mio padre, milord

A volersi divertire, un figlio è un’occasione rara. Basta non farsi prendere dal panico.

Appassionata di fantascienza, cresciuta con Star treck e Spazio 1999, per anni letteralmente divorata da Philippe K. Dick, devota al teletrasporto, incantata da Blade runner, io non avevo mai visto Star wars. Perché? Non lo so. Certe cose accadono senza che ce ne rendiamo conto.

Grazie a Orlando ho finalmente iniziato. Abbiamo visto i primi tre film, che nella cronologia degli eventi rappresentano gli episodi IV, V, e VI. I più facili credo. Dove il bene è il bene e il male è il male. I buoni combattono contro i cattivi e i cattivi contro i buoni. Le cose vanno come devono e tutto si dipana chiaro. Fino a un certo punto. Poi arriva il caos.

La cosa più difficile da far digerire a Orlando non è l’ambiguità estetica: perché in Star wars i cattivi sono i più belli? Né i mostri peluche che popolano l’episodio VI. No. Il rospo che non gli va giù è Lord Fener.

Il cattivo più cattivo di tutti, il più bello dei cattivi, la macchina del male, Lord Fener, alla fine dell’episodio V dice al buon Luke: io sono tuo padre.

Il mondo crolla e il male diventa il lato oscuro della forza. Usciamo così dal sistema binario del bianco e del nero per entrare nella nuova era, quella della relatività delle cose e delle persone.

Può un padre essere cattivo? Può essere il nemico?

Quando alla fine del VI episodio Lord Fener si redime salvando il figlio e uccidendo l’imperatore, Orlando fa pace con la sua figura. Come pensava anche Luke, al fondo del cuore di questo malvagio c’è del buono, un lato chiaro che nessun impero ha potuto distruggere.

Una volta redento, Lord Fener però muore. Il suo sacrificio serve a salvare il bene. E qui Orlando va in tilt. Sulla necessità del sacrificio. A lui non importa il male che l’antagonista ha finora commesso. Lord Fener ha ritrovato la sua anima, il suo amore per il figlio, la parte migliore di sé. Non c’è bisogno che muoia. Non c’è bisogno che espii la sua colpa. Rientrerà nel mondo dei buoni accanto a Luke e lì risiederà vivo e vegeto. Il perdono è dato. Non c’è bisogno di altro.

L’imperativo ora è riscrivere il finale. E tutti vissero felici e contenti. Il regista del VI episodio però è morto. Ci rivolgiamo direttamente al gran capo di Star wars. Orlando è convinto che Lucas sia stato informato e che girerà le ultime scene del film. Il nostro Star wars si concluderà così: Luke e Lord Fener finalmente insieme, vivi e buoni. Nessun sacrificio.

lo spettacolo del sacrificio

venuswillendorf

Impossibile non entrare nei dettagli di certa cronaca, nemmeno ora che faccio di tutto per evitarli. Aprire un social network, sfogliare un quotidiano, fare zapping in tv. Qualunque quotidiana operazione mi sbatte in faccia la morte di Loris. La sento risuonare ovunque, con un’eco che striscia tra il pettegolezzo, il giudizio e la divinatoria fascinazione. Perché questo fatto è una specie di gigantesco spettacolo sacrificale dato in pasto a una platea che reclama di vedere la vittima, di conoscere i particolari del suo dolore, di esaminare il boia e assistere all’infinita reiterazione del gesto.

L’innocente è vittima del più assurdo dei carnefici, del meno perdonabile. Non importa che il verdetto non sia stato emesso. Non importa nemmeno sapere che ogni carnefice è stato vittima a sua volta e che questo non è una dato banale dal quale trarre spunto per lo scoop dello scoop, ma è la coscienza necessaria, la condizione senza la quale non arriviamo a interrompere alcuna catena di violenza. Sembra di entrare in un circo, di quelli antichissimi dove scorreva sangue umano, votato al dio per calmare le sue ire. Il sangue doveva essere puro, altrimenti la divinità non si placava. Bambini e vergini. Non mi viene in mente nient’altro che un rito pagano riaggiustato per il mercato dell’informazione italiana.

Cos’è questo spettacolo dell’orrore e del sacrificio? Rappresentazioni di infanticidi, femminicidi, serie su killer seriali, ricostruzioni di fatti efferati al punto che non sono più spiegabili. Di cosa abbiamo bisogno?

In questi giorni, in cui non ho scritto, non ho letto, non ho fatto molto ma ho ascoltato, non ho sentito una sola volta la domanda giusta, quella vera capace di entrare nel cuore delle cose. Nel mio cuore. No. È tutto uno stordimento di sangue, di dettagli sinceramente non necessari né al giornalismo né agli spettatori. Una sorta di chiasso che allontana dalla possibilità di capire davvero, di ascoltare le cose nel loro significato. Un’abbuffata orrenda di cose crudeli, malefiche. Come se il mondo fosse solo una grande dannazione da consumare e sulla quale speculare per poter dire qualcosa e riempire l’horror vacui del giornalismo e delle relazioni. Cosa stiamo cercando dentro questa cronaca? Di cosa abbiamo bisogno?

Intanto forse ogni madre si interroga in silenzio. Su se stessa e su quel suo muoversi guardinga, un po’ incerta e un po’ inesperta, sul terreno delicatissimo del rapporto con il figlio, su quella terra di potere assoluto – perché mai come in questo momento ha potuto su qualcuno – nel tentativo faticosissimo di non esercitare potere, di sottrarsene per liberare le terre del figlio.

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