concerti di silenzio alla scuola montessori

© mario giacomelli

© mario giacomelli

La scuola Montessori prevede alcune regole dalle quali non si scappa facilmente. Una di queste è il grembiule. Non sto qui a discutere sull’opportunità di metterlo. Se la scuola fosse di mia invenzione, il grembiule probabilmente non esisterebbe: trovo inutile il tentativo di non far sporcare i bambini, tanto si sporcano lo stesso e va bene così; e mi sembra bizzarra la volontà di coprire le differenze di prezzo degli abiti sfoggiati in classe, perché se davvero le grandi distanze economiche tra un essere umano e l’altro sono inaccettabili, sarebbe allora il caso di scorciarle senza ricorrere all’espediente del tappeto. Ma io una scuola non l’ho ancora fondata.

Orlando resisteva al grembiule.

– Chiedi alla maestra perché devo metterlo.

Io gli ho risposto che le regole non potevo sovvertirle, ma la domanda sì, potevo farla.

– Buongiorno maestra, Orlando vorrebbe sapere perché deve mettersi il grembiule.

– Lo vuoi sapere tu o Orlando?

– Orlando.

– Ma lui già lo sa perché me lo ha chiesto ieri e la risposta è che in questa scuola i bambini lo portano.

Responso insoddisfacente, ma che potevo fare? Ho pensato: figlio mio, vai e cavatela da solo, non posso condurre io la tua battaglia. E ci siamo salutati.

Quando sono tornata a riprenderlo, Orlando indossava il grembiule ed era contento. Cosa fosse accaduto nel frattempo non lo so. So solo che è arrivata una maestra capace in poche ore di risolvere questioni per me insanabili. Non mi resta che aggrapparmi con le unghie a quel poco di fiducia in me stessa che ancora ho.

Il giorno dopo, all’uscita, mi sono affacciata in classe e l’ho visto silenziosissimo e cauto muoversi lentamente con una campanella in mano, circondato dagli altri bambini, tutti muti e immobili. Quando siamo rimasti soli gli ho chiesto cosa stessero facendo. La risposta è stata un po’ confusa, ma se non ho capito male si tratta di questo: alla fine della giornata i bambini si siedono e vengono loro date una o due campane che si passano l’un l’altro senza fare rumore; man mano che arrivano i genitori, i piccoli restano seduti e non saltano come molle per andarsene, ma aspettano che la maestra li saluti.

Orlando è sereno e sta bene. Certo, qualche domanda sull’opportunità di contenere le pulsioni me la sono fatta. Però mi sono anche chiesta se i bambini abbiano davvero bisogno del caos costante che c’era nella classe dell’anno scorso e che un po’ mi mancava, e mi sono ricordata di un particolare del film Il pianeta verde: i concerti di silenzio.

non mi basta mai

juliet e l'abero dei pensieri

È settembre e piove. Abbiamo salutato l’estate e ce la siamo buttata alle spalle che già ne sentivamo la nostalgia. Ed è iniziata la scuola.

Ultimo anno di materna. Cambio rotta. Dalla scuola di quartiere frequentata l’anno scorso alla statale Montessori più vicina. Abbiamo scelto il metodo, a scapito dei tempi, della facilità di raggiungere l’edificio, del fatto che lui ora esca prima di pranzo con la conseguenza che il mio tempo si riduce drasticamente. Non è l’ora in meno che Orlando sta a scuola a fare la differenza, è che quando esce deve mangiare ed è affamato, quindi negli ultimi quindici minuti delle tre ore antimeridiane che io posso dedicare al lavoro, alle relazioni e al tempo libero, sono impegnata nell’organizzazione del pranzo. Tre ore si riducono così a due e mezza. Se piove e c’è traffico la situazione si fa ancora più compressa.

Abbiamo fatto una scelta e siamo contenti. In fondo quello degli orari e di come arrivare a scuola è solo un piccolo sacrificio che è valsa la pena affrontare. Prendiamo la macchina tutti i giorni, se piove ci incolonniamo nel traffico. E non perché ci piaccia fare così. Se ci fosse uno straccio di autobus da qui a lì, sarebbe tutto più semplice e allegro. Se ci fosse una pista ciclabile sarebbe addirittura perfetto. Ma Roma è una città in caduta libera dove l’unica via percorribile per sopravvivere, il più delle volte, è buttarsi nella mischia e incrociare le dita sperando di cavarsela.

Orlando è sereno. In classe regna la calma. La maestra è tranquilla, competente e impeccabile. I giochi a disposizione sono belli, chiamano alla sperimentazione, incuriosiscono anche me. I bambini scelgono con cosa giocare. Non ci sono giochi di gruppo, ammassi di alunni invitati a fare tutti la stessa cosa.

Qui non solo la maestra è competente. Lo sono anche i genitori, gente preparata, convinta, consapevole. Lo sono i bambini, che non alzano mai la voce e trovano ogni volta il gioco giusto col quale crescere e imparare.

C’è qualcosa che mi manca. Qualcosa che stava nella vecchia scuola e che qui non c’è. La bicicletta innanzitutto, per andare e tornare in pochi minuti. Il tempo per me. Il chiasso e i balletti collettivi per raggiungere il bagno che facevano tanto villaggio turistico ma che in fondo erano divertenti e facevano ridere. Quella mescolanza di mondi tipica di Testaccio. La multietnicità. L’approssimazione. L’improvvisazione. La sorpresa. Il bel gruppo di maschi nel quale Orlando si era inserito così bene, di cui proprio due giorni fa mi è arrivata un’ultima foto dal vecchio gruppo whatsapp, che ora ho abbandonato per iscrivermi al nuovo.

Orlando è sereno. A metà. È incuriosito. Dice che la nuova maestra è bella. Però ha iniziato un serio sciopero della fame: la mattina mi dichiara il suo intento di digiunare fino all’uscita di scuola. E puntualmente ritrovo il suo panino intatto nello zaino.

Venerdì a pranzo abbiamo bisticciato e lui finalmente l’ha detto: questa scuola mi fa schifo. Più tardi mi ha confessato: devo appendere un pensiero sul ramo del pavone, quello che si occupa delle cose perdute.

È un gioco che abbiamo ripreso da un libro, Juliet e l’albero dei pensieri. C’è un albero dipinto nella stanza della protagonista (il nostro è ancora immaginario ma presto lo dipingeremo davvero), sui rami di questo albero ci sono degli animali, ognuno dei quali si occupa di una specie di preoccupazioni, così, quando Juliet si sente giù, può appendere il pensiero sull’apposito ramo e se ne prenderà cura l’animale che lo governa.

– E tu, Orlando, quale pensiero vuoi affidare al pavone? Cosa hai perso?

– Io ho perso la Paola Biocca.

Paola Biocca è il nome della vecchia scuola.

Tra poco avrò una percezione diversa di tutto, lo so, non appena lui si sarà ambientato e si sentirà a casa con i nuovi amici. Allora forse potrò uscire dall’assedio dei dubbi di questi primi giorni di scuola.

l’uso delle mani

Lucio-Fontana

Ieri siamo tornati alla scuola di Orlando per la seconda puntata del nostro laboratorio d’arte. Abbiamo sperimentato la tecnica del collage. I bambini sono stati invitati a ritagliare forme da alcuni fogli dipinti la settimana precedente, e a incollarle le une accanto alle altre su dei grandi cartoncini. La maestra di un’altra classe ha provato a dirmi che avrebbe tagliato lei e le ho risposto di no, perché dovevano farlo loro.

Il primo colpo d’occhio è stato un disastro: i bambini non sapevano tenere in mano le forbici. Ho pensato che sarebbe stato difficile tirare fuori da lì delle forme da incollare. Poi mi sono seduta accanto a loro e ho mostrato come tenere le forbici, come aprirle e chiuderle, come un coccodrillo che vuole mangiare la sua preda. In pochi minuti i bambini hanno iniziato a tagliare, quasi incantati da quella magia, e lo hanno fatto a lungo, concentrati sul loro nuovo gesto. Hanno impiegato pochissimo a usare le forbici. Non lo avevano mai fatto ma lo sapevano fare.

Le forbici avevano la punta stondata, di quelle concepite apposta per i più piccoli e date in dotazione alle scuole dell’infanzia perché proprio loro possano usarle.

Un bambino sfiduciato non riesce nemmeno più ad andare per imitazione dei grandi, che fanno al posto suo così il lavoro viene meglio, e ha bisogno di essere rieducato a gesti e tecniche che sono già dentro di lui, pronti solo a essere sperimentati. Insomma sfiduciare un bambino, togliergli gli strumenti e dirgli chiaramente che lui quella cosa non la sa fare, complica parecchio la realtà e rende farraginosi i meccanismi dell’apprendimento.

Perché tutto questo accada è un capitolo a parte. La domanda che mi viene spontanea è: quali danni crea un percorso educativo come quello cui ho assistito ieri alle capacità manuali e creative dei bambini? Quali sentieri compromette e interrompe nel loro cammino verso la conoscenza?

lezioni d’arte a scuola di orlando

leviathan di damien hirst

Insieme a due amici che si occupano di arte, abbiamo organizzato un workshop nella scuola di Orlando.

Alle 10 la grande emozione del cinema è entrata negli spazi della scuola: tutti seduti davanti allo schermo per la proiezione di immagini d’arte dalla preistoria ai giorni nostri. Alle 11 tutti per terra a disegnare e dipingere.

Abbiamo diviso i piccoli partecipanti in quattro gruppi, ciascuno secondo la propria preferenza. Tra le sedici opere proposte, i bambini ne hanno scelte quattro: uno degli squali di Damien Hirst; il raggio laser di Maurizio Mochetti; l’albero della vita di Gustav Klimt; l’impronta della mano nella grotta del Pech-Merle. Insomma, la contemporanea si conferma l’arte più vicina ai bambini. Seguita con grande distacco da quella preistorica. Assolutamente ignorate la classica e la moderna. Le sculture in marmo, poi, hanno lo speciale potere di raggelare il pubblico: nessuna reazione.

Leviathan di Hirst ha avuto un successo impensabile accogliendo un gruppo misto del tutto equilibrato: tanti maschi quante femmine.

Intorno all’Orizzonte degli eventi di Mochetti si è raccolto un folto gruppo esclusivamente maschile, nel quale si è piazzato mio figlio.

L’albero della vita di Klimt ha ottenuto un bel numero di adesioni tutte femminili.

Intorno all’arte primitiva del Pech-Merle si è stretto un piccolo ma audace gruppo di tre bambini, due femmine e un maschio.

Ogni gruppo ha liberamente prodotto mani, squali, laser, alberi su modello delle opere proposte. Torneremo ancora a scuola perché lavoreremo su ciò che si è già fatto, lo elaboreremo e ne faremo dei quadri da esporre. Ma già così abbiamo ottenuto un risultato bellissimo, perché i bambini si sono emozionati e hanno raccontato ai genitori la loro fichissima, fantastica avventura, fatta di telescopi filanti, alberi incredibili, fontane bianche che sembrano bidet, statue coi serpenti in mano, mani misteriose.

Solo Orlando ieri pomeriggio mi ha detto: non sei mai stata con me, mamma. Io: sono stata con te a scuola tutta la mattina. Lui: sì, ma quello non è giocare.

Grazie a Claudio Libero e Daniela Trincia

ritorno al futuro. facciamo un passo indietro e torniamo alla scuola montessori

maria_montessori

Forse Orlando da grande ricorderà una madre frastagliata, sempre in cerca di nuove risposte, piena di dubbi, domande, ripensamenti e passi indietro. Forse ci penserà con tristezza e riconoscerà nelle mie esitazioni l’origine di tanti suoi turbamenti. Avrà ragione a farlo, ma davvero questo mio essere madre è un percorso che si sta costruendo passo dopo passo, tastando il terreno, verificando, facendo ipotesi da accogliere o scartare mentre le cose accadono.

Forse con un secondo o un terzo figlio le scelte diventano più chiare, almeno all’inizio. Ma Orlando è il mio unico figlio, la mia unica prima volta di madre, e non beneficia delle esperienze già vissute.

Così, se quest’anno abbiamo fatto la scelta ecosostenibile della scuola da raggiungere a piedi o in bicicletta, l’anno prossimo probabilmente ci rimetteremo in macchina e torneremo alla Montessori.

Sembra un peccato, due anni di scuola dell’infanzia (il primo lo abbiamo felicemente saltato) in due strutture diverse. Chiunque penserà che sono una di quelle madri alle quali non sta mai bene niente. E forse avrà ragione, ma io ce l’ho messa tutta, ho tentennato, cercato alternative. Ho pensato: se trovo la scuola elementare più bella del mondo vicino casa, lascio stare il metodo Montessori e per il prossimo anno confermo l’iscrizione di Orlando dove siamo già. Chissene importa se la maestra praticamente non parla italiano, se gli attaccapanni sono messi troppo in alto e pochissimi bambini ci arrivano, se per prendere un gioco bisogna chiedere il permesso, se le maestre fanno i “lavoretti” perché i bambini non sono capaci, se in quel bel giardino basta un po’ di freddo per non andare, se non avrò mai rapporti con gli altri genitori tranne le due madri che incontro ogni tanto e che vivono ai margini della classe, escluse ed esiliate. Chissene importa di tutto. Orlando sta bene, è contento, ed è questo che conta.

Ed è così che, con un anno di anticipo, ho iniziato a pensare alle elementari. Sì, perché se vogliamo fare le primarie Montessori, sarà meglio venire dalla scuola dell’infanzia di metodo, altrimenti non avremo il punteggio abbastanza alto per entrare.

Di seguito la lista delle scuole prese in considerazione.

Cesare Battisti: scartata. Sembra di entrare in una scuola dell’inizio del secolo scorso. Troppo grande. Troppo di quartiere. Il quartiere no, grazie. Abbiamo già dato, non fa per noi.

IV novembre 1918: come sopra.

Aurelio Lonzi: non ne parlano male, ma è difficile entrare, quindi non ho approfondito.

Gian Giacomo Badini: bellissima, di fronte al giardino degli aranci. Ma troppo richiesta dai residenti del primo municipio per lasciare chance a chi viene dalle zone limitrofe. Come la Grilli, è nata dentro un progetto di scuola aperta, en plein air, che nel corso degli anni è andato a farsi friggere per via dei programmi ministeriali. I bambini qui stanno seduti al banco per ore e ore. L’aria aperta se la sognano.

Leopoldo Franchetti: questa sì che ci fa sperare. Ancora più bella della Badini. In piena San Saba. Immersa in un giardino fantastico, accanto a un’antica chiesa dotata di campo sportivo. Entriamo, io e una mia amica che manderà qui la figlia, e ha ragione, e pensiamo: che meraviglia, dentro e fuori. È l’open day e c’è grande confusione. Troppa confusione. Troppa gente. Sinceramente nessuna domanda interessante: gli orari degli insegnanti, la buona scuola, le difficoltà. Per carità, capisco, ma veniamo al nostro sodo, quello dei bambini. Ma a questo non arriveremo mai. Dovrò guardarmi intorno: le aule sono belle, ma troppo in ordine, quasi spoglie, manca qualcosa, forse i colori, la gioia, la scoperta. Parlerò con un’insegnante: non ne ricavo nulla se non la conferma che siamo dentro una scuola di tipo tradizionale. Parlerò con uno studente: quanta ricreazione fate? Un quarto d’ora, mi dice. Beh, gli operai della Fiat stanno meglio. E che ci fate con quel bel giardino se non ci potete correre?

Dopo qualche giorno andiamo a vedere la sezione Montessori della scuola elementare Giuseppe Garibaldi, nell’istituto comprensivo di via Ceneda. Siamo tutti e tre: io, Orlando e il padre. Parcheggiamo e ci avviamo all’entrata.

Primo punto a sfavore. Per arrivare qui serve la macchina.

Secondo punto a sfavore. L’edificio è praticamente in rovina dentro e fuori.

Terzo punto a sfavore. Il cortile è ricavato tra l’asfalto e il cemento, e San Saba diventa il paradiso perduto.

L’ipotesi Montessori sta per cadere definitivamente nel dimenticatoio. Poi saliamo le scale e arriviamo al nostro piano. C’è caos. Bambini insegnanti e genitori. Nessuna presentazione ufficiale. Capannelli per parlare. Conosco un’altra mamma, poi un papà. Se nessuno sta in cattedra a spiegare, la socialità è immediata, anche tra noi grandi. In cinque minuti ho conosciuto più gente che in quattro mesi all’attuale scuola di Orlando. Intanto il candidato, mio figlio, si muove disinvolto e allegro, come se questo fosse proprio il suo posto. È vero, siamo dentro un ambiente Montessori.

Cito dal sito montessorinet:

6 – 11 anni

Il piano blu della fanciullezza: Montessori lo descrive come “fase calma e di crescita uniforme”.
Durante questo secondo piano le funzioni e le facoltà umane, dapprima create e poi integrate, perfezionate ed arricchite, sono in grado di espandersi sia fisicamente che psichicamente. Le forze mentali del bambino in questa fase sono tali che possono non solo espandersi, ma, secondo Montessori, innalzarsi a nuove altezze, perché in questo periodo “si organizza il piano astratto dello spirito umano” (Dall’infanzia all’adolescenza).

La scuola Primaria

La risposta alle caratteristiche di questa fase, alle sensitività, ai bisogni e alle aspirazioni del bambino in questa fase è, per Montessori, l’educazione cosmica, che, offrendo al bambino la “visione del piano cosmico”, conduce alla consapevolezza che “ogni forma di vita poggia su movimenti intenzionali aventi uno scopo non soltanto in se stessi” (MB, p.148) e che “ogni cosa è collegata alle altre e ha il suo posto nell’universo” (PU, p.20). Solo l’acquisizione di questa consapevolezza, per Montessori, può fare acquisire al bambino prima e all’adolescente poi, l’assunzione del suo “compito cosmico”, che consiste nella “collaborazione di tutti gli esseri animati e inanimati” (EMN, p.14) e, quindi, farlo diventare consapevole della sua responsabilità di “essere che partecipa in modo cosciente al processo evolutivo cosmico”(p.50).

[…]
Ambiente preparato

[…]

È un grande ambiente-laboratorio in cui bambini di età diverse (anche se burocraticamente suddivisi per classi di età omogenea) lavorano in continuo contatto e scambio, creando una circolarità di energia che nutre la loro mente assorbente e forma un ricco bagaglio di esperienze significative per il bambino che le vive.
Ricco di stimoli culturali, preparato con i materiali e risistemato ogni giorno in base agli interessi e all’uso che ne fanno i bambini, questo tipo di ambiente diventa il programma stesso da svolgere, risultando completamente differente rispetto a quello della scuola tradizionale. Al contrario di quest’ultima, rende possibile l’individualizzazione dei percorsi di apprendimento, in quanto ogni bambino è il protagonista di un suo percorso, in accordo con i tempi e i modi della sua natura.

[…]
La singola classe è concepita come uno spazio aperto per favorire il flusso di comunicazione e scambio con le altre classi. Questo permette al bambino di essere continuamente consapevole di tutto il lavoro che si svolge attorno a sé.
Al suo interno, il principio ispiratore è sempre l’ordine, perché questo venga interiorizzato dalla mente assorbente del bambino. È quindi accuratamente organizzata come ambiente polivalente: consente il libero uso progressivo dei materiali, l’attività individuale e di gruppo, e si connota nei vari periodi a seconda degli interessi. È suddivisa in aree tematiche connesse tra loro in modo logico e riconoscibile, perché il bambino impari ad apprendere soprattutto “i rapporti tra le cose” e non si perda nei loro dettagli.


Arredi fondamentali
sono considerati gli scaffali di legno a misura di bambino, che servono a dividere le aree tematiche e ad esporre i materiali, ma anche tavoli e sedie stabili ma leggeri, che si possono facilmente trasportare per cambiare attività. Questi ultimi sono disposti non per file ma in modo policentrico e vengono accostati o divisi a seconda della necessità di lavorare individualmente o in gruppo. L’angolo dell’attività libera consente consente al bambino di intrattenersi in attività liberamente scelte al di fuori dei cicli di lavoro.
Il corridoio è un luogo di incontro, di scambio e di lavoro. Per questo è arredato per consentire varie attività: tavoli per usare materiali diversi, tappeti per lavorare per terra, angoli per dipingere, biblioteca della scuola gestita dagli stessi bambini più grandi, etc.).
Le aule-laboratori sono attrezzate per approfondimenti specifici da svolgere su temi didattici (matematica, informatica, linguaggio, etc.)


Altri spazi
permettono di svolgere altre attività: attività psicomotoria, attività artistiche (musica e teatro), ceramica, grafica, archiviazione dei materiali prodotti.


Il giardino
, gestito dai bambini, consente di seminare, piantare, coltivare fiori, piccoli alberi, erbe aromatiche, ma anche di osservare e studiare gli insetti, gli uccelli, i piccoli animali in cui ci si imbatte. Tutte le attività che si svolgono in giardino vengono connesse a ricerche e approfondimenti nel campo delle scienze.

 

Materiali

Poiché il Montessori è un percorso di apprendimento autoeducativo, i materiali svolgono il ruolo fondamentale di tramite attraverso cui passa la maggior parte degli insegnamenti. Si dividono in:

  • materiali di vita pratica per la cura dell’ambiente e di sé
  • materiali di sviluppo ( matematica e geometria, linguaggio, scienze, etc.) che rendono percepibili concetti che altrimenti resterebbero astratti.

Attraverso il loro uso l’apprendimento di un concetto diventa un’esperienza concreta, che si svolge in autonomia, cioè non più obbligata a passare prioritariamente attraverso i testi e le comunicazioni dell’insegnante.
Mentre la loro disponibilità favorisce l’autonomia del percorso, la forma e colore consentono la percezione e il controllo dell’errore e la conseguente autocorrezione. La loro gradevolezza e cura estetica aumentano nel bambino il piacere di fare.

L’impiego di materiali fragili (ceramica, vetro) ha lo scopo di rafforzare attenzione e responsabilità, sviluppando il controllo del movimento.
Particolarmente numerosi sono i materiali di matematica e geometria (dedicati allo sviluppo della mente matematica) e del linguaggio. All’elenco dei materiali classici  vanno ad aggiungersi, in ogni classe, quelli ideati dalle singole insegnanti.
Non esistono libri di testo in quanto ogni classe ha una sua biblioteca che viene rifornita ed arricchita con volumi di argomenti diversi.


Siamo tutti d’accordo. L’anno prossimo torneremo qui.

la festa dei debuttanti

la danza dei manichini

Quando i bambini iniziano ad andare a scuola, le madri vengono investite da una valanga di inviti. Ovunque piovono feste di compleanno. Di ogni singolo bambino di classi stipate di scuole giganti di città affollate di milioni di abitanti. Una bella occasione per conoscersi meglio, fuori dai ritmi stretti dell’entrata e dell’uscita. Per chiacchierare. Fare gruppo. Condividere con i figli le amicizie. Venti infinite occasioni per stare tutti insieme.

Abbiamo avuto anche noi la nostra opportunità. È arrivato l’invito. Tutti al party. Il padre di Orlando ha avuto pietà di me e ci ha accompagnati. Una festa al parco. All’aperto. Ottima notizia. Ci si dilegua più facilmente. Ci si disperde. Ci si nasconde dietro un albero o un cespuglio. Ci si dissimula tra gli estranei a passeggio.

Orlando ha i suoi soliti dieci minuti per acclimatarsi. Poi si lancia. Resto un po’ in disparte. Meno male che non sono sola. Mi sento come quando, a quindici anni, venivo invitata a una festa dove non conoscevo nessuno. Non è una situazione facile. Ogni particolare va studiato al millimetro. Da quando arrivare a quando andarsene. Se mangiare. Cosa mangiare. Come vestirsi. Cosa portare. Chi salutare. Col figlio è pure peggio. Stargli attaccata. Stargli lontana. Un po’ attaccata e un po’ lontana. Togliergli il maglione. Mettergli il maglione. Intervenire in caso di botte. Non intervenire mai. Raccoglierlo da una caduta. Lasciarlo per terra.

Intanto bisogna subito capire dove mettersi. Non al centro. Ci si sentirebbe a disagio. E gli altri potrebbero pensare a una forma di sgradevole esibizionismo. Di lato. Ma non troppo. Sembrerebbe snob verso gli altri invitati. La posizione giusta è in diagonale, poco oltre la metà della linea che dal centro va all’angolo estremo. Più vicino all’angolo che al centro. Ma di poco. Non una linea che va verso un angolo qualsiasi. Ma una traiettoria che arriva dritta a un angolo importante, dove si concentra un bel gruppo, possibilmente l’anima del gruppo. E da quella posizione un po’ defilata, cercare di intercettare brani di conversazione, tentare di dire la propria, infilarsi a tratti tra le parole degli altri, evitare affermazioni perentorie, tenere un tono medio e confortante, non farsi notare, non apparire insipida. Mangiare una pizzetta ogni tanto è consentito. Permette di muoversi. Di aggiustare la propria posizione anche in relazione a come nel frattempo si è spostata l’anima della festa. Mangiare una pizzetta inoltre potrebbe aiutare a fare amicizia.

E il tempo scorre. Anche alle feste di compleanno. Anche se loro, le feste, vorrebbero fermarlo. Espellerlo. Distruggerlo.

Forse è arrivata una buona notizia, una scoperta, un indizio, una crepa nella certezza del ciclo vitale: forse qui, nelle feste di compleanno, si nasconde il segreto della vita eterna.

Tutti stanno per cadere nell’inganno. Per eliminare dalla mente ogni angoscia e paura. Stanno per toccare il cielo con un dito. Per un attimo. Poi tutto finisce. Perché lui, il tempo, è al di sopra di ogni cosa e vince. E arriva la sera. La torta. I regali. Ognuno il suo. Noi abbiamo fatto un piccolo dono. D’altronde sono venticinque bambini. Almeno due compleanni al mese. Comunque il nostro piccolo dono sembra piuttosto striminzito rispetto agli altri. C’è solo da sperare che nessuno si volti a guardarci. E aspettare il turno del prossimo pacco. Per fortuna il festeggiato scarta all’impazzata e non dà tempo di riflettere. Ma io lo so. Qualcuno ha registrato il dato e lo ha messo nel cassetto delle cose sulle quali tornare a riflettere, stasera perché adesso non c’è tempo. Hai visto i nuovi arrivati? Che figura con quel regalo.

La festa sta per finire. La torta è stata servita. Il sole è calato. L’umidità risale dai piedi. È quasi ora di andare a casa. Forse è arrivato il momento di sciogliere il ghiaccio. Accanto a me sento parlare di grembiuli. Potrebbe essere la mia occasione. L’ultima della giornata. Non ce ne saranno altre. La colgo e mi volto contenta: voi glielo mettete? No no. Le mie sono vanitose… Lo porto ma non lo mette… Nemmeno Orlando. Però certo, se lo mettesse eviterei di cambiarlo due volte al giorno. Lei si gira verso di me, mi guarda e fa: no, io gli stessi vestiti non glieli rimetto mai. Veramente non volevo dire… nemmeno io… Ma ormai è tardi. Non mi ascolta più.

Poi miracolosamente, sul declinare del giorno e delle cose, accade. È lei, la mia donna. Lei, che la mattina arriva in classe con una spazzola per allisciare al volo la chioma del figlio. Lei che bracca il bambino perché il pericolo si nasconde ovunque. Lei che dice quello che pensa. Che da piccola ha visto Ryu il ragazzo delle caverne. Che non ha peli sulla lingua e se ne frega dei giudizi. Che fa i complimenti al mio compagno per non essere mai collaborativo nelle faccende domestiche, rivelando così, almeno, coerenza e onestà intellettuale. Mica come suo marito. Lei. L’imperfetta. Quante delle mie più belle amicizie sono nate così. Con la sorpresa. Col mio sorriso d’incanto di fronte alla loro apparente follia.

Ma il tempo inesorabile scorre. È buio. La festa è finita.

Tristezza

Tristezza pennarello su carta Orlando ottobre 2015

Tristezza
pennarello su carta
Orlando
ottobre 2015

Ieri ho accompagnato Orlando a scuola e lui si è fatto tirare fuori dall’aula in preda a una crisi nervosa e di pianto. Non un semplice pianto, ma il grido di chi deve scappare da uno scannatoio. Me lo sono riportato a casa mentre la maestra mi diceva: il bambino deve piangere. Tutti piangono. Giornata nera per me e per lui.

Che senso ha? Mi chiedevo mentre il tempo scorreva lento verso sera. Il problema sei tu. Il problema sono sempre io. Va bene. Ma lui? Qual è il suo problema? Perché i bambini piangono a scuola? Sono al computer. Digito. Leggo. Bisogna lasciarceli, voltare i tacchi con un sorriso rassicurante e uscire. Piangeranno ogni giorno di meno. Una madre iperprotettiva impedisce al figlio di separarsi, cioè di crescere. Il bambino deve abituarsi. In sostanza si deve rassegnare. E pensare che io avevo immaginato l’esatto contrario: quando il bambino impara a conoscere il nuovo ambiente, è allora che si affida. Una relazione di fiducia e non di rassegnazione. Vado alle pagine dei teorici dell’homeschooling: un percorso naturale, sereno, nel quale il bambino si costruisce in modo assolutamente non violento. Poi mi tornano in mente le parole della pediatra psicanalista dalla quale siamo scappati: un bambino nato col cesareo (Orlando) non ha vissuto attivamente la separazione che dà origine alla vita, il parto. In questo dovrà aiutarlo lei. Pazzesco. Io, da sempre eternamente in fuga, mi trovo a dover aiutare qualcuno, e non uno qualsiasi, a separarsi in modo equilibrato. Da me! La vita è proprio tutta un contrappasso.

A leggere e a sentire gli altri, qualunque cosa farò sbaglierò. Perché in fondo, ognuna di quelle analisi ha delle ragioni. Torno alla mia domanda. Perché Orlando piange a scuola? Ha iniziato a farlo quando ha capito che lì sarebbe andato tutte le mattine, tranne il fine settimana. Quando ha capito che la scuola è un sistema di vita. Posso dargli torto? No.

Però possiamo cercare un compromesso. Allargare le maglie del sistema. Passarci attraverso. Dentro e fuori. Senza rinunciare e senza accettare tutto. Renderle leggere, sostenibili, e prendere il buono che là dentro c’è. Ma come faccio, in una manciata di giorni, a insegnare a mio figlio quello strano, sbilenco gioco di equilibri che da tutta la vita sto tentando di mettere in piedi?.

Ieri sera Orlando ha fatto un disegno per me. Ha disegnato Tristezza, il personaggio più bello e complesso di Inside out. La sua tristezza. E me l’ha donata.

Questa mattina siamo usciti prima del solito. Sono stata dentro la classe con lui fino alle nove. Poi sono rimasta là fuori, in modo che lui potesse vedermi quando ne aveva bisogno. In barba a tutti quelli che mi dicono che il bambino DEVE piangere.

ognuno dica la sua

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Checché ne dica il padre di mio figlio – che lamenta l’andazzo anarchico – in casa nostra vige la democrazia. È un sistema molto faticoso, dove ognuno dice la sua, anche il cane, cui spetta decidere dell’apertura della porta che dà sul terrazzo, qualunque sia la temperatura esterna. Qui da noi non c’è autorità centrale, nessuno conta troppo né troppo poco. Ne conseguono discussioni infinite, tensioni, procedure lente, ripensamenti, verifiche. Eppure funziona. È vero, non siamo di quelle squadre efficienti dove non si perde un minuto, ogni spazio è gestito al meglio e tutto è sotto costante controllo. Noi ogni tanto perdiamo tempo e ci disperdiamo. Poi però arriviamo al punto. Perché per arrivare al punto non è detto che si debba andare sparati verso l’obiettivo senza stare a sentire nessuno. Magari invece è utile che ognuno dica la sua, così, anche solo per sapere quali saranno gli effetti di una eventuale decisione sul resto del mondo. Accontentare più gente possibile ed evitare frustrazioni.

È un sistema faticoso, ma ha i suoi pregi. Primo tra tutti che parlando ci si può addirittura capire. E se non ci si capisce, meglio prendere altre strade. Sarebbe dannoso darsi obiettivi comuni quando gli sguardi volgono a orizzonti tanto distanti. Nell’immediato probabilmente ha più effetto un potere centrale che sgombera la strada dai dubbi e procede a spada tratta. Sul lungo periodo però su quella strada potrebbero trovarsi i pezzi perduti, i rottami delle cose scartate, cose che sanguinano e lasciano tracce di dolore.

Capisco chi preferisce prendere l’altra via, quella in cui arriva uno che decide per tutti e taglia la testa al toro. È più facile e sbrigativa. Sembra quasi che convenga. Capita però che il sistema democratico passi portando con sé una bella opportunità.

Io odio la scuola. L’ho sempre odiata. Ci stavo stretta da piccola e ci sto stretta adesso. Non mi piacciono i banchi, le porte chiuse, l’autorità, i voti, le interrogazioni, i programmi, la storia che non arriva mai dove siamo noi e resta indietro di decenni, l’arte in fotografia anche in una città come Roma, dove basta girare l’angolo e avere le prospettive più belle del mondo, la matematica ridotta a uno schema incomprensibile, l’inglese insegnato con l’accento di Colecchio, le graduatorie, la ragion di Stato.

L’anno scorso il nostro tentativo di inserirci nella civile vita dell’infanzia è stato un disastro. Una supplente dietro l’altra per ragioni talmente confuse e complicate che non me ne ricordo nessuna. Infine la Supplente, quella che resta fino alla fine dell’anno, che nessuno vuole ma che non se ne vuole andare, col punteggio giusto, non scalzabile. Piange lei perché l’ambiente è ostile. Piange Orlando perché non vuole entrare. Piangono tutti i bambini perché vogliono tornare a casa. Eppure lei resterà fino alla fine dell’anno perché così vuole la graduatoria.

È chiaro che così non va. Nessuno è contento. È una situazione piena di frustrazioni da tutte le parti. Ma siamo proprio sicuri che la soluzione sia tagliare la testa al toro e prendere uno che decide per tutti? Non sarebbe forse meglio provare a salvare ciò che della scuola vale la pena salvare, tentando la via democratica? Quella follia praticata da noi. Quell’estremo alla fine del quale o la va o la spacca. Restituire il gigante morente alla natura. Lasciarlo libero. Farlo muovere da solo in cerca di cibo e acqua e vedere dove va. Restituire la scuola alla volontà e alle scelte degli esseri umani, piccoli e grandi. Farne una cosa di tutti. Autogestirla. Praticarla.

Penso sempre al parchetto di fronte casa. Piccolo specchio del mondo che miracolosamente mi dà la misura delle cose. Penso alla gente che lo frequenta. Ai meccanismi di strisciante razzismo. Ai luoghi comuni. Alle dinamiche di gruppo. Alle mie strategie di sopravvivenza. Alle sviluppate capacità di riconoscere, nell’inferno, ciò che inferno non è. E mi chiedo: viste le persone che popolano il mondo, è possibile convivere tutti alla pari? E mi dico che sì, è possibile, perché in fondo, a grattare la superficie delle cose, quasi sempre esce il meglio. Che invece di guardarsi in cagnesco da un angolo all’altro del mondo, ad avvicinarsi per toccare ciò che non si conosce, nasce la confidenza. Che quella confidenza, in un ambiente coatto, sarebbe impossibile.

la terza via

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Se hai voglia di liberarti delle tue sovrastrutture, delle rigidità, delle fissazioni ideologiche, delle prese di posizione, fai un figlio. Cura migliore non c’è. Non è detto che funzioni. Ci vogliono grande pazienza, forza di volontà e umiltà. Doti di cui forse non sono ben fornita, con la conseguenza che per me ogni giorno è una lotta. Dalla mia però ho che mi butto nelle situazioni e cambio idea facilmente. E così passo da un’ipotesi all’altra con una certa eleganza.

Se due anni fa ero sicura che mio figlio non sarebbe mai andato a scuola, l’anno scorso pensavo che l’unico compromesso possibile fosse il metodo Montessori. Decaduta velocemente questa seconda ipotesi, da settembre verificheremo la terza via: una buona scuola, di cui tutti parlano bene, da raggiungere a piedi.

Qualche giorno fa l’uscita delle graduatorie provvisorie: Orlando è stato ammesso.

Abbiamo già fatto le prove. Cane, Orlando, e via. Lo scenario sembra molto più umano di ciò che per brevissimo tempo è accaduto con la Montessori. Andare a piedi, uscire da scuola e passare per il parco giochi, fermarsi in biblioteca sulla via del ritorno, frequentare persone che vivono nei paraggi. L’anno scorso potevamo solo andare in macchina. Se eravamo fortunati parcheggiavamo davanti ai cassonetti – ben accostati per non bloccare l’autobus, entravamo e ci separavamo con la frase di rito: vado a parcheggiare e torno. Alla fine riprendevamo la macchina e tornavamo a casa.

Perché una simile svolta?

A parte la natura volubile dell’essere umano. C’è che con i bambini la cosa migliore è starli a sentire.

L’esperienza della ludoteca ci ha insegnato che lì Orlando si sente a casa, che è vicino, che i suoi amici sono quelli che vivono nel portone accanto, che è possibile incontrarli il giorno dopo per strada, che tutto è a portata di mano, che la vita non è piena di estranei destinati a essere lasciati alle spalle.

Quando crescerà, Orlando avrà tutto il tempo di innamorarsi delle misure infinite del mondo, toccherà con mano l’inconsistenza dei confini, incontrerà amici sempre nuovi e perderà quelli di un tempo. Vivrà come vorrà. Ma adesso ha bisogno di circoscrivere e riconoscere la sua casa, di trovare lì il suo posto tra gli altri. Questo non vuol dire che ci fermiamo qui. Vuol dire solo che procediamo per tentativi ed errori, empiricamente, buttando via a destra e a manca pregiudizi che ci portiamo dietro da secoli, che passo dopo passo troveremo insieme la strada da seguire. E sicuramente cambieremo di nuovo idea.

quattro a zero

maradona

Oggi, martedì 4 novembre, siamo andati a scuola. Ore 9.00. Entriamo, ci guardiamo intorno, noto una donna mai vista prima, forse una mamma, ma non ne ha l’aspetto. Qual è l’aspetto di una mamma? Non lo so, ma non il suo. Si presenta: è la nuova insegnante di sostegno, in dotazione alla classe di Orlando perché tra i compagni c’è un bambino down. È cambiata anche lei. Senza che nessuno ci abbia avvertiti. L’impressione è di essere finiti nel teatrino dei miracoli o dentro una puntata di Chi l’ha visto. In due giorni sono sparite due persone e si è completamente trasformata la compagine del corpo insegnante cui Orlando ha fatto riferimento finora (corpo già sufficientemente instabile così come si era presentato fino alla scorsa settimana). La nuova maestra, che – va detto – non mi piace, lo ha preso in braccio e lui si è messo a piangere. Me lo sono ripreso e sono uscita con lui dalla scuola. Nel percorso sentivo il padre del bambino per cui abbiamo il sostegno discutere animatamente con la coordinatrice mentre il figlio piangeva. Un’altra piccola dall’inserimento non facile oggi non c’era. Chissà, la madre a questo punto le ha concesso forse un piccolo periodo sabbatico, oppure sta seriamente riflettendo sulla situazione.

Un disastro.

A questo punto non mi si venga a dire che il problema sono io. Che il problema è mio figlio. Io e mio figlio abbiamo fatto infiniti sforzi per realizzare questo benedetto inserimento. Ci abbiamo pensato, ripensato, provato, riprovato, adottato diverse strategie, perché nonostante tutto ne valeva la pena. Nonostante quello che penso della scuola. Nonostante la difficoltà di Orlando a considerarmi in un altro spazio siderale. Nonostante la fragilità dei suoi punti di riferimento spazio temporali, per cui la mia assenza sistematica diventa per lui incalcolabile. Nonostante forse sia presto. Nonostante tutto noi ci abbiamo provato.

Chi sta al centro di questa scuola? Non certo il bambino, trattato come un prototipo di bambola da “inserire” in un ambiente la cui identità è fatta solo di oggetti e cose, dove la presenza umana è assolutamente intercambiabile. Non il corpo insegnante, sbattuto qua e là in contesti ogni volta nuovi, qualche volta, va da sé, ostili. Non l’Idea – quella cosa astratta alla quale dovremmo affidare i nostri figli perché ne escano formati – spezzata da una discontinuità didattica al limite del ridicolo. Non il cuore, visto che un insegnante vale l’altro e i bambini non devono avere reazioni emotive. Al centro di tutto sta la Graduatoria, divinità numerica antropofaga, in parte fatta, a quanto pare, da autocertificazioni.

Scuola – Orlando: quattro a zero. Ma la partita è solo all’inizio.

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