Il cosmo al Maxxi

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Domenica 25 marzo siamo andati al Maxxi e abbiamo visitato la mostra Gravity. Immaginare l’universo dopo Einstein. Abbiamo scelto questa data perché al termine della mostra era disponibile un laboratorio dove bambini da 6 a 10 anni potevano creare un reticolo spaziotempo con delle costruzioni a incastro. Il 29 aprile il laboratorio sarà riproposto . Uno spazio semplice, fatto quasi di giochi quotidiani, un’occasione per visitare la mostra e tenere in mano un concetto che in astratto sembra inafferrabile.

The Way Things Go è la prima opera che incontriamo sul percorso della mostra. Un video del duo artistico svizzero Peter Fischli e David Weissè datato 1987, dove la concatenazione di eventi si trasforma in un mantra capace di animare il mondo delle cose, di muoverlo e trasformarlo, di incollare i bambini allo schermo. La realtà appare come una filastrocca di eventi che all’infinito rotolano uno sull’altro.

La visita ovunque è segnata dal Cosmic Concert di Tomas Saraceno e il nostro passaggio non è neutro. Attraversando le stanze della mostra, ne modifichiamo i suoni e la percezione che ne abbiamo.

Ci fermiamo davanti a The Horn Perspective di Laurent Grasso. Siamo di fronte a un video che ci porta nel cuore di un bosco, lasciando alle nostre spalle la ricostruzione del radiotelescopio che nel 1964 catturò uno strano suono, scambiato all’inizio per cinguettio di uccelli, poi riconosciuto come reliquia fossile del Big Bang. Un mormorio che da allora non si è mai spento e che costituisce il sottofondo musicale della vita dell’universo.

Il reticolo spaziotempo si trasforma al nostro passaggio e attraverso i nostri movimenti. Curvare lo spaziotempo, installazione interattiva di INFN. Qui ci si può fermare per ore. A tutte le età.

Infine la Nephila Senegalensis di Echoes of the arachnid orchestra di Tomas Saraceno, che costruisce la sua tela. I suoi movimenti sono amplificati da microfoni potentissimi che ce ne restituiscono il suono, mentre le luci catturano l’immagine della polvere cosmica nella quale viviamo.

Non abbiamo capito tutto di onde gravitazionali, buchi neri e suoni fossili, ma ci siamo immersi in un cosmo illuminato diversamente, con pochissima luce (la mostra è in penombra e bisogna abituare gli occhi per scovare le cose e non perdersi). Abbiamo trasformato il reticolo spaziotempo. Abbiamo ascoltato il suono del Big Bang. Abbiamo attraversato una foresta. Abbiamo respirato polvere cosmica accanto a un ragno.

Abbiamo toccato le cose. Ne abbiamo sentito la consistenza. La conoscenza passa anche per la strada dell’esperienza. E l’arte ha il potere di uscire dalla maglie impossibili dell’astrazione per riportare le idee al nucleo vivo e pulsante da cui nascono: la materia e la sua forma. Ha il potere di spegnere le luci abbaglianti e un po’ fredde della scienza e nella penombra dell’universo rintracciare l’immagine di ciò che forse abbiamo visto.

 

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due parole su coco

L’essere umano è uno spazio saturo di contraddizioni.

Ieri è stato il compleanno di Orlando. Il suo settimo compleanno. Sono andata a prenderlo a scuola prima dell’uscita e insieme siamo andati al cinema a vedere Coco.

Tralascio l’importanza del film sul tema del rapporto con la morte di cui tutti parlano. Mi permetto solo di fare un appunto dissonante rispetto al coro: l’avventura vissuta dal protagonista, Miguel, ci dimostra che se nel mondo dei vivi non saremo ricordati, nell’aldilà scompariremo. Questo ciò che accade nel film. La vita eterna è legata alla memoria di chi resta. Insomma non riusciamo a liberarci di noi stessi, a liberare gli altri da noi stessi, nemmeno morendo. Non siamo disposti a tagliare il laccio e a metterci da parte. Mai.

Ma la cosa che più mi preme è il Leitmotiv di Coco: niente è più importante della famiglia. Una frase che segna la storia al punto da offuscare il resto. Evidentemente il senso profondo del film. Una vera e propria legge alla quale il protagonista all’inizio disobbedisce per seguire la propria passione, avversata in modo indiscriminato da tutti i parenti. Nel corso dell’avventura però Miguel scopre che proprio nelle sue origini risiede la ragione di quella passione. E alla fine i conti tornano: nessuno se ne ricordava, ma la musica amata dal protagonista stava già nel sangue dei suoi antenati. Per carità. Va bene così. Non trascurerei però con tanta leggerezza il dettaglio che è stata proprio lei, la famiglia, col suo carico di genitori nonni e zii, a spedire il protagonista all’inferno nel momento in cui ha dichiarato la propria passione.

Spostando un po’ il punto di vista, potrebbe rivelarsi interessante la matrilinearità della discendenza di Miguel, se non fosse che il trisavolo maschio non è un semplice assente, ma uno che col proprio abbandono ha determinato un destino che è una vera e propria tagliola per tutti. Se non fosse che la donna da cui tutto discende ha costruito l’esistenza propria, dei propri figli e dei propri nipoti sulla rabbia verso l’uomo che l’ha lasciata sola. Una donna che si porta la stizza pure nell’aldilà e che solo di fronte all’evidente innocenza si decide a perdonare l’amore della sua vita.

Personalmente ho dovuto azzerare i rapporti con i miei familiari, ho dovuto farli uscire dalle maglie strette del sistema famiglia, per poterli conoscere e da quel momento amare come persone. Ho perdonato anche, soprattutto, dove non c’era innocenza. Se no che perdono è?

A proposito di quello strano fenomeno raccontato nel film che è la morte nell’aldilà. Orlando, un bambino che non frequenta alcuna religione, l’altro giorno mi ha detto: il paradiso è il posto dove vengono esauditi tutti i nostri desideri. Perché mica si può morire due volte.

L’universo a Roma. Il planetario dell’ex dogana

Qualche giorno fa. Io, Orlando, un’amica e la figlia dell’amica ci siamo imbarcati in macchina per Roma. Destinazione Planetario. Momentaneamente ospitato all’Ex Dogana di San Lorenzo, dopo essere stato momentaneamente ospitato a Villa Torlonia, in attesa di una ristrutturazione che dovrà rendercelo meraviglioso, visto che è iniziata nella notte dei tempi. Un lavoro lunghissimo di cui speriamo prima o poi di vedere i risultati.

Il bello del planetario dell’Eur (all’interno del Museo della Civiltà Romana) sarà il contesto: il museo astronomico, che forse amplierà l’offerta rendendola adeguata al costo del biglietto. Ma chi non è disposto a spendere 12 euro per andare sulla Luna? E allora tiriamo fuori questi due soldi, parcheggiamo la macchina e andiamo al nuovo planetario temporaneo di Roma.

San Lorenzo è stata la mia casa durante gli anni dell’università. E da allora non è cambiata poi molto, a parte qualche dettaglio politico che non ritrovo. Per il resto le persone sembrano le stesse, gli abiti, i ritmi, gli angoli, gli incontri, i sorrisi che si rivelano in occasione di quegli incontri. Entrare all’ex dogana è come mangiare una madeleine. Stessa fauna del millennio scorso. Stesso clima. Stesse impressioni. Anche io mi sento molto più giovane di quanto sia in realtà.

Paghiamo i nostri biglietti e aspettiamo. Nessuno sembra gentile, ma non importa. Perdoniamo tutto pur di andare sulla Luna. Entriamo nel planetario, ci sediamo, le luci si spengono, si accende la volta. Si parte. Siamo circondati dalla scena di Roma. In alto nel cielo le stelle sono pochissime. La volta celeste è quasi sparita dalle grandi città a causa dell’inquinamento luminoso. E la scomparsa delle stelle non ne è l’unica conseguenza.

Piano ci allontaniamo dal pianeta Terra e iniziamo a navigare per il sistema solare. Visitiamo il lato oscuro della Luna, la crosta di Marte, gli anelli di Saturno, poi ce ne andiamo sempre più lontano, oltre la galassia e ancora oltre e oltre. Finché Orlando e la sua amica un po’ si inquietano. E sinceramente pure io. Anche perché il 3D è ottenuto solo dalla sfera di proiezione e questo ogni tanto dà un po’ di voltastomaco.

“Ma quando finisce?” domandano i bambini, destinatari principali dello spettacolo. Si poteva forse renderlo più accogliente e adatto a loro.

E finalmente il viaggio finisce, impattando sulla radiazione cosmica di fondo che conserva la memoria del big bang. Poi si torna indietro fino a riplanare su Roma, in un volo intergalattico attraverso immagini non sempre messe a fuoco. Letteralmente sfocate. Come in un film di fantascienza fatto in casa.

Usciamo dal planetario, attraversiamo la folla incoerente del vicino mercatino dell’usato, in una scena postmoderna, dove stili e epoche si affollano l’uno sull’altro in modo incontenibile.

Torniamo a casa. Senza stelle.

 

Marnie

Lo so, non è il suo più bello, ma il film che ho amato di più di Hitchcock è Marnie.

Un rapporto stretto quello del maestro del brivido con la psicanalisi, eppure, a guardarlo oggi, estremamente ingenuo. Ma non importa, perché i suoi film sono capolavori.

Prendiamo Marnie e prendiamo Io ti salverò. Racconti in cui emergono personalità sofferenti, indagate in modo semplice e un po’ meccanico attraverso le teorie psicanalitiche. Eppure la cosa non mi disturba e Marnie mi emoziona ogni volta.

Chissene importa della psicanalisi. Io nei film di Hitchcock voglio vederci qualcos’altro. Per esempio l’amore.

Marnie incontra Mark, che si innamora di lei e si accanisce fino a tirarla fuori dal delirio di cleptomania e fobie nel quale vive. In Io ti salverò non è la cleptomania a disturbare il protagonista ma l’amnesia e il senso di colpa, e anche qui l’amore di Costanza Petersen arriva a salvare John Ballantyne da un brutto destino di sofferenza psichica e sociale.

In Marnie e Io ti salverò l’amore diventa un ingrediente necessario dei percorsi analitici e terapeutici, in barba alla pratica freudiana che vuole lo psicanalista seduto alle spalle del paziente in un rapporto che dire privo di sentimenti è poco. Poi nella realtà ci si innamora pure dell’analista seduto alle spalle, ma questa è un’altra storia.

L’amore di Mark e Costanza difende i due protagonisti dalle gabbie sociali nelle quali cadrebbero se non ci fosse nessuno ad accogliere la loro sofferenza, a prendersene cura. Senza quell’amore il destino di Marnie e John percorrerebbe la strada che partendo dall’accusa passa per il giudizio e la reclusione, fino a spingere i protagonisti dritti dritti al punto di non ritorno, dove non c’è più niente da fare.

Se non fosse stato un piccolo caso di cleptomania, forse non ne sarei rimasta turbata. Ma io Marnie ce l’ho nel cuore e chiunque me la ricordi mi intenerisce e mi mette all’erta.

Non faccio nomi. Non importa. È tizio ma potrebbe essere caio. Non è mio figlio. Ma l’esperienza è diretta. C’è un bambino di sei anni che ruba. Ruba in classe. Di tutto. Anche, soprattutto, cose inutili, futili, brutte. I bambini cleptomani si lasciano smascherare facilmente e le maestre se ne accorgono. Ed è così che arriva la punizione. Bisogna rimettere in riga il bambino e trasmettergli il disvalore del furto, come se lui non lo conoscesse già. Durante l’ora di ricreazione, o tempo libero che dir si voglia, il piccolo cleptomane scenderà in cortile con i compagni di classe ma gli sarà negato il gioco. Dovrà stare seduto in un angolo. Se proprio vorrà, potrà rendersi utile in qualche modo. Per riparare al danno fatto, evidentemente. Il bambino accetta e spontaneamente, dicono, si propone di spazzare per terra perché il cortile è sporco. Nessun problema. La madre ne è al corrente ed è d’accordo con le scelte delle insegnanti.

L’unica cosa sensata di tutta questa faccenda l’ha detta il bambino: il cortile è sporco.

La bambina vuole sentirsi amata, ma non ha alcuna speranza di riuscirci […] per essere degna di amore, deve prendere qualcosa da qualche parte al di fuori di sé.

Winnicott, Il bambino deprivato

Perché i bambini rubano?

La tendenza antisociale implica la speranza. La mancanza di speranza è il tratto fondamentale del bambino deprivato che, ovviamente, non è costantemente antisociale. È nel periodo della speranza che il bambino manifesta la tendenza antisociale. Ciò può rappresentare un disturbo per la società e per chi viene derubato della bicicletta, ma chi non è personalmente coinvolto può scorgere la speranza che sottende la coazione al furto […] è di vitale importanza comprendere che l’atto antisociale è una manifestazione di speranza. Troppe volte si vede questo momento di speranza andare perso o sciupato per un’errata conduzione del caso o per intolleranza. Questo è un altro modo per dire che la terapia adatta alla tendenza antisociale non è la psicoanalisi, ma un trattamento che va incontro a questo momento di speranza e lo accompagna.

Winnicott, Il bambino deprivato

Un bambino che ruba sta gridando aiuto. Sta chiedendo amore.

Un bambino che ruba è stato messo seduto in cortile, separato dagli altri, esposto agli altri. Amen

le correzioni

Mentre il padre di mio figlio mi consigliava di aggiungere un po’ di carne ai cannelloni di ricotta e spinaci per renderli più appetibili a Orlando, dimenticando non solo le regole del gusto, ma pure che la carne non la mangio quindi non la compro né la cucino da quando Ozu non c’è più, io intanto me ne andavo in cerca di risposte.

Pizza margherita. Una passione. Orlando me la chiede e io gliela faccio trovare per cena, convinta che così mi eviterò i soliti complimenti su quanto faccia schifo ciò che ho cucinato. Sono sicura di me. Lo aspetto al varco con un sorriso non svelato ma pronto a rivelarsi al primo morso. Lui si siede e fa: no, la pizza non la voglio.

Sono attonita, spiazzata, non ho parole. Aspetto solo che la pizza smetta di fumare e che Orlando se la mangi nonostante il disappunto. Succede e io incasso il risultato. Va bene così. In fondo non ho bisogno di smancerie e gratificazioni. Me la cavo anche sui carboni ardenti.

Cerco disperatamente testimoni di questa prima età ingrata, di questa precoce prepreadolescenza. Ma mentre sui terrible twos c’è una letteratura sterminata, sulle opposizioni dei sei settenni non c’è niente di scientifico, chiamiamolo pure così. Ci sono solo psichiatri che nei casi estremi rimandano al disturbo oppositivo provocatorio. E poi ci sono i genitori disperati.

Insomma, che mio figlio mi lasci ogni giorno interdetta per la novità che mi sbatte in faccia è del tutto normale. Io posso solo respirare, mantenere la calma ed evitare di urlare.

Siamo tutti d’accordo: il motivo principale della fase di crisi dei seienni è l’inizio della scuola dell’obbligo, il sistema di regole e responsabilità, la competizione, il giudizio, la stanchezza. Inoltre c’è la questione non da poco che il bambino, entrato ufficialmente in società attraverso il portone della scuola primaria, tenti ora la costruzione di un proprio codice etico e morale differente da quello dei genitori. Almeno così leggo.

La morale per noi genitori è sempre quella: non ti arrabbiare. Ti spappoli il fegato e non ottieni risultati.

Ma non mi basta. Io sono ostinata e continuo a navigare nella rete in cerca di testimonianze.

I primi ad affacciarsi nel mio piccolo viaggio virtuale sono coloro che identificano i giorni moderni con l’età della perdizione e affermano che ai loro tempi i ragazzini non erano così. Poi per fortuna arrivano alcuni psicologi a ricordare che quando loro erano ragazzini conflitti ce ne erano eccome, solo che allora i genitori reagivano con le botte, sommergendo i contrasti.

Infine mi imbatto nei consigli, alcuni dei quali appropriati:

  1. Non confondere la correzione col rimprovero. Il bambino ne farà un’esperienza negativa.
  2. Prima di correggere, domandarsi: di chi è il problema? Mio o del bambino? Quando dico “mio figlio mi crea problemi” intendo probabilmente che la difficoltà ce l’ho io nei suoi confronti e non il contrario. Contare quindi fino a 100 prima di iniziare a correggere. Arrivati a 99, fermarsi e farsi un’altra domanda: con quale indicazione sto correggendo il suo comportamento? Non lo sto per caso esortando a ripercorrere un mio antico errore? Se la risposta è sì, lasciare che il bambino percorra la sua strada, libero di fare i suoi errori piuttosto che ripetere i nostri.

Fin qui siamo nell’ovvio. E solo alla fine viene il bello. James Hillman e la teoria della ghianda: ognuno di noi viene al mondo con un’immagine di sé, un’idea da raggiungere, una specie di destino, di orizzonte verso il quale andare.

Questo libro sta dalla parte dei bambini. Vuole fornire una base teorica per comprendere la loro vita, una base che poggia sui miti, sulla filosofia, su culture diverse dalla nostra e sull’immaginazione. Mira a dare un senso alle disfunzioni infantili prima di applicarvi le loro etichette letteralistiche e prima di spedire il bambino in terapia […] La teoria della ghianda afferma con forza l’intrinseca unicità del bambino, il suo essere portatore di un destino, il che significa innanzitutto che i dati clinici della disfunzione attengono in un modo o nell’altro a quella unicità e a quel destino. Le psicopatologie sono altrettanto autentiche del bambino stesso.

James Hillman, Il codice dell’anima

LONDON: Che conseguenze hanno le tue idee per i genitori?

HILLMAN: Penso che quello che dico possa sollevarli grandemente e far loro desiderare di prestare più attenzione al loro figlio, a questo straniero particolare che è “atterrato” tra di loro.

Invece che dire: “questo è mio figlio”, devono chiedersi: “Chi è questo figlio che risulta essere mio?”

Così possono sviluppare molto più rispetto per il bambino e cercare di stare vigili per occasioni nelle quali il suo destino possa mostrarsi— come una resistenza alla scuola, per esempio, o degli strani sintomi, o un’ossessione verso qualcosa. Forse noterebbero qualcosa d’importante che prima non avrebbero notato.

LONDON: A volte dei sintomi possono essere visti come debolezze.

HILLMAN: Certo. Così si inizia qualche programma medico o di psicoterapia per eliminare quelle debolezze, mentre la manifestazione di quei sintomi può essere l’aspetto più cruciale di quel bambino. Ci sono molte storie nel mio libro che mostrano questo.

Scott London, Intervista a James Hillman

pelle di foca, pelle d’anima

In un tempo lontano lontano, perduto per sempre, che mai tornerà, i giorni sono di neve bianca, e in lontananza i minuscoli granelli sono persone o cani oppure orsi. Qui nulla fiorisce spontaneamente. I venti soffiano tanto forti che tutti devono di necessità indossare giacche a vento, stivali e berretti. Qui, all’aperto le parole si congelano, e intere frasi devono essere rotte sulle labbra di chi parla e disgelate accanto al fuoco, per vedere che cosa è stato detto. Qui la gente vive nella bianca e abbondante capigliatura della vecchia Annaluk, la vecchia nonna, la vecchia maga che è la Terra stessa. E in questa terra viveva un uomo, un uomo così solo che negli anni le lacrime avevano scavato abissi sulle sue guance.

Cercava di sorridere e di stare contento. Andava a caccia, dormiva bene. Ma desiderava tanto una compagna umana. Talvolta, quando si avvicinava al suo kajak una foca, rammentava le antiche storie sulle foche che erano un tempo esseri umani, e a ricordare quel tempo restavano gli occhi, capaci di sguardi saggi e amorosi e selvaggi.

E allora talvolta sentiva così dolorosamente la sua solitudine che le lacrime scendevano lungo i crepacci del volto. Una volta cacciò fino a notte fonda senza trovare nulla. Mentre la luna si levava alta nel cielo e il ghiaccio brillava, raggiunse un grande scoglio sul mare, e su quell’antico scoglio apparve un movimento di grazia eccelsa. Remò lentamente e silenziosamente per avvicinarsi, ed ecco che sullo scoglio possente danzavano delle donne, nude come il giorno in cui le loro madri le avevano partorite. Rimase a guardare. Le donne parevano essere fatte di latte di luna, con la pelle punteggiata d’argento come i salmoni a primavera, e piedi e mani sottili e leggiadri.
Tanto erano belle che l’uomo rimase sbalordito, mentre le onde leggere lo trasportavano sempre più vicino allo scoglio. Sentiva ora le magnifiche risa delle donne, quanto meno pareva ridessero, o era forse l’acqua intorno allo scoglio che rideva? L’uomo era confuso perché era abbagliato. La solitudine che gli era pesata sul petto come una pelle intrisa d’acqua era in qualche modo svanita, e senza riflettere, quasi così dovesse essere, saltò sullo scoglio e rubò una delle pelli di foca che vi giacevano. Si nascose dietro uno spuntone e infilò una pelle di foca nel suo qutmguk, la giacca di pelliccia. Ecco che subito una donna chiama con la voce più bella che mai avesse udito, come quella delle balene all’alba, o dei lupacchiotti che ruzzolano a primavera. Cosa andavano ora facendo le donne?
Infilavano la loro pelle di foca e una dopo l’altra scivolavano nel mare, urlando e uggiolando felici. Una no. Cercava dappertutto ma non riusciva a trovare la sua pelle. L’uomo prese coraggio e neanche sapeva perché. Le si mostrò: “Sii mia moglie, io sono un uomo così solo”.
“Oh io non posso esserti moglie, io appartengo agli altri, quelli che vivono di sotto”.
“Sii mia moglie” insistette l’uomo ” tra sette estati ti restituirò la pelle di foca e potrai restare o andartene, come tu vorrai”.
La giovane donna-foca lo guardò a lungo in volto con quegli occhi che parevano umani. Riluttante disse: “Verrò con te, tra sette estati si deciderà”.
Ebbero un bambino e lo chiamarono Ooruk. E il bambino era agile e grassoccio. In inverno la madre raccontò a Ooruk le storie delle creature che vivono sotto al mare mentre il padre tagliava a piccoli pezzi un orso con il suo lungo coltello affilato. Quando la madre portava il piccolo Ooruk a letto, gli indicava attraverso l’apertura per il fumo le nuvole e tutte le loro forme e raccontava storie di trichechi, balene, foche e salmoni, perché erano quelle le creature che conosceva.
Ma col passare del tempo la sua carne prese a seccarsi. Prima si sfaldò, poi si incrinò. Cominciò a cadere la pelle delle palpebre e caddero a terra anche i capelli. Diventò del più pallido bianco. Cercò di nascondere la sua debolezza. Ma i suoi occhi si offuscavano sempre di più e la vista le si faceva sempre più debole.
E così andarono le cose finché una notte il piccolo Ooruk non fu svegliato da un urlo, e del tutto insonnolito si levò a sedere sulle pelli del letto. Sentì come il ringhiare di un orso, che era suo padre che picchiava sua madre. Udì un pianto come di argento tintinnante sulla pietra, che era sua madre.
“Hai nascosto la mia pelle di foca sette anni or sono, ora giunge l’ottavo inverno. Voglio che mi sia restituito ciò di cui sono fatta” gemeva la donna foca. “Devo avere ciò a cui appartengo”.
“E tu mi lascerai senza moglie, e lascerai il bambino senza madre. Sei cattiva”.
E il marito strappò la porta leggera e sparì nella notte.
Il bambino amava molto sua madre. Temeva di perderla e pianse fino a piombare nel sonno, per essere risvegliato dal vento. Un vento strano, che pareva chiamarlo. Saltò fuori dal letto. Udendo ripetere il suo nome si precipitò fuori nella notte stellata. Corse alla scogliera e in lontananza, sul mare agitato dal vento, scorse una grande foca argentea e irsuta dalla testa enorme, con le vibrisse che scendevano fino al petto, gli occhi di un giallo scuro. “Ooooooruk”.
Il bambino a fatica discese giù lungo la scogliera e in fondo incespicò su una pietra, no, un involto, rotolato giù da una fenditura nella roccia. “Oooooruk”.
Il bambino aprì l’involto e lo scosse, era la pelle di foca di sua madre. Sentiva tutto il suo odore. L’anima della madre lo attraversò come un improvviso vento d’estate. Si portò la pelle al volto e l’anima di sua madre attraversò di nuovo la sua.
E la vecchia foca argentea lentamente si immerse nelle acque profonde.
Il bambino si inerpicò su per la scogliera e corse con la pelle di foca che gli svolazzava dietro, e si precipitò in casa. Sua madre lo accarezzò, e accarezzò la pelle, e socchiuse gli occhi, grata perché entrambi erano salvi. Infilò la sua pelle di foca. Sollevò il piccolo e se lo mise sotto il braccio e corse verso il mare ruggente.
“Oh madre non lasciarmi” implorò Ooruk.
Lei voleva restare con il suo bambino, ma qualcosa la chiamava, qualcosa di più antico di lei, di più antico del tempo. Si volse verso di lui con uno sguardo di terribile amore negli occhi. Prese il viso del bambino tra le mani e soffiò il suo dolce respiro nei suoi polmoni. Allora, tenendolo sotto il braccio come un involto prezioso, si tuffò in mare, sempre più a fondo, e la donna-foca e il suo bambino respiravano agevolmente nell’acqua. E scesero nuotando sempre più a fondo, fino a raggiungere la grotta delle foche dove creature di ogni genere banchettavano e cantavano, danzavano e parlavano, e la grande foca argentea che aveva chiamato Ooruk nella notte abbracciò il bambino e lo chiamò nipote.
“Come sono andate le cose lassù figlia?” domandò la grande foca argentea.
La donna foca guardò in lontananza e disse: “Ho ferito un essere umano… un uomo che ha dato tutto per avermi. Ma non posso tornare da lui, perché se lo facessi resterei prigioniera”.
“E il bambino?” domandò la vecchia foca. “Il mio nipotino?” Lo disse con tanto orgoglio che la voce gli tremò.
“Lui deve tornare. Non può fermarsi. Non è ancora tempo che resti con noi”. E pianse. E insieme piansero.
Passarono alcuni giorni e alcune notti, per l’esattezza sette, e in quel tempo gli occhi e i capelli della donna ritrovarono l’antica lucentezza. Diventò di un bel colore bruno, ritrovò la vista, il suo corpo ritrovò le sue rotondità, e poté nuotare a suo agio. E venne il tempo di restituire il bambino alla terra. Quella notte la vecchia foca e la bella madre del bambino nuotarono tenendolo in mezzo a loro. Risalirono, risalirono dalle profondità verso il mondo di sopra. Là, al chiarore della luna, delicatamente poggiarono Ooruk sulla riva pietrosa. La madre lo rassicurò: “Sarò sempre con te. Tocca quel che ho toccato, i legnetti per accendere il fuoco, il mio coltello, le incisioni che ho fatto sulla pietra di lontre e foche, e io soffierò nei tuoi polmoni un vento affinché tu possa cantare le tue canzoni.
Più volte la vecchia foca argentea e sua figlia baciarono il bambino. Infine si allontanarono al largo e con un ultimo sguardo scomparvero tra le onde. E Ooruk, siccome il suo tempo non era ancora venuto, rimase. Passò il tempo e diventò un grande suonatore di tamburo, cantore e artefice di storie, e si disse che tutto ciò accadde perché il bambino era sopravvissuto ed era stato riportato dalle profondità del mare dagli spiriti delle foche.
Ora, nelle grigie brume del mattino, talvolta lo si vede ancora, ripiegato in ginocchio su una certa roccia del mare, mentre pare parlare con una certa foca che spesso si avvicina alla riva. Molti hanno cercato di catturarla, ma nessuno ci è mai riuscito. È nota come Tanqigcaq, la brillante, la sacra, e si dice che sebbene sia una foca, i suoi occhi sono capaci di sguardi umani, saggi, selvaggi e amorosi.

Perdita del senso dell’anima come iniziazione: la foca è un simbolo dell’anima selvaggia. È affettuosa e un sorta di purezza emana da lei, è anche prontissima a reagire. Così è l’anima. Si libra nelle vicinanze. Nutre lo spirito. Non fugge quando percepisce qualcosa di nuovo o insolito o difficile.
L’anima delle donne giovani o inesperte non conosce le intenzioni altrui o il potenziale pericolo. Avviene allora il furto della pelle di foca. Per lo più il furto (della grande occasione della vita, dell’amore o del proprio spirito) avviene approfittando del lato debole: per ingenuità, scarsa intuizione dei moventi altrui, inesperienza nell’immaginare il futuro, mancanza di attenzione per gli indizi presenti nell’ambiente intorno.
L’essere derubati si trasforma in un’occasione di iniziazione archetipa. Si rinforza la decisione di lottare per una redenzione consapevole, si chiarisce cosa è soprattutto importante per noi, si sente la necessità di un progetto di liberazione psichica, di mettere in atto la nuova saggezza.
La perdita della pelle: lo sviluppo della conoscenza deriva dall’iniziale inconsapevolezza, seguita da un inganno e poi dalla scoperta del modo per riconquistare il potere.
Ogni donna lontano dalla sua casa-anima alla fine si esaurisce. Allora si rimette a cercare la sua pelle per resuscitare il suo senso dell’io e dell’anima. A mano a mano perdiamo la sensazione di essere completamente nella nostra pelle. La pelle-anima svanisce quando non prestiamo attenzione a ciò che stiamo veramente facendo, e in particolare a quanto ci costa. La perdiamo lasciandoci troppo coinvolgere dall’io, diventando troppo esigenti, facendoci martirizzare, lasciandoci trascinare da un’ambizione cieca, abbandonandoci all’insoddisfazione, pretendendo di essere una fonte inesauribile per gli altri, non facendo tutto il possibile per aiutarci.
Tutte le creature della terra tornano a casa. Ci sono donne che subiscono il furto a causa di rapporti con persone che non sono nella loro pelle, e talune relazioni diventano pericolose. Ci vogliono forza e volontà per superare queste relazioni ma lo si può fare se si torna a casa, al nucleo di sé.
Se la pelle può andare perduta per un amore sbagliato o devastante, può andare perduta anche in un amore bello e profondo. Il furto dipende infatti dal costo che rappresenta per noi. Quel che una relazione ci prende in tempo, energia, osservazione, attenzione, cure, addestramento, presenza, insegnamento. Questi movimenti della psiche sono come prelevamenti dai risparmi psichici. È l’andare in rosso che provoca la perdita della pelle e l’offuscamento dei nostri istinti più acuti.
Tutte noi saliamo sullo scoglio e danziamo, senza prestare attenzione. E a un tratto non riusciamo più a trovare quel che ci appartiene o ciò a cui apparteniamo. Vaghiamo un po’ stupefatte. Non va bene fare scelte in un momento così, ma noi le facciamo.
Perdere la pelle è perdere la protezione, il calore, il sistema di allarme, la vita istintiva. Essere senza pelle induce a perseguire quel che si pensa di dover fare e non quello che davvero si desidera. Si segue chiunque o qualsiasi cosa impressioni con la sua forza, si diviene scherzose invece che incisive, si butta sul ridere, ci si sbarazza delle cose. Ci si ritrae dal passo successivo, dalla discesa e da un soggiorno lungo abbastanza perché qualcosa possa accadere.
L’uomo solitario: immaginiamo che l’uomo che ruba la pelle di foca rappresenti l’io della psiche femminile. All’inizio l’io, con i suoi appetiti, spesso prevale. Ma a un certo punto, intorno ai vent’anni, ai trenta, o più spesso ai quaranta, lasciamo che sia l’anima a prevalere. Fin dalla nascita c’è il bisogno che sia l’anima a guidare la nostra vita, perché l’io può comprendere un tanto, e nulla più. Si spaura, vuole fatti percettibili, è solo e limitato.
L’uomo solitario del racconto cerca di partecipare alla vita dell’anima. Ma cerca di afferrarla invece di instaurare un rapporto. L’io ruba la pelle di foca perché, solo e affamato, ama la luce. L’anima è costretta a una relazione con l’io. Questo crea un temporaneo arrangiamento che produrrà un piccolo spirito capace di coabitare tra mondano e selvaggio.
Lo spirito bambino: l’unione tra io e anima produce lo spirito bambino. Questo piccolo spirito è la niña milagrosa, capace di udire il richiamo, la voce lontana che dice: è tempo di tornare a sé. È il piccolo che riporta la pelle di foca alla madre e le consente di tornare a casa. È un potere spirituale che ci incita a continuare il nostro lavoro importante, a cambiare la nostra vita, a migliorare la comunità, a dare una mano per cambiare il mondo…tornando a casa.
Inaridimento e mutilazione: in genere depressioni, noia e confusioni deliranti sono provocate da una vita dell’anima severamente ristretta. Quando siamo ormai inaridite cerchiamo di camminare tutte bloccate, per far vedere che ce la facciamo, che va tutto bene. ma la vita è umiliata, il costo altissimo. È necessario un ritorno nella propria pelle, al proprio senso istintuale, a casa. È difficile riconoscere una condizione di inaridimento se non corriamo un grosso pericolo. Allora si sente il richiamo alla propria vera natura.
Ascoltare l’antico richiamo: la voce in sogno è considerata un messaggio diretto dell’anima. Nella storia la vecchia foca sale dal mare per lanciare il richiamo, finché qualcosa in noi non risponde. Il segnale parte quando qualcosa comincia a essere troppo. Di fronte al troppo, a poco a poco ci inaridiamo, il cuore si stanca, le energie decrescono, e il misterioso desiderio di qualcosa si leva sempre più in alto. Il richiamo va seguito anche quando non abbiamo la minima idea di dove andare. Sappiamo soltanto che dobbiamo alzarci e andare a vedere. Alla fine inciamperemo nella pelle di foca.
Un soggiorno troppo protratto: la donna-foca si dissecca perché resta troppo a lungo lontana da casa. Nel racconto diventa una versione anemica di quello che fu. Non bisogna consumarsi la vita in un matrimonio, una fatica o uno sforzo inutili o poco gratificanti. Se si resta lontane da casa troppo a lungo si è meno capaci di avanzare nella vita.
Un ritorno a casa è molte cose diverse per donne diverse. Molti sono i modi per tornare a casa: alcuni profani, altri divini. Rileggere passi di libri o poesie; passare qualche minuto in riva al fiume; sedere sotto il portico a rammendare qualcosa; camminare senza meta; salutare il sole che sorge; pregare; tenere in braccio un bambino piccolo; aprire le mani sotto la pioggia; contemplare la bellezza, la grazia, la commovente fragilità degli esseri umani.
Il continuo rimandare il ritorno può essere dovuto all’identificazione della donna con l’archetipo della guaritrice. Questo archetipo porta saggezza, bontà, sapienza, ma solo fino a un certo punto, oltre è d’impedimento alla nostra vita. Per evitare la trappola bisogna imparare a dire : “Alt” e “Basta con la musica”. Il fondamentale istinto selvaggio che decide “solo fin qui e non oltre, solo questo e niente più” deve essere recuperato e sviluppato. Meglio tornare a casa per un po’, anche se gli altri si irritano, che restare e peggiorare, fino a cadere a pezzi. Se non andiamo a casa quando è tempo di andare perdiamo la concentrazione. Non potete ritornare nell’utero, ma potete ritornare alla casa-anima.
Lo scioglimento, il tuffo: la casa è là dove un pensiero o una sensazione possono svilupparsi invece di essere interrotti o di esserci strappati perché altro richiede la nostra attenzione o il nostro tempo. Quando è tempo è tempo, anche se non siete pronte, anche se tante cose restano da fare.
Per alcune casa è la ripresa di qualche impresa abbandonata. Per alcune casa è un bosco, un deserto, un mare. Ogni donna sa in cuor suo quanto a lungo e con quale frequenza deve tornare a casa.
Respirare sott’acqua: la donna foca porta il bambino a trovare quelli che vivono sotto. Il bambino rappresenta un nuovo ordine della psiche, è un essere mediale, capace di attraversare entrambi i mondi, non è completamente io né completamente anima, è una cosa di mezzo. La donna foca del racconto è un’emanazione dell’anima. È in grado di vivere in tutti i mondi, ma non può restare troppo a lungo sulla terra. Lei e il pescatore (l’io psiche) creano un bambino che può vivere anch’esso nei due mondi, ma non può restare troppo a lungo nella casa-anima.
La donna foca, l’io-anima, passa idee, sentimenti, pensieri e impulsi dall’acqua all’io mediale, che a sua volta li porta a terra e alla consapevolezza del mondo esterno. C’è anche il percorso inverso: gli eventi della vita quotidiana, i traumi e le gioie, i timori e le speranze, vengono passati all’anima, che li commenta nei sogni notturni e manda le sue sensazioni verso l’alto attraverso il corpo. La donna selvaggia è una combinazione di buon senso comune e di senso dell’anima. La donna mediale è il suo doppio, è di questo mondo ma può raggiungere gli angoli più riposti della psiche.
L’emersione: ma non possiamo restare sott’acqua per sempre, dobbiamo risalire in superficie. Il rimedio a questo lutto è dato dalla donna foca al suo bambino: “sarò sempre con te”. Come il bambino della donna foca impariamo che avvicinarci alla creazione della madre anima è esserne ricolmate. Anche se si torna tra la gente, tutta la sua forza si sente nei poteri femminili di introspezione, passione e connessione alla natura selvaggia. Se manterremo i contatti con gli strumenti della forza psichica, sentiremo il suo respiro. Ooruk resta a terra, ha la promessa. Non appena torniamo al mondo rumoroso tutto ha un aspetto leggermente estraneo. La sensazione di venire da un mondo estraneo svanisce dopo poche ore o pochi giorni. Allora passeremo il tempo nella nostra vita mondana, alimentate dall’energia raccolta durante il viaggio a casa.
Nel racconto il bambino mette in pratica la natura mediale. Suona il tamburo, canta, diventa cantastorie. Il cantore porta messaggi avanti e indietro, tra la grande anima e l’io mondano. Così il bambino vive quanto la donna foca ha soffiato su di lui. Allora, invece di cercare di “far durare la magia”, viviamo.
L’esercizio della solitudine intenzionale: il bambino ormai grande s’inginocchia su uno scoglio e conversa con la donna foca. Questo esercizio quotidiano e intenzionale della solitudine gli consente di stare vicino a casa in modo critico, riuscendo a richiamare l’anima nel mondo di sopra per brevissimi periodi. Solitudine non è assenza di energia o di azione, ma un dono di provviste selvagge. Come si fa a richiamare l’anima? In molti modi: con la meditazione, o nei ritmi della corsa, del canto, della scrittura, della pittura, con i riti e i rituali, con l’immobilità, la quiete. Tutte abbiamo uno stato mentale familiare in cui realizzare questo genere di solitudine. Bisogna spegnere tutte le distrazioni. La solitudine vive di poco: costa soltanto qualcosa in intenzione e perseveranza, ma qualsiasi tempo e qualsiasi luogo vanno bene.

Clarissa Pinkola Estés

Donne che corrono coi lupi

 

la favola di cenerentola

Quale bambina non è cresciuta sull’incredibile favola di Cenerentola? Sul sogno del principe azzurro?

La storia che ci hanno raccontato è questa: una bella ragazza si trova a fare la schiava in casa sua, nonostante le leggi dell’ereditarietà e del sangue. Assediata dalla cattiveria di finte madri e sorelle invidiose e avide. Poi un giorno la magia le permette di accedere al ballo reale dove incontra il principe che la sposerà salvandola dal destino crudele.

Miracolosamente la realtà è l’esatto contrario: una bambina viene al mondo più o meno amata e coccolata. In famiglia non le vengono chieste odiose corvées. Le è donato invece il tempo dello studio e quello del divertimento.

Poi un giorno si innamora, si sposa, ha uno due tre figli e di punto in bianco si ritrova a fare la schiava. Incomprensibilmente. Magicamente. Contro ogni sua aspettativa. Come per incanto si vede circondata da esseri umani grandi e piccoli che la chiamano, le chiedono qualcosa, pretendono.

Tanto sei già in piedi è il Leitmotiv delle parole degli altri.

Il principe azzurro, che aveva promesso mari e monti, che l’aveva coccolata e adorata, si fa sempre più sciatto e dà per scontato che a certe cose ci pensi l’amata principessa. Se lei non trova più il tempo nemmeno di pettinarsi, non se ne deve preoccupare, tanto il principe non lo noterà. Nessuno in casa si accorgerà che l’antica principessa sembra ora una diseredata. Nessuno noterà le sue occhiaie e la tristezza.

A conti fatti la realtà è il rovescio della favola, con le dovute eccezioni che non metto in conto per la bassa frequenza con cui si manifestano.

Ma oggi non è la realtà che mi interessa. Oggi voglio parlare di favole. Quella che ci hanno raccontato è più o meno la versione disneyana di Cenerentola, dove la bella fanciulla è in età da marito e il principe salvatore si nasconde dietro l’angolo. È una versione a dir poco infida, che nasconde la verità e restituisce un’immagine stucchevole che ci piace rispedire al mittente: no grazie, non mi sposo.

Esiste una versione in cui il principe, pensa un po’, non compare nemmeno di sguincio. Ne ha parlato Clarissa Pinkola Estés nel suo Donne che corrono coi lupi, che in questi giorni ho tirato fuori dagli scaffali per leggere a Orlando le storie che l’autrice ha raccolto. Qui di seguito la favola e l’esegesi di Clarissa.

C’era una volta, e una volta non c’era, una giovane madre che giaceva sul letto di morte, il volto bianco come le rose di cera della sagrestia della chiesa accanto. La figlioletta e il marito sedevano in fondo al letto di legno e pregavano Dio. La madre chiamo a sé Vassilissa e la piccola dagli stivaletti rossi e dal grembiulino bianco s’inginocchiò accanto alla mamma.
“Ecco, questa bambola è per te, tesoro mio” sussurrò la mamma. E da sotto le coperte tirò fuori una bambolina che come Vassilissa indossava stivaletti rossi, grembiulino bianco, gonna nera e corsetto ricamato. “Se ti perderai o avrai bisogno di aiuto, domanda a questa bambola che fare. Tienila sempre con te, non parlarne a nessuno e nutrila quando ha fame”. E il respiro le ricadde nelle profondità del corpo, dove raccolse l’anima e sfuggì dalle labbra.
La bambina e suo padre a lungo piansero e si disperarono. Ma poi, come il campo crudelmente sconvolto dalla guerra, la vita del padre rinverdì e sposò una vedova che aveva due figlie.

Sebbene esse avessero modi educati e sorridessero sempre come vere signore, dietro ai loro sorrisi c’era qualcosa del roditore che il padre di Vassilissa non notava. Quando le tre donne erano sole con Vassilissa la tormentavano, la costringevano a servirle, la mandavano a tagliare la legna. La odiavano perché c’era in lei una bellezza ultraterrena.
Un giorno la matrigna e le sorellastre non la sopportarono più. “Facciamo in modo che il fuoco si estingua, e poi mandiamola nella foresta dalla Baba Jaga a chiedere il fuoco. Così la Baba Jaga la ucciderà e se la mangerà”. Squittirono come esseri che vivono nell’oscurità. Così quella sera, quando Vassilissa tornò da aver raccolto la legna, la casa era tutta al buio. Domandò alla matrigna: “Come faremo a cucinare? Come faremo a rischiarare le tenebre?”
“Stupida ragazza, ovviamente non abbiamo fuoco. Devi andare a cercare la Baba Jaga a chiederle un carbone per riaccendere il fuoco”. “Benissimo lo farò” rispose Vassilissa, e si avviò. Nel bosco l’oscurità si faceva sempre più fitta, e i ramoscelli che le scricchiolavano sotto i piedi la riempivano di paura. Infilò la mano nella tasca del grembiule, dove nascondeva la bambola che la mamma le aveva dato, e subito si sentì meglio. E a ogni biforcazione Vassilissa infilava la mano nella tasca e consultava la bambola, e la bambola le indicava da che parte andare.
Improvvisamente un uomo vestito di bianco su un cavallo bianco passò al galoppo, e si fece più chiaro. Poi passò un uomo vestito di rosso su un cavallo rosso, e sorse il sole. Cammina, cammina Vassilissa arrivò alla tana della Baba Jaga, e proprio in quel momento un cavaliere vestito di nero su un cavallo nero penetrò nella baracca. Subito si fece notte.
La Baba Jaga era veramente una creatura spaventosa. Viaggiava su un mortaio che si spostava da solo. Guidava questo veicolo con un remo a forma di pestello, e intanto cancellava le tracce alle sue spalle con una scopa fatta con i capelli di persone morte da gran tempo. E il mortaio volava nel cielo con i capelli grassi della Baba Jaga che svolazzavano dietro. Il lungo mento era ricurvo verso l’alto e il lungo naso verso il basso, così si incontravano al centro. Aveva una barbetta a punta tutta bianca e verruche sulla pelle. Le unghie nere erano spesse e ricurve e tanto lunghe che non poteva chiudere la mano a pugno.
Ancora più strana era la casa della Baba Jaga. Posava su un mucchio di zampe gialle di gallina, camminava da sola e qualche volta volteggiava come una ballerina in estasi. Le maniglie delle porte e delle finestre erano fatte con dita umane di mani e di piedi e il chiavistello era un grugno di denti appuntiti.
Vassilissa consultò la bambola e lei le rispose che quella era la casa che cercava. E d’improvviso la Baba Jaga nel suo mortaio calò su Vassilissa urlandole: “Cosa vuoi?”. La fanciulla tremava: “Nonna, sono venuta per il fuoco… ho bisogno di fuoco”. ” Oh, sìììì ti conosco, e conosco i tuoi. Dunque, essere inutile… hai lasciato spegnere il fuoco. E che cosa ti fa pensare che io ti darò la fiamma?” Vassilissa consultò la bambola e rispose. “Perché te lo chiedo”. La Baba Jaga disse soddisfatta. “Sei fortunata. È la risposta giusta”. E Vassilissa si sentì fortunatissima per aver dato la risposta giusta.
Baba Jaga la minacciò: “Non potrò darti il fuoco finché non avrai fatto del lavoro per me. Se adempirai a questi compiti per me, avrai il fuoco. Se no…”. E Vassilissa vide gli occhi della Baba Jaga trasformarsi in braci ardenti. “Se no, cara bambina, morirai”.
La Baba Jaga ordinò a Vassilissa di portarle quello che stava cuocendo nel forno. Nel forno c’era cibo per dieci persone e la Baba Jaga lo mangiò tutto, lasciando una piccola crosta e un cucchiaio di minestra per Vassilissa. “Lavami i vestiti, scopa il cortile e la casa, e separa il grano buono da quello cattivo e vedi che tutto sia in ordine. Se quando torno non avrai finito sarai tu il mio banchetto”. E la Baba Jaga volò via sul suo mortaio. E cadde di nuovo la notte.
Quando la Baba Jaga se ne fu andata la bambola rassicurò Vassilissa che ce l’avrebbe fatta, le disse di mangiare qualcosa e di andare a dormire. Vassilissa rifocillò anche la bambola e si addormentò.
Al mattino la bambola aveva fatto tutto, e non restava che preparare il pasto. La sera la Baba Jaga tornò e trovò che non era rimasto nulla da fare. In parte contenta, e in parte no, sibilò: “Sei una ragazza molto fortunata”. Chiamò poi i suoi fedeli servitori perché macinassero il frumento, e tre paia di mani comparvero a mezz’aria e cominciarono a raschiare e a pestare il frumento. La pula volava per la casa come una neve dorata. Quando fu tutto finito la Baba Jaga si sedette a mangiare. Mangiò per ore e ordinò a Vassilissa di pulire di nuovo tutta la casa, di scopare il cortile e lavarle i vestiti. “In quel mucchio di sporcizia ci sono molti semi di papavero. Per domattina voglio una pila di semi di papavero e una pila di sporcizia, ben separati”.
Quella notte la Baba Jaga dormì come un ghiro. Vassilissa cercò di raccogliere i semi di papavero tra la sporcizia. Dopo un po’ la bambola le disse: “Ora dormi. Andrà tutto bene”. Di nuovo la bambola si occupò di tutto e quando la vecchia tornò a casa era stato tutto fatto. La Baba Jaga chiamò i suoi fedeli servitori perché spremessero l’olio dai semi di papavero.
Mentre la Baba Jaga si insudiciava le labbra con il grasso dello stufato, Vassilissa le stava accanto. “Posso farti qualche domanda, nonna?”. “Domanda pure, ma ricordati che troppo saprai, presto invecchierai”. Vassilissa chiese dell’uomo bianco sul cavallo bianco. “Quello è il mio giorno”, rispose la Baba Jaga intenerita. “E l’uomo in rosso sul cavallo rosso?”. “Oh, quello è il mio sole nascente”. “E l’uomo sul cavallo nero?”. “Quello è il terzo, ed è la mia notte. Vieni qui, vuoi farmi altre domande?”, le disse con tono suadente. Vassilissa stava per chiederle di quelle strane mani, ma la bambola cominciò ad agitarsi nella tasca e allora disse: “No nonna. Come tu stessa hai detto, troppo saprai, presto invecchierai”.
“Ah” disse la Baba Jaga “sei più saggia dei tuoi anni. E come hai fatto a diventare così?”. “Grazie alla benedizione della mia mamma” disse sorridendo Vassilissa. “Benedizione?! Non abbiamo bisogno di benedizioni qui! Meglio che tu te ne vada” e la spinse fuori. Ma prima le dette un teschio dagli occhi ardenti e lo infilò su un bastone. “Ecco, prendi il tuo fuoco e portatelo a casa”.
Vassilissa corse a casa, seguendo il percorso che la bambola le indicava. Era notte, e Vassilissa attraversò la foresta con il teschio sul bastone, con il fuoco che usciva dall’orecchio, dall’occhio, dal naso e dalla bocca del teschio. D’improvviso provò paura di quella luce fantastica e pensò di gettarlo, ma il teschio le parlò e la invitò a calmarsi e proseguire.
La matrigna e le sorellastre si avvicinarono alla finestra e videro una strana luce danzante nei boschi. Sempre più si avvicinava. Vassilissa si avvicinava sempre di più e quando la matrigna e le sorellastre la riconobbero le corsero incontro e le dissero che non avevano avuto più fuoco da quando se n’era andata.
Vassilissa entrò in casa con un senso di trionfo. Ma il teschio sul bastone osservava ogni mossa delle sorellastre e della matrigna, e la mattina dopo aveva bruciato e ridotto in cenere il malvagio terzetto.

Vassilissa è la storia del passaggio di madre in figlia, da una generazione all’altra, del potere femminile dell’intuito. Tutti gli aspetti della storia appartengono a un’unica psiche nel suo processo di iniziazione. L’iniziazione è messa in atto dall’esecuzione di alcuni compiti:
1- consentire all’ottima madre di morire. Accettare che la madre psichica protettiva non sia la guida centrale della propria vita istintuale futura. Assumersi il compito di essere sole, sviluppare la propria consapevolezza del pericolo, dell’intrigo, della politica. Diventare vigili. Lasciar morire quello che deve morire. Al morire della madre, nasce la nuova donna.
Una madre troppo buona ci impedisce di rispondere a nuove sfide e di raggiungere uno sviluppo più profondo. Può avvenire un arresto nel processo iniziatico, ma una ri-iniziazione può ristabilire l’intuito profondo indipendentemente dall’età. L’iniziazione di Vassilissa consiste nel lasciare morire quelle vecchie credenze che rendono la vita troppo sicura, che proteggono troppo. Viene un tempo in cui bisogna cambiare madri. Spesso udiamo voci dentro di noi che ci incoraggiano a restare al sicuro. Ma se restiamo troppo tempo con la madre troppo buona, diventeremo povere invece che forti. Impariamo ad andare a caccia.
2- abbandonare l’ombra primitiva. Scoprire che essere dolci, buone, carine, non renderà più lieta la vita. Esperire direttamente la propria natura oscura, gli aspetti esclusivisti, gelosi e sfruttatori dell’io. Stringere il miglior rapporto possibile con le parti peggiori di sé. Lavorare perché il vecchio io muoia e nasca un nuovo io intuitivo.
Gli aspetti oscuri della psiche sono rappresentati dalla matrigna e dalle sorellastre. In questa fase la donna è molestata dalle richieste della psiche che la esorta a compiacere qualsiasi desiderio altrui. La famiglia acquisita di Vassilissa è un ganglio intrapsichico che comprime il nervo della vitalità. Neanche il padre della psiche si rende conto dell’ambiente ostile, è troppo buono. Nella storia le donne spremono tanto la forza psichica che per le loro macchinazioni il fuoco si estingue. Il fuoco che si estingue aiuta Vassilissa a sfuggire alla sottomissione, la fa entrare in una vita nuova.
3- la navigazione nell’oscurità. Avventurarsi nel luogo dell’iniziazione profonda (la foresta) e cominciare a esperire. Imparare a sviluppare sensibilità e basarsi solo sui propri sensi interiori. Imparare la via del ritorno alla madre selvaggia. Imparare ad alimentare l’intuito. Trasferire il potere alla bambola, ovvero all’intuizione.
La bambola rappresenta la piccola forza istintuale vitale, è un pezzettino d’anima che porta tutta la conoscenza del più grande anima-io, è la voce interiore di noi donne, la voce della ragione intima. L’intuito ha artigli che squartano e inchiodano, ha occhi capaci di vedere oltre le corazze dei personaggi e orecchie per udire oltre le chiacchiere. L’io intuitivo va nutrito dandogli ascolto e seguendo il suo consiglio.
4- affrontare la strega selvaggia. Familiarizzarsi con l’arcano, lo strano, l’alterità del selvaggio. Assumere alcuni suoi valori nella nostra vita, diventando un po’ strane. Imparare ad affrontare il grande potere altrui e il nostro. Lasciar ancor più morire la bambina fragile e troppo amabile.
La casa della Baba Jaga fa parte del mondo animale e Vassilissa ha bisogno di questo elemento nella sua personalità. È una casa che cammina, piroetta è viva, piena di entusiasmo e di gioia.
Il dono della bambola intuitiva fatto dalla madre amabile è incompleto senza l’assegnazione dei compiti e il controllo dei medesimi da parte della vecchia selvaggia. La Baba Jaga incute paura perché è insieme il potere di annientamento e il potere della forza vitale. Osservare la sua faccia significa vedere la vagina dentata, occhi di sangue, il neonato perfetto e le ali degli angeli, tutto insieme.
5- servire il non-razionale. Restare con la Dea Strega. Arrivare a riconoscere il suo (il vostro) potere. Ordinare, nutrire, creare energia e idee.
La Baba Jaga insegna sia la morte sia il rinnovamento. Insegna a Vassilissa come prendersi cura della casa psichica del femminino selvaggio. Nel racconto il bucato è il primo compito. Significa ridare elasticità a quanto si è allentato. Il rinnovamento, la rivivificazione avvengono nell’acqua. Gli indumenti rappresentano la persona, la prima visione che gli altri hanno di noi. Oppure il significato esterno, l’esibizione della padronanza.
Vassilissa ha poi il compito di scopare la capanna e il cortile. Una donna saggia tiene sgombro il suo ambiente psichico, mantenendo sgombri la testa e un posto per lavorare, e lavorando per portare a compimento le sue idee e i suoi progetti.
Cucinare per la Baba Jaga. Per cominciare bisogna accendere il fuoco, bruciare di passione, di parole, di idee, di desiderio, per qualunque cosa si ami veramente. Il fuoco va osservato, attizzato, vi va aggiunta legna. Questi sono i cicli delle donne: depurare il proprio pensiero, rinnovare i valori regolarmente; liberare la psiche dalle banalità, ramazzare l’Io; curare il fuoco creativo e cucinarvi idee sistematicamente.
6- selezionare e separare. Apprendere a discriminare, separando una cosa dall’altra, facendo sottili distinzioni. Osservare il potere dell’inconscio e il modo in cui opera. Apprendere di più sulla vita e sulla morte.
La selezione di cui parla il racconto è del tipo che capita quando ci troviamo davanti ad un dilemma o a un interrogativo ma niente viene ad aiutarci a risolvere la situazione. Lasciamo perdere, torniamoci sopra in un secondo tempo. Dobbiamo selezionare gli aspetti psichici curativi e spremerne la verità per trarne nutrimento.
7- domande sui misteri. Porre domande e cercare di saperne di più sulla natura Vita/Morte/Vita. Imparare la verità sulla capacità di comprendere tutti gli elementi della natura selvaggia (troppo saprai, presto invecchierai).
I cavalieri nero, rosso e bianco sono simboli degli antichi colori che connotano la nascita, la vita e la morte. Rappresentano anche antiche idee sulla discesa, la morte e la rinascita. Il nero è il colore del fango, del fertile; ma è anche il colore della morte, l’oscuramento della luce, è la promessa che presto conoscerete qualcosa di ignoto. Il rosso è il colore del sacrificio, della collera, del delitto; ed è anche il colore della vita vibrante, dell’eccitazione, dell’eros e del desiderio; è la promessa di una nuova nascita. Il bianco è il colore del nuovo, del puro, dell’intatto, del latte materno; ma è anche il colore dei morti; è la promessa di sufficiente nutrimento perché le cose ricomincino.
È importante lasciar vivere e lasciar morire. Afferrare questo ritmo quieta la paura, perché anticipiamo il futuro. C’è una certa quantità di conoscenza che dovremmo avere a ogni età e in ogni fase della nostra esistenza. Vassilissa fa domande sui cavalieri ma non sulle mani. Non bisogna forzare: la comprensione arriverà.
8- stare a quattro zampe. Assumere un immenso potere di vedere e influenzare gli altri. Guardare le situazioni della propria vita sotto questa nuova luce.
Quando le donne integrano il selvaggio della Baba Jaga la smettono di accettare senza discutere chiunque e qualsiasi cosa capiti per la loro strada. La donna impara a guardare furtivamente, scrutare e poi a sopportare sempre meno i buffoni. L’istinto va consultato a ogni passo lungo la via.
Il teschio era considerato la volta che ospita un resto potente dell’anima del defunto. Il teschio accesso è “un sapiente ancestrale” da portare con sé per la vita. Ora Vassilissa torna a casa più sicura. La donna che è arrivata a questo punto è riuscita a staccarsi dalla protezione della sua madre interiore troppo buona, ad aspettarsi dal mondo esterno le avversità che saprà affrontare in modo potente e non complice. È diventata consapevole della matrigna e delle sorelle inibitorie. Avendo ricevuto l’eredità delle madri è perfettamente abilitata, va avanti nella vita con passi sicuri, da donna, assumendo tutto il suo potere.

9- riplasmare l’Ombra. Far uso della vista acuta per riconoscere e reagire all’ombra negativa della propria psiche o di persone o eventi del mondo esterno. Riplasmare le ombre negative della propria psiche con il fuoco-strega.
Nella foresta, con il teschio, Vassilissa è una donna che cammina preceduta dal suo potere. Il teschio è un’ulteriore rappresentazione dell’intuito e ha una sua capacità di discriminazione. Ora Vassilissa porta la fiaccola della conoscenza, possiede il suo Io, può vedere, odorare, gustare, con i suoi sensi ardenti.
La donna che recupera il suo intuito e i suoi poteri è tentata di gettarli via: a che vale vedere e sapere tante cose? È più facile gettar via la luce e andarsene a dormire. Talvolta è difficile portare il teschio- luce perché vediamo tutti i lati nostri e degli altri, quelli sfigurati e quelli divini. Ma con questa luce si arriva alla consapevolezza, si può vedere il cuore buono oltre l’azione cattiva, la dolcezza schiacciata sotto l’odio. La sua luce è parimenti vivida sui nostri tesori e le nostre debolezze. Sono queste le conoscenze più difficili da affrontare.
Il teschio osserva la matrigna e le sorellastre. Un aspetto negativo della psiche può essere disidratato se lo si trattiene nella consapevolezza. Non è possibile trattenere la consapevolezza guadagnata incontrando la Dea Strega se si vive con persone crudeli all’interno o all’esterno. Se vi circondano persone che alzano gli occhi al soffitto quando parlate, agite e reagite, allora vi trovate con persone che spengono le passioni, le vostre e le loro. Amici e amanti possono diventare come una cattiva matrigna o abominevoli sorellastre. L’amante distruttivo deve essere evitato. Per la donna selvaggia va bene se l’amante è appena un pochettino psichico, una persona che può “vedere dentro” al suo cuore.
Il modo per mantenere il collegamento con il selvaggio è domandarsi che cosa davvero si vuole. Una delle più importanti discriminazioni è la differenza tra le cose che ci fanno un cenno e le cose che chiamano dall’anima. Chiediamoci cosa veramente vogliamo e poi andiamo alla ricerca
Il ricorso alla natura istintiva fa erompere una spontaneità che non è mancanza di saggezza. Restano importanti i buoni confini.
Alla fine del rimontaggio dell’iniziazione nella psiche femminile abbiamo una giovane dalle esperienze formidabili che ha imparato a seguire la sua conoscenza, ha resistito a tutti i compiti fino all’iniziazione completa. L’intuito va trattenuto nella consapevolezza e bisogna lasciar vivere quello che può vivere, e lasciar morire quel che deve morire.
Lasciar morire le cose è il tema finale del racconto.