la pace

da un lavoro della classe Montessori frequentata da Orlando

a scuola di cinema

Per un giorno Orlando e i suoi amici sono andati dall’altra parte del cinema per sbarcare sul set e scoprirne i segreti più evidenti. Hanno verificato che film e realtà sono due cose differenti, che un film non è un flusso di cose che accadono ma il montaggio di scene girate separatamente l’una dall’altra, risultato di un serie infinita di ciak, che i personaggi non sono persone e gli attori non sono i personaggi che interpretano.

Se la scuola volesse potrebbe prevedere queste esperienze, così come potrebbe prevedere dei laboratori per fare la radio, i giornali, i libri, le mostre, le fotografie, la musica, così come potrebbe prevedere dei corsi di tecniche della narrazione. E all’infinito la scuola potrebbe.

Per un giorno Orlando e i suoi amici hanno girato una piccolissima scena di Classe zeta, un film in uscita in questi giorni nelle sale, che nemmeno a farlo apposta parla della scuola e dei ragazzi che la attraversano.

domenica al museo pigorini

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Domenica scorsa, approfittando della pioggia e delle giornate gratuite, abbiamo visitato il Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini, all’interno del quale c’è una sezione didattica con una programmazione interessante dedicata ai bambini. Ci siamo così imbattuti in un laboratorio dove Orlando ha costruito un coltello con un sasso scolpito, affilato e assicurato a una piccola canna di bambù. Alla fine, tenendo ben stretto in mano il coltello in attesa che il collante naturale si asciugasse, ha voluto vedere le varie sezioni espositive.

Senza questa esperienza, dove ha ripercorso i gesti di esseri umani primitivi per costruire un oggetto esistito tanti anni fa, Orlando non avrebbe probabilmente provato lo stesso entusiasmo nel visitare il museo della preistoria.

Sembra proprio che l’apprendimento possa passare per le mani, per le cose che si fanno. Che si possa arrivare all’astrazione attraverso procedimenti induttivi. Sembra addirittura che ci sia la possibilità di ripensare la scuola a partire da un dato semplice: che l’esperienza insegna, e a volte lo fa meglio di mille parole.

Ho conosciuto Ulisse, ovvero come liberarsi delle idiosincrasie

© Makoto

© Makoto

Non sopporto il punto sulla I maiuscola. Un segno piccolissimo attraverso il quale potrei iniziare a dividere l’umanità in due categorie. Questione di idiosincrasie.

L’altro giorno ero alla Penny Wirton, la scuola di Italiano per migranti che da un mese frequento come volontaria. Qui le lezioni sono idealmente organizzate uno a uno, cioè un insegnante per un allievo, se il numero di volontari lo consente. Ero seduta al banco col mio studente, un ragazzo di sedici anni arrivato in Italia da poco che quasi non parla la nostra lingua. Ma ha intenzione di impararla perché vuole vivere qui, trovare un lavoro, una casa e tra qualche anno portarsi la sua I love you, la fidanzata che lo aspetta in Egitto. Lei arriverà in aereo e non a bordo di un barcone come ha fatto lui. Questo è il suo sogno.

Il mio studente ha un vantaggio non indifferente rispetto a molti migranti suoi coetanei: non è analfabeta. Legge e ripete di continuo alcune parole italiane per memorizzarle. Occhio. Naso. Bocca. Scarpa. Orecchio. Macchina. Occhio. Naso. Bocca. Scarpa. Orecchio. Macchina. Scrive una parola e disegna il punto sulla I maiuscola. Lo noto e sto per dirgli: non metterlo, non ci va. Poi mi fermo e penso chissenefrega del punto. Lo ascolto mentre mi parla del suo viaggio. Ha voglia di raccontarmelo e riusciamo a capirci nonostante l’Italiano. D’altronde la sua è una storia che ho già sentito: una piccola barca piena di gente. Si ribalta. Arriva una grande nave e ripesca i sopravvissuti. Molti non ce la fanno.

È una storia che si ripete sempre uguale e con qualche variante. È l’Odissea. Raccontata attraverso i gesti, i disegni e le parole inventate di un ragazzo di sedici anni che sta qui da solo. È il suo sogno di tornare a casa, in una terra qualsiasi, non importa più che sia Itaca. Ulisse vuole solo stare in pace con la sua I love you.

concerti di silenzio alla scuola montessori

© mario giacomelli

© mario giacomelli

La scuola Montessori prevede alcune regole dalle quali non si scappa facilmente. Una di queste è il grembiule. Non sto qui a discutere sull’opportunità di metterlo. Se la scuola fosse di mia invenzione, il grembiule probabilmente non esisterebbe: trovo inutile il tentativo di non far sporcare i bambini, tanto si sporcano lo stesso e va bene così; e mi sembra bizzarra la volontà di coprire le differenze di prezzo degli abiti sfoggiati in classe, perché se davvero le grandi distanze economiche tra un essere umano e l’altro sono inaccettabili, sarebbe allora il caso di scorciarle senza ricorrere all’espediente del tappeto. Ma io una scuola non l’ho ancora fondata.

Orlando resisteva al grembiule.

– Chiedi alla maestra perché devo metterlo.

Io gli ho risposto che le regole non potevo sovvertirle, ma la domanda sì, potevo farla.

– Buongiorno maestra, Orlando vorrebbe sapere perché deve mettersi il grembiule.

– Lo vuoi sapere tu o Orlando?

– Orlando.

– Ma lui già lo sa perché me lo ha chiesto ieri e la risposta è che in questa scuola i bambini lo portano.

Responso insoddisfacente, ma che potevo fare? Ho pensato: figlio mio, vai e cavatela da solo, non posso condurre io la tua battaglia. E ci siamo salutati.

Quando sono tornata a riprenderlo, Orlando indossava il grembiule ed era contento. Cosa fosse accaduto nel frattempo non lo so. So solo che è arrivata una maestra capace in poche ore di risolvere questioni per me insanabili. Non mi resta che aggrapparmi con le unghie a quel poco di fiducia in me stessa che ancora ho.

Il giorno dopo, all’uscita, mi sono affacciata in classe e l’ho visto silenziosissimo e cauto muoversi lentamente con una campanella in mano, circondato dagli altri bambini, tutti muti e immobili. Quando siamo rimasti soli gli ho chiesto cosa stessero facendo. La risposta è stata un po’ confusa, ma se non ho capito male si tratta di questo: alla fine della giornata i bambini si siedono e vengono loro date una o due campane che si passano l’un l’altro senza fare rumore; man mano che arrivano i genitori, i piccoli restano seduti e non saltano come molle per andarsene, ma aspettano che la maestra li saluti.

Orlando è sereno e sta bene. Certo, qualche domanda sull’opportunità di contenere le pulsioni me la sono fatta. Però mi sono anche chiesta se i bambini abbiano davvero bisogno del caos costante che c’era nella classe dell’anno scorso e che un po’ mi mancava, e mi sono ricordata di un particolare del film Il pianeta verde: i concerti di silenzio.

sabato nel pleistocene

casal de' pazzi

Se è vero che la vita riserva sorprese, qualche volta può farlo anche Roma.

Sabato scorso a mezzogiorno ho pensato: facciamo qualcosa di nuovo. E mi è venuto in mente il museo di Casal de’ Pazzi. Ho cercato online e ho letto che sono previste entrate solo la mattina, fino all’una. Ho chiamato comunque il numero per le prenotazioni e mi è stato detto che quel giorno, in via eccezionale, c’ci sarebbero state delle visite anche nel pomeriggio.

È stato così che alle sei in punto eravamo nel giardino del Pleistocene, io, Orlando e due nostre amiche mamma e figlia. Un posto incredibile, un pezzo di terra dove nel 1981 gli scavi edilizi hanno fatto emergere i resti di una porzione del vecchio corso del fiume Aniene e dei suoi abitanti, animali e umani vissuti duecentomila anni fa.

Siamo arrivati, ci siamo guardati intorno, abbiamo guardato il giardino, ci siamo guardati intorno di nuovo e abbiamo pensato che non è possibile. Durante un viaggio in Inghilterra, quando con un’amica siamo andate a visitare Stonehenge, sottovoce ci si siamo dette: guarda questi per due sassi cosa si sono inventati. Navette, biglietti costosissimi, una promozione che convincerebbe un abitante dell’isola di Pasqua a intraprendere il viaggio per venire in visita qui. Da noi tutto questo non accade. Già raggiungere questo museo non è facile. Dentro un quartiere brutto. Non c’è altra parola per definirlo. Ci si arriva da uno stradone. Il navigatore dice: sei giunto a destinazione. Però intorno non c’è niente: né un’insegna, né un’indicazione. Allora bisogna chiedere e la risposta arriva subito, perché da queste parti tutti sanno dove sta il museo di Casal de’ Pazzi. È una sorpresa che la terra ha riservato a una delle aree del peggiore sfruttamento edilizio romano. È il segno di una forza che riemerge dagli strati sedimentari con cui il tempo l’aveva ricoperta.

La visita ha inizio. Qui tutto è affidato alla volontà e agli sforzi di chi ci lavora, che con pochi e inadeguati strumenti riesce a restituire la magia di questo luogo.

Dopo la visita, i bambini hanno partecipato a un laboratorio di scavo e dentro due vasconi di terra hanno cercato reperti con gli attrezzi degli archeologi. Orlando ha addirittura trovato un osso di animale o di dinosauro ed è nata subito la passione per la paleontologia.

Eccoci di fronte a un altro tassello del mio grande impossibile progetto di scuola nuova o non scuola. I bambini a scavare, muoversi, sporcarsi, cercare la conoscenza dentro le cose, si appassionano e non si annoiano. E allora basta lezioni frontali. Basta tenere seduti per ore esseri umani piccoli e giustamente carichi di energia. Basta pensare che sia giusto che i bambini ascoltino e capiscano e credano senza mai sapere perché e senza avere un’immagine di ciò che gli si sta raccontando.

Ma anche senza arrivare all’utopia della non scuola, di uno spazio libero pieno di cose da fare dove trascorrere del tempo per vivere e imparare; anche senza arrivare all’utopia di una scuola-mondo, per ora forse sarebbe bello vedere piccolissimi segnali come: invece di dare compiti a casa nel weekend (a proposito, il weekend non era sacro? Ma i bambini, si sa, sono sottoposti a una legislazione tutta speciale: se dai uno schiaffo a un adulto è perlopiù reato, se lo dai a un bambino lo stai educando; se non rispetti l’orario di lavoro di un operaio stai infrangendo un patto sindacale, se dai compiti nel weekend è giusto), insomma, senza arrivare a fare la rivoluzione, sarebbe già qualcosa se gli insegnanti si guardassero intorno – ché il mondo è grande e a volte addirittura bello – e invece di accanirsi a cercare piccoli e grandi fastidi con i quali disturbare il tempo libero dei bambini, ogni venerdì stilassero una piccola lista di consigli, cose da fare con la famiglia (se lo vuole e se ne ha il tempo), come andare a un laboratorio di scavo archeologico, a un cinema, un teatro, un museo, un parco, un sito archeologico, una chiesa. In una città come Roma, poi, che questo non avvenga è proprio un peccato. Quanti bambini costretti a studiare le guerre puniche non sono mai stati a teatro? Quanti non sono mai entrati in un museo di arte contemporanea?

l’uso delle mani

Lucio-Fontana

Ieri siamo tornati alla scuola di Orlando per la seconda puntata del nostro laboratorio d’arte. Abbiamo sperimentato la tecnica del collage. I bambini sono stati invitati a ritagliare forme da alcuni fogli dipinti la settimana precedente, e a incollarle le une accanto alle altre su dei grandi cartoncini. La maestra di un’altra classe ha provato a dirmi che avrebbe tagliato lei e le ho risposto di no, perché dovevano farlo loro.

Il primo colpo d’occhio è stato un disastro: i bambini non sapevano tenere in mano le forbici. Ho pensato che sarebbe stato difficile tirare fuori da lì delle forme da incollare. Poi mi sono seduta accanto a loro e ho mostrato come tenere le forbici, come aprirle e chiuderle, come un coccodrillo che vuole mangiare la sua preda. In pochi minuti i bambini hanno iniziato a tagliare, quasi incantati da quella magia, e lo hanno fatto a lungo, concentrati sul loro nuovo gesto. Hanno impiegato pochissimo a usare le forbici. Non lo avevano mai fatto ma lo sapevano fare.

Le forbici avevano la punta stondata, di quelle concepite apposta per i più piccoli e date in dotazione alle scuole dell’infanzia perché proprio loro possano usarle.

Un bambino sfiduciato non riesce nemmeno più ad andare per imitazione dei grandi, che fanno al posto suo così il lavoro viene meglio, e ha bisogno di essere rieducato a gesti e tecniche che sono già dentro di lui, pronti solo a essere sperimentati. Insomma sfiduciare un bambino, togliergli gli strumenti e dirgli chiaramente che lui quella cosa non la sa fare, complica parecchio la realtà e rende farraginosi i meccanismi dell’apprendimento.

Perché tutto questo accada è un capitolo a parte. La domanda che mi viene spontanea è: quali danni crea un percorso educativo come quello cui ho assistito ieri alle capacità manuali e creative dei bambini? Quali sentieri compromette e interrompe nel loro cammino verso la conoscenza?

la scuola che vorrei. 826 valencia

South Park

Chi non ha mai letto un libro di Dave Eggers? Almeno una volta nella vita bisogna leggere L’opera struggente di un formidabile genio. È un romanzo molto lungo, con le inevitabili cadute di una narrazione che prosegue per centinaia di pagine, ma vale la pena.

L’altro giorno mi aggiravo nella rete quando sono incappata in una bella notizia, vecchia ma per niente scontata: 826 Valencia.

Oltre a scrivere, Dave Eggers ha ideato insieme a Nínive Calegari una scuola di scrittura dedicata ai ragazzi in difficoltà della San Francisco Bay Area.

Da quando Orlando cammina, parla, socializza e si integra, ma soprattutto da quando ci siamo affacciati sul meraviglioso mondo della scuola, ho in testa una grande casa dei bambini e dei ragazzi, dove le arti, i mestieri, le tecniche, le competenze, circolino liberamente, e in modo cristallino passino dagli uni agli altri in una relazione di scambio e reciproca conoscenza. Da quando Orlando esiste, ma forse da quando esisto io, desidero un luogo come la 826 Valencia. Quella che sogno non è una scuola di sola scrittura. Mi piacerebbe che accogliesse tante arti e tecniche, che ci fossero dentro la musica, la scienza, le discipline del corpo. Un luogo pieno di cose da dire e da fare. Non la indirizzerei solo ai ragazzi in difficoltà perché, al di là della retorica dei ghetti e del volerne abbattere i muri, credo che sia in difficoltà ogni bambino che mette piede in una scuola.

Ogni tanto la mia ambiziosa idea risorge dalle ceneri della vita quotidiana, e torna in un discorso consumato al sole del parco giochi dove porto Orlando, o durante una serata solitaria, mentre tutti dormono. Ma poi mi chiedo: c’è in Italia un Eggers con cui condividere il progetto? No, secondo me non c’è. Detto questo, la scuola che sogno si può fare lo stesso?

parliamo di cose serie. il bacio

© elliott erwitt

© elliott erwitt

Cambieremo scuola perché sono milioni le cose che non mi piacciono. Ci sono dettagli che non mi piacciono, inezie, particolari, e ci sono cose importanti. Un bambino è stato punito perché ne ha baciato un altro sulle labbra.

I bambini si vogliono bene e si baciano senza badare che l’altro sia maschio o femmina. Orlando è fidanzato con Lisa, Aurora con Sara, Orlando e Francesco si abbracciano teneramente, la sorella è una fratella e gli angeli non hanno sesso.

Un altro bambino, tempo fa, era stato invitato a tagliare i lunghi capelli che lo facevano somigliare a una femmina. Si potrebbe pensare a una sorta di igiene nazista per cui il bacio trasmette germi e i capelli lunghi portano pidocchi. Ma dietro certi imperativi è evidente la presenza di un divieto, un senso unico, una via senza uscita: i maschi baciano le femmine e hanno i capelli corti.

I bambini sono molto più liberi degli adulti, meno sovrastrutturati, più istintivi. Se hanno voglia di baciarsi lo fanno, senza poi sentirsi in dovere di spiegare e giustificare. A guardarli si direbbe che siano estranei ai vincoli che noi vediamo nelle cose, che la realtà sia mutevole e discontinua ben oltre quel che crediamo.

Mancano pochi mesi e poi ce ne andremo. Finiremo la scuola con grande rilassatezza, andando e non andando, la prenderemo come una ludoteca, senza impegno. Il lato positivo di questo primo anno di scuola sono loro, i bambini, un bel gruppo unito che resiste bene agli inciampi e non fa differenze. Però certo mi dispiace. Poteva andare meglio.

Mi dispiacerebbe se mio figlio si sentisse in colpa per un impulso semplice come il bacio; se l’inflessibilità di un giudizio esterno, viziato non dalla riflessione ma dall’abitudine, avesse il potere di mettere all’angolo le sue emozioni, le sue tensioni, quei suoi pensieri tanto liberi da somigliare a una giungla di favole e misteri. Mi dispiacerebbe se la sua libertà, quel suo essere all’inizio del cammino e poter volare ovunque, venisse viziato, frustrato o ferito dal giudizio di un adulto.

Che poi non si capisce, se la natura è davvero così coerente e rigorosa, come da bizzarri ragazzini possano un giorno miracolosamente uscire adulti regolari.

Come vorrei sentir parlare di felicità.

ritorno al futuro. facciamo un passo indietro e torniamo alla scuola montessori

maria_montessori

Forse Orlando da grande ricorderà una madre frastagliata, sempre in cerca di nuove risposte, piena di dubbi, domande, ripensamenti e passi indietro. Forse ci penserà con tristezza e riconoscerà nelle mie esitazioni l’origine di tanti suoi turbamenti. Avrà ragione a farlo, ma davvero questo mio essere madre è un percorso che si sta costruendo passo dopo passo, tastando il terreno, verificando, facendo ipotesi da accogliere o scartare mentre le cose accadono.

Forse con un secondo o un terzo figlio le scelte diventano più chiare, almeno all’inizio. Ma Orlando è il mio unico figlio, la mia unica prima volta di madre, e non beneficia delle esperienze già vissute.

Così, se quest’anno abbiamo fatto la scelta ecosostenibile della scuola da raggiungere a piedi o in bicicletta, l’anno prossimo probabilmente ci rimetteremo in macchina e torneremo alla Montessori.

Sembra un peccato, due anni di scuola dell’infanzia (il primo lo abbiamo felicemente saltato) in due strutture diverse. Chiunque penserà che sono una di quelle madri alle quali non sta mai bene niente. E forse avrà ragione, ma io ce l’ho messa tutta, ho tentennato, cercato alternative. Ho pensato: se trovo la scuola elementare più bella del mondo vicino casa, lascio stare il metodo Montessori e per il prossimo anno confermo l’iscrizione di Orlando dove siamo già. Chissene importa se la maestra praticamente non parla italiano, se gli attaccapanni sono messi troppo in alto e pochissimi bambini ci arrivano, se per prendere un gioco bisogna chiedere il permesso, se le maestre fanno i “lavoretti” perché i bambini non sono capaci, se in quel bel giardino basta un po’ di freddo per non andare, se non avrò mai rapporti con gli altri genitori tranne le due madri che incontro ogni tanto e che vivono ai margini della classe, escluse ed esiliate. Chissene importa di tutto. Orlando sta bene, è contento, ed è questo che conta.

Ed è così che, con un anno di anticipo, ho iniziato a pensare alle elementari. Sì, perché se vogliamo fare le primarie Montessori, sarà meglio venire dalla scuola dell’infanzia di metodo, altrimenti non avremo il punteggio abbastanza alto per entrare.

Di seguito la lista delle scuole prese in considerazione.

Cesare Battisti: scartata. Sembra di entrare in una scuola dell’inizio del secolo scorso. Troppo grande. Troppo di quartiere. Il quartiere no, grazie. Abbiamo già dato, non fa per noi.

IV novembre 1918: come sopra.

Aurelio Lonzi: non ne parlano male, ma è difficile entrare, quindi non ho approfondito.

Gian Giacomo Badini: bellissima, di fronte al giardino degli aranci. Ma troppo richiesta dai residenti del primo municipio per lasciare chance a chi viene dalle zone limitrofe. Come la Grilli, è nata dentro un progetto di scuola aperta, en plein air, che nel corso degli anni è andato a farsi friggere per via dei programmi ministeriali. I bambini qui stanno seduti al banco per ore e ore. L’aria aperta se la sognano.

Leopoldo Franchetti: questa sì che ci fa sperare. Ancora più bella della Badini. In piena San Saba. Immersa in un giardino fantastico, accanto a un’antica chiesa dotata di campo sportivo. Entriamo, io e una mia amica che manderà qui la figlia, e ha ragione, e pensiamo: che meraviglia, dentro e fuori. È l’open day e c’è grande confusione. Troppa confusione. Troppa gente. Sinceramente nessuna domanda interessante: gli orari degli insegnanti, la buona scuola, le difficoltà. Per carità, capisco, ma veniamo al nostro sodo, quello dei bambini. Ma a questo non arriveremo mai. Dovrò guardarmi intorno: le aule sono belle, ma troppo in ordine, quasi spoglie, manca qualcosa, forse i colori, la gioia, la scoperta. Parlerò con un’insegnante: non ne ricavo nulla se non la conferma che siamo dentro una scuola di tipo tradizionale. Parlerò con uno studente: quanta ricreazione fate? Un quarto d’ora, mi dice. Beh, gli operai della Fiat stanno meglio. E che ci fate con quel bel giardino se non ci potete correre?

Dopo qualche giorno andiamo a vedere la sezione Montessori della scuola elementare Giuseppe Garibaldi, nell’istituto comprensivo di via Ceneda. Siamo tutti e tre: io, Orlando e il padre. Parcheggiamo e ci avviamo all’entrata.

Primo punto a sfavore. Per arrivare qui serve la macchina.

Secondo punto a sfavore. L’edificio è praticamente in rovina dentro e fuori.

Terzo punto a sfavore. Il cortile è ricavato tra l’asfalto e il cemento, e San Saba diventa il paradiso perduto.

L’ipotesi Montessori sta per cadere definitivamente nel dimenticatoio. Poi saliamo le scale e arriviamo al nostro piano. C’è caos. Bambini insegnanti e genitori. Nessuna presentazione ufficiale. Capannelli per parlare. Conosco un’altra mamma, poi un papà. Se nessuno sta in cattedra a spiegare, la socialità è immediata, anche tra noi grandi. In cinque minuti ho conosciuto più gente che in quattro mesi all’attuale scuola di Orlando. Intanto il candidato, mio figlio, si muove disinvolto e allegro, come se questo fosse proprio il suo posto. È vero, siamo dentro un ambiente Montessori.

Cito dal sito montessorinet:

6 – 11 anni

Il piano blu della fanciullezza: Montessori lo descrive come “fase calma e di crescita uniforme”.
Durante questo secondo piano le funzioni e le facoltà umane, dapprima create e poi integrate, perfezionate ed arricchite, sono in grado di espandersi sia fisicamente che psichicamente. Le forze mentali del bambino in questa fase sono tali che possono non solo espandersi, ma, secondo Montessori, innalzarsi a nuove altezze, perché in questo periodo “si organizza il piano astratto dello spirito umano” (Dall’infanzia all’adolescenza).

La scuola Primaria

La risposta alle caratteristiche di questa fase, alle sensitività, ai bisogni e alle aspirazioni del bambino in questa fase è, per Montessori, l’educazione cosmica, che, offrendo al bambino la “visione del piano cosmico”, conduce alla consapevolezza che “ogni forma di vita poggia su movimenti intenzionali aventi uno scopo non soltanto in se stessi” (MB, p.148) e che “ogni cosa è collegata alle altre e ha il suo posto nell’universo” (PU, p.20). Solo l’acquisizione di questa consapevolezza, per Montessori, può fare acquisire al bambino prima e all’adolescente poi, l’assunzione del suo “compito cosmico”, che consiste nella “collaborazione di tutti gli esseri animati e inanimati” (EMN, p.14) e, quindi, farlo diventare consapevole della sua responsabilità di “essere che partecipa in modo cosciente al processo evolutivo cosmico”(p.50).

[…]
Ambiente preparato

[…]

È un grande ambiente-laboratorio in cui bambini di età diverse (anche se burocraticamente suddivisi per classi di età omogenea) lavorano in continuo contatto e scambio, creando una circolarità di energia che nutre la loro mente assorbente e forma un ricco bagaglio di esperienze significative per il bambino che le vive.
Ricco di stimoli culturali, preparato con i materiali e risistemato ogni giorno in base agli interessi e all’uso che ne fanno i bambini, questo tipo di ambiente diventa il programma stesso da svolgere, risultando completamente differente rispetto a quello della scuola tradizionale. Al contrario di quest’ultima, rende possibile l’individualizzazione dei percorsi di apprendimento, in quanto ogni bambino è il protagonista di un suo percorso, in accordo con i tempi e i modi della sua natura.

[…]
La singola classe è concepita come uno spazio aperto per favorire il flusso di comunicazione e scambio con le altre classi. Questo permette al bambino di essere continuamente consapevole di tutto il lavoro che si svolge attorno a sé.
Al suo interno, il principio ispiratore è sempre l’ordine, perché questo venga interiorizzato dalla mente assorbente del bambino. È quindi accuratamente organizzata come ambiente polivalente: consente il libero uso progressivo dei materiali, l’attività individuale e di gruppo, e si connota nei vari periodi a seconda degli interessi. È suddivisa in aree tematiche connesse tra loro in modo logico e riconoscibile, perché il bambino impari ad apprendere soprattutto “i rapporti tra le cose” e non si perda nei loro dettagli.


Arredi fondamentali
sono considerati gli scaffali di legno a misura di bambino, che servono a dividere le aree tematiche e ad esporre i materiali, ma anche tavoli e sedie stabili ma leggeri, che si possono facilmente trasportare per cambiare attività. Questi ultimi sono disposti non per file ma in modo policentrico e vengono accostati o divisi a seconda della necessità di lavorare individualmente o in gruppo. L’angolo dell’attività libera consente consente al bambino di intrattenersi in attività liberamente scelte al di fuori dei cicli di lavoro.
Il corridoio è un luogo di incontro, di scambio e di lavoro. Per questo è arredato per consentire varie attività: tavoli per usare materiali diversi, tappeti per lavorare per terra, angoli per dipingere, biblioteca della scuola gestita dagli stessi bambini più grandi, etc.).
Le aule-laboratori sono attrezzate per approfondimenti specifici da svolgere su temi didattici (matematica, informatica, linguaggio, etc.)


Altri spazi
permettono di svolgere altre attività: attività psicomotoria, attività artistiche (musica e teatro), ceramica, grafica, archiviazione dei materiali prodotti.


Il giardino
, gestito dai bambini, consente di seminare, piantare, coltivare fiori, piccoli alberi, erbe aromatiche, ma anche di osservare e studiare gli insetti, gli uccelli, i piccoli animali in cui ci si imbatte. Tutte le attività che si svolgono in giardino vengono connesse a ricerche e approfondimenti nel campo delle scienze.

 

Materiali

Poiché il Montessori è un percorso di apprendimento autoeducativo, i materiali svolgono il ruolo fondamentale di tramite attraverso cui passa la maggior parte degli insegnamenti. Si dividono in:

  • materiali di vita pratica per la cura dell’ambiente e di sé
  • materiali di sviluppo ( matematica e geometria, linguaggio, scienze, etc.) che rendono percepibili concetti che altrimenti resterebbero astratti.

Attraverso il loro uso l’apprendimento di un concetto diventa un’esperienza concreta, che si svolge in autonomia, cioè non più obbligata a passare prioritariamente attraverso i testi e le comunicazioni dell’insegnante.
Mentre la loro disponibilità favorisce l’autonomia del percorso, la forma e colore consentono la percezione e il controllo dell’errore e la conseguente autocorrezione. La loro gradevolezza e cura estetica aumentano nel bambino il piacere di fare.

L’impiego di materiali fragili (ceramica, vetro) ha lo scopo di rafforzare attenzione e responsabilità, sviluppando il controllo del movimento.
Particolarmente numerosi sono i materiali di matematica e geometria (dedicati allo sviluppo della mente matematica) e del linguaggio. All’elenco dei materiali classici  vanno ad aggiungersi, in ogni classe, quelli ideati dalle singole insegnanti.
Non esistono libri di testo in quanto ogni classe ha una sua biblioteca che viene rifornita ed arricchita con volumi di argomenti diversi.


Siamo tutti d’accordo. L’anno prossimo torneremo qui.

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