l’albero di natale

buio

Lo so che non è poi così importante, che ci sono questioni più urgenti, che non è l’abito a fare il monaco, ma è vero, l’albero di Natale di Roma è proprio brutto.

L’altro giorno passeggiavamo e a piazza Venezia il nostro sguardo ci è cascato sopra. Ci è cascato per caso, perché non è un albero che si fa notare. Nessun entusiasmo mostrato nemmeno da Orlando, reduce dalla lettura del Pianeta degli alberi di Natale di Rodari.

La città è ridotta al lumicino, nel senso letterale della parola, ma davvero non si poteva fare altro? A Roma vivono centinaia di artisti che con un intervento economicamente inconsistente avrebbero potuto rendere l’albero più bello, che avrebbero potuto essere chiamati a realizzare un’opera senza sprechi, magari da riutilizzare in qualche forma dopo le festività. Roma pullula di scuole, accademie, laboratori, che avrebbero potuto essere coinvolti in un’operazione di allestimento, come una grande mostra temporanea di partecipazione. Si sarebbe potuto avviare un lavoro multiculturale. Si sarebbe potuto realizzare un albero della vita, all’aperto, nel cuore della città. O scegliere un luogo dal significato diverso, uno spazio di attraversamento o di sosta.

Si poteva anche decidere di non farlo. Certo. Non per evitare sprechi, che a voler fare un albero come si deve senza sprecare niente c’è solo da sbizzarrirsi. Gli si poteva sostituire un’opera fuori dalle aspettative natalizie, magari uno spazio intitolato Roma chiama Aleppo. Tutto si poteva fare. E invece c’è toccato l’albero più triste d’Europa.

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La tempesta a Valle Martella. Un’esperienza di museo relazionale

la tempesta

Da un’idea di Aldo Innocenzi, protagonista del collettivo d’arte Stalker, il laboratorio City walk city talk investe uno dei quartieri nati negli ultimi cinquanta anni alle porte di Roma.

Il Museo Relazionale è approdato a Valle Martella, una frazione di Zagarolo spuntata negli anni Sessanta come un campo di funghi e nel tempo cresciuta in barba a progetti, vincoli, concessioni e regole. Un luogo talmente spontaneo da rendere inapplicabile il condono edilizio del 2003, quando centinaia di abitazioni che potevano finalmente essere investite di legittimità urbanistica sono rimaste nel limbo di ciò che esiste senza averne la concessione. Valle Martella è un quartiere alle porte di Roma dove vivono quattromilaquattrocentodieci anime perfettamente divise tra maschi e femmine. Dove ognuno ha costruito come poteva e come voleva. Ciascuno a suo modo. Una superficie vuota sulla quale emergono oggetti abitativi incoerenti. Valle Martella è un’anticamera al paradiso della capitale. Un posto come tanti, mai chiamato a lasciare traccia di sé.

 

Il laboratorio City walk city talk, ideato dal Museo Relazionale in collaborazione con l’Associazione Culturale U.R.A.Z. (unione dei rappresentanti e delle associazioni di Zagarolo, Colli, Valle Martella) ha rotto il silenzio su questa area anarchicamente urbana che si estende per oltre 7 chilometri: la mattina del 6 novembre un corteo ha attraversato le vie del quartiere, trascinandosi dietro un divano-vascello ispirato al naufragio del Sea Venture e alla Tempesta di Shakespeare. D’altronde a Valle Martella si arriva per naufragio. Non ci si viene perché la si è scelta. Il corteo ha navigato negli anfratti, nelle storture, in ciò che non ci piace, che poteva essere diverso, perché un posto così è pieno di trappole in cui il bello e il buono inciampano. Ha coinvolto ed entusiasmato i cittadini, le istituzioni, le associazioni, tutti coloro che qui vivono, e ha posto una domanda niente affatto retorica: che fare?

City walk city talk. Attraversare e raccontare la città. Conoscerla, entrare nelle sue maglie, ascoltarne la voce e portarvi la magia di Prospero. Camminando e parlando, il laboratorio ha disegnato un orizzonte, una prospettiva idealmente capace di ribaltare il presente e cambiare i connotati di Valle Martella trasformandola in museo relazionale, cioè in uno spazio da condividere, in un punto di osservazione capace di resuscitare la comunicazione attiva e avviare degli esperimenti alchemici attraverso i quali generare la bellezza di un quartiere nato per non essere bello. Portare un sogno a Valle Martella. Questo ha fatto City walk city talk. L’ha occupata, attraversata, è andato a tirare la giacca ai suoi abitanti e ha lasciato loro un questionario dalle domande semplici, da rispedire all’indirizzo del Museo Relazionale. Qual è il buono e quale il brutto di Valle Martella? Cosa le manca per farne un luogo in cui è bello vivere?

A unirsi a questa lunga camminata sono state alcune pagine de La tempesta, la commedia con cui Shakespeare ha chiuso la propria carriera di autore teatrale e ha rivelato a chiare lettere la propria visione del mondo e dell’umanità. Attori e artisti hanno intrecciato le parole del grande drammaturgo inglese a quelle dei cittadini in cammino, il senso della vita dell’uno al senso delle cose degli altri. Valle Martella è stata la grande scena di un naufragio che l’ha riportata al grado zero della sua stessa storia. Un punto dal quale non tornare indietro, dove rintracciare il residuo di bellezza di cui il mondo forse è ancora capace, addirittura qui. Un grado zero da cui partire per disegnare un futuro sottratto ai vecchi destini.

City walk city talk ha fatto irruzione con un’idea sovversiva di museo in una realtà che le risposte nemmeno se le aspettava più. Con un’idea di museo che museo non è. Ha portato la stanza dell’alchimista e il potere del mago nelle vie del quartiere, e ha invitato tutti a entrare, a sperimentare una nuova forma di reale, quello delle relazioni e dei futuri possibili.

Valle Martella è il vostro teatro. Entrate, signore e signori, e mettete in scena la vostra città, la vostra Utopia.

Gli ideatori promettono che la messincena presto si rifarà.

Il progetto del Museo Relazionale, nato qualche anni fa da un’idea di Aldo Innocenzi al CIAC – Centro Internazionale per l’Arte Contemporanea, Castello Colonna di Genazzano – restituisce all’arte contemporanea una funzione essenziale: il tentativo di fondare un’estetica. Un’estetica volta a vivere fuori dalle tele, dalle sculture, dalle realizzazioni multimediali, dai progetti audiovisivi. Negli anni il CIAC ha accolto le esperienze di cittadinanza attiva che hanno preso il nome dai prodotti lavorati nelle stanze dell’arte: il Pummidoro, il Cacchione, Le live, la marmettalta di Prungangini.

Il museo relazionale si manifesta nei paesaggi umani, si interroga sul mondo in cui viviamo, trasforma le strutture museali in luoghi atti a creare nuove integrazioni, porta l’arte nel nulla delle periferie, costruisce strategie di sopravvivenza e di fuga dai labirinti dei nostri luoghi. Ricontatta una domanda che il mondo contemporaneo non voleva più porre a nessuno: dove sta la felicità?

la magnifica invenzione della radio

la radio

I cambiamenti hanno sempre un non so che di faticoso. Decidi di cambiare rotta e regolarmente sottovaluti gli effetti collaterali della tua scelta, che arrivano con grande puntualità.

Evitare dunque a tutti i costi traslochi, cambi di scuola, di lavoro, separazioni e innamoramenti? Assolutamente no. In genere, se si è fatta una buona scelta, entro poco tempo alla fatica si sovrappone il piacere delle nuove cose.

Ecco un inaspettato lato positivo dell’aver abbandonato la bicicletta per raggiungere in macchina la nuova scuola: la scoperta della radio.

Noi partiamo sempre all’ultimo momento, mai in anticipo, neanche di un po’. È il nostro stile di vita. Superate le 8.30, ci precipitiamo giù per le scale, usciamo dal portone e corriamo verso la macchina. Saliamo, ci leghiamo e io finalmente accendo la radio. E mi abbandono all’ascolto.

ALL’ANDATA (8.40/9.00) Stampa e regime di Massimo Bordin su Radio Radicale. La rassegna stampa più bella del mondo.

AL RITORNO (9.15/9.35) la replica di Stampa e regime e Il ruggito del coniglio su Radio 2. E allegramente la mia giornata ha inizio.

speriamo

Roma è una città calda anche durante le estati anomale. Era calda ai tempi dell’era glaciale e sarebbe calda senza il riscaldamento globale. Le vacanze qui si presentano con puntualità. Unico appuntamento romano a essere rispettato. L’estate arriva ed è inesorabile.

Il nostro tragitto da casa a scuola ha le ore contate. Iniziano le vacanze estive e a settembre tutto cambierà. La scuola, la zona, i compagni, l’ambiente, il metodo, i mezzi di trasporto, le abitudini. Fra tre mesi volteremo pagina e un’era si chiuderà. Dispiace? No. Anzi. Però il nuovo provoca sempre un po’ di agitazione.

Ci metteremo nelle mani della nuova maestra. Sicuri che darà le risposte che non abbiamo ancora ricevuto. Che sarà seria, mai approssimativa, preparata, onesta, in gamba. Non importa se rivelerà alcune rigidità e spigolosità. L’importante è che ci conduca al di là, nel nuovo mondo, dove le cose funzionano. Forse non erano proprio le cose che volevamo. Ma a questo punto basta che funzionino.

Latitudine 41.9 Nord. Longitudine 12.416667 Est: entriamo ora nell’era della speranza.

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La città eterna aspetta il Messia. Nessuno ci crede davvero, e se mai dovesse arrivare i romani sarebbero pronti a rimetterlo in croce in quattro e quattr’otto. Eppure lo aspettano volentieri, perché in fondo l’attesa ha un buon sapore. Quello del tempo dei desideri. È mentre aspettiamo che immaginiamo le cose e pensiamo a come le vorremmo. È nell’attesa che nascono le idee migliori.

La lista dei desideri dei romani è lunghissima. Potenzialmente infinita. D’altronde la città è ridotta male e di cose da fare ce ne sono. Per evitare che qualcosa sfugga al calendario degli impegni cittadini, ogni romano dice la sua, spinto da un’inusuale voglia di partecipare alla compilazione. C’è chi oltre a indicare i problemi, approfondisce escogitando interi ventagli di soluzioni.

Iniziamo dalle buche. Si inizia sempre dalle buche. Alcuni propongono addirittura di differenziarle per lunghezza della strada di appartenenza: fino a cento metri si rifà tutto l’asfalto, oltre si studiano tipologie di intervento diverse. Passiamo ai cassonetti. È arrivato il momento di svuotarli. Entriamo nel parco giochi e derattizziamolo. Derattizziamo Roma che è piena di topi. Aboliamo Equitalia. Abbassiamo le tasse.

A Roma in questi giorni se ne sentono di tutti i colori. A un primo sguardo sembra che tra i desideri dei romani ci sia solo la volontà di mettere delle toppe. È questo il senso del loro voto. Basta grandi sistemi, ideali e scarpe rotte. Basta essere velleitari. È arrivato il momento di rimboccarsi le maniche, che in una città di oltre tre milioni di persone non è una passeggiata. A guardare più attentamente però, ci si accorge che nella lista dei desideri sono entrate di straforo le ombre di alcuni vecchi massimi sistemi. Ridotti un po’ male, trasformati quasi fino a essere irriconoscibili. Ma sono loro. Per esempio il desiderio di una legge che stabilisca il tetto massimo della ricchezza pro capite degli italiani. Vero e proprio caso di protocomunismo, quando ancora non si sapeva che per arginare le strabordanti ricchezze di pochi sarebbero scoppiate rivoluzioni che avrebbero fatto morti e feriti, ottenendo risultati quasi disastrosi. O la proposta dal sapore socialdemocratico del reddito di cittadinanza, che arriva un po’ tardi. Ma come? Ti verrebbe da dire. Proprio adesso? Con tutto quello che c’è da fare?

Nonostante tutto, in queste suggestioni c’è qualcosa che mi piace. È la fantasia. La fantasia dei desideri. Il fatto che esistano e che vengano nominati, anche dai romani, notoriamente cinici e disincantati.

Mi piacerebbe farne un’ampia lista perché in questi desideri si nascondono le gioie, i dolori, i pensieri, gli umori degli Italiani. Eccone alcuni tratti da movimento5stelle.it

Albo degli inquilini morosi.

Diminuzione tasse lavoratori autonomi con P.I. senza dipendenti.

Precedenza posti di lavoro agli Italiani.

Trasferimento delle restituzioni dei parlamentari dal Fondo per le PMI al Fondo per l’edilizia scolastica.

Microchip a tutti gli animali da privati e enti pubblici.

Abolizione della legge 107/2015.

Diversificazione costi e durata biglietti Atac.

Interdizione dai pubblici uffici dei pregiudicati.

Abolizione centri per l’impiego.

Abolizione dei senatori a vita.

Rafforzamento e regolamentazione dei sistema taxi a Roma.

Esclusione canone Rai.

Telecamere obbligatorie in asili e case di cura.

Esclusione di auto elettriche e segwey da Villa Borghese.

i grandi e i piccoli

grandi e piccoli

A quasi un mese dalla sua entrata in casa, la varicella, propagatasi di figlio in padre, finalmente ci lascia e noi la salutiamo con gioia. Varicella addio!

Il brutto di queste esantematiche, per chi le ha già avute, è che costringono i propri cari a stare in casa, in un rapporto di convivenza coatta che la metà basta per impazzire. “Immagina in carcere” ho detto io e il padre di mio figlio ha risposto “almeno lì stanno solo tra maschi”. Certo, è vero, ma nemmeno così il gioco vale la candela e io, dal canto mio, continuo a farmi impressionare da chi invoca la gogna e la galera, sicuro che tanto non lo riguarderà mai da vicino, senza considerare che le sorprese, sia le belle che le brutte, vengono a bussare alla porta di chiunque inaspettatamente, costringendo a rimettere le mani su tutto ciò che fino a quel momento si è sostenuto.

Se la vita non riservasse sorprese, il mondo sembrerebbe un luogo sicuro di quarantene. Come dire: io sto qui all’aria aperta e dall’altra parte, ben chiusi e separati, ci sono gli stronzi, gli sfigati, quelli che non ce la fanno, che se la sono cercata, i brutti, gli sporchi, i cattivi. E più loro sono isolati, più tutti gli altri sono al riparo dal contagio. Allora gli onesti, i puliti, i sani si sentono invincibili e possono puntare il dito contro il resto del mondo. Il meccanismo è semplice quanto fragile. Il più piccolo movimento di caduta comporta l’esilio da quella strana terra in cui ci si sente a posto con se stessi. Non sono bastate generazioni di protagonisti cattivi di film visti decine di volte, non è bastato spiderman nero a farci affezionare, anche nel mondo reale, a quel caos un po’ malato che vive al di là dell’ordine. La realtà è l’unico luogo dove il bene continua a credersi al sicuro.

Dalle finestre della quarantena, noi guardavamo mezza Italia prepararsi a votare, innervositi da questo nostro star chiusi. Però le cose si possono osservare da prospettive insolite, e allora l’isolamento si trasforma in un moto ascetico attraverso il quale scorgere il reale e l’immaginario.

Non mi dispiacciono certe ingenuità, che possono nascondere delle risorse; non mi irrita che Virginia Raggi dica di sé sindaco invece di sindaca, che poi ci sarebbe da chiedersi se il problema è suo o delle femministe che l’hanno preceduta senza lasciare traccia, perché si sa, se lo studente non sa niente è sempre colpa sua, mica dell’insegnante; non mi sconvolge l’idea rocambolesca della funivia, che non è nemmeno originale; non mi spaventano i pannolini lavabili, vista l’età di Orlando, anche se allora provandoli li ho trovati un oggetto al limite della crudeltà, che obbliga la neomamma a dolorosi passaggi di smacchiatura in un momento della vita già piuttosto impegnativo; non mi piace ma non ritengo pregiudizievole il tentativo di istituzionalizzare abitudini sociali e libere come quella dei gas (gruppi di acquisto solidale). No, per tutto questo non avrei dubbi e al ballottaggio voterei Raggi. Io mi spavento quando leggo: i nostri candidati non devono avere nemmeno una multa non pagata. Allora mi guardo alle spalle e tremo chiedendomi: io? Le ho pagate tutte? Ce ne sono in sospeso? Ho parcheggiato bene o davanti al solito divieto di sosta? E chi è quell’essere tanto puro da non avere nemmeno una multa in sospeso? Ma poi, se esistesse, mi interesserebbe? È questa la purezza? Aver pagato ogni multa recapitata? Esiste davvero la purezza? Ma non è colpa loro. È che il mondo è pieno di luoghi in cui rinchiudere gli altri e di cui non è così facile sbarazzarsi. D’altronde sentire sedicenti esperti ripetere: tu non sei capace, lascia che ci penso io, adesso ti spiego, mi ricorda tanto la maestra che toglieva le forbici ai bambini perché lei tagliava meglio. Io queste forbici a Virginia Raggi quasi quasi gliele darei. Poi, se non riesce a usarle, le passeremo a qualcun altro. Certo, la pista ciclabile me la deve fare davvero.

la sentenza

sfera_neve

A ottobre dello scorso anno ho pubblicato un post sugli interessi illegittimi applicati dalla banca durante il periodo di sospensione del mutuo (https://liberemamme.wordpress.com/tag/arbitro-bancario-finanziario/), richiesta attraverso una legge che consente di accedere a un provvedimento d’emergenza che sostiene le persone in difficoltà economica.

Allora il direttore della banca, alle mie obiezioni, rispose: se fosse come dice lei, noi cosa ci guadagneremmo? Ho presentato ricorso all’Arbitro bancario finanziario. In questi giorni è arrivata la sentenza: le mie obiezioni sono state accolte. Il comportamento della banca tradisce lo spirito solidaristico della legge, l’istituto dovrà quindi restituirmi la cifra versata in questi quattordici mesi.

lo spettacolo del sacrificio

venuswillendorf

Impossibile non entrare nei dettagli di certa cronaca, nemmeno ora che faccio di tutto per evitarli. Aprire un social network, sfogliare un quotidiano, fare zapping in tv. Qualunque quotidiana operazione mi sbatte in faccia la morte di Loris. La sento risuonare ovunque, con un’eco che striscia tra il pettegolezzo, il giudizio e la divinatoria fascinazione. Perché questo fatto è una specie di gigantesco spettacolo sacrificale dato in pasto a una platea che reclama di vedere la vittima, di conoscere i particolari del suo dolore, di esaminare il boia e assistere all’infinita reiterazione del gesto.

L’innocente è vittima del più assurdo dei carnefici, del meno perdonabile. Non importa che il verdetto non sia stato emesso. Non importa nemmeno sapere che ogni carnefice è stato vittima a sua volta e che questo non è una dato banale dal quale trarre spunto per lo scoop dello scoop, ma è la coscienza necessaria, la condizione senza la quale non arriviamo a interrompere alcuna catena di violenza. Sembra di entrare in un circo, di quelli antichissimi dove scorreva sangue umano, votato al dio per calmare le sue ire. Il sangue doveva essere puro, altrimenti la divinità non si placava. Bambini e vergini. Non mi viene in mente nient’altro che un rito pagano riaggiustato per il mercato dell’informazione italiana.

Cos’è questo spettacolo dell’orrore e del sacrificio? Rappresentazioni di infanticidi, femminicidi, serie su killer seriali, ricostruzioni di fatti efferati al punto che non sono più spiegabili. Di cosa abbiamo bisogno?

In questi giorni, in cui non ho scritto, non ho letto, non ho fatto molto ma ho ascoltato, non ho sentito una sola volta la domanda giusta, quella vera capace di entrare nel cuore delle cose. Nel mio cuore. No. È tutto uno stordimento di sangue, di dettagli sinceramente non necessari né al giornalismo né agli spettatori. Una sorta di chiasso che allontana dalla possibilità di capire davvero, di ascoltare le cose nel loro significato. Un’abbuffata orrenda di cose crudeli, malefiche. Come se il mondo fosse solo una grande dannazione da consumare e sulla quale speculare per poter dire qualcosa e riempire l’horror vacui del giornalismo e delle relazioni. Cosa stiamo cercando dentro questa cronaca? Di cosa abbiamo bisogno?

Intanto forse ogni madre si interroga in silenzio. Su se stessa e su quel suo muoversi guardinga, un po’ incerta e un po’ inesperta, sul terreno delicatissimo del rapporto con il figlio, su quella terra di potere assoluto – perché mai come in questo momento ha potuto su qualcuno – nel tentativo faticosissimo di non esercitare potere, di sottrarsene per liberare le terre del figlio.

come diventare trasparenti e restare vivi

universi paralleli

Tanti anni fa mandavo la mia tesi di laurea a un docente della Sorbonne e dopo qualche giorno ricevevo, inaspettatamente, una sua lettera di risposta. Era luglio. A settembre ero a Parigi per iniziare un dottorato di ricerca in letterature comparate. L’anno dopo tornavo definitivamente in Italia. L’unica cosa che mi impedisce di mangiarmi le mani per non essere rimasta in Francia è che se non lo avessi fatto, ora Orlando non sarebbe qui, credo.

Venti giorni fa ho spedito un articolo alla redazione con cui ho collaborato per più di tre anni (hanno cambiato nome, ma sono sempre gli stessi). Il trattamento economico di quella mia collaborazione non sto nemmeno a specificarlo, credo faccia parte della storia d’Italia, una di quelle piccole consuetudini che determinano il carattere di un paese. Non avendo ricevuto risposta alcuna da nessuno, ho chiamato. Sì… scusa… ho visto… non ho avuto il tempo… di che si tratta… quante battute… bene… grazie. Glielo inoltro per ricordarglielo. Ma anche questa volta il silenzio. Né un sì né un no. Passano i giorni e io comincio a innervosirmi. Ne passano altri e il nervosismo cresce. Che ci vuole a rispondere? Possono scegliere tra due semplici opzioni: sì, grazie, lo pubblichiamo il giorno x; no, grazie, non abbiamo nemmeno un buco per inserirlo, magari più in là (una scusa come un’altra per rispedire l’idea al mittente, che almeno non resta in attesa).

Una mattina mi sveglio e penso che lo stesso articolo potrei mandarlo ai nemici giurati della mia vecchia redazione, specificando in che modo la mia proposta sia stata ignorata. Preparo una mail, allego il pezzo e salvo in bozza. Ci penso, un po’ mi sento in colpa, non sono per niente convinta, ma alla fine invio e aspetto. Passa un giorno e non succede niente. Ne passano altri e non succede niente. Tanti turbamenti per nulla. La mia coscienza, i sensi di colpa: carne messa a cuocere su un fuoco spento. Nemmeno loro mi rispondono. Che scema sono stata a pensare che potesse andare diversamente. Se non si sono fatti vivi gli altri, quelli con cui avevo una corsia preferenziale, che forse mi dovevano qualcosa visto il poco che mi hanno offerto in cambio del mio lavoro, perché questi dovrebbero darmi ascolto? D’altronde in Italia funziona così. La manciata di mesi trascorsi in Francia tanti anni fa, non mi avrà certo messo i grilli per la testa. Il nostro paese è differente. Per noi ricevere un rifiuto è già una gran fortuna.

Grazie comunque di aver risposto. Glielo dici perché quel non abbiamo bisogno ti commuove. Dopo avrai modo di elaborare il lutto e la delusione, ma intanto sei di fronte a un dato certo. Nessun fantasma. Nessuna nebulosa. Nessun incubo di quando eri bambino. Semplicemente ti è stato detto no.

Ieri sera leggevo la notizia che gli universi paralleli – ipotesi che mi ha sempre affascinata – potrebbero esistere e comunicare tra loro. Se così fosse, allora vorrei proprio fare due chiacchiere con il mio identico parallelo, quell’altra me stessa che sta vivendo una vita simile alla mia, con qualche scarto grande o piccolo che fa la differenza.

Ehi, tu, dall’altra parte! Come te la passi? A Parigi? Davvero? Io qui ho come l’impressione di essere diventata trasparente. Per il resto stiamo tutti bene.

E a proposito di esistenze trasparenti, posto qui il pezzo in cui racconto come sono sparita dall’Accademia di Belle Arti di Roma, dove sono stata insegnante co.co.co. Il pezzo per cui nessuno mi rispose mai.

L’Accademia dei precari

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Un anno fa vincevo il concorso dell’Accademia di Belle Arti di Roma per insegnare giornalismo. Trentatre ore – un piccolo corso – apparentemente ben pagate. Se non fosse che l’impegno reale è andato ben oltre i termini del contratto. La pole position in graduatoria dipendeva non dalla mia carriera di insegnante ma dal progetto presentato, per cui avevo preso il massimo dei punti. La mia allergia a tutte le forme di scuola evidentemente mi ha consentito di pensare per i ragazzi a un percorso più arioso e concreto, qualcosa che portasse un vago profumo di novità nelle vecchie stanze dell’Accademia. E grazie a un’idea semplicissima, far lavorare gli studenti e rendere visibile la loro attività, evitare troppa teoria e mandarli a “farsi le ossa”, è partita l’avventura.

I contratti a progetto prevedono che ogni anno si debba partecipare al concorso, che lo si debba vincere, che ci si debba rimettere in pista e rigareggiare con i vecchi e i nuovi concorrenti. Giusto, ingiusto, non so. Sicuramente stressante. Sicuramente mette i precari in una condizione di assoluta ricattabilità. Ma fin qui siamo ancora dentro le regole del gioco. Un gioco pieno di trappole, di pericoli, con un premio finale che lascia l’amaro in bocca, perché è davvero poca cosa rispetto agli sforzi richiesti per arrivare al traguardo. Ma sono norme dichiarate. Tu le conosci e ti regoli di conseguenza.

Ed è così che quest’anno ho partecipato di nuovo al concorso per insegnare giornalismo all’Accademia di Belle Arti di Roma. Forte dell’esperienza fatta, ho presentato un progetto ancora più corposo dell’anno precedente. Di nuovo sono arrivata prima. Aspettavo solo le graduatorie definitive, cioè che passasse quell’intervallo temporale entro il quale i non vincitori possono fare ricorso, quando ho avuto la sorpresa. Ho scaricato il calendario delle lezioni per controllare quali sarebbero stati i miei orari, e alla voce Elementi di comunicazione giornalistica ho trovato il nome di un altro. Ho ricontrollato le graduatorie. Ho ricontrollato il calendario. Per ogni corso esternalizzato era indicato il docente dell’anno scorso. Alla mia riga non c’era traccia di me. Il mio nome, il mio corso, la mia esistenza. Tutto magicamente svanito. Ingenuamente ho pensato che fosse un errore di trascrizione. Ho chiamato l’Accademia e ho scoperto che la persona che ha preso il mio posto è un’insegnante interna, di fascia uno. A lei, per tenere il corso per cui io ho vinto il bando pubblico, non è richiesto di stare in graduatoria, né di avere un progetto migliore del mio. Non le è richiesto niente.

Il bando recita: Gli incarichi saranno conferiti mediante stipula di contratto di collaborazione co.co.co. sugli insegnamenti risultanti vacanti, dopo aver verificato che tra i docenti di ruolo dell’Accademia di Belle Arti di Roma non sia possibile rintracciare le professionalità specifiche e dopo aver espletato tutte le procedure necessarie per la copertura dell’orario contrattuale della docenza interna. I contratti saranno stipulati soltanto qualora sia raggiunto il numero minimo di dieci studenti iscritti. Un percorso a ostacoli alla fine del quale tu precario puoi alzare la mano e dire: eccomi, sono presente.

Lo stesso bando però, poco oltre, dice un’altra cosa: Qualora si renda disponibile, verificati i requisiti di professionalità, un docente interno, la Direzione provvederà ad affidare l’insegnamento al docente interno. Il docente interno non passa per le graduatorie né deve presentare un progetto. L’unica cosa che gli viene richiesta è il requisito di professionalità. Cioè a me precaria mi contano tutto e me lo trasformano in punti. A lui interno chiedono dei requisiti non meglio specificati. In pratica basta che voglia il posto e ce l’ha.

All’interno delle università italiane il co.co.co è la nuova forma di assunzione. Moltissimi corsi sono stati esternalizzati. Questo comporta una minore spesa da parte degli istituti, ma purtroppo anche una resa didattica nettamente inferiore. Non perché i precari offrano meno dei docenti di ruolo, anzi – spesso sono zelanti, danno il meglio per essere riconfermati, non hanno anni di stanchezza sulle spalle, nella vita fanno anche altro e sono disposti a consegnare il loro valore aggiunto agli studenti – quanto piuttosto perché viene spezzata la continuità, la coerenza, la possibilità di concepire un progetto. Viene tolto l’orizzonte, ai docenti precari così come agli studenti, le cui conoscenze e la cui cultura sono drammaticamente squalificate. È shockante, per chi non lo fa da anni, entrare in un’università italiana e rendersi conto di quanto i ragazzi siano privi di strumenti e di memoria.

Nel mio personale caso, non ho fatto in tempo a capire dove fossi capitata, quale fosse il livello degli studenti, quali le loro aspettative e le loro capacità, che ne sono dovuta uscire. Non mi è stato riconosciuto nemmeno lo start up che si riconosce alle imprese. Non mi è stata data alcuna indicazione. Non sono mai stata convocata per una riunione. Non ho ricevuto alcun aiuto. Me la sono dovuta cavare da sola. Tutto nell’arco di quattro mesi durante i quali ho tenuto una lezione a settimana. A questo si aggiunge che per iniziare il corso ho ricevuto un preavviso di un giorno, arrivato con una mail in cui mi si chiedeva di andare l’indomani a firmare il contratto un’ora prima della prima lezione.

Il precario è anche uno che deve stare attento a tutto ciò che fa (non deve pretendere troppo, né dalle istituzioni né dagli studenti, non deve fare errori, deve sempre controllare la posta, deve cercare di leggere il proprio destino tra le righe dei calendari delle lezioni scaricabili online, dal momento che nessuno si prenderà la briga di avvertirlo). Se non sta attento, al primo schiocco di dita se ne vola via.

Sono tanti i motivi per cui il co.co.co. è una deriva. Inutile parlarne in teoria – la flessibilità, la mobilità eccetera eccetera. Basta toccarlo con mano per capire che così come è concepito sta facendo dei danni cui sarà difficile porre rimedio, non ultimo sulle generazioni più giovani.

Ma qui siamo oltre il danno. Siamo alla beffa. Il precario non solo è precario, cioè vive una condizione più surreale che difficile, ma quelle poche certezze – a termine – che ha sono in balia di un insegnante a un passo dalla pensione, già di ruolo, che senza dover dimostrare nulla decide di arrotondare lo stipendio candidandosi a prendere il posto che lui ha vinto con un bando pubblico.

Azimuth, il ritorno dell’utopia da Il Manifesto del 30 ottobre 2014

Filosofia. Sul terzo numero della rivista, si discute di quel non luogo dove tutti i mondi sono possibili.

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Se negli ultimi venti anni ne ave­vamo sen­tito par­lare come di cosa morta e defunta, ora torna a far par­lare di sé. È l’utopia. Quella strana assenza di luogo che naviga tra il lin­guag­gio e la rivo­lu­zione. Lo spa­zio in cui fini­scono i mondi pos­si­bili che non tro­vano dimora sulla terra. La peri­fe­ria delle nostre parole.

Iden­ti­fi­cata col tota­li­ta­ri­smo sovie­tico, a volte anche con quello nazio­nal­so­cia­li­sta, inve­stita di alcune pesanti respon­sa­bi­lità sto­ri­che e morali, ripu­diata negli anni Novanta dopo la caduta del muro di Ber­lino e il con­se­guente crollo sovie­tico, l’utopia viene oggi resu­sci­tata e ne viene risco­perta la neces­sità. Ed è così che Azi­muth, la rivi­sta di filo­so­fia fon­data nel 2011 da un gruppo di dot­to­randi (oggi dot­to­rati) della Sapienza di Roma, le dedica il suo terzo numero car­ta­ceo: Uto­pie. Non-luoghi del lin­guag­gio e della poli­tica, a cura di Libera Pisano e Andrea Pinazzi, edi­zioni di Sto­ria e Let­te­ra­tura. È una buona noti­zia che a occu­parsi di uto­pia — attra­verso una rivi­sta nata con l’obiettivo di pro­vare a ridi­se­gnare una mappa pos­si­bile del mondo — siano gio­vani ricer­ca­tori appar­te­nenti a una gene­ra­zione quo­ti­dia­na­mente accu­sata di non avere ideali né pro­spet­tive. Da qui, dall’esperienza e dal punto di vista di que­sti under qua­ranta, si svi­luppa l’ipotesi di cer­care una via soli­dale che desti­tui­sca il mito solip­si­stico dell’eternamente ricco, bello e gio­vane nel quale sem­bra finito l’immaginario occi­den­tale, e dal quale per ora sem­bra inca­pace di uscire.

Ricon­se­gnare all’utopia una cen­tra­lità nel pen­siero signi­fica anche assu­mersi alcune respon­sa­bi­lità, non ultima quella di inda­gare i nessi tra modello astratto e società reale con­trol­lata in modo tota­li­ta­rio, tra imma­gine unica/universale e mol­ti­tu­dini. Eppure, come scrive Manuela Ceretta in uno degli inter­venti che com­pon­gono que­sto numero, ciò che rende abo­mi­ne­vole il mondo orwel­liano di 1984 è la muti­la­zione del lin­guag­gio, la pra­tica scien­ti­fica e vio­lenta che esclude la forza evo­ca­tiva delle parole.

Riap­pro­priarsi dell’utopia signi­fica oggi cer­care di inclu­dere nel lin­guag­gio ciò che negli ultimi decenni, in Occi­dente, è stato rimosso: la capa­cità di pre­fi­gu­ra­zione. Signi­fica andare con­tro­cor­rente rispetto a quella muti­la­zione che Orwell aveva pre­vi­sto e che ha negato ogni ipo­tesi di pro­spet­tiva a intere gene­ra­zioni. Nomi­nare l’utopia potrebbe addi­rit­tura con­durre a un nuovo immaginario.

Qua­lun­que sia il suo limite, l’utopia nasce lad­dove razio­nal­mente ed emo­ti­va­mente rico­no­sciamo che que­sto nostro mondo è ingiu­sto, bru­tale, dolo­roso. Qua­lun­que sia il nostro sogno — nostal­gico, vel­lei­ta­rio, sen­ti­men­tale, pate­tico, intel­let­tua­li­stico — ogni volta com­piamo un atto «sovversivo».

La rivi­sta ospita una decina di inter­venti di per­so­na­lità filo­so­fi­che inter­na­zio­nali (Pierre Mache­rey, Vin­cenzo Vitiello, Lisa Block de Behar, Nicole Pohl e tanti altri) che inda­gano il tema da diversi punti di vista, pas­sando per i clas­sici della for­mu­la­zione uto­pica fino ad arri­vare alle espe­rienze del Nove­cento e alle nar­ra­zioni di genere. Chiu­dono due inter­venti dei Poeti del Trullo scritti per Azi­muth: una poe­sia che descrive una pic­cola, pos­si­bile città uto­pica, e un sonetto sulla Roma strac­ciona affa­ti­cata dai poteri che la abitano.

Una bella sfida edi­to­riale, che tor­nerà in libre­ria a dicem­bre con un numero dedi­cato alle cosmo­lo­gie pos­si­bili, tra nar­ra­zione e logica.

http://ilmanifesto.info/azimuth-il-ritorno-dellutopia/

Monica Micheli

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