sola

Domenica 2 aprile solita giornata dei musei gratuiti. Mi sono detta: vado alla Gnam, ora Galleria Nazionale. L’ho proposto in casa ma nessuno ha voluto seguirmi. E sono andata da sola.

Nella mia vita di madre, una delle cose che mi mancano di più è la solitudine. Non l’isolamento, che è condizione nella quale ogni donna con figlio prima o poi si imbatte. La solitudine, cioè stare da sola, senza nessuno tra i piedi.

Così tutta allegra me ne sono andata in macchina con la radio a volume sostenuto. Sono arrivata in viale delle Belle Arti, ho parcheggiato e sono entrata. Ho snobbato il piccolissimo bar al centro del grande ingresso e sono partita per il mio tour.

Prima emozione. La nostalgia. Per i Passi di Alfredo Pirri, il pavimento specchiante che accoglieva e frammentava e che adesso non c’è più.

Nella prima sala ho trovato opere originali insieme a copie che rimandavano agli originali sistemati all’interno del percorso. Non ho capito e ho proseguito. La struttura della Gnam disorienta un po’, forse come tutti gli spazi grandi per una come me, abituata a vivere in una manciata di metri quadri. Ma questa volta disorienta di più. Va bene. Sarà una scelta. E proseguo. Mi avvicino a una didascalia per scoprire il materiale usato e non trovo niente. Un nome e una data. Di cosa sia fatta l’opera non si sa. Meno male che non c’è Orlando, che non avrebbe tollerato una simile mancanza e mi avrebbe costretta a inventarmi qualcosa.

Morandi sta quasi sempre accanto a Fontana. Il Concetto spaziale di Fontana sta vicino ai Bachi da setola di Pascali. L’ultima cena di Ceroli sta davanti al tavolo dei gessi. Le statue classiche voltano le spalle ai visitatori. Non capisco. Non è che io voglia vedere la storia dell’arte sistemata in ordine crescente e cronologico. D’altronde ormai lo sanno anche i sassi che nel postmoderno tutto risale indistintamente alla superficie. È la realtà. Fuori dai cardini. Ma quegli accostamenti, niente affatto casuali, non li ho capiti.

Non c’è una guida. Non c’è dialogo con i visitatori. Solo suggestioni, che non è detto corrispondano alle mie.

Il bellissimo Centro di permanenza temporanea di Adrian Paci è messo all’angolo. Peccato. Avrei voluto vederlo al centro dell’arte e dell’umanità, anche in un percorso che lo mostrasse solo alla fine, con un effetto sorpresa.

In chiusura ci sono delle schede dove i visitatori sono invitati a votare il più bello e la più bella delle figure incontrate nel percorso espositivo. Come se il bello fosse l’unico sopravvissuto in un mondo andato in pezzi.

Io non so cosa debba fare l’arte di se stessa. Non sono un critico né un’artista. Ciò che più mi manca della vecchia Gnam è il gioco, il filo mirabolante che lega le opere contemporanee al bambino, quello vero che qui può ancora capitare e quello nascosto tra le spoglie dell’adulto, preso per mano e portato su incredibili, nuovi pianeti. È la prefigurazione, suscitata anche attraverso l’arte combinatoria, di combinazioni che nella frammentazione di un mondo ne sappiano rintracciare un altro. È la ricerca, spesso disperata ma necessaria, di una forma ancora capace di rivelarsi tra le fratture di uno specchio rotto. È la sovrapposizione di opera e materia, perché è nel tentativo faticosissimo di segnare il confine tra il sé e la terra che può nascere un’identità. È ciò che un bambino sa fare: iniziare a vivere.

per sempre

Sei anni fa nasceva Orlando. Qualche anno dopo chiudevamo una casa editrice e ne aprivamo un’altra alla quale davamo il nome di mio figlio.

L’età dell’innocenza sta per finire. Il tempo dell’infanzia. Della scuola materna. Dei progetti che non si chiudono. Delle difficoltà economiche e delle spese ridotte all’osso. Se è vero che i bambini portano il panierino, Orlando ha fatto di testa sua ed è arrivato da noi a mani vuote.

Ci prepariamo a entrare nella nuova vita scrutando all’orizzonte quello che ci aspetta. Le spese che lievitano. Le responsabilità che entrano dalla finestra. I progetti che vengono al pettine. Sei anni sono importanti e noi abbiamo voluto festeggiarli. Una festa aperta, allargata, al parco. La prima vera grande festa di Orlando. Forse anche l’ultima.

Sulle primavere romane deve essere caduta una maledizione. Durante il weekend il tempo cambia, il cielo diventa di piombo e forse piove. Dopo dieci giorni di ininterrotto sole, la domenica della festa il tempo è cambiato. Il cielo è diventato grigio. Sembrava novembre. Ma nonostante tutto siamo stati coraggiosi e abbiamo confermato che avremmo fatto la festa al parco. Appuntamento a mezzogiorno.

La sera prima tagliavo e riempivo panini pensando: ne avremo per giorni e giorni.

Abbiamo caricato la macchina di buste, panini, pizza, torte, succhi, vino, acqua, giochi, pignatta, e ci siamo avviati. A un passo dal mezzogiorno eravamo lì, al parco, per occupare una buona postazione, mentre una sottile pioggerellina ci avvertiva che con tutta probabilità avevamo fatto la scelta sbagliata, gettando il cuore oltre l’ostacolo e dimostrando un coraggio tanto grande quanto inutile.

A mezzogiorno eravamo soli al parco. Circondati dalla buste.

Poi la pioggia si è fermata e lentamente il paesaggio è cambiato. Da lontano abbiamo iniziato a scorgere delle figure umane. Erano i nostri invitati che arrivavano alla spicciolata. E mentre la festa si popolava, guardavamo il cibo distribuito su due tovaglie distese a terra, e pensavamo che forse non sarebbe bastato, che avevamo fatto calcoli sbagliati.

Presto il cibo ha iniziato a scarseggiare. Arrivati alle strette, il padre di Orlando è andato a fare rifornimento. Era l’una o poco più. Mentre lui era via, una seconda ondata di ospiti arrivava. All’una e mezza il padre tornava con due nuovi cartoni di pizza, e dall’alto della collina che dominava la piccola vallata della festa, si fermava a guardare la folla cresciuta, mentre i cartoni diventavano piccoli piccoli.

La festa andava avanti. La pioggia ci graziava e il vino ci aiutava. Si avvicinava il momento della torta. Due ciambelloni ricoperti di cioccolata, secondo la volontà di Orlando. Non sarebbero bastati. Era chiaro. Il padre di Orlando e un amico sono andati a prendere altri dolci in una seconda spedizione fuori dal parco. Poco dopo tornavano, mentre accanto a noi altri festeggianti apparecchiavano una ricca merenda su tavoli portati da casa, dimostrandoci tutta l’inadeguatezza delle nostre tovaglie messe a terra.

Abbiamo tirato fuori le torte e sistemato il vassoio di pasticcini. A terra. Intanto i bambini si avvicinavano e si stringevano in cerchio intorno a Orlando, si sedevano e cantavano tanti auguri a te mentre una cuginetta si inginocchiava sui pasticcini, schiacciandone almeno la metà. Tutto è stato comunque divorato.

Tra un mese un’altra scadenza mi aspetta. L’ultima chance per la casa editrice. Ci metterò coraggio e getterò il cuore oltre l’ostacolo. Se non andrà bene, questa volta chiuderò baracca e burattini e mi fermerò a riflettere su tutte le mie approssimazioni. Perché per concludere qualcosa non basta il coraggio, ci vogliono metodo e rigore. Ci vuole un grande tavolo da picnic sul quale sistemare la merenda, dove nessun bambino riesca a inginocchiarsi.

Da questa nuova, desiderata primavera, che è sempre un bel momento di attese e di promesse, guardo al di là, oltre l’estate, all’autunno, alle sue raccolte e ai nuovi principi. Non riesco a immaginare niente. Qualche tratto, ma niente che riveli i nostri stati d’animo. È chiaro che non siamo pronti. Che le tovaglie saranno ancora una volta messe a terra e il cibo non basterà. Che le esperienze insegnano fino a un certo punto, ma non bastano a diventare un’altra persona. Che va bene così e il coraggio può addirittura rivelarsi utile. Che nonostante tutto, se potessi vivrei per sempre. Per sempre io.

Aomame è viva

1q84-due-lune

Lunedì 9 gennaio 2017. Ore 13.00. Ozu muore. Ozu è la mia cana. È morta a 17 anni. O quasi. Sono uscita di casa alle 12.45 ed è morta dopo pochi minuti. Non era sola. Ma non stava con me. Non ce l’avremmo fatta a separarci.

Adesso la nostra è una piccola casa senza peli e senza ciotole d’acqua da rovesciare con una pallonata. Una casa senza senso.

Nei giorni in cui Ozu moriva, io finivo di leggere il primo volume di 1Q84 di Murakami. Me lo aveva regalato un’amica tanti anni fa ma non ero mai riuscita a leggerlo. Poi, alla fine del 2016, ho deciso di riprovarci e mi sono persa nelle sue pagine.

Il primo volume (libri 1 e 2) finisce in tragedia. La giusta conclusione in giorni come questi. E penso che sia andata così: si chiude il romanzo e si rimette tra gli scaffali della libreria. Finché un amico mi dice: ma non hai letto il libro 3? Non sapevo nemmeno che esistesse. In poche ore me lo procuro.

1Q84 è l’altro 1984, quello in cui finiscono i protagonisti del romanzo. Uno spazio temporale diverso, dove in cielo appaiono due lune e le cose non vanno come ci si aspetta. Un universo parallelo.

Pensare a Ozu per me è un automatismo. Darle da mangiare, aggirare al buio la sua cuccia, tornare a casa per farla uscire, accarezzarla quando rientro, aprire la finestra del terrazzo. Le mie giornate sono piene di momenti in cui penso a ciò che devo fare per lei, poi mi ricordo che non devo più fare niente. Ogni volta è come se il tempo inciampasse. Questa terra senza Ozu è il mio 1Q84, il mio pianeta, lo stesso di prima, ma pieno di errori.

Orlando per un giorno ha ignorato l’assenza di Ozu e non ha chiesto niente. Poi mi ha domandato quando saremmo andati a riprenderla sulla luna. È la luna dell’Orlando furioso quella di cui mio figlio parla, dove ritroveremo le cose perdute. Ma io non posso fare a meno di pensare alle due lune di 1Q84, la nostra, che vediamo nel solito cielo, e l’altra, che solo in pochi possono scorgere. Quando gli ho domandato perché non mi avesse chiesto niente quando non l’ha trovata in casa, mi ha risposto che lui Ozu l’aveva vista. Ogni tanto mi fa domande su di lei, sulla sua vita ora, lontana da noi.

Il libro 3 di 1Q84 inizia con una bella sorpresa. Aomame è viva. Per 400 pagine l’accompagneremo nel suo tentativo di sopravvivere per ritrovare l’amore.

Le cose accadono. Quelle di cui non ci stupiamo e quelle che non sappiamo spiegarci. Ed è sul terreno incomprensibile della vita che siamo chiamati a scegliere, cercare, lottare e prenderci carico di ciò che desideriamo, di cui abbiamo bisogno.

Ozu sta ancora qui con noi, nei nostri discorsi, nei pensieri, negli automatismi, nelle tracce di odore che sentiamo di lei. Orlando ha avuto un dono: il mio cane, la sua presenza, la sua presenza nell’assenza, le due lune, la nostra e la sua, dove si trova ora. Orlando ha avuto in dono lo strano anno 1Q84, dove accadono cose che la logica non può spiegare, e resta un senso, sottile ma percepibile, al di là dei peli e delle ciotole dell’acqua. Un luogo dal quale riportarci qui, sulla solita terra, il nucleo prezioso di un infinito amore.

Van Gogh alive. Esperienze a metà

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Giocare con l’opera di un grande, intoccabile artista si può. Certo! Peccato che questa mostra non riesca a osare. Van Gogh alive non gioca abbastanza e l’interattività annunciata si ferma al livello audiovisivo, invece di sfruttare tutti i sensi e le dimensioni per entrare nel respiro e nelle mani dell’artista.

Il risultato è che la mostra si presenta un po’ vecchia, troppo scenografica e giocata su effetti scontati, e che del cuore di Van Gogh resti poco. Insomma non al passo con la tecnologia e troppo lontana dal senso dell’arte.

Un’occasione mancata. Ma nonostante i limiti, i bambini quando entrano si divertono. Non mi sono pentita di esserci andata con Orlando. Certo, sarei stata più contenta se lui avesse potuto portare via con sé un pezzetto di Van Gogh.

Extraterrestre alla pari – leggere con i figli

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L’ora è cambiata. Le giornate finiscono presto e la notte sembra infinita. Il parco è mezzo vuoto e noi ammazziamo il tempo. Andiamo in biblioteca.

Enzo Tortora a Testaccio. Ha una sala dedicata ai bambini. Noi a volte ci infiliamo lì, leggiamo e scegliamo i libri da prendere in prestito. C’è lo scaffale delle scienze, quello dei più piccoli, delle riduzioni dei classici, dei romanzi e dei racconti.

L’altro giorno eravamo in biblioteca. Alla lettera P. Pitzorno. L’incredibile storia di Lavinia non ci era piaciuto e io guardavo un po’ scettica in cerca di un titolo accattivante, quando ho letto Extraterrestre alla pari. Una pausa nel mio cuore. Ero bambina e lo leggevo. L’ho amato tanto e ora eccolo qui.

Se avessi una figlia, come mi divertirei a rileggerlo con lei. Ho pensato. E con Orlando? Lui sarebbe contento di ascoltare questa storia?

Un figlio maschio fa saltare tutte le possibilità di identificazione, sballa le probabilità e rimescola i destini. Lui nasce e tu non puoi che metterti nei suoi panni. Panni maschili. La persona più cara al mondo è l’Altro e vive nella differenza.

Stare nei suoi panni è divertente. Si scoprono cose nuove, giochi in cui non ci si era imbattute. Inutile negarlo però, se ne perdono altre importanti. Per esempio costruire la complicità intorno a letture come Extraterrestre alla pari, che potrebbe non essere riletto mai.

Quando è nato Orlando, io ho ricevuto in regalo la mia seconda infanzia, sono tornata piccola e mi sono rimessa a giocare, ho riportato alle origini la mia esistenza. È stato come venire catapultata in un sistema di universi paralleli: la storia si ripete con piccole deviazioni su mondi che moltiplicano la nostra Terra.

Ogni genitore, forse, si scervella per costruire quella deviazione e offrire al figlio la felicità che a lui era stata negata. E sarà così all’infinito. Una madre dopo l’altra un padre dopo l’altro.

Orlando è l’universo parallelo che mi costringe ogni giorno a cercare una terra che sia di tutti. Mia e dell’Altro. E questa per me è la prima volta.

il figlio imperfetto

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Vi siete mai sentiti soli? Diversi dagli altri? Indifesi? Così iniziava The amazing Spider-man, letto e riletto fino a impararlo a memoria.

Di un figlio non si vorrebbe mai pensare che è diverso, se non nel senso che è migliore. Quando la diversità coincide con la vulnerabilità, i genitori si sentono traditi. Dal caso o dalle stelle. Costretti a inciampare in individui imperfetti.

Durante la gravidanza quasi tutti pensano: basta che sia sano. Un’ecografia che lo confermi è il segno che la fortuna sta dalla parte del nascituro. Il concetto di bellezza applicato al bambino compare molto più tardi, settimane o addirittura mesi dopo la nascita. È allora che può rivelarsi un naso un po’ lungo, labbra sottili o occhi dal colore anonimo. Trascorrono i mesi, gli anni, le prime candeline vengono spente e arrivano le aspettative portando un carico di guai. Nessun figlio, credo, corrisponde perfettamente al desiderio del genitore. Di chi è la colpa? Tante volte ho sentito parlare dei problemi infantili e della loro origine. Poche, rarissime volte ho sentito una riflessione seria sulla materia di cui sono fatti i desideri degli adulti verso i figli e sul loro prezzo.

Orlando è timido, con tutto quello che ne consegue. Ha amato Peter Parker, la sua fragilità e la forza mascherata.

Le Olimpiadi di Rio ci hanno lasciato in eredità la passione per la scherma. La scorsa settimana abbiamo fatto la prima lezione di prova (ne avevamo a disposizione due). L’ho portato e l’ho visto minuscolo tra gli altri. Ha fatto diligentemente tutti gli esercizi, poi il maestro ha tirato fuori spade e maschere. Ho sentito la sua emozione e l’ho guardato mentre si armava. Quando è arrivato il momento del duello, l’ho visto in difficoltà. Non riusciva a colpire l’avversario, come se la spada lo spaventasse. Dagli spalti pensavo: dài, fai questo affondo. Ma lui niente. Gli altri bambini erano tranquilli e io mi domandavo: perché lui no?

Quando è finta la lezione era stanco e un po’ provato. Ho ripensato alle parole di una pediatra consultata qualche anno fa: un bambino nato col cesareo non ha affrontato il passaggio fondamentale da cui ha origine la vita. Proprio nei passaggi dovrà aiutarlo lei. Così ho insistito perché facesse la seconda lezione. Siamo andati ma lui non ha voluto partecipare. È rimasto tutto il tempo a guardare, finché il maestro ha tirato fuori spade e maschere. A quel punto, spontaneamente, è andato tra gli altri. Ha duellato con il maestro e ha partecipato al saluto con cui si chiude la lezione. Un bel rituale cavalleresco.

Lo osservavo mentre cercava il suo spazio tra gli altri, prendeva coraggio e affrontava le vibrazioni della sua emotività per entrare nell’avventura di quel mondo.

A volte, di fronte a bambini disinvolti e immediatamente socievoli, penso che se anche lui fosse così sarebbe più facile per tutti. Ma Orlando è come è, disobbedisce alle aspettative e rivela le ombre.

Ringrazio mio figlio della sua imperfezione, perché è milioni di volte più bella di tutte le perfezioni che ho sognato.

sabato nel pleistocene

casal de' pazzi

Se è vero che la vita riserva sorprese, qualche volta può farlo anche Roma.

Sabato scorso a mezzogiorno ho pensato: facciamo qualcosa di nuovo. E mi è venuto in mente il museo di Casal de’ Pazzi. Ho cercato online e ho letto che sono previste entrate solo la mattina, fino all’una. Ho chiamato comunque il numero per le prenotazioni e mi è stato detto che quel giorno, in via eccezionale, c’ci sarebbero state delle visite anche nel pomeriggio.

È stato così che alle sei in punto eravamo nel giardino del Pleistocene, io, Orlando e due nostre amiche mamma e figlia. Un posto incredibile, un pezzo di terra dove nel 1981 gli scavi edilizi hanno fatto emergere i resti di una porzione del vecchio corso del fiume Aniene e dei suoi abitanti, animali e umani vissuti duecentomila anni fa.

Siamo arrivati, ci siamo guardati intorno, abbiamo guardato il giardino, ci siamo guardati intorno di nuovo e abbiamo pensato che non è possibile. Durante un viaggio in Inghilterra, quando con un’amica siamo andate a visitare Stonehenge, sottovoce ci si siamo dette: guarda questi per due sassi cosa si sono inventati. Navette, biglietti costosissimi, una promozione che convincerebbe un abitante dell’isola di Pasqua a intraprendere il viaggio per venire in visita qui. Da noi tutto questo non accade. Già raggiungere questo museo non è facile. Dentro un quartiere brutto. Non c’è altra parola per definirlo. Ci si arriva da uno stradone. Il navigatore dice: sei giunto a destinazione. Però intorno non c’è niente: né un’insegna, né un’indicazione. Allora bisogna chiedere e la risposta arriva subito, perché da queste parti tutti sanno dove sta il museo di Casal de’ Pazzi. È una sorpresa che la terra ha riservato a una delle aree del peggiore sfruttamento edilizio romano. È il segno di una forza che riemerge dagli strati sedimentari con cui il tempo l’aveva ricoperta.

La visita ha inizio. Qui tutto è affidato alla volontà e agli sforzi di chi ci lavora, che con pochi e inadeguati strumenti riesce a restituire la magia di questo luogo.

Dopo la visita, i bambini hanno partecipato a un laboratorio di scavo e dentro due vasconi di terra hanno cercato reperti con gli attrezzi degli archeologi. Orlando ha addirittura trovato un osso di animale o di dinosauro ed è nata subito la passione per la paleontologia.

Eccoci di fronte a un altro tassello del mio grande impossibile progetto di scuola nuova o non scuola. I bambini a scavare, muoversi, sporcarsi, cercare la conoscenza dentro le cose, si appassionano e non si annoiano. E allora basta lezioni frontali. Basta tenere seduti per ore esseri umani piccoli e giustamente carichi di energia. Basta pensare che sia giusto che i bambini ascoltino e capiscano e credano senza mai sapere perché e senza avere un’immagine di ciò che gli si sta raccontando.

Ma anche senza arrivare all’utopia della non scuola, di uno spazio libero pieno di cose da fare dove trascorrere del tempo per vivere e imparare; anche senza arrivare all’utopia di una scuola-mondo, per ora forse sarebbe bello vedere piccolissimi segnali come: invece di dare compiti a casa nel weekend (a proposito, il weekend non era sacro? Ma i bambini, si sa, sono sottoposti a una legislazione tutta speciale: se dai uno schiaffo a un adulto è perlopiù reato, se lo dai a un bambino lo stai educando; se non rispetti l’orario di lavoro di un operaio stai infrangendo un patto sindacale, se dai compiti nel weekend è giusto), insomma, senza arrivare a fare la rivoluzione, sarebbe già qualcosa se gli insegnanti si guardassero intorno – ché il mondo è grande e a volte addirittura bello – e invece di accanirsi a cercare piccoli e grandi fastidi con i quali disturbare il tempo libero dei bambini, ogni venerdì stilassero una piccola lista di consigli, cose da fare con la famiglia (se lo vuole e se ne ha il tempo), come andare a un laboratorio di scavo archeologico, a un cinema, un teatro, un museo, un parco, un sito archeologico, una chiesa. In una città come Roma, poi, che questo non avvenga è proprio un peccato. Quanti bambini costretti a studiare le guerre puniche non sono mai stati a teatro? Quanti non sono mai entrati in un museo di arte contemporanea?

non mi basta mai

juliet e l'abero dei pensieri

È settembre e piove. Abbiamo salutato l’estate e ce la siamo buttata alle spalle che già ne sentivamo la nostalgia. Ed è iniziata la scuola.

Ultimo anno di materna. Cambio rotta. Dalla scuola di quartiere frequentata l’anno scorso alla statale Montessori più vicina. Abbiamo scelto il metodo, a scapito dei tempi, della facilità di raggiungere l’edificio, del fatto che lui ora esca prima di pranzo con la conseguenza che il mio tempo si riduce drasticamente. Non è l’ora in meno che Orlando sta a scuola a fare la differenza, è che quando esce deve mangiare ed è affamato, quindi negli ultimi quindici minuti delle tre ore antimeridiane che io posso dedicare al lavoro, alle relazioni e al tempo libero, sono impegnata nell’organizzazione del pranzo. Tre ore si riducono così a due e mezza. Se piove e c’è traffico la situazione si fa ancora più compressa.

Abbiamo fatto una scelta e siamo contenti. In fondo quello degli orari e di come arrivare a scuola è solo un piccolo sacrificio che è valsa la pena affrontare. Prendiamo la macchina tutti i giorni, se piove ci incolonniamo nel traffico. E non perché ci piaccia fare così. Se ci fosse uno straccio di autobus da qui a lì, sarebbe tutto più semplice e allegro. Se ci fosse una pista ciclabile sarebbe addirittura perfetto. Ma Roma è una città in caduta libera dove l’unica via percorribile per sopravvivere, il più delle volte, è buttarsi nella mischia e incrociare le dita sperando di cavarsela.

Orlando è sereno. In classe regna la calma. La maestra è tranquilla, competente e impeccabile. I giochi a disposizione sono belli, chiamano alla sperimentazione, incuriosiscono anche me. I bambini scelgono con cosa giocare. Non ci sono giochi di gruppo, ammassi di alunni invitati a fare tutti la stessa cosa.

Qui non solo la maestra è competente. Lo sono anche i genitori, gente preparata, convinta, consapevole. Lo sono i bambini, che non alzano mai la voce e trovano ogni volta il gioco giusto col quale crescere e imparare.

C’è qualcosa che mi manca. Qualcosa che stava nella vecchia scuola e che qui non c’è. La bicicletta innanzitutto, per andare e tornare in pochi minuti. Il tempo per me. Il chiasso e i balletti collettivi per raggiungere il bagno che facevano tanto villaggio turistico ma che in fondo erano divertenti e facevano ridere. Quella mescolanza di mondi tipica di Testaccio. La multietnicità. L’approssimazione. L’improvvisazione. La sorpresa. Il bel gruppo di maschi nel quale Orlando si era inserito così bene, di cui proprio due giorni fa mi è arrivata un’ultima foto dal vecchio gruppo whatsapp, che ora ho abbandonato per iscrivermi al nuovo.

Orlando è sereno. A metà. È incuriosito. Dice che la nuova maestra è bella. Però ha iniziato un serio sciopero della fame: la mattina mi dichiara il suo intento di digiunare fino all’uscita di scuola. E puntualmente ritrovo il suo panino intatto nello zaino.

Venerdì a pranzo abbiamo bisticciato e lui finalmente l’ha detto: questa scuola mi fa schifo. Più tardi mi ha confessato: devo appendere un pensiero sul ramo del pavone, quello che si occupa delle cose perdute.

È un gioco che abbiamo ripreso da un libro, Juliet e l’albero dei pensieri. C’è un albero dipinto nella stanza della protagonista (il nostro è ancora immaginario ma presto lo dipingeremo davvero), sui rami di questo albero ci sono degli animali, ognuno dei quali si occupa di una specie di preoccupazioni, così, quando Juliet si sente giù, può appendere il pensiero sull’apposito ramo e se ne prenderà cura l’animale che lo governa.

– E tu, Orlando, quale pensiero vuoi affidare al pavone? Cosa hai perso?

– Io ho perso la Paola Biocca.

Paola Biocca è il nome della vecchia scuola.

Tra poco avrò una percezione diversa di tutto, lo so, non appena lui si sarà ambientato e si sentirà a casa con i nuovi amici. Allora forse potrò uscire dall’assedio dei dubbi di questi primi giorni di scuola.

domenica al macro

Orlando di fronte a  Gioacchino Pontrelli Ho ricostruito l'incanto

Orlando di fronte a
Gioacchino Pontrelli
Ho ricostruito l’incanto

mia madre#2

mia madre#2 matita su carta orlando giugno 2016

mia madre#2
matita su carta
orlando
giugno 2016

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