Mia figlia, don Chisciotte – di Alessandro Garigliano

1998. Era settembre e arrivavo a Torino. Porta Nuova. Via Nizza a piedi fino a via Steffenone. Entravo nella mia nuova casa, da condividere con altri studenti della scuola Holden. Tra loro c’era Alessandro Garigliano.

Lunedì sarebbero iniziate le lezioni nella scuola elegantemente sistemata al primo piano di un palazzo di Corso Dante, a due passi dal Valentino. Molti di noi stonavano. Non eravamo eleganti. Non c’entravamo niente con Torino, anche se poi ce ne saremmo innamorati. Eravamo determinati. Volevamo scrivere. Avevamo milioni di cose da dire e cercavamo il modo.

Due anni più tardi, insieme al vecchio millennio si chiudeva il nostro corso alla Holden e quasi tutti lasciavamo Torino. Io tornavo a Roma e Alessandro a Catania.

L’ho rivisto due volte nel corso degli anni. Nel 2014 alla presentazione romana del suo primo romanzo, Mia moglie e io. Poi quest’anno, nella bella libreria Koob, dove Alessandro ha incontrato i lettori di Mia figlia, don Chisciotte, la sua seconda prova narrativa.

Dopo aver accompagnato mia figlia all’asilo, torno a casa. Non riesco a liberarmi subito del vestito gessato nero. Si tratta dell’abito del mio matrimonio. Non ne possiedo altri eleganti, non frequento eventi mondani e non esercito un lavoro che richieda un aspetto impeccabile. In realtà, all’inizio, non sapevo nemmeno quale figura sociale dovessi interpretare con quel vestito. Mi piaceva desse risalto alle spalle larghissime, a quel che resta di un fisico scolpito da giovane grazie alle innumerevoli ore di sport. Soprattutto mi pareva necessario far credere a mia figlia che il padre, ogni giorno, avesse un impegno lavorativo e non patisse instabilità. Al rientro, sfilarmi l’abito sarebbe stato come tradire la bimba. Allora ho imparato ad approfittare della maschera. Negli anni ho approfondito il Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes Saavedra spulciando monografie con grande emozione […] Fino a quando non ho immaginato di essere un docente universitario, trasformando la passione in lavoro.

Il romanzo si apre con questa confessione di cui ringrazio Alessandro, non solo perché è bella, ma per la verità con cui mostra il personaggio, trasportato dalle acque di una vita inadatta e in cerca di forme, nella quale non posso non rispecchiarmi, non ritrovare la mia figura incerta e inopportuna che non trova pace.

Così, una pagina dopo l’altra, la paternità si intreccia con le avventure di un eroe straziante e incredibile, don Chisciotte, e del suo scudiero Sancho Panza, e la scrittura fruga dentro le cose, rivelandole senza maschere di pudore.

Il racconto della nascita della figlia è uno dei passaggi più belli e arriva quasi alla fine, come una chiave con la quale spostarsi avanti e indietro nelle avventure di un padre e di sua figlia. In queste pagine Alessandro mostra tutta la fatica e l’incanto dello scrivere, del dare nome a una nascita incerta, spaventosa e bellissima.

Cosa volevamo fare noi della scrittura? Un’arma? Una magia? Un labirinto dal quale non uscire? Una rivoluzione? Volevamo che fosse tutta la nostra vita, senza sconti, e il romanzo di Alessandro Garigliano lo racconta.

Sib. Romanzo sulla fine del mondo

Marina Paris Ambiente Mobile, 2008 Nastro gommato , sensori, motore  installazione alla 15a Quadriennale di Roma courtsey Galleria Pack, Milano

Marina Paris
Ambiente Mobile, 2008
Nastro gommato , sensori, motore
installazione alla 15a Quadriennale di Roma
courtsey Galleria Pack, Milano

Chiudere qualche gestalt. A volte bisogna. Saldare vecchi conti per passare ad altro.

Tredici anni fa, durante l’ultimo semestre di scuola di scrittura Holden, scrivevo la mia prova d’autore, seguita dall’editor Mondadori Antonio Franchini. Un romanzo al quale avrei dedicato ancora del tempo, che avrei provato a trasformare in sceneggiatura, corretto, riscritto, fatto leggere, senza sapere bene cosa chiedergli in cambio. Era il primo di una serie rimasta chiusa nel cassetto. Qualcuno lo apprezzò. Ricordo un pranzo a casa di Emanuele Trevi che mi invitò a parlarne dopo averlo letto. Mi disse che se fosse stato un editore non mi avrebbe chiesto di cambiare niente, forse qualche ripetizione o ingenuità, ma gli piaceva così come era. Trevi però non era un editore e la cosa morì lì.

Poi ho fatto altre cose. Anche la ghost. Ho letto gli altri e ho scritto per gli altri. Lavoro divertente che rifarei volentieri. Tutto sommato meno faticoso che dedicarsi a un proprio romanzo. Ho appreso il mestiere dell’editore. Ho avuto un figlio. Insomma sono passati tredici anni.

Qualche tempo fa ho scaricato da internet un software libero di impaginazione e per esercitarmi ci ho messo dentro quel vecchio romanzo, passato da un floppy a un cd a un hard disk esterno. Per caso l’ho riletto. Erano trascorsi tanti anni ed è stato come ascoltare il racconto di un altro. Questo mi ha aiutata a evitare giudizi troppo severi.

Sib è la storia di una giovane donna che potrebbe salvare il mondo.

La fantascienza italiana non funziona, praticamente non esiste. Me lo dicevano tutti. Ma io non so se crederci.

Sib è un romanzo di fantascienza, ma anche no. Forse non lo è affatto.

Erano i miei ultimi mesi a Torino, rigorosa città da cui manco da troppo tempo. In fondo, a ripensarci, il count down di Sib era la manciata di giorni che mi separava dal rientro a Roma. È stato allora che mi sono presa un cane, la mia Ozu, portata in lungo e in largo per le vie sabaude secondo il consiglio di Dario Voltolini: per trovare l’ispirazione, vattene a passeggio. Poi sono tornata nella mia città.

Finito di impaginare, questo libro meritava di avere una copertina e ho trovato l’immagine perfetta. Due fotografie. Una porta e una donna. Un lavoro di Marina Paris, che ringrazio di avermelo prestato per Sib. Non mancava più niente.

A Torino avevo letto tanta fantascienza, complice un amico che ne sapeva più di me e mi passava titoli, nomi, informazioni sul cyberpunk e sulle pratiche di hackeraggio.

Sib era il concentrato di tutte quelle cose. Letture, passeggiate, chiacchierate, spedizioni in vecchie librerie, lunghe telefonate di Franchini. Ma anche colazioni nei caffè più belli del mondo e aperitivi e le ultime lezioni alla Holden.

Il romanzo è stato sul desk del mio computer per un po’. Adesso è arrivato il momento di metterlo in rete e liberarmene.

Non lo dedico a nessuno, ma i miei affetti, quelli di allora e quelli di sempre, sapranno riconoscersi tra le righe.

Au revoir, Sib.

È possibile scaricarlo cliccando qui sotto.

Sib di Monica Micheli

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