Aomame è viva

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Lunedì 9 gennaio 2017. Ore 13.00. Ozu muore. Ozu è la mia cana. È morta a 17 anni. O quasi. Sono uscita di casa alle 12.45 ed è morta dopo pochi minuti. Non era sola. Ma non stava con me. Non ce l’avremmo fatta a separarci.

Adesso la nostra è una piccola casa senza peli e senza ciotole d’acqua da rovesciare con una pallonata. Una casa senza senso.

Nei giorni in cui Ozu moriva, io finivo di leggere il primo volume di 1Q84 di Murakami. Me lo aveva regalato un’amica tanti anni fa ma non ero mai riuscita a leggerlo. Poi, alla fine del 2016, ho deciso di riprovarci e mi sono persa nelle sue pagine.

Il primo volume (libri 1 e 2) finisce in tragedia. La giusta conclusione in giorni come questi. E penso che sia andata così: si chiude il romanzo e si rimette tra gli scaffali della libreria. Finché un amico mi dice: ma non hai letto il libro 3? Non sapevo nemmeno che esistesse. In poche ore me lo procuro.

1Q84 è l’altro 1984, quello in cui finiscono i protagonisti del romanzo. Uno spazio temporale diverso, dove in cielo appaiono due lune e le cose non vanno come ci si aspetta. Un universo parallelo.

Pensare a Ozu per me è un automatismo. Darle da mangiare, aggirare al buio la sua cuccia, tornare a casa per farla uscire, accarezzarla quando rientro, aprire la finestra del terrazzo. Le mie giornate sono piene di momenti in cui penso a ciò che devo fare per lei, poi mi ricordo che non devo più fare niente. Ogni volta è come se il tempo inciampasse. Questa terra senza Ozu è il mio 1Q84, il mio pianeta, lo stesso di prima, ma pieno di errori.

Orlando per un giorno ha ignorato l’assenza di Ozu e non ha chiesto niente. Poi mi ha domandato quando saremmo andati a riprenderla sulla luna. È la luna dell’Orlando furioso quella di cui mio figlio parla, dove ritroveremo le cose perdute. Ma io non posso fare a meno di pensare alle due lune di 1Q84, la nostra, che vediamo nel solito cielo, e l’altra, che solo in pochi possono scorgere. Quando gli ho domandato perché non mi avesse chiesto niente quando non l’ha trovata in casa, mi ha risposto che lui Ozu l’aveva vista. Ogni tanto mi fa domande su di lei, sulla sua vita ora, lontana da noi.

Il libro 3 di 1Q84 inizia con una bella sorpresa. Aomame è viva. Per 400 pagine l’accompagneremo nel suo tentativo di sopravvivere per ritrovare l’amore.

Le cose accadono. Quelle di cui non ci stupiamo e quelle che non sappiamo spiegarci. Ed è sul terreno incomprensibile della vita che siamo chiamati a scegliere, cercare, lottare e prenderci carico di ciò che desideriamo, di cui abbiamo bisogno.

Ozu sta ancora qui con noi, nei nostri discorsi, nei pensieri, negli automatismi, nelle tracce di odore che sentiamo di lei. Orlando ha avuto un dono: il mio cane, la sua presenza, la sua presenza nell’assenza, le due lune, la nostra e la sua, dove si trova ora. Orlando ha avuto in dono lo strano anno 1Q84, dove accadono cose che la logica non può spiegare, e resta un senso, sottile ma percepibile, al di là dei peli e delle ciotole dell’acqua. Un luogo dal quale riportarci qui, sulla solita terra, il nucleo prezioso di un infinito amore.

l’albero di natale

buio

Lo so che non è poi così importante, che ci sono questioni più urgenti, che non è l’abito a fare il monaco, ma è vero, l’albero di Natale di Roma è proprio brutto.

L’altro giorno passeggiavamo e a piazza Venezia il nostro sguardo ci è cascato sopra. Ci è cascato per caso, perché non è un albero che si fa notare. Nessun entusiasmo mostrato nemmeno da Orlando, reduce dalla lettura del Pianeta degli alberi di Natale di Rodari.

La città è ridotta al lumicino, nel senso letterale della parola, ma davvero non si poteva fare altro? A Roma vivono centinaia di artisti che con un intervento economicamente inconsistente avrebbero potuto rendere l’albero più bello, che avrebbero potuto essere chiamati a realizzare un’opera senza sprechi, magari da riutilizzare in qualche forma dopo le festività. Roma pullula di scuole, accademie, laboratori, che avrebbero potuto essere coinvolti in un’operazione di allestimento, come una grande mostra temporanea di partecipazione. Si sarebbe potuto avviare un lavoro multiculturale. Si sarebbe potuto realizzare un albero della vita, all’aperto, nel cuore della città. O scegliere un luogo dal significato diverso, uno spazio di attraversamento o di sosta.

Si poteva anche decidere di non farlo. Certo. Non per evitare sprechi, che a voler fare un albero come si deve senza sprecare niente c’è solo da sbizzarrirsi. Gli si poteva sostituire un’opera fuori dalle aspettative natalizie, magari uno spazio intitolato Roma chiama Aleppo. Tutto si poteva fare. E invece c’è toccato l’albero più triste d’Europa.

calendario dell’avvento

calendario dell'avvento Monica e Orlando pannolenci, vinavil, cucitara con filo di scozia novembre 2016

calendario dell’avvento
Monica e Orlando
pannolenci, vinavil, cucitura con filo di scozia
novembre 2016

non una di meno

non una di meno

Van Gogh alive. Esperienze a metà

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Giocare con l’opera di un grande, intoccabile artista si può. Certo! Peccato che questa mostra non riesca a osare. Van Gogh alive non gioca abbastanza e l’interattività annunciata si ferma al livello audiovisivo, invece di sfruttare tutti i sensi e le dimensioni per entrare nel respiro e nelle mani dell’artista.

Il risultato è che la mostra si presenta un po’ vecchia, troppo scenografica e giocata su effetti scontati, e che del cuore di Van Gogh resti poco. Insomma non al passo con la tecnologia e troppo lontana dal senso dell’arte.

Un’occasione mancata. Ma nonostante i limiti, i bambini quando entrano si divertono. Non mi sono pentita di esserci andata con Orlando. Certo, sarei stata più contenta se lui avesse potuto portare via con sé un pezzetto di Van Gogh.

La tempesta a Valle Martella. Un’esperienza di museo relazionale

la tempesta

Da un’idea di Aldo Innocenzi, protagonista del collettivo d’arte Stalker, il laboratorio City walk city talk investe uno dei quartieri nati negli ultimi cinquanta anni alle porte di Roma.

Il Museo Relazionale è approdato a Valle Martella, una frazione di Zagarolo spuntata negli anni Sessanta come un campo di funghi e nel tempo cresciuta in barba a progetti, vincoli, concessioni e regole. Un luogo talmente spontaneo da rendere inapplicabile il condono edilizio del 2003, quando centinaia di abitazioni che potevano finalmente essere investite di legittimità urbanistica sono rimaste nel limbo di ciò che esiste senza averne la concessione. Valle Martella è un quartiere alle porte di Roma dove vivono quattromilaquattrocentodieci anime perfettamente divise tra maschi e femmine. Dove ognuno ha costruito come poteva e come voleva. Ciascuno a suo modo. Una superficie vuota sulla quale emergono oggetti abitativi incoerenti. Valle Martella è un’anticamera al paradiso della capitale. Un posto come tanti, mai chiamato a lasciare traccia di sé.

 

Il laboratorio City walk city talk, ideato dal Museo Relazionale in collaborazione con l’Associazione Culturale U.R.A.Z. (unione dei rappresentanti e delle associazioni di Zagarolo, Colli, Valle Martella) ha rotto il silenzio su questa area anarchicamente urbana che si estende per oltre 7 chilometri: la mattina del 6 novembre un corteo ha attraversato le vie del quartiere, trascinandosi dietro un divano-vascello ispirato al naufragio del Sea Venture e alla Tempesta di Shakespeare. D’altronde a Valle Martella si arriva per naufragio. Non ci si viene perché la si è scelta. Il corteo ha navigato negli anfratti, nelle storture, in ciò che non ci piace, che poteva essere diverso, perché un posto così è pieno di trappole in cui il bello e il buono inciampano. Ha coinvolto ed entusiasmato i cittadini, le istituzioni, le associazioni, tutti coloro che qui vivono, e ha posto una domanda niente affatto retorica: che fare?

City walk city talk. Attraversare e raccontare la città. Conoscerla, entrare nelle sue maglie, ascoltarne la voce e portarvi la magia di Prospero. Camminando e parlando, il laboratorio ha disegnato un orizzonte, una prospettiva idealmente capace di ribaltare il presente e cambiare i connotati di Valle Martella trasformandola in museo relazionale, cioè in uno spazio da condividere, in un punto di osservazione capace di resuscitare la comunicazione attiva e avviare degli esperimenti alchemici attraverso i quali generare la bellezza di un quartiere nato per non essere bello. Portare un sogno a Valle Martella. Questo ha fatto City walk city talk. L’ha occupata, attraversata, è andato a tirare la giacca ai suoi abitanti e ha lasciato loro un questionario dalle domande semplici, da rispedire all’indirizzo del Museo Relazionale. Qual è il buono e quale il brutto di Valle Martella? Cosa le manca per farne un luogo in cui è bello vivere?

A unirsi a questa lunga camminata sono state alcune pagine de La tempesta, la commedia con cui Shakespeare ha chiuso la propria carriera di autore teatrale e ha rivelato a chiare lettere la propria visione del mondo e dell’umanità. Attori e artisti hanno intrecciato le parole del grande drammaturgo inglese a quelle dei cittadini in cammino, il senso della vita dell’uno al senso delle cose degli altri. Valle Martella è stata la grande scena di un naufragio che l’ha riportata al grado zero della sua stessa storia. Un punto dal quale non tornare indietro, dove rintracciare il residuo di bellezza di cui il mondo forse è ancora capace, addirittura qui. Un grado zero da cui partire per disegnare un futuro sottratto ai vecchi destini.

City walk city talk ha fatto irruzione con un’idea sovversiva di museo in una realtà che le risposte nemmeno se le aspettava più. Con un’idea di museo che museo non è. Ha portato la stanza dell’alchimista e il potere del mago nelle vie del quartiere, e ha invitato tutti a entrare, a sperimentare una nuova forma di reale, quello delle relazioni e dei futuri possibili.

Valle Martella è il vostro teatro. Entrate, signore e signori, e mettete in scena la vostra città, la vostra Utopia.

Gli ideatori promettono che la messincena presto si rifarà.

Il progetto del Museo Relazionale, nato qualche anni fa da un’idea di Aldo Innocenzi al CIAC – Centro Internazionale per l’Arte Contemporanea, Castello Colonna di Genazzano – restituisce all’arte contemporanea una funzione essenziale: il tentativo di fondare un’estetica. Un’estetica volta a vivere fuori dalle tele, dalle sculture, dalle realizzazioni multimediali, dai progetti audiovisivi. Negli anni il CIAC ha accolto le esperienze di cittadinanza attiva che hanno preso il nome dai prodotti lavorati nelle stanze dell’arte: il Pummidoro, il Cacchione, Le live, la marmettalta di Prungangini.

Il museo relazionale si manifesta nei paesaggi umani, si interroga sul mondo in cui viviamo, trasforma le strutture museali in luoghi atti a creare nuove integrazioni, porta l’arte nel nulla delle periferie, costruisce strategie di sopravvivenza e di fuga dai labirinti dei nostri luoghi. Ricontatta una domanda che il mondo contemporaneo non voleva più porre a nessuno: dove sta la felicità?

Extraterrestre alla pari – leggere con i figli

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L’ora è cambiata. Le giornate finiscono presto e la notte sembra infinita. Il parco è mezzo vuoto e noi ammazziamo il tempo. Andiamo in biblioteca.

Enzo Tortora a Testaccio. Ha una sala dedicata ai bambini. Noi a volte ci infiliamo lì, leggiamo e scegliamo i libri da prendere in prestito. C’è lo scaffale delle scienze, quello dei più piccoli, delle riduzioni dei classici, dei romanzi e dei racconti.

L’altro giorno eravamo in biblioteca. Alla lettera P. Pitzorno. L’incredibile storia di Lavinia non ci era piaciuto e io guardavo un po’ scettica in cerca di un titolo accattivante, quando ho letto Extraterrestre alla pari. Una pausa nel mio cuore. Ero bambina e lo leggevo. L’ho amato tanto e ora eccolo qui.

Se avessi una figlia, come mi divertirei a rileggerlo con lei. Ho pensato. E con Orlando? Lui sarebbe contento di ascoltare questa storia?

Un figlio maschio fa saltare tutte le possibilità di identificazione, sballa le probabilità e rimescola i destini. Lui nasce e tu non puoi che metterti nei suoi panni. Panni maschili. La persona più cara al mondo è l’Altro e vive nella differenza.

Stare nei suoi panni è divertente. Si scoprono cose nuove, giochi in cui non ci si era imbattute. Inutile negarlo però, se ne perdono altre importanti. Per esempio costruire la complicità intorno a letture come Extraterrestre alla pari, che potrebbe non essere riletto mai.

Quando è nato Orlando, io ho ricevuto in regalo la mia seconda infanzia, sono tornata piccola e mi sono rimessa a giocare, ho riportato alle origini la mia esistenza. È stato come venire catapultata in un sistema di universi paralleli: la storia si ripete con piccole deviazioni su mondi che moltiplicano la nostra Terra.

Ogni genitore, forse, si scervella per costruire quella deviazione e offrire al figlio la felicità che a lui era stata negata. E sarà così all’infinito. Una madre dopo l’altra un padre dopo l’altro.

Orlando è l’universo parallelo che mi costringe ogni giorno a cercare una terra che sia di tutti. Mia e dell’Altro. E questa per me è la prima volta.

l’albero dei pensieri

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l’albero dei pensieri, Monica e Orlando, tempera su parete, novembre 2016

da un’idea di Marianne Musgrove in Juliet e l’albero dei pensieri, il nostro albero realizzato nella stanza di Orlando

 

 

Ho conosciuto Ulisse, ovvero come liberarsi delle idiosincrasie

© Makoto

© Makoto

Non sopporto il punto sulla I maiuscola. Un segno piccolissimo attraverso il quale potrei iniziare a dividere l’umanità in due categorie. Questione di idiosincrasie.

L’altro giorno ero alla Penny Wirton, la scuola di Italiano per migranti che da un mese frequento come volontaria. Qui le lezioni sono idealmente organizzate uno a uno, cioè un insegnante per un allievo, se il numero di volontari lo consente. Ero seduta al banco col mio studente, un ragazzo di sedici anni arrivato in Italia da poco che quasi non parla la nostra lingua. Ma ha intenzione di impararla perché vuole vivere qui, trovare un lavoro, una casa e tra qualche anno portarsi la sua I love you, la fidanzata che lo aspetta in Egitto. Lei arriverà in aereo e non a bordo di un barcone come ha fatto lui. Questo è il suo sogno.

Il mio studente ha un vantaggio non indifferente rispetto a molti migranti suoi coetanei: non è analfabeta. Legge e ripete di continuo alcune parole italiane per memorizzarle. Occhio. Naso. Bocca. Scarpa. Orecchio. Macchina. Occhio. Naso. Bocca. Scarpa. Orecchio. Macchina. Scrive una parola e disegna il punto sulla I maiuscola. Lo noto e sto per dirgli: non metterlo, non ci va. Poi mi fermo e penso chissenefrega del punto. Lo ascolto mentre mi parla del suo viaggio. Ha voglia di raccontarmelo e riusciamo a capirci nonostante l’Italiano. D’altronde la sua è una storia che ho già sentito: una piccola barca piena di gente. Si ribalta. Arriva una grande nave e ripesca i sopravvissuti. Molti non ce la fanno.

È una storia che si ripete sempre uguale e con qualche variante. È l’Odissea. Raccontata attraverso i gesti, i disegni e le parole inventate di un ragazzo di sedici anni che sta qui da solo. È il suo sogno di tornare a casa, in una terra qualsiasi, non importa più che sia Itaca. Ulisse vuole solo stare in pace con la sua I love you.

le dodici risposte di thomas gordon

I quattrocento colpi di François Truffaut

– Vuoi il parmigiano sulla pasta?

Silenzio.

– Vuoi il parmigiano sulla pasta?

Silenzio.

– Orlando?

Silenzio.

– Vuoi il parmigiano sulla pasta?

Silenzio.

Perché i bambini non rispondono?

Sono andata in rete a cercare informazioni. Migliaia di siti, forum, blog, luoghi in cui viene affrontata la questione, evidentemente cara ai genitori. Vengono offerti consigli per tutti i gusti. Per chi la vuole cotta e per chi la vuole cruda. Si può scegliere tra un esperto che invita all’ascolto; uno che offre tecniche di manipolazione per intortare il bambino, cioè convincerlo a fare qualcosa senza che si accorga della pressione che sta subendo; o semplici suggerimenti di chi ha voglia di dire la sua, per lo più persone smaniose di dimostrare che due ceffoni non hanno mai fatto male a nessuno: di questo loro sono uno splendido esempio.

Tra le cose di buon senso che ho letto, registro tre indicazioni che per la loro praticità mi sembrano più utili di altre:

  1. non ripetere la domanda, comunque mai più di due volte.
  2. lasciare che il bambino si prenda il suo tempo. Può capitare che risponda dopo pochi minuti, magari dopo aver concluso un gioco o elaborato un pensiero.
  3. non alzare la voce.

Insomma, armiamoci di santa pazienza ed evitiamo di perdere le staffe, poi facciamo la cosa più preziosa per noi stessi e per i nostri figli: mettiamoci nei loro panni. Per poter cambiare il mondo, credo, bisogna prima vederlo diversamente. Un bambino mi sembra una grande occasione.

Mentre girovagavo in cerca di risposte, sono incappata in Thomas Gordon, cui appartiene questa piccola lista di comportamenti da evitare.

Effetti delle dodici risposte tipiche genitoriali

1) Dare ordini, dirigere, comandare (smettila di…)

Questi messaggi comunicano al figlio che i suoi sentimenti o bisogni non sono importanti; egli deve conformarsi ai sentimenti e bisogni dei genitori. Lo inducono a non sentirsi accettato, a temere il potere del genitore; possono provocare sentimenti di risentimento o rabbia che spesso lo spingono a reagire ostilmente, a incollerirsi, a ritorcersi, a resistere e a mettere alla prova la reale volontà del genitore.

2) Avvertire, ammonire, minacciare (se lo fai te ne pentirai)

Questi messaggi possono rendere un figlio timoroso e remissivo. Possono suscitare risentimento e ostilità come quando si danno ordini, si dirige, si comanda. Possono indurlo a credere che il genitore non abbia rispetto dei suoi bisogni e desideri. Inoltre a volte i figli sono tentati di verificare per vedere se la minaccia verrà eseguita e quindi di fare la tal cosa solo per vedere se le conseguenze si verificano.

3) Esortare, moraleggiare, fare la predica (dovresti… è bene che tu…)

Questi messaggi fanno pesare sul figlio il potere esterno dell’autorità, del dovere, degli obblighi; possono indurlo a credere che il genitore non si fida del suo giudizio, che sarebbe meglio se accettasse ciò che gli altri considerano giusto; possono fargli nascere sensi di colpa o la sensazione di essere cattivo; possono indurlo a credere che il genitore non si fidi della sua abilità di giudicare i valori e i progetti altrui.

4) Consigliare, offrire suggerimenti e soluzioni

Questi messaggi sono spesso interpretati dal figlio come prova del fatto che non ci si fida della sua capacità di giudizio o di trovare soluzioni proprie; possono indurlo a diventare dipendente dal genitore e a smettere di pensare da sé. I consigli a volte comunicano un atteggiamento di superiorità dei genitori nei confronti dei figli, che di conseguenza possono anche maturare un senso di inferiorità. (perché non ci ho pensato io? voi sapete sempre tutto!) Inoltre i consigli possono indurlo a pensare che i genitori non lo capiscano affatto, e a contrastare continuamente le loro idee e per non sviluppare proprie.

5) Insegnare, argomentare, persuadere

Quando si cerca di insegnare qualcosa, i figli avvertono spesso la sensazione che lo si faccia apparire inferiore, subordinato, inadeguato; l’argomentare e l’informare inducono spesso i figli a mettersi sulla difensiva e a risentirsi (credi che non lo sappia?). E raro che i ragazzi, come gli adulti, amino sentirsi dimostrare di aver sbagliato, di conseguenza difendono accanitamente le proprie posizioni.

6) Giudicare, criticare, opporsi, biasimare

Questi messaggi, forse più di tutti gli altri, fanno sentire i figli inadeguati, inferiori, stupidi, indegni, cattivi. L’idea che il figlio si fa di sé si forma attraverso i giudizi e le valutazioni genitoriali. Il figlio giudicherà se stesso nello stesso modo in cui lo giudica il genitore (mi ero sentito dire così spesso che ero cattivo, che cominciai a pensare di esserlo davvero!). Inoltre i giudizi inducono i figli a tenere per sé i propri sentimenti o a nasconderli ai genitori.

7) Elogiare, assecondare

Contrariamente all’opinione diffusa che l’elogio sia sempre benefico per i figli, spesso invece ha effetti assai negativi. Se il figlio riceve una valutazione positiva che non coincide con l’idea che ha di sé, può diventare ostile (non ho giocato affatto bene, ho fatto schifo!). I figli deducono che se un genitore li giudica positivamente, in altri momenti può giudicarli negativamente. Inoltre l’assenza di elogi in una famiglia che li adopera spesso, può essere considerata una critica. L’elogio è anche considerato un tentativo di manipolazione, un modo sottile per influenzarli. I figli pensano che un genitore che li elogia non li capisce (non lo diresti, se sapessi come mi sento). Si sentono spesso in imbarazzo quando vengono elogiati, specie se in presenza di amici; infine, potrebbero finire col diventare dipendenti dall’elogio.

8) Etichettare, ridicolizzare, umiliare

Questi messaggi possono avere effetti devastanti sull’immagine di sé del figlio. Possono far sentire il figlio indegno, cattivo, non amato. La risposta più frequente dei figli è di restituire ai genitori gli stessi messaggi.

9) Interpretare, analizzare, diagnosticare (so io perché…)

Questi messaggi comunicano al figlio che il genitore lo ha capito, conosce le sue motivazioni o le ragioni del suo modo di essere. Questo modo di psicoanalizzare è per i figli frustrante e intimidatorio. Se l’analisi del genitore è accurata, il figlio si sente in imbarazzo perché smascherato e se è errata il figlio si arrabbia per essere stato ingiustamente accusato. I figli avvertono sempre un atteggiamento di superiorità dei genitori (tu credi di sapere tutto), e a maggior ragione i genitori che analizzano spesso i figli comunicano loro di sentirsi superiori, più saggi, più intelligenti. Messaggi come So io perché interrompono bruscamente il desiderio di comunicare del figlio e gli insegnano che è meglio astenersi dal condividere i problemi con i propri genitori.

10) Rassicurare, simpatizzare, consolare, sostenere (non arrabbiarti, tutto si risolverà…)

Anche questi messaggi non sono utili. Rassicurare un figlio quando si sente disturbato da qualcosa, può semplicemente convincerlo che i genitori non lo capiscano. I genitori rassicurano e consolano perché si sentono a disagio quando il figlio è ferito, arrabbiato, scoraggiato e via dicendo. Questi messaggi comunicano al figlio che il genitore desidera che egli smetta di sentirsi in un determinato modo, inoltre essi vivono le rassicurazioni come tentativi per cambiarli e finiscono col perdere fiducia nei genitori. Quindi, minimizzando o compatendo si arresta la comunicazione perché il figlio sente che i genitori vogliono che egli smetta di provare ciò che prova.

11) Inquisire, fare domande, interrogare

Facendo domande si può indurre i figli a credere che non si abbia fiducia in loro, o che si nutrano sospetti o dubbi. I figli si accorgono anche che le domande sono tentativi di farli uscire allo scoperto per poi aggredirli. Spesso si sentono minacciati dalle domande se non ne capiscono la ragione. Se vengono interrogati nel momento in cui stanno comunicando un problema, possono sospettare che si vogliano raccogliere informazioni per risolvere il problema al posto loro, invece di lasciarli liberi di trovare la loro soluzione. Interrogare non è affatto un buon metodo per facilitare la comunicazione di un’altra persona, anzi se ne limita duramente la libertà.

12) Sottrarsi, cambiare argomento, scherzare, distrarre

Questi messaggi comunicano al figlio che non si è interessati a lui, che non si rispettano i suoi sentimenti o addirittura che lo si rifiuta. I figli in genere sono molto seri e decisi quando hanno bisogno di parlare di qualcosa, e quando si risponde loro scherzando, possono sentirsi feriti o respinti. I figli, come gli adulti, vogliono essere ascoltati e capiti con rispetto. Se i genitori li ignorano, essi imparano a esprimere altrove i propri sentimenti e problemi.

Una lista che fa quasi paura per quante poche cose ci permette di fare con i figli. Ma nonostante sembri estrema, riesce a smascherare il significato profondo di molti comportamenti genitoriali. Da leggere, rileggere e rileggere ancora.

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