piove

Ieri Orlando mi ha detto di no. Per l’ennesima volta.

Le nostre giornate partono così. In ritardo, sul filo del rasoio, senza il tempo di ragionare. Fuori pioveva. Dentro io ho gridato. Lui ha gridato a sua volta. Il suo No è la mia colpa, il mio senso di colpa. Il tempo non ci aiuta. Se questo sole volesse finalmente uscire, sarebbe tutto più facile. E invece fa capolino e poi torna a nascondersi.

L’altro giorno ho riportato indietro Infinite jest di Wallace. Non è il momento. Restituirlo in biblioteca dopo aver letto 100 di 1000 pagine di pura angoscia è stato un gesto simbolicamente rilevante. Mi dispiace per te, Wallace, mi dispiace che stavi così male, che ti sei suicidato, che non hai trovato sollievo né ragioni per restare, ma io invece sì. Di ragioni ne ho milioni.

Hai fatto bene – mi ha detto un’amica – questa è l’ora di leggere donne.

Ho restituito Wallace e ho preso in prestito La vergine nel giardino di Antonia S. Byatt. Possibile che Shakespeare fosse in realtà la regina Elisabetta?

Ho fatto male a gridare ieri mattina, ma in fondo ho anche fatto bene. Mi sento in colpa, ma è così che deve essere. È vero, è colpa mia. Inutile negarlo. Inutile dire che non c’era scelta. Certo che c’era, e io ho scelto.

Qua iniziano forse le cronache dalla terra asciutta e magica della separazione. Sono a piedi, con due stracci che mi porto dietro, e con mio figlio. E di questo sono grata alle mie sorelle maggiori, perché cento anni fa lui non sarebbe stato con me. Dietro di me le macerie dei ruoli, dei giudizi, dei pregiudizi, delle storie che si ripetono. Mi volto ancora una volta a guardarle. Poi riprendo il cammino, accanto a mio figlio, e sono Shakespeare e sono la regina Elisabetta.

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due parole su coco

L’essere umano è uno spazio saturo di contraddizioni.

Ieri è stato il compleanno di Orlando. Il suo settimo compleanno. Sono andata a prenderlo a scuola prima dell’uscita e insieme siamo andati al cinema a vedere Coco.

Tralascio l’importanza del film sul tema del rapporto con la morte di cui tutti parlano. Mi permetto solo di fare un appunto dissonante rispetto al coro: l’avventura vissuta dal protagonista, Miguel, ci dimostra che se nel mondo dei vivi non saremo ricordati, nell’aldilà scompariremo. Questo ciò che accade nel film. La vita eterna è legata alla memoria di chi resta. Insomma non riusciamo a liberarci di noi stessi, a liberare gli altri da noi stessi, nemmeno morendo. Non siamo disposti a tagliare il laccio e a metterci da parte. Mai.

Ma la cosa che più mi preme è il Leitmotiv di Coco: niente è più importante della famiglia. Una frase che segna la storia al punto da offuscare il resto. Evidentemente il senso profondo del film. Una vera e propria legge alla quale il protagonista all’inizio disobbedisce per seguire la propria passione, avversata in modo indiscriminato da tutti i parenti. Nel corso dell’avventura però Miguel scopre che proprio nelle sue origini risiede la ragione di quella passione. E alla fine i conti tornano: nessuno se ne ricordava, ma la musica amata dal protagonista stava già nel sangue dei suoi antenati. Per carità. Va bene così. Non trascurerei però con tanta leggerezza il dettaglio che è stata proprio lei, la famiglia, col suo carico di genitori nonni e zii, a spedire il protagonista all’inferno nel momento in cui ha dichiarato la propria passione.

Spostando un po’ il punto di vista, potrebbe rivelarsi interessante la matrilinearità della discendenza di Miguel, se non fosse che il trisavolo maschio non è un semplice assente, ma uno che col proprio abbandono ha determinato un destino che è una vera e propria tagliola per tutti. Se non fosse che la donna da cui tutto discende ha costruito l’esistenza propria, dei propri figli e dei propri nipoti sulla rabbia verso l’uomo che l’ha lasciata sola. Una donna che si porta la stizza pure nell’aldilà e che solo di fronte all’evidente innocenza si decide a perdonare l’amore della sua vita.

Personalmente ho dovuto azzerare i rapporti con i miei familiari, ho dovuto farli uscire dalle maglie strette del sistema famiglia, per poterli conoscere e da quel momento amare come persone. Ho perdonato anche, soprattutto, dove non c’era innocenza. Se no che perdono è?

A proposito di quello strano fenomeno raccontato nel film che è la morte nell’aldilà. Orlando, un bambino che non frequenta alcuna religione, l’altro giorno mi ha detto: il paradiso è il posto dove vengono esauditi tutti i nostri desideri. Perché mica si può morire due volte.

il regalo di natale

Prima che nascesse Orlando, consegnandomi il regalo di compleanno un amico mi disse: questo è l’ultimo. Da ora in poi saranno tutti per lui.

Così è stato. Io però i regali amo riceverli anche ora e per Natale me li sono fatti da sola. Due anelli di perline acquistati per un totale di 5 euro e un libro. Parla, mia paura di Simona Vinci.

Sono in libreria. Lo prendo. Lo sfoglio. Alla seconda pagina leggo: attacchi di panico. Lo impilo sugli altri libri da regalare e vado alla cassa. Questo no, è per me, dico al commesso che fa i pacchetti, ma lui si sbaglia e incarta tutto. Meglio così, in fondo è il regalo che mi faccio. Dopo qualche giorno lo scarto e lo leggo.

La prima cosa bella di molta letteratura contemporanea europea, rispetto a quella americana, è la leggerezza, proprio nel senso che i libri pesano poco perché non corrono per 500 pagine e più.

Non mi soffermo sulla descrizione delle paure dei primi capitoli, né sull’analisi lucida che l’autrice ne fa negli ultimi, nonostante i dati impressionanti della depressione nel mondo. Sono due i punti che mi interessano ora. La maternità e i giardini. Infine le parole.

Punto primo. Simona Vinci descrive la nascita e i primi tempi di vita del figlio con un coraggio raro e prezioso. Mette a disposizione di chi legge le sue paure di allora, le nomina e le evoca, dando a ciascuna lettrice la possibilità di riconoscere se stessa in quelle confessioni. Non posso dire di aver vissuto la maternità nel suo stesso modo perché allora, quando è nato Orlando, il mio corpo è corso via lasciandosi indietro la testa e i pensieri, in uno spazio sideralmente lontano dove le paure non potevano raggiungerlo. Ma c’erano. In Parla, mia paura, nelle pagine dedicate alla maternità, ho ritrovato la totalità grandissima e mostruosa provata alla nascita di mio figlio. Il gigantesco fragile potere che per la prima volta ho sentito di avere su un altro. Le accelerazioni del cuore che ne sono venute. L’isolamento. Le strettoie della casa. Il bisogno urgente di uscire. Ozu, la cana, è stata allora un pezzo importante del filo di Arianna che mi portava fuori.

Punto due. I giardini. Simona Vinci scrive di aver sempre scelto case con l’accesso alla natura. A differenza sua, io ho consumato quasi tutta la mia vita in città. Città diverse, nessuna delle quali piccola abbastanza da avvicinarsi alla dimensione della provincia. È andata così e un po’ mi dispiace. Eppure negli spazi metropolitani che mi hanno accolta, dove sono stata bambina ragazza e adulta, ho avuto i miei giardini. Spianate d’asfalto come quella di quando ero piccola. I parchi attraversati con Ozu. I fazzoletti di terra dove porto Orlando a giocare. Intrighi di strade dove mi sono persa. E poi il mare.

Ognuno trova il suo giardino. Senza non ce la faremmo.

Infine le parole, che le hanno salvato la vita e non l’hanno mai tradita. È una sponda bella la sua. Un orizzonte chiaro che le invidio, di cui mi impossesserei, se ne fossi capace. Se avessi saputo fare delle parole la mia identità, forse adesso sarei più tranquilla. E invece continuo a rincorrerle, a scivolarci sopra, a restare indietro o altrove.

salviamo i bambini dal pallone

Il padre di mio figlio è un romano quasi doc, con i pregi e i difetti che caratterizzano gli abitanti della capitale. Per esempio certa cinica ironia. Quando gli ho parlato dei risultati di un’indagine che ha rivelato il diverso atteggiamento delle donne e degli uomini nei confronti dei colloqui di lavoro (le donne vanno molto più preparate degli uomini, che facilmente ci provano anche se non hanno un grande cv da presentare), ha detto: certo, noi dobbiamo portare in fretta i soldi a casa. Nonostante il pensiero un po’ retrò, nelle sue parole si nasconde una verità: l’approssimazione. Insomma l’ammissione della vaghezza nelle azioni e della fretta nel portarle a termine.

I maschi sono più semplici, pragmatici e privi di grilli per la testa. Vanno al sodo senza farsi troppe domande. Atteggiamento di cui non è il caso di vantarsi, visti i danni che riesce a provocare. Ma è forse questione di dna? Quello del maschio è un destino genetico? Io sinceramente non lo so. Credo inoltre che il dna sia talmente suscettibile anche dei più piccoli movimenti esterni e interni, che è difficile definirlo una volta per tutte. Ma se pure fosse, oltre al dna ci sono le esperienze, le condivisioni, le proposte, l’ascolto e un milione di altre cose che descrivono il nostro passaggio su questo pianeta. Cose sulle quali si può lavorare. Alle quali affidare un possibile cambiamento.

La semplicità di Orlando che cerca e trova il suo ruolo dietro a un pallone che disperatamente viene lanciato nello spazio di una porta. La visionarietà di quella porta spesso immaginaria, fatta della materia dei sogni. Il contatto fisico, quel volersi acchiappare a tutti i costi, il sudore, il fiatone, le voci gridate, be’ mi commuovono. E pure messe a confronto con le sofisticatezze dei giochi delle bambine, non mi dispiacciono. Certo però che lo spazio privo di fretta, creativo, raffinato e pieno di respiro non può essere ignorato. Anzi. Allora mi dico: meno male che le inseganti sono donne. Meno male che Orlando impara a lavorare la maglia, e gli piace, che impara a spazzare per terra, che si mette con pazienza a colorare, che si dedica alle creazioni d’arte con la cura e la precisione di cui è capace. Se la scuola fosse nelle mani dei maschi, tutto questo non ci sarebbe. E non ci sarebbe nemmeno ciò che secondo me in questo momento sta salvando la scuola dal naufragio imminente: il volontarismo di alcune insegnanti, la loro disponibilità a mettere in gioco qualcosa che nessuna moneta può comprare, cioè quella parte di lavoro che il ministero non richiede e che sullo stipendio non viene riconosciuta. Pochi uomini probabilmente accetterebbero una simile condizione, vista l’urgenza di portare i soldi a casa.

Mancano, e quando dico mancano è drammaticamente vero, figure maschili nella scuola primaria. Meglio così, verrebbe da dire, almeno la fastidiosissima approssimazione di cui gli uomini sembrano essere portatori sani resta fuori dalle classi dei bambini. Poi ovvio, il dirigente spesso è maschio, ma di questo non ci lamentiamo perché il suo pragmatismo lo aiuterà a fare bene. E infatti si vedono i risultati. Nella scuola, che cade letteralmente a pezzi, come altrove, dall’ambiente alle relazioni umane alla politica. Dalle questioni universali alle più piccole. Grazie al pragmatismo e alle approssimazioni siamo stati sommersi da mondezza e plastica. Non c’è stato un attimo per fermarsi a pensare alle conseguenze di ciò che facevamo finché il pianeta Terra non ha cominciato a gridare il suo strazio. E nemmeno questo è ancora sufficiente.

Io credo che esiliare i maschi dai luoghi della prima formazione sia un errore, così come credo che sia un errore lasciare questi luoghi interamente nelle mani delle donne. Perché la scuola non può che avere ancora un ruolo, che probabilmente si esaurirà nel giro di qualche decennio: la sperimentazione. Anche quella delle relazioni di genere. Del rapporto con la propria personalità e con quella dell’altro da sé. Di nuovi ruoli. Nuove forme. Dell’abbattimento di uno spirito conservativo che dimostra quanto poco pesi, spesso, sul piatto della bilancia maschile, la presenza dei bambini, cioè di coloro ai quali un giorno lasceremo il testimone di questo nostro mondo.

I maschi continuano a correre dietro a un pallone senza mai riprendere fiato, e pure quando si appassionano di slow, lo fanno per costruirci sopra un business.

Sarebbe cosa buona e giusta che gli uomini entrassero nella scuola come insegnanti accanto alle colleghe, e lì si riformulassero nella relazione con tutti gli altri, bambine, bambini e donne, che da più di cento anni chiedono loro di venire a sedersi al tavolo del confronto. Sarebbe cosa buona e giusta abbattere il muro dei ruoli che relegano le donne alla cura dei bambini piccoli, per poi affidarli più tardi all’insegnamento dei maschi che arrivano a formare i caratteri dei ragazzi negli anni dell’adolescenza e della giovinezza, mostrando loro come si sta al mondo davvero. Sarebbe cosa buona e giusta contaminare il gioco del pallone con la grazia, che in fondo, a guardarlo bene, ne ha un immenso potenziale.

Intelligenza artificiale. Bambine contro bambini

In prima elementare le differenze di genere si amplificano. I gruppi si separano. Le femmine vanno da una parte e i maschi da quella opposta. Così nello spazio come nei fatti e nel tempo. Si rincontreranno, molto in là negli anni, quando arriveranno i primi amori, i primi ormoni, le prime cotte. Ma da questo momento, per molto tempo, i maschi e le femmine faranno percorsi separati.

La scorsa mattina andando a scuola Orlando mi raccontava di un esercizio di matematica fatto in classe. I bambini dovevano copiare dalla lavagna degli insiemi su un numero imprecisato di fogli, da un minimo di 1 a un massimo di 20. Lui ha compilato 3 fogli, e così i suoi amici maschi, che non sono andati oltre i 4. Di gran lunga più produttive le bambine, qualcuna delle quali ne ha compilati 12, una addirittura 20, cioè il massimo.

Perché? Tutta questione di QI? Questi maschi sono proprio così scemi? Ci mettono tanto a sviluppare qualità che nelle femmine si rivelano quasi immediatamente?

A cercare spiegazioni si incappa in una incredibile rincorsa a chi è più intelligente di chi. I bambini allattati sono più intelligenti di quelli non allattatti. I bambini bilingue sono più intelligenti dei monolingua. Le femmine sono più intelligenti dei maschi. E chi più ne ha più ne metta. Ma a noi non interessa sapere chi salirà sul podio del bambino più intelligente del secolo. Noi vogliamo sapere dove si nasconde la felicità.

Alcuni studi rivelano differenze che sembrano più indotte che innate. Per esempio che le future bambine, cioè le donne, si presentano a un colloquio di lavoro quando le loro competenze rispondono al 100% delle richieste. Gli uomini si presentano anche con competenze che ne coprono il 60%.  I maschi si buttano. Le femmine si misurano. Quindi, forse, i maschi sono stati educati al coraggio, le femmine alla perfezione.

Detta così potrebbe addirittura sembrare un vantaggio al femminile, se non fosse noto che la perfezione è un inferno che genera disparati mostri in un range che va dalla mancanza di sicurezza fino ad arrivare all’anoressia, passando per infinite altre trappole disseminate sul terreno delle nostre giornate. D’altronde il coraggio, se smisurato, non è da meno: quasi una bacchetta magica che viene a cancellare lacrime, palpitazioni, capacità di riflessione, di ascolto, fragilità, legittime paure. Insomma la femmina ne esce impeccabile, il maschio incontenibile. Con tutte le conseguenze sociali, culturali, penali, antropologiche ed economiche che conosciamo.

Al fondo, per tutti, credo ci sia una sana naturale reazione alla scuola, che è pur sempre un sistema coatto, trasmettitore di immaginari dati. Le bambine reagiscono rispondendo in modo obbediente alle richieste. I bambini scalpitando. Entrambi allineandosi all’immaginario del vecchio mondo.

Ma che ci sta a fare la scuola se non è in grado di creare nuovi scenari? Di mettere le mani nella pasta del futuro? Rimescolando le carte e liberando tutte e tutti. Le bambine dall’obbedienza e dalla insostenibile perfezione. I bambini dall’incontenibilità e dalle approssimazioni del coraggio.

E poi sì, la libertà è anche arrampicarsi sugli alberi, e la scuola questa cosa non la garantisce. E i bambini possono esplodere o implodere.

sola

Domenica 2 aprile solita giornata dei musei gratuiti. Mi sono detta: vado alla Gnam, ora Galleria Nazionale. L’ho proposto in casa ma nessuno ha voluto seguirmi. E sono andata da sola.

Nella mia vita di madre, una delle cose che mi mancano di più è la solitudine. Non l’isolamento, che è condizione nella quale ogni donna con figlio prima o poi si imbatte. La solitudine, cioè stare da sola, senza nessuno tra i piedi.

Così tutta allegra me ne sono andata in macchina con la radio a volume sostenuto. Sono arrivata in viale delle Belle Arti, ho parcheggiato e sono entrata. Ho snobbato il piccolissimo bar al centro del grande ingresso e sono partita per il mio tour.

Prima emozione. La nostalgia. Per i Passi di Alfredo Pirri, il pavimento specchiante che accoglieva e frammentava e che adesso non c’è più.

Nella prima sala ho trovato opere originali insieme a copie che rimandavano agli originali sistemati all’interno del percorso. Non ho capito e ho proseguito. La struttura della Gnam disorienta un po’, forse come tutti gli spazi grandi per una come me, abituata a vivere in una manciata di metri quadri. Ma questa volta disorienta di più. Va bene. Sarà una scelta. E proseguo. Mi avvicino a una didascalia per scoprire il materiale usato e non trovo niente. Un nome e una data. Di cosa sia fatta l’opera non si sa. Meno male che non c’è Orlando, che non avrebbe tollerato una simile mancanza e mi avrebbe costretta a inventarmi qualcosa.

Morandi sta quasi sempre accanto a Fontana. Il Concetto spaziale di Fontana sta vicino ai Bachi da setola di Pascali. L’ultima cena di Ceroli sta davanti al tavolo dei gessi. Le statue classiche voltano le spalle ai visitatori. Non capisco. Non è che io voglia vedere la storia dell’arte sistemata in ordine crescente e cronologico. D’altronde ormai lo sanno anche i sassi che nel postmoderno tutto risale indistintamente alla superficie. È la realtà. Fuori dai cardini. Ma quegli accostamenti, niente affatto casuali, non li ho capiti.

Non c’è una guida. Non c’è dialogo con i visitatori. Solo suggestioni, che non è detto corrispondano alle mie.

Il bellissimo Centro di permanenza temporanea di Adrian Paci è messo all’angolo. Peccato. Avrei voluto vederlo al centro dell’arte e dell’umanità, anche in un percorso che lo mostrasse solo alla fine, con un effetto sorpresa.

In chiusura ci sono delle schede dove i visitatori sono invitati a votare il più bello e la più bella delle figure incontrate nel percorso espositivo. Come se il bello fosse l’unico sopravvissuto in un mondo andato in pezzi.

Io non so cosa debba fare l’arte di se stessa. Non sono un critico né un’artista. Ciò che più mi manca della vecchia Gnam è il gioco, il filo mirabolante che lega le opere contemporanee al bambino, quello vero che qui può ancora capitare e quello nascosto tra le spoglie dell’adulto, preso per mano e portato su incredibili, nuovi pianeti. È la prefigurazione, suscitata anche attraverso l’arte combinatoria, di combinazioni che nella frammentazione di un mondo ne sappiano rintracciare un altro. È la ricerca, spesso disperata ma necessaria, di una forma ancora capace di rivelarsi tra le fratture di uno specchio rotto. È la sovrapposizione di opera e materia, perché è nel tentativo faticosissimo di segnare il confine tra il sé e la terra che può nascere un’identità. È ciò che un bambino sa fare: iniziare a vivere.

per sempre

Sei anni fa nasceva Orlando. Qualche anno dopo chiudevamo una casa editrice e ne aprivamo un’altra alla quale davamo il nome di mio figlio.

L’età dell’innocenza sta per finire. Il tempo dell’infanzia. Della scuola materna. Dei progetti che non si chiudono. Delle difficoltà economiche e delle spese ridotte all’osso. Se è vero che i bambini portano il panierino, Orlando ha fatto di testa sua ed è arrivato da noi a mani vuote.

Ci prepariamo a entrare nella nuova vita scrutando all’orizzonte quello che ci aspetta. Le spese che lievitano. Le responsabilità che entrano dalla finestra. I progetti che vengono al pettine. Sei anni sono importanti e noi abbiamo voluto festeggiarli. Una festa aperta, allargata, al parco. La prima vera grande festa di Orlando. Forse anche l’ultima.

Sulle primavere romane deve essere caduta una maledizione. Durante il weekend il tempo cambia, il cielo diventa di piombo e forse piove. Dopo dieci giorni di ininterrotto sole, la domenica della festa il tempo è cambiato. Il cielo è diventato grigio. Sembrava novembre. Ma nonostante tutto siamo stati coraggiosi e abbiamo confermato che avremmo fatto la festa al parco. Appuntamento a mezzogiorno.

La sera prima tagliavo e riempivo panini pensando: ne avremo per giorni e giorni.

Abbiamo caricato la macchina di buste, panini, pizza, torte, succhi, vino, acqua, giochi, pignatta, e ci siamo avviati. A un passo dal mezzogiorno eravamo lì, al parco, per occupare una buona postazione, mentre una sottile pioggerellina ci avvertiva che con tutta probabilità avevamo fatto la scelta sbagliata, gettando il cuore oltre l’ostacolo e dimostrando un coraggio tanto grande quanto inutile.

A mezzogiorno eravamo soli al parco. Circondati dalla buste.

Poi la pioggia si è fermata e lentamente il paesaggio è cambiato. Da lontano abbiamo iniziato a scorgere delle figure umane. Erano i nostri invitati che arrivavano alla spicciolata. E mentre la festa si popolava, guardavamo il cibo distribuito su due tovaglie distese a terra, e pensavamo che forse non sarebbe bastato, che avevamo fatto calcoli sbagliati.

Presto il cibo ha iniziato a scarseggiare. Arrivati alle strette, il padre di Orlando è andato a fare rifornimento. Era l’una o poco più. Mentre lui era via, una seconda ondata di ospiti arrivava. All’una e mezza il padre tornava con due nuovi cartoni di pizza, e dall’alto della collina che dominava la piccola vallata della festa, si fermava a guardare la folla cresciuta, mentre i cartoni diventavano piccoli piccoli.

La festa andava avanti. La pioggia ci graziava e il vino ci aiutava. Si avvicinava il momento della torta. Due ciambelloni ricoperti di cioccolata, secondo la volontà di Orlando. Non sarebbero bastati. Era chiaro. Il padre di Orlando e un amico sono andati a prendere altri dolci in una seconda spedizione fuori dal parco. Poco dopo tornavano, mentre accanto a noi altri festeggianti apparecchiavano una ricca merenda su tavoli portati da casa, dimostrandoci tutta l’inadeguatezza delle nostre tovaglie messe a terra.

Abbiamo tirato fuori le torte e sistemato il vassoio di pasticcini. A terra. Intanto i bambini si avvicinavano e si stringevano in cerchio intorno a Orlando, si sedevano e cantavano tanti auguri a te mentre una cuginetta si inginocchiava sui pasticcini, schiacciandone almeno la metà. Tutto è stato comunque divorato.

Tra un mese un’altra scadenza mi aspetta. L’ultima chance per la casa editrice. Ci metterò coraggio e getterò il cuore oltre l’ostacolo. Se non andrà bene, questa volta chiuderò baracca e burattini e mi fermerò a riflettere su tutte le mie approssimazioni. Perché per concludere qualcosa non basta il coraggio, ci vogliono metodo e rigore. Ci vuole un grande tavolo da picnic sul quale sistemare la merenda, dove nessun bambino riesca a inginocchiarsi.

Da questa nuova, desiderata primavera, che è sempre un bel momento di attese e di promesse, guardo al di là, oltre l’estate, all’autunno, alle sue raccolte e ai nuovi principi. Non riesco a immaginare niente. Qualche tratto, ma niente che riveli i nostri stati d’animo. È chiaro che non siamo pronti. Che le tovaglie saranno ancora una volta messe a terra e il cibo non basterà. Che le esperienze insegnano fino a un certo punto, ma non bastano a diventare un’altra persona. Che va bene così e il coraggio può addirittura rivelarsi utile. Che nonostante tutto, se potessi vivrei per sempre. Per sempre io.