la pace

da un lavoro della classe Montessori frequentata da Orlando

non mi basta mai

juliet e l'abero dei pensieri

È settembre e piove. Abbiamo salutato l’estate e ce la siamo buttata alle spalle che già ne sentivamo la nostalgia. Ed è iniziata la scuola.

Ultimo anno di materna. Cambio rotta. Dalla scuola di quartiere frequentata l’anno scorso alla statale Montessori più vicina. Abbiamo scelto il metodo, a scapito dei tempi, della facilità di raggiungere l’edificio, del fatto che lui ora esca prima di pranzo con la conseguenza che il mio tempo si riduce drasticamente. Non è l’ora in meno che Orlando sta a scuola a fare la differenza, è che quando esce deve mangiare ed è affamato, quindi negli ultimi quindici minuti delle tre ore antimeridiane che io posso dedicare al lavoro, alle relazioni e al tempo libero, sono impegnata nell’organizzazione del pranzo. Tre ore si riducono così a due e mezza. Se piove e c’è traffico la situazione si fa ancora più compressa.

Abbiamo fatto una scelta e siamo contenti. In fondo quello degli orari e di come arrivare a scuola è solo un piccolo sacrificio che è valsa la pena affrontare. Prendiamo la macchina tutti i giorni, se piove ci incolonniamo nel traffico. E non perché ci piaccia fare così. Se ci fosse uno straccio di autobus da qui a lì, sarebbe tutto più semplice e allegro. Se ci fosse una pista ciclabile sarebbe addirittura perfetto. Ma Roma è una città in caduta libera dove l’unica via percorribile per sopravvivere, il più delle volte, è buttarsi nella mischia e incrociare le dita sperando di cavarsela.

Orlando è sereno. In classe regna la calma. La maestra è tranquilla, competente e impeccabile. I giochi a disposizione sono belli, chiamano alla sperimentazione, incuriosiscono anche me. I bambini scelgono con cosa giocare. Non ci sono giochi di gruppo, ammassi di alunni invitati a fare tutti la stessa cosa.

Qui non solo la maestra è competente. Lo sono anche i genitori, gente preparata, convinta, consapevole. Lo sono i bambini, che non alzano mai la voce e trovano ogni volta il gioco giusto col quale crescere e imparare.

C’è qualcosa che mi manca. Qualcosa che stava nella vecchia scuola e che qui non c’è. La bicicletta innanzitutto, per andare e tornare in pochi minuti. Il tempo per me. Il chiasso e i balletti collettivi per raggiungere il bagno che facevano tanto villaggio turistico ma che in fondo erano divertenti e facevano ridere. Quella mescolanza di mondi tipica di Testaccio. La multietnicità. L’approssimazione. L’improvvisazione. La sorpresa. Il bel gruppo di maschi nel quale Orlando si era inserito così bene, di cui proprio due giorni fa mi è arrivata un’ultima foto dal vecchio gruppo whatsapp, che ora ho abbandonato per iscrivermi al nuovo.

Orlando è sereno. A metà. È incuriosito. Dice che la nuova maestra è bella. Però ha iniziato un serio sciopero della fame: la mattina mi dichiara il suo intento di digiunare fino all’uscita di scuola. E puntualmente ritrovo il suo panino intatto nello zaino.

Venerdì a pranzo abbiamo bisticciato e lui finalmente l’ha detto: questa scuola mi fa schifo. Più tardi mi ha confessato: devo appendere un pensiero sul ramo del pavone, quello che si occupa delle cose perdute.

È un gioco che abbiamo ripreso da un libro, Juliet e l’albero dei pensieri. C’è un albero dipinto nella stanza della protagonista (il nostro è ancora immaginario ma presto lo dipingeremo davvero), sui rami di questo albero ci sono degli animali, ognuno dei quali si occupa di una specie di preoccupazioni, così, quando Juliet si sente giù, può appendere il pensiero sull’apposito ramo e se ne prenderà cura l’animale che lo governa.

– E tu, Orlando, quale pensiero vuoi affidare al pavone? Cosa hai perso?

– Io ho perso la Paola Biocca.

Paola Biocca è il nome della vecchia scuola.

Tra poco avrò una percezione diversa di tutto, lo so, non appena lui si sarà ambientato e si sentirà a casa con i nuovi amici. Allora forse potrò uscire dall’assedio dei dubbi di questi primi giorni di scuola.

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