L’inserimento

il cielo sopra berlino

Appesa al cancello a spiare da una fessura mio figlio mentre si aggira nel cortile della scuola preso per mano da una maestra. Per intercettarne la fatica, il respiro, lo smarrimento, gli sguardi.

Tra tanti bambini riesco a individuarlo subito perché riconosco anche i suoi spostamenti d’aria. Tra gli altri, Orlando se piange lo fa in silenzio, quasi a mangiarsi le lacrime per non offrirle a nessuno, perché è a me che vuole darle. E io le accolgo come un dono, come la confidenza di una cosa profonda e grande che si apre con una domanda tanto semplice da venire trascurata: dove sono?

Se provo a rispondere, allora ci sono le mie ragioni, quelle del padre, quelle sociali, ci sono le sue ragioni, della sua vita, dei suoi passaggi, dei compromessi. Ma io non posso, ora, non guardare il mondo coi suoi occhi, il mondo al di qua del cancello oltre il quale mi trovo. Mai l’ho visto così chiaramente. Non posso non chiedergli: dove sei? Allora tutte le ragioni del mondo spariscono e resta solo la sua ragione.

Sarà lui a darmi la risposta, e io l’ascolterò, a dispetto delle aspettative e delle convenzioni. Io potrò solo aiutarlo ad andare incontro alla sua ipotesi, che sia al di qua o al di là del cancello.

Per ora restiamo sulla soglia, a osservare cosa c’è dall’una e dall’altra parte, ad aspettare di sapere scegliere. E mentre aspetto, i dubbi mi ronzano nel cervello: che senso ha un luogo tanto separato delegato all’arbitrio di un adulto che speriamo che sia umano? Che senso ha praticare la separazione in modo così drastico producendo, guarda caso, milioni di esseri umani nevrotici, insoddisfatti, feriti, bisognosi di risarcimenti che non basteranno mai, impreparati ad attraversare i passaggi e le perdite e le unioni? Ma a parlare di queste cose si incappa immediatamente nel ripetitivo, trito, tritissimo giudizio: la solita mamma. Non credo sinceramente di avere la verità in tasca, ma intorno a me di verità ne vedo poche. Mio figlio mi perdonerà, un giorno, se resto aggrappata ai miei dubbi.

il blog dei miei studenti

qual-è-il-tuo-sogno

E mentre restavo in silenzio sul mio blog, aiutavo gli studenti di giornalismo dell’Accademia di Belle Arti di Roma a montare il loro.

Tra alti e bassi una bella esperienza. A parte la fine.

Proprio a me, che da quando è nato Orlando predico l’unschooling, doveva capitare di esaminare e mettere voti. Non solo. Mi doveva capitare di vedere ragazzi stupiti e scontenti di non aver preso il massimo.

A distanza di giorni, passata la sensazione di aver rubato un giorno felice a qualche studente, prendo le distanze e mi chiedo che senso abbia questa gerarchia di 10 punti da 20 a 30.

Nonostante il nonsense dei voti e di un sistema di formazione che fa acqua da tutte le parti, consegnando studenti pieni di buchi di sapere al grado più alto dell’istruzione, insieme abbiamo fatto un bel lavoro.

Tema centrale sono stati i loro sogni. Avrebbero potuto raccontarsi di più, lo so, ma questi ragazzi sono un po’ coriacei e non sono abituati a rivelarsi. D’altronde sembrano essere stati tirati su per mettersi in salvo più che per raccontarsi. E raramente ho sentito qualcuno chiedere loro qualcosa.

Ecco qui il loro blog.

https://blogmattatoio.wordpress.com/

scuola materna. il ritorno

escher

L’altro giorno un’amica ha postato un articolo sulla scuola steineriana. Ipotesi scartata dopo la visita alla Janua di via della Magliana, quando in un istante ho preso una decisione sulla quale non tornerei per niente al mondo. Eppure l’articolo ha risvegliato i miei dubbi.

Mesi a girovagare, domandare, cercare la scuola perfetta. È così che ho dimenticato le ragioni dell’unschooling. Torno ora sui punti critici.

Delegare la formazione allo Stato. Trovo questa formula così vecchia che mi stupisco che la scuola non sia ancora andata definitivamente a rotoli. La trovo fondata sulla disperata ricerca di un grande padre, incapace di riconoscere e amare i propri figli.

Entrare a far parte di un sistema fondato sulla reciproca sfiducia. Cioè io ti do mio figlio ma siccome non mi fido, controllo che tutto vada in modo accettabile osservando i comportamenti del bambino, i suoi nervosismi, ingrassamenti, dimagrimenti, raffreddori, pidocchi, modi di dire, facendo domande insinuanti, restando sempre all’erta. Tu dal canto tuo non ti fidi di me né tanto meno di mio figlio, che consideri un mio imperfetto prolungamento. Lo trovo non solo faticosissimo, ma proprio antisociale.

La rigidità degli orari e in generale delle condizioni da rispettare una volta dentro. Andare a scuola non vuol dire entrare a far parte di una comunità pulsante per partecipare alla sua vita, ma accedere a un sistema dato e accettarne le regole senza troppe discussioni. Alle brutte si può sempre denunciare un insegnante o un dirigente.

L’unica cosa che resta da fare in questo immenso mare oscuro è cercare un’oasi di trasparenza e di pace, una scuola perfetta, un’antiscuola, la pecora nera della pubblica istruzione.

Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Ho tanto amato Calvino e le sue strategie di sopravvivenza. Ma se a 25 anni il mondo mi sembrava un inferno, adesso no. Non credo dipenda dalla raggiunta maturità: se è vero come è vero che la vita è un countdown, tanto più si accorcia il tempo a mia disposizione tanto più io mi ci affeziono.

A questo punto l’inferno è alle spalle, evitabile, forse addirittura evitato, lasciato andare via in tanti pezzi di cui non ho alcuna nostalgia. Un tempo pensavo di non poterne fare a meno, e invece le cose hanno preso un altro corso.

Mio figlio ha 3 anni. È nato con un debito stimato intorno ai 3 milioni e mezzo di euro. Eredita una scuola semimorta fondata sul principio di autorità e separazione, dove ci si ostina a impartire lezioni su questioni e lingue defunte, per poi domandarsi quali siano le ragioni del disinteresse dei ragazzi. Passeggia lungo strade in cui gli scarichi delle macchine sono posizionati esattamente per arrivargli in bocca. Sui canali della tv pubblica a lui dedicati, per cui si paga il canone, viene bombardato di pubblicità di giocattoli e di cibi pieni di sostanze fuori controllo. Vive in una città il cui sindaco, a un anno dal suo insediamento, per rendere più vivibile Roma, più bella e inedita, meno inquinata e stressata, anziché costruire aree pedonali e piste ciclabili si è divertito a invertire i sensi di marcia di via Labicana. Potrei continuare all’infinito. Questo è solo il primo girone. L’inferno è appena iniziato.

E con la scuola che si fa? Per ora ci accontentiamo di ricorrere al vecchio Calvino, alla sua ipotesi di sfuggire al labirinto rimanendoci dentro, perché il fuori non esiste. Incrociamo le dita e speriamo che la nostra Montessori sia all’altezza delle promesse, che sia quella cosa che inferno non è in mezzo all’inferno, che sia la nostra sopravvivenza. Mi resta il dubbio terribile che fuori dall’inferno ci sia tutto un mondo che aspetta solo noi.

Non è mai troppo tardi

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Non è mai troppo tardi, andato in onda il 24 e 25 febbraio, ci ha risparmiato per ben due sere di seguito i talk show che imperano sulla televisione di casa dopo che Orlando si è addormentato. E ha riaperto la parentesi “scuola sì scuola no”.

È la storia di Alberto Manzi, maestro illuminato che dal secondo dopoguerra conduce la sua battaglia per trasformare l’istituzione scolastica e renderla umana, giusta e, perché no, divertente.

Ed è così che dopo una lunga silente pausa, riempita dalle mie ricerche per la scuola dell’infanzia, dalla compilazione di moduli cartacei e dai tentativi di definire meglio me stessa per poter rispondere alle domande di un documento prestampato che deciderà l’ammissione di Orlando alle strutture per l’infanzia, rinasce spontanea la domanda. La scuola è un luogo in cui si apprendono cose, si sviluppano passioni e si fanno conoscenze, oppure è la palestra che prepara ad affrontare il marcio del mondo? Il luogo in cui quel marcio comincia a materializzarsi o lo spazio per un’ipotesi di cambiamento radicale? Il posto in cui ognuno di noi si confronta con la cattiveria degli altri per tirare finalmente fuori la propria o una terra di sperimentazioni positive? È scuola di vita o laboratorio di prospettive?

Il bello dell’Italia è questo. Una certa ipocrisia fondata su una gigantesca contraddizione. In prima serata su rai 1 va in onda la vita di Alberto Manzi, maestro che si rifiutava di mettere voti e dare giudizi, seguire programmi ministeriali e adottare testi scolastici. Intanto però, chi in questi giorni incappa nelle iscrizioni scolastiche sa che la scuola prima di tutto è questione burocratica, e che molto dipenderà dall’insegnante che capiterà. Che bisogna essere un po’ scaltri con la burocrazia e un po’ fortunati con le persone. Che di Alberto Manzi ce n’è uno su un milione e che quasi certamente la scuola imporrà giudizi, voti, separazioni, sperequazioni, ingiustizie, umiliazioni e privilegi. Che sarà lo specchio di un mondo che non riesce a non manifestarsi con la sua faccia peggiore.

Ed è così che ci teniamo la scuola che abbiamo, mentre sotto sotto speriamo di incontrare un insegnante che le disobbedisca e la sovverta. Poi se non lo incontreremo va bene lo stesso, vorrà dire che nostro figlio potrà allenarsi a diventare uno stronzo come tutti gli altri.

Ma la storia di Alberto Manzi è lontana. Erano i tempi in cui la scuola sembrava necessaria perché c’era bisogno di alfabetizzare. Oggi direi quasi che il problema sia contrario e che abbiamo bisogno di disimparare un po’ delle cose studiate – perché non sono tutte sacrosante né irrinunciabili né innocue – per far posto ad altre informazioni finora emarginate. Mi sembra superfluo ormai pensare di riformare la scuola con un sovvertimento che andava bene 50 anni fa. Io andrei oltre, e probabilmente lo farebbe anche Alberto Manzi se fosse ancora vivo. Ma la scuola italiana è così, non riesce nemmeno ad aggiornarsi al secolo scorso, figuriamoci prefigurare nuovi scenari.

homeschooling

lezioni d’arte. il postmoderno

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collage
carta su cartonicino

Metodo Gordon per tutti

musica

Da quando Orlando ha sei mesi, seguiamo un corso di propedeutica musicale ispirato al metodo Gordon alla scuola del padre.

Metodo Gordon significa che la musica è un linguaggio come gli altri e come gli altri può essere appresa: attraverso l’ascolto, per passare lentamente all’interazione e arrivare naturalmente al possesso. Insomma, come impariamo a parlare, così impariamo a cantare e suonare.

La scuola sta per finire e i ragazzi si preparano alle vacanze. In questa manciata di giorni che ci separano dalla chiusura estiva, si consumano le ultime interrogazioni per aggiustare i voti, arrotondare i mezzi numeri e cercare di evitare i cosiddetti debiti (la scuola da qualche anno ha preso in prestito dalle banche i termini di giudizio). Per evitare quello che ai miei tempi si chiamava essere rimandati a settembre.

L’altro giorno, proprio in occasione di un’interrogazione finale, ho trascorso un paio d’ore con mia nipote che frequenta il quarto ginnasio. E dopo secoli, mi sono di nuovo imbattuta nel latino scolastico.

Nonostante al liceo non amassi né il latino né il greco, tra i due mali preferivo il minore, cioè il latino. Frequentando l’università e la scuola dell’archivio centrale di Stato ho poi scoperto che questa lingua mi piaceva davvero, e siccome la studiavo da sola, il mio impegno era soprattutto tanto esercizio, tanta lettura, tanta traduzione. Con il latino avevo preso confidenza, avevo imparato ad ascoltarlo e a capirlo.

Seduta al tavolo con mia nipote, a un certo punto ho dovuto dirle: “alcune cose cerca di intuirle, come se stessi ascoltando qualcuno. Adesso il latino è una lingua morta, ma un tempo veniva parlato”.

A mia nipote non viene mai chiesto di mettersi in ascolto. Le viene chiesto invece di imparare: studiare le regole e le eccezioni. Tanta memoria e poca percezione. Poca struttura e tanti dettagli. Ai miei tempi non era diverso.

Capisco perché non amassi il latino al liceo e perché l’abbia scoperto solo più tardi, quando siamo rimasti io e lui faccia a faccia, senza più regole tra noi. Non credo però che sia il solo caso di strano insegnamento praticato nelle scuole italiane, dove si chiede all’allievo di “imparare” anziché ascoltare, assorbire, interagire, elaborare, restituire. Anche la matematica, la letteratura, la biologia, la fisica, l’arte sono linguaggi. Perché allora il metodo Gordon non va bene per ogni cosa? Perché funziona solo per la musica?

Ovviamente il metodo Gordon sarebbe perfetto per ogni disciplina, ma la scuola non lo sa, o fa finta di non saperlo.

A coloro che si lamentano che la musica non sia materia di studio nelle scuole italiane, mi verrebbe da rispondere: incrocia le dita e spera che non lo diventi mai.

Scuola per l’infanzia. L’invenzione di un diritto

scuola

In macchina, mentre guido, quasi sempre ascolto la radio. L’altro giorno ho seguito una trasmissione che affrontava il tema della maternità e dei servizi all’infanzia. Cioè gli asili nido. Ovviamente pubblici. Un argomento delicato. Il nido è un diritto che lo Stato dovrebbe garantire. Questo è un dato certo e i dati certi non si discutono.

Ho già scritto un post in cui affrontavo la questione dei costi pubblici delle scuole per l’infanzia. Parliamo di cifre importanti che competono col sussidio di disoccupazione e col reddito di cittadinanza. Tanto alte da impedire di coprire l’intero fabbisogno nazionale, a meno che non si abbassi ulteriormente il tasso di natalità, ma anche questa sembra una strada poco praticabile.

La cura di un bambino non può essere affidata esclusivamente a un genitore, la madre. È umanamente e socialmente insostenibile. Lo Stato allora dice: ci penso io. Nella realtà le cose non stanno così. Lo Stato ci mette un’idea, la trasforma in diritto, fa un bilancio economico, centralizza, burocratizza, crea liste e graduatorie, copre le spese che può, lascia scoperto il resto e siccome il nido è un diritto, chi non è rientrato nelle spese pubbliche se la cava come può: manda il figlio alle scuole private. Chiunque sia a pagare, comunque bisogna andare.

Sembrerebbe un tabù. D’altronde quando si parla di diritti, diventa davvero difficile sottrarsi e formulare un’ipotesi diversa. I diritti sono inalienabili, anche se c’è chi non ne vuole usufruire.

Eppure voglio andare oltre. No grazie, questo diritto mi sta stretto. Lo Stato, a ben vedere, è un grande padre di quelli vecchio stile che mandavano i figli a lavorare per poi gestire da soli le finanze di casa. Nessuno poteva competere con la sua amministrazione, non la madre, non i figli. Lui sapeva cosa prendere e cosa dare. C’era poco da discutere. Se il nido è un diritto per le madri e addirittura per i figli, allora non è possibile pensare a un modo diverso di spendere i soldi, per esempio riformulando alcuni spazi perché accolgano pratiche di incontro senza che i bambini siano costretti a stare con altri bambini tutti della stessa identica età (scriverò presto un post su Orlando e i suoi amici più “grandi”). Per esempio destinando alle donne con figli un sussidio di maternità. Se il nido e la scuola sono un diritto, allora non si possono scegliere le competenze e le persone di riferimento per la formazione di un figlio, perché le graduatorie, le zone di competenza, il caso, la fortuna, la sfortuna, l’amministrazione locale, quella centrale, decidono per te. Non si possono scegliere le cose da osservare, approfondire, attraversare, perché i programmi ministeriali decidono per te. Un bambino non può scegliere i suoi amici né esprimere delle preferenze, perché la scuola è un fatto che non si discute, è la realtà, o comunque il suo specchio, e se è una brutta scuola vuol dire che il mondo è brutto e sottrarsi equivarrebbe a mettersi sotto una campana di vetro.

Ho come l’impressione che lo Stato abbia inventato un diritto, costruendoci intorno un sistema farraginoso, mastodontico, ingestibile, un diritto che è una brutta scorciatoia per eludere la questione: partecipare e scegliere, conoscere ognuno come può.

radio free school

radio_onair

a proposito di unschooling

http://radiofreeschool.blogspot.it/

Non c’è la comunità? L’homeschooling non si fa

folla

L’altra sera il padre di mio figlio mi chiedeva: “l’homeschooling, praticamente, come funziona?” Difficile spiegare come funziona qualcosa che non c’è. Non c’è la scuola.

“Che senso ha l’homeschooling se non c’è una comunità?” Poneva infine questo dubbio sacrosanto. Sacrosanto perché universale. Togliere di mezzo la scuola apre il sipario a una realtà che cerchiamo in tutti i modi di non vedere: la comunità non c’è. Esistono dei surrogati virtuali nei quali riponiamo ogni speranza di salvezza, come la rete. Surrogati di sistema, come la scuola, che però per la loro natura sovrastrutturale e coatta non sono dinamici né vitali. Esistono poi tanti luoghi di incontro – vedi il proliferare di corsi di teatro, musica, ballo, scrittura, lettura, ceramica – ma per lo più a pagamento e comunque finalizzati a un obiettivo molto circoscritto. Di fatto la comunità non c’è.

Non mandare i figli a scuola crea un vuoto oggettivo. Tanto più che una madre rischia di restare sola a gestire tutto, dal tempo allo spazio alla parola al silenzio. Il padre può essere d’aiuto nel caso in cui la pratica dell’homeschooling sia condivisa, ma non basta, e comunque il carico maggiore finisce inevitabilmente su un solo genitore, che quasi sempre corrisponde alla madre.

Detto fatto. Non c’è la comunità. L’homeschooling non si può fare.

Ma io sono convinta del fatto che le strutture massificanti e “obbligatorie” come la scuola siano complici di questa mancanza, o meglio, di questa sparizione. Perché un tempo la comunità c’era e non bisogna risalire alla notte dei tempi per ricordarsene: emerge dai racconti di mio padre, ne sopravvivono dei tratti nella memoria della mia infanzia, e poi ancora nelle mie esperienze di ragazza che fa politica, ce ne sono delle sacche qua e là, sparse come riserve indiane nella società in cui viviamo, tracce, residui di una vocazione che non ne vuole sapere di abbandonare la Terra per emigrare su altri pianeti.

Io mio figlio a scuola non voglio mandarcelo perché a pelle la scuola non mi piace, perché istintivamente penso che faccia male, perché mi ricorda i regimi e le grandiose architetture figlie di sogni che stanno per tramontare. Insomma è una tentazione più emotiva che logica. Ma c’è anche un’altra cosa: mandarlo a scuola significherebbe oscurare il fatto che non c’è alcuna comunità a sostenermi, quindi non c’è alcuna comunità tout cort, e questo sistema mondo sta fallendo perché io e mio figlio spesso siamo soli perché non andiamo a scuola.

E fin qui abbiamo individuato ciò che in questo mondo non va. Poi però esistono cose che vanno bene e che fanno piacere. Per esempio quelle sacche, riserve indiane di umanità che sopravvive dentro la materia della nostra vita. Tentativi faticosissimi ma necessari di riconoscersi al di là delle sovrastrutture, oltre le sovrastrutture, addirittura contro le sovrastrutture. Io ne vedo sempre di più, nonostante il disastro. Sono ottimista? Forse.

A volte mi sembra che per cambiare il mondo ci voglia ancora solo un passo. In quale direzione? La domanda è d’obbligo. Per esempio si può tentare di rovesciare certa retorica che ci schiaccia tutti su risposte scontate. Non più: non c’è la comunità quindi l’homeschooling non si fa. Ma: si fa homeschooling quindi si fa la comunità.

Non posso dire “mi sento sola” che c’è subito qualcuno pronto a rispondermi: “lo devi mandare a scuola”. No, mi sento sola perché di fatto lo sono. Risolverò il problema, ma non mandando mio figlio a scuola. Almeno non per ora.

unschooling

george bernard shaw

What we want to see is the child in pursuit of knowledge, not knowledge in pursuit of the child

George Bernard Shaw

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