monopoly

Questi sono i primi passi di Orlando nel mondo delle conoscenze scolastiche. I suoi primi passi nel mondo della scuola. Nel mondo del mondo. Aspettando il Natale, faccio il primo bilancio.

Il tempo pieno è un massacro. È un ritmo fordista che andrebbe combattuto e abbattuto per inventare qualcos’altro. È un sistema pesante, stressante, che lascia ai bambini pochissime libertà di vita, di apprendimento, di conoscenza, di relazione, di scelta, di tutto. Come se la scuola potesse occuparsi di ogni cosa.

Se pure fosse perfetta, non sarebbe in grado né avrebbe il diritto di farlo. A questo aggiungiamo che la scuola pubblica italiana fa schifo e figuriamoci i risultati.

Risultato numero uno. Il metodo Montessori all’interno degli istituti statali è un compromesso. Chi vuole il metodo applicato deve darsela a gambe.

Numero due. A più di cento anni dall’invenzione della scuola, ancora non è chiara una cosa semplice semplice: si apprende di più giocando che annoiandosi.

Abbiamo avuto un lungo weekend, iniziato giovedì pomeriggio e finito lunedì mattina. Giorni interi a sfidarci a Monopoly, un gioco intramontabile dove io e il padre ci siamo tuffati come ragazzini. A parte le casette di plastica, tutto il resto è uguale a quando ero piccola. Un fantastico, capitalistico effetto madeleine.

L’entusiasmo di Orlando è grande. Lui, che si rifiuta di leggere a voce alta, che preferisce ascoltare, che per ore segue le avventure che di notte gli racconto per addormentarsi, di fronte al gioco ha letto. Probabilità imprevisti terreni. Lentamente, con calma, sempre meglio. Gli piace, si diverte, gli serve. Unisce l’utile al dilettevole.

Se è vero che il gioco aiuta a vivere e a conoscere, allora è legittima la mia domanda: cosa ci fanno sui quaderni di Orlando, che frequenta una scuola Montessori, quelle interminabili file di a e i o u ripetute per pagine e pagine? Perché, se nella musica ha preso piede il metodo Gordon e nell’apprendimento delle lingue ha vinto la via della conversazione, l’italiano invece si insegna ancora come cento anni fa? Perché i bambini non vengono guidati nello splendido mondo delle parole come se queste fossero giochi e avventure? Perché vivisezionare quel miracolo che è la nostra capacità di nominare le cose?

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riscaldamento globale

Questo è il tempo della siccità, del riscaldamento globale, del disastro. Noi romani lo sentiamo nell’aria, che è diventata putrida e carica di smog. Mai come in questo momento. Poi viene la pioggia e nessuno si lamenta perché l’aspettavamo.

Arriva precisa alle 16.30, l’ora in cui Orlando esce da scuola.

Se l’uscita dalla nostra scuola primaria è una delle cose più malmesse e peggio organizzate che io abbia mai visto in vita mia, quando piove la situazione precipita.

I bambini, a un ritmo incommensurabilmente lento, vengono condotti al portone e lì bloccati sotto un cornicione pericolante, crollato qualche metro più in là, per cui è stato transennato un intero marciapiede. Lo sguardo della maestra si fa largo tra la folla di donne uomini e ombrelli venuti a prendere i bambini, che cerca di spedire fuori dalla scuola, uno per uno, finché la classe insesorabilmente si svuota e si passa a quella successiva.

Inutile prendere appuntamenti a Roma se piove. Non è chiaro quando riuscirai a riavere tuo figlio.

La scuola di Orlando ha un bellissimo cortile interno, dove la prima settimana abbiamo accompagnato i bambini che iniziavano le elementari. Ha pure un grande androne confinante con un largo corridoio di accesso alle scale che portano alle aule. Insomma basterebbe il buon senso.

È qui che ci dovete ridare i nostri figli! Nel cortile oppure nell’androne. Non sul marciapiede, sotto il cornicione pericolante e la pioggia battente.

Probabilmente è tutta questione di burocrazia e di assicurazioni. I genitori dentro la scuola a quell’ora non sono assicurati. Se cadessero e si rompessero una gamba. Se scivolassero e battessero la testa. Se si rompessero l’osso del collo. Se impazzissero e cominciassero a colpire la folla. Se aggredissero un insegnante. L’assicurazione non coprirebbe le spese.

Io l’ho sempre detto. La scuola è un grande piccolo specchio dell’Italia. Una specie di laboratorio delle follie di questo paese.

Se si decidesse di coprire i genitori con una polizza integrativa infortuni e responsabilità civile – che dovremmo pagare noi e che ci costerebbe 7/8 euro l’anno – il problema probabilmente sarebbe risolto. D’altronde versiamo già un contributo cosiddetto volontario di 30 euro annui comprensivi di: assicurazione del bambino, cartellino di riconoscimento per le uscite, adsl, manutenzione laboratori. Che in una scuola come quella di Orlando vuol dire un’entrata di 15.000 euro circa.

Con la spesa del cartellino – prezzo stimato tra i 3 e i 6 euro – e quella dell’assicurazione del bambino – 4,50 euro – arriviamo a 10 euro. Il resto delle voci è roba piuttosto fumosa e poco trasparente. Per carità, non voglio dire che la scuola ci marci. Anzi. Probabilmente non ci sono i soldi per fare niente, meglio quindi avere un tesoretto per le emergenze. Ciò che mi disturba è il criterio di esclusione.

La scuola esclude. Esclude i genitori dai suoi luoghi fisici e simbolici. Li esclude dalla conoscenza e dalla trasparenza quando chiede loro di versare soldi senza però voler rendere conto di niente. Li esclude dalla possibilità di decidere come spendere questi soldi. Per esempio accendendosi un’assicurazione per poter entrare a prendere i figli nei locali della scuola.

La scuola esclude i bambini. Quando sono in difficoltà. Quando non ce la fanno. Quando restano indietro. Quando sono fragili. Quando rivelano una differenza. Spesso la scuola non è in grado di includerli.

Ed è così che i genitori, quando piove, sono costretti a scegliere tra l’uscita dei figli da scuola e il riscaldamento globale. Non possiamo biasimarli se mandano a quel paese l’ambiente sperando che non piova, se anzi ci mettono il carico da novanta prendendo la macchina per fare 100 metri e lasciando i motori accesi anche quando stanno fermi. Se lo fanno con automobili ingombranti da tutti i punti di vista. Se quando tornano a casa accendono i termosifoni anche se non serve. Se intrattengono i figli con giochi ipnotici ad alto consumo di energia e di sinapsi, lasciando tutto accesso per ore e ore. Se tutti insieme formano uno dei peggiori nemici privati dell’ambiente. I genitori sono soli nel loro destino. Nessuno li aiuta.

Io personalmente ho stabilito la mia piccola pratica di disobbedienza: quando piove vado a prenderlo prima.

salviamo i bambini dal pallone

Il padre di mio figlio è un romano quasi doc, con i pregi e i difetti che caratterizzano gli abitanti della capitale. Per esempio certa cinica ironia. Quando gli ho parlato dei risultati di un’indagine che ha rivelato il diverso atteggiamento delle donne e degli uomini nei confronti dei colloqui di lavoro (le donne vanno molto più preparate degli uomini, che facilmente ci provano anche se non hanno un grande cv da presentare), ha detto: certo, noi dobbiamo portare in fretta i soldi a casa. Nonostante il pensiero un po’ retrò, nelle sue parole si nasconde una verità: l’approssimazione. Insomma l’ammissione della vaghezza nelle azioni e della fretta nel portarle a termine.

I maschi sono più semplici, pragmatici e privi di grilli per la testa. Vanno al sodo senza farsi troppe domande. Atteggiamento di cui non è il caso di vantarsi, visti i danni che riesce a provocare. Ma è forse questione di dna? Quello del maschio è un destino genetico? Io sinceramente non lo so. Credo inoltre che il dna sia talmente suscettibile anche dei più piccoli movimenti esterni e interni, che è difficile definirlo una volta per tutte. Ma se pure fosse, oltre al dna ci sono le esperienze, le condivisioni, le proposte, l’ascolto e un milione di altre cose che descrivono il nostro passaggio su questo pianeta. Cose sulle quali si può lavorare. Alle quali affidare un possibile cambiamento.

La semplicità di Orlando che cerca e trova il suo ruolo dietro a un pallone che disperatamente viene lanciato nello spazio di una porta. La visionarietà di quella porta spesso immaginaria, fatta della materia dei sogni. Il contatto fisico, quel volersi acchiappare a tutti i costi, il sudore, il fiatone, le voci gridate, be’ mi commuovono. E pure messe a confronto con le sofisticatezze dei giochi delle bambine, non mi dispiacciono. Certo però che lo spazio privo di fretta, creativo, raffinato e pieno di respiro non può essere ignorato. Anzi. Allora mi dico: meno male che le inseganti sono donne. Meno male che Orlando impara a lavorare la maglia, e gli piace, che impara a spazzare per terra, che si mette con pazienza a colorare, che si dedica alle creazioni d’arte con la cura e la precisione di cui è capace. Se la scuola fosse nelle mani dei maschi, tutto questo non ci sarebbe. E non ci sarebbe nemmeno ciò che secondo me in questo momento sta salvando la scuola dal naufragio imminente: il volontarismo di alcune insegnanti, la loro disponibilità a mettere in gioco qualcosa che nessuna moneta può comprare, cioè quella parte di lavoro che il ministero non richiede e che sullo stipendio non viene riconosciuta. Pochi uomini probabilmente accetterebbero una simile condizione, vista l’urgenza di portare i soldi a casa.

Mancano, e quando dico mancano è drammaticamente vero, figure maschili nella scuola primaria. Meglio così, verrebbe da dire, almeno la fastidiosissima approssimazione di cui gli uomini sembrano essere portatori sani resta fuori dalle classi dei bambini. Poi ovvio, il dirigente spesso è maschio, ma di questo non ci lamentiamo perché il suo pragmatismo lo aiuterà a fare bene. E infatti si vedono i risultati. Nella scuola, che cade letteralmente a pezzi, come altrove, dall’ambiente alle relazioni umane alla politica. Dalle questioni universali alle più piccole. Grazie al pragmatismo e alle approssimazioni siamo stati sommersi da mondezza e plastica. Non c’è stato un attimo per fermarsi a pensare alle conseguenze di ciò che facevamo finché il pianeta Terra non ha cominciato a gridare il suo strazio. E nemmeno questo è ancora sufficiente.

Io credo che esiliare i maschi dai luoghi della prima formazione sia un errore, così come credo che sia un errore lasciare questi luoghi interamente nelle mani delle donne. Perché la scuola non può che avere ancora un ruolo, che probabilmente si esaurirà nel giro di qualche decennio: la sperimentazione. Anche quella delle relazioni di genere. Del rapporto con la propria personalità e con quella dell’altro da sé. Di nuovi ruoli. Nuove forme. Dell’abbattimento di uno spirito conservativo che dimostra quanto poco pesi, spesso, sul piatto della bilancia maschile, la presenza dei bambini, cioè di coloro ai quali un giorno lasceremo il testimone di questo nostro mondo.

I maschi continuano a correre dietro a un pallone senza mai riprendere fiato, e pure quando si appassionano di slow, lo fanno per costruirci sopra un business.

Sarebbe cosa buona e giusta che gli uomini entrassero nella scuola come insegnanti accanto alle colleghe, e lì si riformulassero nella relazione con tutti gli altri, bambine, bambini e donne, che da più di cento anni chiedono loro di venire a sedersi al tavolo del confronto. Sarebbe cosa buona e giusta abbattere il muro dei ruoli che relegano le donne alla cura dei bambini piccoli, per poi affidarli più tardi all’insegnamento dei maschi che arrivano a formare i caratteri dei ragazzi negli anni dell’adolescenza e della giovinezza, mostrando loro come si sta al mondo davvero. Sarebbe cosa buona e giusta contaminare il gioco del pallone con la grazia, che in fondo, a guardarlo bene, ne ha un immenso potenziale.

Intelligenza artificiale. Bambine contro bambini

In prima elementare le differenze di genere si amplificano. I gruppi si separano. Le femmine vanno da una parte e i maschi da quella opposta. Così nello spazio come nei fatti e nel tempo. Si rincontreranno, molto in là negli anni, quando arriveranno i primi amori, i primi ormoni, le prime cotte. Ma da questo momento, per molto tempo, i maschi e le femmine faranno percorsi separati.

La scorsa mattina andando a scuola Orlando mi raccontava di un esercizio di matematica fatto in classe. I bambini dovevano copiare dalla lavagna degli insiemi su un numero imprecisato di fogli, da un minimo di 1 a un massimo di 20. Lui ha compilato 3 fogli, e così i suoi amici maschi, che non sono andati oltre i 4. Di gran lunga più produttive le bambine, qualcuna delle quali ne ha compilati 12, una addirittura 20, cioè il massimo.

Perché? Tutta questione di QI? Questi maschi sono proprio così scemi? Ci mettono tanto a sviluppare qualità che nelle femmine si rivelano quasi immediatamente?

A cercare spiegazioni si incappa in una incredibile rincorsa a chi è più intelligente di chi. I bambini allattati sono più intelligenti di quelli non allattatti. I bambini bilingue sono più intelligenti dei monolingua. Le femmine sono più intelligenti dei maschi. E chi più ne ha più ne metta. Ma a noi non interessa sapere chi salirà sul podio del bambino più intelligente del secolo. Noi vogliamo sapere dove si nasconde la felicità.

Alcuni studi rivelano differenze che sembrano più indotte che innate. Per esempio che le future bambine, cioè le donne, si presentano a un colloquio di lavoro quando le loro competenze rispondono al 100% delle richieste. Gli uomini si presentano anche con competenze che ne coprono il 60%.  I maschi si buttano. Le femmine si misurano. Quindi, forse, i maschi sono stati educati al coraggio, le femmine alla perfezione.

Detta così potrebbe addirittura sembrare un vantaggio al femminile, se non fosse noto che la perfezione è un inferno che genera disparati mostri in un range che va dalla mancanza di sicurezza fino ad arrivare all’anoressia, passando per infinite altre trappole disseminate sul terreno delle nostre giornate. D’altronde il coraggio, se smisurato, non è da meno: quasi una bacchetta magica che viene a cancellare lacrime, palpitazioni, capacità di riflessione, di ascolto, fragilità, legittime paure. Insomma la femmina ne esce impeccabile, il maschio incontenibile. Con tutte le conseguenze sociali, culturali, penali, antropologiche ed economiche che conosciamo.

Al fondo, per tutti, credo ci sia una sana naturale reazione alla scuola, che è pur sempre un sistema coatto, trasmettitore di immaginari dati. Le bambine reagiscono rispondendo in modo obbediente alle richieste. I bambini scalpitando. Entrambi allineandosi all’immaginario del vecchio mondo.

Ma che ci sta a fare la scuola se non è in grado di creare nuovi scenari? Di mettere le mani nella pasta del futuro? Rimescolando le carte e liberando tutte e tutti. Le bambine dall’obbedienza e dalla insostenibile perfezione. I bambini dall’incontenibilità e dalle approssimazioni del coraggio.

E poi sì, la libertà è anche arrampicarsi sugli alberi, e la scuola questa cosa non la garantisce. E i bambini possono esplodere o implodere.

Benvenuti nella scuola

 

Dopo due settimane di infernale pena, il 14 settembre è iniziata la scuola.

Prima elementare. Siamo solo all’inizio e io mi guardo intorno.

Orlando esce tutti i giorni alle 16.30. Il tempo pieno non mi piaceva ma non avevo alternative, a meno di rinunciare al metodo Montessori. Era così impotante? Non lo so, ma l’esperienza della materna mi aveva convinta che ne valesse la pena.

La scuola è un edificio grande, grandissimo. Un relitto del secolo scorso. Simbolo incalzante del sistema scolastico. La mattina lascio Orlando all’entrata e lo riprendo all’uscita, quando le classi vengono accompagnate dalle insegnanti al portone e genitori nonni e tate si ammassano sulla piccola striscia di marciapiede per riprendersi ognuno il proprio studente, in un balletto di mani alzate per farsi notare nella folla.

Incrociare gli sguardi con l’insegnante è un miracolo, figurarsi scambiarci due parole. L’unica a poterlo fare è la candidata rappresentante dei genitori. Tutti gli altri ricevono comunicazioni piuttosto confuse, tra le quali si barcamenano per sapere cosa mettere nello zaino, quando portarlo e quando lasciarlo a casa. E così le chat di classe impazzano di messaggi.

Benvenuti nel mondo reale. Non la realtà del pianeta, delle cose, dei giorni, delle storie e della natura. No. La realtà del MIUR, un nome che nasconde significati ambigui e imprevedibili.

La situazione per noi è aggravata dal fatto che quest’anno abbiamo deciso di usare la macchina il minimo indispensabile. Così prendiamo il treno imbattendoci col pendolarismo di chi tutte le mattine, di buonora, si sposta viaggiando sui binari che corrono da una stazione all’altra della città. Folle che salgono e che scendono. Che corrono. Che aspettano. I ritardi. I treni a Roma sono spesso in ritardo, e fare affidamento sul trasporto pubblico per andare da qualche parte può rivelarsi una scelta estremamente ingenua.

La scuola primaria – le nostre vecchie elementari – determina in modo irreversibile il passaggio al cosiddetto mondo reale, a quel sistema allucinatorio in cui ti guardi intorno e ti chiedi: dove sono finito? Un terreno sul quale il contrattempo è imminente ed è facile inciampare in piccoli e grandi slittamenti di senso. Un sistema stretto tra l’impersonalità e la disorganizzazione. Una specie di grande fratello che lavora nel caos totale.

Noi abbiamo scelto la Montessori e dopo due settimane ci chiediamo già perché. Ero davvero così convinta?

Se l’unico modo per conoscere le cose è farne esperienza, qui la regola non vale. La maestra non si vede, è un’entità astratta, un’apparizione. Per capirci qualcosa, noi genitori chiediamo ai bambini e li ascoltiamo cercando di captare dati che ci permettano di ricostruire la vita in classe.

Facciamo domande più o meno innocue per cogliere lo spirito che i nostri figli vivono in questo gigantesco ventre che è l’edificio dove trascorrono le giornate. Ed è così che siamo venuti a sapere delle crocette. Crocetta verde se sei stato bravo/buono, crocetta rossa se sei stato cattivo. Perché venga data la crocetta rossa non è chiarissimo, probabilmente nei casi di sovraeccitazione del bambino e forse, addirittura, quando non riesce a chiudere un campito che gli è stato assegnato. A un certo numero di crocette arriva la punizione: niente giardino.

Nella educazione comune il compito fondamentale dell’insegnante è quello di correggere, tanto nel campo morale che in quello intellettuale; l’educazione cammina secondo due direttive: dare premi o dare punizioni; ma se un bimbo riceve premi e punizioni, significa che non ha l’energia di guidarsi e che egli si rimette alla continua direzione dell’insegnante. I premi e le punizioni, in quanto estranei al travaglio spontaneo dello sviluppo del bambino, sopprimono e offendono la spontaneità dello spirito. Non possono perciò aver luogo nelle scuole, come le nostre, dove si suol rendere possibile e difendere la spontaneità. I bambini lasciati liberi sono assolutamente indifferenti a premi e castighi.

La mente  del bambino

Maria Montessori

Ma d’altronde si sa, il metodo va riformato. E allora chissene importa del metodo, ma che almeno si usi il buon senso. Perché togliere il giardino a un bambino agitato, che quindi ha difficoltà a contenere la propria energia? Piuttosto portacelo più spesso, magari si calma un po’.

Se è grave questa specie di semaforo morale – passi col verde e ti fermi col rosso – a peggiore la situazione arriva la notizia che la maestra sceglie a chi dare la croce, cosa già di per sé simbolicamente rilevantissima, ma non è lei a tracciarla fisicamente: chiama dei bambini mandatari che la metteranno al posto suo sul foglio deputato al giudizio.

Tutte le note sui quaderni, e le osservaioni delle maestre, producono una riduzione dell’energia e dell’interesse. Dire “Sei cattivo” o “sei stupido” è umiliante: è insulto e offesa, ma non correzione perché il bambino per correggersi deve migliorare, e come può migliorare se già è sotto la media, ed oltre a ciò viene umiliato?

Maria Montessori

Io per ora sospendo il giudizio e spero che almeno qualcuna delle cose che i bambini ci hanno raccontato sia stata pescata dal pozzo della loro fantasia.

 

la pace

da un lavoro della classe Montessori frequentata da Orlando

a scuola di cinema

Per un giorno Orlando e i suoi amici sono andati dall’altra parte del cinema per sbarcare sul set e scoprirne i segreti più evidenti. Hanno verificato che film e realtà sono due cose differenti, che un film non è un flusso di cose che accadono ma il montaggio di scene girate separatamente l’una dall’altra, risultato di un serie infinita di ciak, che i personaggi non sono persone e gli attori non sono i personaggi che interpretano.

Se la scuola volesse potrebbe prevedere queste esperienze, così come potrebbe prevedere dei laboratori per fare la radio, i giornali, i libri, le mostre, le fotografie, la musica, così come potrebbe prevedere dei corsi di tecniche della narrazione. E all’infinito la scuola potrebbe.

Per un giorno Orlando e i suoi amici hanno girato una piccolissima scena di Classe zeta, un film in uscita in questi giorni nelle sale, che nemmeno a farlo apposta parla della scuola e dei ragazzi che la attraversano.

domenica al museo pigorini

2001-odissea-nello-spazio

Domenica scorsa, approfittando della pioggia e delle giornate gratuite, abbiamo visitato il Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini, all’interno del quale c’è una sezione didattica con una programmazione interessante dedicata ai bambini. Ci siamo così imbattuti in un laboratorio dove Orlando ha costruito un coltello con un sasso scolpito, affilato e assicurato a una piccola canna di bambù. Alla fine, tenendo ben stretto in mano il coltello in attesa che il collante naturale si asciugasse, ha voluto vedere le varie sezioni espositive.

Senza questa esperienza, dove ha ripercorso i gesti di esseri umani primitivi per costruire un oggetto esistito tanti anni fa, Orlando non avrebbe probabilmente provato lo stesso entusiasmo nel visitare il museo della preistoria.

Sembra proprio che l’apprendimento possa passare per le mani, per le cose che si fanno. Che si possa arrivare all’astrazione attraverso procedimenti induttivi. Sembra addirittura che ci sia la possibilità di ripensare la scuola a partire da un dato semplice: che l’esperienza insegna, e a volte lo fa meglio di mille parole.

Ho conosciuto Ulisse, ovvero come liberarsi delle idiosincrasie

© Makoto

© Makoto

Non sopporto il punto sulla I maiuscola. Un segno piccolissimo attraverso il quale potrei iniziare a dividere l’umanità in due categorie. Questione di idiosincrasie.

L’altro giorno ero alla Penny Wirton, la scuola di Italiano per migranti che da un mese frequento come volontaria. Qui le lezioni sono idealmente organizzate uno a uno, cioè un insegnante per un allievo, se il numero di volontari lo consente. Ero seduta al banco col mio studente, un ragazzo di sedici anni arrivato in Italia da poco che quasi non parla la nostra lingua. Ma ha intenzione di impararla perché vuole vivere qui, trovare un lavoro, una casa e tra qualche anno portarsi la sua I love you, la fidanzata che lo aspetta in Egitto. Lei arriverà in aereo e non a bordo di un barcone come ha fatto lui. Questo è il suo sogno.

Il mio studente ha un vantaggio non indifferente rispetto a molti migranti suoi coetanei: non è analfabeta. Legge e ripete di continuo alcune parole italiane per memorizzarle. Occhio. Naso. Bocca. Scarpa. Orecchio. Macchina. Occhio. Naso. Bocca. Scarpa. Orecchio. Macchina. Scrive una parola e disegna il punto sulla I maiuscola. Lo noto e sto per dirgli: non metterlo, non ci va. Poi mi fermo e penso chissenefrega del punto. Lo ascolto mentre mi parla del suo viaggio. Ha voglia di raccontarmelo e riusciamo a capirci nonostante l’Italiano. D’altronde la sua è una storia che ho già sentito: una piccola barca piena di gente. Si ribalta. Arriva una grande nave e ripesca i sopravvissuti. Molti non ce la fanno.

È una storia che si ripete sempre uguale e con qualche variante. È l’Odissea. Raccontata attraverso i gesti, i disegni e le parole inventate di un ragazzo di sedici anni che sta qui da solo. È il suo sogno di tornare a casa, in una terra qualsiasi, non importa più che sia Itaca. Ulisse vuole solo stare in pace con la sua I love you.

concerti di silenzio alla scuola montessori

© mario giacomelli

© mario giacomelli

La scuola Montessori prevede alcune regole dalle quali non si scappa facilmente. Una di queste è il grembiule. Non sto qui a discutere sull’opportunità di metterlo. Se la scuola fosse di mia invenzione, il grembiule probabilmente non esisterebbe: trovo inutile il tentativo di non far sporcare i bambini, tanto si sporcano lo stesso e va bene così; e mi sembra bizzarra la volontà di coprire le differenze di prezzo degli abiti sfoggiati in classe, perché se davvero le grandi distanze economiche tra un essere umano e l’altro sono inaccettabili, sarebbe allora il caso di scorciarle senza ricorrere all’espediente del tappeto. Ma io una scuola non l’ho ancora fondata.

Orlando resisteva al grembiule.

– Chiedi alla maestra perché devo metterlo.

Io gli ho risposto che le regole non potevo sovvertirle, ma la domanda sì, potevo farla.

– Buongiorno maestra, Orlando vorrebbe sapere perché deve mettersi il grembiule.

– Lo vuoi sapere tu o Orlando?

– Orlando.

– Ma lui già lo sa perché me lo ha chiesto ieri e la risposta è che in questa scuola i bambini lo portano.

Responso insoddisfacente, ma che potevo fare? Ho pensato: figlio mio, vai e cavatela da solo, non posso condurre io la tua battaglia. E ci siamo salutati.

Quando sono tornata a riprenderlo, Orlando indossava il grembiule ed era contento. Cosa fosse accaduto nel frattempo non lo so. So solo che è arrivata una maestra capace in poche ore di risolvere questioni per me insanabili. Non mi resta che aggrapparmi con le unghie a quel poco di fiducia in me stessa che ancora ho.

Il giorno dopo, all’uscita, mi sono affacciata in classe e l’ho visto silenziosissimo e cauto muoversi lentamente con una campanella in mano, circondato dagli altri bambini, tutti muti e immobili. Quando siamo rimasti soli gli ho chiesto cosa stessero facendo. La risposta è stata un po’ confusa, ma se non ho capito male si tratta di questo: alla fine della giornata i bambini si siedono e vengono loro date una o due campane che si passano l’un l’altro senza fare rumore; man mano che arrivano i genitori, i piccoli restano seduti e non saltano come molle per andarsene, ma aspettano che la maestra li saluti.

Orlando è sereno e sta bene. Certo, qualche domanda sull’opportunità di contenere le pulsioni me la sono fatta. Però mi sono anche chiesta se i bambini abbiano davvero bisogno del caos costante che c’era nella classe dell’anno scorso e che un po’ mi mancava, e mi sono ricordata di un particolare del film Il pianeta verde: i concerti di silenzio.

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