? E mi dico che sì, è possibile, perché in fondo, a grattare la superficie delle cose, quasi sempre esce il meglio. Che invece di guardarsi in cagnesco da un angolo all’altro del mondo, ad avvicinarsi per toccare ciò che non si conosce, nasce la confidenza. Che quella confidenza, in un ambiente coatto, sarebbe impossibile.

canzonette

Orlando sta scoprendo tutte le possibili declinazioni della parola cacca. Ieri aveva l’umore ballerino del lunedì (gli effetti collaterali della scuola) e per merenda voleva mangiare cacca.

Questa la mia risposta. E l’abbiamo buttata sulle danze

https://www.youtube.com/watch?v=tEB5023ROxM