per sempre

Sei anni fa nasceva Orlando. Qualche anno dopo chiudevamo una casa editrice e ne aprivamo un’altra alla quale davamo il nome di mio figlio.

L’età dell’innocenza sta per finire. Il tempo dell’infanzia. Della scuola materna. Dei progetti che non si chiudono. Delle difficoltà economiche e delle spese ridotte all’osso. Se è vero che i bambini portano il panierino, Orlando ha fatto di testa sua ed è arrivato da noi a mani vuote.

Ci prepariamo a entrare nella nuova vita scrutando all’orizzonte quello che ci aspetta. Le spese che lievitano. Le responsabilità che entrano dalla finestra. I progetti che vengono al pettine. Sei anni sono importanti e noi abbiamo voluto festeggiarli. Una festa aperta, allargata, al parco. La prima vera grande festa di Orlando. Forse anche l’ultima.

Sulle primavere romane deve essere caduta una maledizione. Durante il weekend il tempo cambia, il cielo diventa di piombo e forse piove. Dopo dieci giorni di ininterrotto sole, la domenica della festa il tempo è cambiato. Il cielo è diventato grigio. Sembrava novembre. Ma nonostante tutto siamo stati coraggiosi e abbiamo confermato che avremmo fatto la festa al parco. Appuntamento a mezzogiorno.

La sera prima tagliavo e riempivo panini pensando: ne avremo per giorni e giorni.

Abbiamo caricato la macchina di buste, panini, pizza, torte, succhi, vino, acqua, giochi, pignatta, e ci siamo avviati. A un passo dal mezzogiorno eravamo lì, al parco, per occupare una buona postazione, mentre una sottile pioggerellina ci avvertiva che con tutta probabilità avevamo fatto la scelta sbagliata, gettando il cuore oltre l’ostacolo e dimostrando un coraggio tanto grande quanto inutile.

A mezzogiorno eravamo soli al parco. Circondati dalla buste.

Poi la pioggia si è fermata e lentamente il paesaggio è cambiato. Da lontano abbiamo iniziato a scorgere delle figure umane. Erano i nostri invitati che arrivavano alla spicciolata. E mentre la festa si popolava, guardavamo il cibo distribuito su due tovaglie distese a terra, e pensavamo che forse non sarebbe bastato, che avevamo fatto calcoli sbagliati.

Presto il cibo ha iniziato a scarseggiare. Arrivati alle strette, il padre di Orlando è andato a fare rifornimento. Era l’una o poco più. Mentre lui era via, una seconda ondata di ospiti arrivava. All’una e mezza il padre tornava con due nuovi cartoni di pizza, e dall’alto della collina che dominava la piccola vallata della festa, si fermava a guardare la folla cresciuta, mentre i cartoni diventavano piccoli piccoli.

La festa andava avanti. La pioggia ci graziava e il vino ci aiutava. Si avvicinava il momento della torta. Due ciambelloni ricoperti di cioccolata, secondo la volontà di Orlando. Non sarebbero bastati. Era chiaro. Il padre di Orlando e un amico sono andati a prendere altri dolci in una seconda spedizione fuori dal parco. Poco dopo tornavano, mentre accanto a noi altri festeggianti apparecchiavano una ricca merenda su tavoli portati da casa, dimostrandoci tutta l’inadeguatezza delle nostre tovaglie messe a terra.

Abbiamo tirato fuori le torte e sistemato il vassoio di pasticcini. A terra. Intanto i bambini si avvicinavano e si stringevano in cerchio intorno a Orlando, si sedevano e cantavano tanti auguri a te mentre una cuginetta si inginocchiava sui pasticcini, schiacciandone almeno la metà. Tutto è stato comunque divorato.

Tra un mese un’altra scadenza mi aspetta. L’ultima chance per la casa editrice. Ci metterò coraggio e getterò il cuore oltre l’ostacolo. Se non andrà bene, questa volta chiuderò baracca e burattini e mi fermerò a riflettere su tutte le mie approssimazioni. Perché per concludere qualcosa non basta il coraggio, ci vogliono metodo e rigore. Ci vuole un grande tavolo da picnic sul quale sistemare la merenda, dove nessun bambino riesca a inginocchiarsi.

Da questa nuova, desiderata primavera, che è sempre un bel momento di attese e di promesse, guardo al di là, oltre l’estate, all’autunno, alle sue raccolte e ai nuovi principi. Non riesco a immaginare niente. Qualche tratto, ma niente che riveli i nostri stati d’animo. È chiaro che non siamo pronti. Che le tovaglie saranno ancora una volta messe a terra e il cibo non basterà. Che le esperienze insegnano fino a un certo punto, ma non bastano a diventare un’altra persona. Che va bene così e il coraggio può addirittura rivelarsi utile. Che nonostante tutto, se potessi vivrei per sempre. Per sempre io.

lavoro sommerso

sabbiatura

Se c’è una cosa che non mi posso rimproverare è di non aver cercato un equilibrio. Psicanalisi, psicoterapia, yoga, danzaterapia e un’infinità di altre strategie personali passate per viaggi, passioni, ricerche e separazioni. Questo non vuol dire che io ce l’abbia fatta, ma sicuramente ci ho provato.

Certe psicoterapie, rispetto all’analisi, hanno il vantaggio di essere molto concrete e dirette, cioè sanno andare al sodo senza aspettare che gli anni passino.

La psicoterapeuta, che è anche un’amica, quando le raccontai che il mio compagno mi rimproverava di non portare abbastanza soldi a casa, mi disse che qualche anno prima le era capitata la stessa cosa. Lei allora aveva risposto stilando una lista delle sue attività produttive con relative cifre.

La lista suonava più o meno così.

 

Attività svolta nelle 24 H                                                  guadagno giornaliero

6/8 ore di cura del bambino                                                60/80 euro

2 ore di pulizie                                                                          15 euro

2 ore di preparazione pasti                                                   20 euro

approvvigionamento                                                              10 euro

amministrazione delle finanze domestiche                      5 euro

 

Quindi se il suo lavoro fosse stato retribuito, lei avrebbe percepito almeno 110 euro al giorno che moltiplicato per 30 avrebbe significato 3300 euro al mese. Se a questo si fossero aggiunti gli straordinari, i rischi, le mancate ferie, l’assenza di regolamentazione in materia di malattia e di week end, quello stipendio sarebbe salito almeno a 4000 euro al mese.

Questo è ciò che produce una donna quando sta in casa, quantificato attraverso un tariffario piuttosto modesto. La lista può essere declinata su diversi stili di vita, dipendentemente dal lavoro che la donna svolge all’esterno, dagli aiuti familiari, dalla capacità del padre dei suoi figli di prendere su di sé una parte del lavoro domestico. Modificando il numero di ore, si ottengono cifre diverse. Ma per quanto si sottragga tempo, non si riesce ad andare sotto una produzione del valore di 50 euro al giorno (1500 euro mensili): una donna che si occupa part time di casa e di figli non produce mai meno di uno stipendio medio.

Prima di intraprendere qualunque discussione sulla condivisione del sistema famiglia e sui ruoli che lì dentro sono stati stabiliti, è doveroso partire da quella incontrovertibile lista. Ognuna la propria.

la magnifica invenzione della radio

la radio

I cambiamenti hanno sempre un non so che di faticoso. Decidi di cambiare rotta e regolarmente sottovaluti gli effetti collaterali della tua scelta, che arrivano con grande puntualità.

Evitare dunque a tutti i costi traslochi, cambi di scuola, di lavoro, separazioni e innamoramenti? Assolutamente no. In genere, se si è fatta una buona scelta, entro poco tempo alla fatica si sovrappone il piacere delle nuove cose.

Ecco un inaspettato lato positivo dell’aver abbandonato la bicicletta per raggiungere in macchina la nuova scuola: la scoperta della radio.

Noi partiamo sempre all’ultimo momento, mai in anticipo, neanche di un po’. È il nostro stile di vita. Superate le 8.30, ci precipitiamo giù per le scale, usciamo dal portone e corriamo verso la macchina. Saliamo, ci leghiamo e io finalmente accendo la radio. E mi abbandono all’ascolto.

ALL’ANDATA (8.40/9.00) Stampa e regime di Massimo Bordin su Radio Radicale. La rassegna stampa più bella del mondo.

AL RITORNO (9.15/9.35) la replica di Stampa e regime e Il ruggito del coniglio su Radio 2. E allegramente la mia giornata ha inizio.

i conti del figlio

einstein 2+2=5

Farli, non farli, con chi farli, come farli, perché farli, quanti farne. A sentire parlare di figli, sembra che tutto si risolva col metterli al mondo. Una volta superate alcune difficoltà determinate dall’età, dalle condizioni di salute, da quelle ambientali e culturali, si viene finalmente al dunque e si diventa genitori.

Un vecchio adagio diceva: fare i conti senza l’oste. Non bisogna aspettare tanto. Il momento arriva molto prima di quanto ci si aspetti e a un certo punto dalla bocca del figlio esce il conto, come dalla cassa di un supermercato.

Non è un passaggio immediato. C’è bisogno di tempo per adeguarsi, capire, digerire, imparare a reagire senza fare male a nessuno. Sono piccole domande che arrivano all’improvviso.

Noi, abituati a pensarci soli, adulti in relazione con altri adulti più o meno consapevoli e responsabili di loro stessi, veniamo prima travolti dalle reazioni dei bambini, che quasi senza filtri diventano nervosi, aggressivi, arrabbiati, tristi, isolati, silenziosi. Poi dalle loro domande. E alle domande di un bambino bisogna rispondere. E bisogna rispondere bene. Un figlio ha dei bisogni che tenta di esprimere. A volte col linguaggio degli umori, dei capricci, dei nervosismi, della difficoltà ad addormentarsi a mangiare a entrare in relazione con gli altri. Ma un figlio vuole anche capire, e cerca il modo di chiedere spiegazioni.

Arriva precocemente il momento in cui il bambino vuole conoscere il significato profondo della propria nascita, della propria esistenza, dell’esistenza di coloro che ama, della relazione che li lega, dei conflitti che li dividono. Vuole sapere profondamente chi sono, cosa stanno facendo, cosa hanno fatto, perché l’hanno fatto. Vuole sapere chi è lui e perché, e lo chiede. Arriva così precocemente quel momento che spesso non c’è stato il tempo di pensare alle risposte.

Un figlio non è solo una persona da mettere al mondo. Nemmeno se lo si fa con amore. È una relazione complessa, piena di domande alle quali è difficile dare risposte. E più un figlio cresce, più diventa difficile rispondere, soprattutto se non lo si è fatto bene prima. Ogni mancata risposta, ogni risposta sbagliata, è un debito che si accumula sull’altro, fino a non raccapezzarsi più. Un figlio è la più grande domanda alla migliore risposta che potremmo offrire.

purezza

purity

Non c’è niente da fare, quando finisce un amore e si chiude una storia, la prima cosa che pensi con disperazione è: mai più sarà così grande. Poi l’acqua passa sotto i ponti, un altro amore bussa alla porta, un’altra storia ti viene raccontata e tu scopri con entusiasmo che la vita è meravigliosa.

Bisogna avere pazienza, e io ne ho avuta. Dopo aver chiuso gli ultimi romanzi che mi avevano rapita e portata sopra le nuvole, ho aspettato l’uscita di Purity. Forse questa volta parte piano Franzen, come uno spasimante che non ti bacia al primo appuntamento ma ti lascia cuocere nel tuo brodo. Poi una sera non riesci più a liberartene e leggi fino alle tre del mattino. Senza accorgertene ti sei innamorata e sai che per un po’ il tempo smetterà di scorrere.

Ogni personaggio in Purity ha una madre. Ineludibile presenza dai contorni psichici tanto precari da far pensare che gli esseri umani abbiano infinite possibilità di essere. Possono scegliere. In qualche modo.

Era facile incolpare la madre. […] Okay, forse non era giusto, ma tua madre poteva sempre incolpare la propria madre, che a sua volta poteva incolpare la propria, e così via fino all’Eden. […] Un’irregolarità nello sviluppo cerebrale truccava le carte a svantaggio dei figli: la madre aveva tre o quattro anni per sputtanarti la testa prima che il tuo ippocampo cominciasse a registrare ricordi duraturi.

(Franzen)

C’è un momento nella vita in cui puoi passare dalla colpa al perdono. Ma non è facile e non è un’operazione che si chiude perfettamente, in modo pulito. Restano sempre dei frammenti a ricordarti che se stai male, qualcosa nella tua relazione originaria è accaduto. Ogni volta che avvertirai un malessere o un’incompatibilità, ti ricorderai di lei.

Tutto cambia quando la madre sei tu. Allora diventi il meccanismo finale di una macchina che sa correre nel tempo fino al paradiso perduto, ma che arrivando a te non sembra conservare niente della preistorica felicità. Tu non sei perfetta come Eva, anzi, rischi di essere ancora più imperfetta di tua madre. Allora la perdoni, se non altro per creare il precedente che permetterà agli altri di perdonare te, e a tutti i costi vuoi superarla e essere migliore di lei. Ma chi è migliore di chi?

Ormai è chiaro: sei dall’altra parte. Sulla riva di un fiume insieme a tutte le madri che ti hanno preceduta. Mai i tuoi occhi hanno visto ciò che vedono ora. Ti verrebbe quasi voglia di chuderli, ma non vale la pena. È un treno che quando passa va preso perché trasporta una possibilità. Perché se è lì che sta la colpa, allora ci sta pure l’innocenza. Quella del bambino ma anche la tua, e di tua madre e della madre di tua madre. E con l’innocenza riaprirai le porte dell’Eden e ci entrerai dentro con tuo figlio in braccio.

la festa dei debuttanti

la danza dei manichini

Quando i bambini iniziano ad andare a scuola, le madri vengono investite da una valanga di inviti. Ovunque piovono feste di compleanno. Di ogni singolo bambino di classi stipate di scuole giganti di città affollate di milioni di abitanti. Una bella occasione per conoscersi meglio, fuori dai ritmi stretti dell’entrata e dell’uscita. Per chiacchierare. Fare gruppo. Condividere con i figli le amicizie. Venti infinite occasioni per stare tutti insieme.

Abbiamo avuto anche noi la nostra opportunità. È arrivato l’invito. Tutti al party. Il padre di Orlando ha avuto pietà di me e ci ha accompagnati. Una festa al parco. All’aperto. Ottima notizia. Ci si dilegua più facilmente. Ci si disperde. Ci si nasconde dietro un albero o un cespuglio. Ci si dissimula tra gli estranei a passeggio.

Orlando ha i suoi soliti dieci minuti per acclimatarsi. Poi si lancia. Resto un po’ in disparte. Meno male che non sono sola. Mi sento come quando, a quindici anni, venivo invitata a una festa dove non conoscevo nessuno. Non è una situazione facile. Ogni particolare va studiato al millimetro. Da quando arrivare a quando andarsene. Se mangiare. Cosa mangiare. Come vestirsi. Cosa portare. Chi salutare. Col figlio è pure peggio. Stargli attaccata. Stargli lontana. Un po’ attaccata e un po’ lontana. Togliergli il maglione. Mettergli il maglione. Intervenire in caso di botte. Non intervenire mai. Raccoglierlo da una caduta. Lasciarlo per terra.

Intanto bisogna subito capire dove mettersi. Non al centro. Ci si sentirebbe a disagio. E gli altri potrebbero pensare a una forma di sgradevole esibizionismo. Di lato. Ma non troppo. Sembrerebbe snob verso gli altri invitati. La posizione giusta è in diagonale, poco oltre la metà della linea che dal centro va all’angolo estremo. Più vicino all’angolo che al centro. Ma di poco. Non una linea che va verso un angolo qualsiasi. Ma una traiettoria che arriva dritta a un angolo importante, dove si concentra un bel gruppo, possibilmente l’anima del gruppo. E da quella posizione un po’ defilata, cercare di intercettare brani di conversazione, tentare di dire la propria, infilarsi a tratti tra le parole degli altri, evitare affermazioni perentorie, tenere un tono medio e confortante, non farsi notare, non apparire insipida. Mangiare una pizzetta ogni tanto è consentito. Permette di muoversi. Di aggiustare la propria posizione anche in relazione a come nel frattempo si è spostata l’anima della festa. Mangiare una pizzetta inoltre potrebbe aiutare a fare amicizia.

E il tempo scorre. Anche alle feste di compleanno. Anche se loro, le feste, vorrebbero fermarlo. Espellerlo. Distruggerlo.

Forse è arrivata una buona notizia, una scoperta, un indizio, una crepa nella certezza del ciclo vitale: forse qui, nelle feste di compleanno, si nasconde il segreto della vita eterna.

Tutti stanno per cadere nell’inganno. Per eliminare dalla mente ogni angoscia e paura. Stanno per toccare il cielo con un dito. Per un attimo. Poi tutto finisce. Perché lui, il tempo, è al di sopra di ogni cosa e vince. E arriva la sera. La torta. I regali. Ognuno il suo. Noi abbiamo fatto un piccolo dono. D’altronde sono venticinque bambini. Almeno due compleanni al mese. Comunque il nostro piccolo dono sembra piuttosto striminzito rispetto agli altri. C’è solo da sperare che nessuno si volti a guardarci. E aspettare il turno del prossimo pacco. Per fortuna il festeggiato scarta all’impazzata e non dà tempo di riflettere. Ma io lo so. Qualcuno ha registrato il dato e lo ha messo nel cassetto delle cose sulle quali tornare a riflettere, stasera perché adesso non c’è tempo. Hai visto i nuovi arrivati? Che figura con quel regalo.

La festa sta per finire. La torta è stata servita. Il sole è calato. L’umidità risale dai piedi. È quasi ora di andare a casa. Forse è arrivato il momento di sciogliere il ghiaccio. Accanto a me sento parlare di grembiuli. Potrebbe essere la mia occasione. L’ultima della giornata. Non ce ne saranno altre. La colgo e mi volto contenta: voi glielo mettete? No no. Le mie sono vanitose… Lo porto ma non lo mette… Nemmeno Orlando. Però certo, se lo mettesse eviterei di cambiarlo due volte al giorno. Lei si gira verso di me, mi guarda e fa: no, io gli stessi vestiti non glieli rimetto mai. Veramente non volevo dire… nemmeno io… Ma ormai è tardi. Non mi ascolta più.

Poi miracolosamente, sul declinare del giorno e delle cose, accade. È lei, la mia donna. Lei, che la mattina arriva in classe con una spazzola per allisciare al volo la chioma del figlio. Lei che bracca il bambino perché il pericolo si nasconde ovunque. Lei che dice quello che pensa. Che da piccola ha visto Ryu il ragazzo delle caverne. Che non ha peli sulla lingua e se ne frega dei giudizi. Che fa i complimenti al mio compagno per non essere mai collaborativo nelle faccende domestiche, rivelando così, almeno, coerenza e onestà intellettuale. Mica come suo marito. Lei. L’imperfetta. Quante delle mie più belle amicizie sono nate così. Con la sorpresa. Col mio sorriso d’incanto di fronte alla loro apparente follia.

Ma il tempo inesorabile scorre. È buio. La festa è finita.

tutta me stessa

a mia madre. la montagna

a mia madre. la montagna. pastello su carta. orlando. settembre 2015

Credo che nella mente di ciascuno esistano montagne altissime che all’improvviso si innalzano. E mentre faticosamente ci si arrampica, il mondo si manifesta in tutta la sua spaventosa e incontrollabile bellezza. Il mondo del fuori e quello dentro. A ciascuno la sua montagna.

Anche nella mia vita c’è una vetta altissima. Che a guardarla non so come ci arriverò. Una vetta che non avevo immaginato. Che segna il prima e il dopo. Sulla quale si rivelano i miei luoghi ignoti. Dove io sono il mio meglio e il mio peggio. Sono tutto ciò che sono fino ai miei confini estremi. Dove non posso più nascondermi e sono tutta me stessa.

È il mio Everest. Orlando. La mia montagna infinita e incantata. Lo spazio vuoto e l’assoluta materia. Il corpo e l’assenza di peso.

Dieci giorni fa è iniziata la scuola. Scelta semplice. Di quartiere. Si va in bicicletta lungo un percorso familiare. Tutto a portata di mano. Tutto come se niente fosse. Se sospetti un problema, fai finta di niente. Ripeti dentro di te che va tutto bene. Basta pensarlo e sei già sull’isola della tua felicità.

Sarà perfetto. Liscio come l’olio. Normale fino quasi all’insipido.

Entriamo e io per ora posso stare con lui. Che differenza dall’anno scorso, penso. Sono dentro e lui esplora il territorio. Fa un disegno. E la maestra mi dice: come impugna bene la matita! Mi sorprendo del complimento: la impugna bene sì, ha quattro anni e mezzo. Come taglia bene con le forbici. Taglia bene sì, ha quattro anni e mezzo. Intanto si insinua la mia prima domanda: ma i tuoi bambini no? E cosa hanno fatto l’anno scorso in classe con te? Poi mi fa: quel poco di Montessori gli ha fatto bene (le ho raccontato il tentativo di frequentarne una statale a settembre scorso). Io: no, beh, è durata così poco. A casa. Tutto l’inverno. Io e lui. Ci divertivamo a. Lei: ah! Quante cose belle che ti impara mamma.

Il mio castello precipita. Le fondamenta vengono risucchiate dal nucleo terrestre. È l’apocalisse. Non ci posso credere. Vado in trance. Mi congelo. Non ci penso. Passano delle ore. Usciamo e Orlando è felice. La scuola gli piace. Questa scuola gli piace. Nel pomeriggio mi scongelo e esco dalla trance. Esplodo. Domani mattina chiamerò la Montessori cui abbiamo rinunciato per questa scuola e chiederò perdono. Abbiamo sbagliato. È stato tutto un errore. Riprendeteci! Si può tornare indietro? Per favore. Possiamo tornare indietro?

La sera mi calmo e mi guardo dentro. Sono la solita. Tutta me stessa d’altronde. Nel bene e nel male. Sto lì nel mio angoletto a guardare il mondo che passa e penso di essere migliore degli altri. In fondo non lo penso. Ma è come se lo facessi. Vorrei tendere le mani verso il podio della migliore madre del mondo. Poi la terra sotto i miei piedi frana e io scivolo indietro sul percorso già fatto.

Fai un atto di umiltà. Umiltà profonda e sincera. Tuo figlio lì sta bene. Apprenderà la semplicità. La semplicità delle relazioni, cosa che tu non saprai mai offrirgli. Con i tuoi legami complicati. I tuoi luoghi oscuri. Le tue beghe mentali. Lascialo andare per la sua strada.

Secondo giorno di scuola. Un’amica, madre di un bambino che sta in classe con Orlando, mi rassicura: va tutto bene. Conosco la situazione. Mi sono fatta le stesse domande. Ma i bambini stanno bene. L’ambiente è caldo. Affettuoso. Materno. Non competitivo.

Sono serena. Va tutto bene. Benissimo. Entro per un po’. Orlando sembra tranquillo. Poi arriva l’ora di andare in bagno. Tutti insieme. Perché tutti insieme? Che senso ha? Perché non possono andare ognuno quando ne ha voglia? Tutti insieme facendo il trenino. Ora ho bisogno di respirare. Il trenino per favore no. Per favore. No! Orlando un po’ sta in disparte. Un po’ osserva. Un po’ cerca di farsi coinvolgere. Sembra un musical. E perché no? In fondo i musical sono divertenti. Sono divertenti i musical?

Sarà lui a decidere. Il bambino sa. L’ho sempre detto. Sa molto più di me. Per ora il bambino vuole andare. Vuol dire che è il suo posto.

Primo giorno. Perfetto. Secondo giorno. Quasi perfetto. Terzo giorno. Sempre meno perfetto. Quarto giorno. Insomma. Quinto giorno. Non bene. Oggi lunedì si sveglia contento. Poi quando è ora di andare a scuola dice no. Io lo porto lo stesso ma mi piange il cuore. Tutti mi dicevano che quest’anno sarebbe andata benissimo. Che non avrebbe speso una lacrima. Che sarebbe andato felice perché è di questo che ha bisogno.

Mi domando perché. Perché tutti vanno a scuola volentieri e mio figlio no? Perché proprio mio figlio? Perché proprio noi? Poi lentamente si svelano gli arcani. E sento dire: adesso va volentieri. Ma prima che si abituasse. All’inizio è così per tutti. Poi si rassegnano.

E allora perché andate tutti dicendo in giro che i bambini non vedono l’ora di andare a scuola? A chi la raccontate?

È il metodo che non funziona. Il fatto che sia un sistema massivo. Coatto. Una roba dove o sei dentro o sei fuori. È tutto il sistema che non funziona. È il mondo che non funziona!

Al parco un’amica mi dice che in Germania quasi tutte le scuole dell’infanzia sono Montessori. Aperte dalle 8 alle 5 del pomeriggio. Ognuno va quando vuole. Alle 9? Va bene. Alle 11? Va bene. Mi domando se io non fossi destinata a vivere in Germania e solo per un errore sono finita in Italia. Mi domando perché non me ne sono andata vent’anni fa, quando avevo l’occasione per farlo. Quando avevo gli anni giusti. La voglia. La libertà.

Intanto vorrei che mio figlio mi aiutasse. Che fosse felice di andare a scuola. Felice di sentire parlare sgrammaticato e di fare trenini per andare in bagno. Vorrei che semplicemente dipanasse i miei dubbi. Vorrei un figlio perfetto. Perfettamente adeguato alle mie esigenze. Un figlio che scioglie i nodi dei genitori. Che nasce per non creare problemi. E invece Orlando è un Everest altissimo. Un percorso impervio che non concede tregua. E io mi arrampico per conoscerne tutta la sua spaventosa bellezza.

ritorno al mare

ritorno al mare

ritorno al mare

gruppo misto

probabilità

Nonostante da anni io predichi la bellezza delle classi separate – i maschi se ne stiano coi maschi e le femmine con le femmine – devo confessare di essere stata definitivamente esclusa dai gruppi femminili del parco di fronte casa. Non uso il termine estromessa, che sarebbe più incisivo e d’effetto, perché di quei gruppi non sono mai riuscita a far parte.

Così, quando sono lì con Orlando, o viaggio in solitaria oppure me ne sto col gruppo misto. Ironia della sorte. Maschi e femmine tutti insieme. Che però, in fondo, ha un suo fascino e un suo perché. Per esempio qui puoi dimenticarti la famiglia tradizionale, quella fatta di un papà, una mamma, uno-due-tre figli (oltre i tre forse siamo un po’ fuori dall’usuale). Nella famiglia tradizionale ad accompagnare i figli al parco è quasi sempre la madre. Il padre si vede poco, forse perché è al lavoro, e se viene lo fa in orario serale e nel weekend. Nel gruppo misto invece esistono padri che vengono sempre. Questo non vuol dire che non lavorano, ma che trovano il tempo di occuparsi dei figli.

Tra questi figli c’è una bambina che viene solo col padre perché la madre non c’è. È morta? È scappata? Non lo so. Non ho mai avuto il coraggio di chiederlo. Semplicemente non esiste. Lui non è certo il classico padre di famiglia. Ha dei trascorsi un po’ tossici o alcolici che si avvertono immediatamente. Non ti aspetteresti una dedizione così da quell’uomo. È un tipo che se facesse domanda di adozione, gli verrebbe risposto di no. E invece, contro ogni pregiudizio, si dedica alla figlia in modo straordinario.

Nel gruppo misto, poi, c’è il padre di un bambino la cui madre esiste – notizia confermata anche dai vicini di casa – ma che non abbiamo mai visto. L’altro giorno ci ha detto di essere il padre adottivo del bambino, che ha riconosciuto a un anno e mezzo di età, quando ha sposato la madre. Col figlio lui gioca, lo porta al mare, al cinema, a scuola. Ci sta tutto il tempo che può. E ci sta bene. È bravo e ci sa fare.

Nel gruppo misto la realtà è molto più varia di quanto ci si aspetterebbe e l’aria del parco si fa leggera e godibile. Il mondo riserva sorprese e rivela storie insolite. Qui puoi sentirti libera di mostrare le tue piccole imperfezioni, perché tutti sono imperfetti, e non ti preoccupi delle difformità, perché se ti guardi intorno, tutti sembrano sopravvissuti a scarti delle probabilità ed errori di calcolo.

In questo posto ti viene da pensare che è bene non pronunciare l’ultima parola, quella definitiva che mette una pietra sulle cose.

guadagnare senza lavorare

coda

Cinque anni fa, passando accanto al parchetto giochi di fronte casa, pensavo: che orrore. Detto fatto, con Orlando stiamo sempre lì. Mai dire mai.

Ma la vita insegna che la natura delle cose è ambigua, che non esiste il bello così come non esiste il brutto, che a volte basta cambiare il punto di vista: c’è qualcosa di interessante in quel triangolo verde ritagliato tra una strada e la ferrovia, qualcosa per cui la sera, tornando a casa, non hai voglia di vendere tutto e voltare le spalle a questo posto. Non sempre. Per esempio ci si trova una piccola comunità. Ci si parla. Ci si sceglie. Addirittura può capitare di passare un’ora divertente. Nella vita bisogna sapersi attrezzare. Portarsi libri. Cose da fare. Chiacchiere solo quando ne vale la pena. Ed è così che io al parco sembro un’anima solitaria, e altre anime solitarie a volte mi si avvicinano.

Qualche tempo fa parlavo con un papà, un uomo, quindi un elemento naturalmente escluso dai capannelli femminili di mamme in confidenza. D’altronde poverino cosa doveva fare? O si avvicinava a me o rischiava l’isolamento definitivo. Sistemo il libro nello zaino e mi metto in ascolto. Un padre disoccupato. Lei lavora e lui si occupa prevalentemente della figlia. Non è una condizione che ha scelto. Però, nonostante un’aura di malinconia, se la cava. Mi diceva che lui sempre controlla online le offerte dei supermercati, e quando scova qualcosa di interessante, aspetta che la moglie torni dal lavoro e insieme vanno a fare la spesa. Evidentemente il potere decisionale sulla dispensa, nonostante la divisione dei ruoli in famiglia, è rimasto nelle mani di lei.

Sotto i baffi un po’ ridevo a pensare alle sue mattinate passate a cercare offerte alimentari online. Ma di nuovo mai dire mai.

E così oggi, andando a riprendere Orlando dalla ludoteca, ho incontrato quel padre che veniva a prendere la figlia in abiti da lavoro, perché finalmente non è più disoccupato. Mentre io mi preparavo ad andare a fare la fila al presidio della mia Asl.

Perse quasi tutte le ipotesi di lavoro su cui contavo per il 2015, non rappresentando quindi un grande apporto per le finanze di casa, decido di concentrarmi sul risparmio. Do una mano come posso. Ma il settore alimentare non è il mio forte. Mi deprime comprare cibo sottocosto, oltre al fatto che non rinuncio facilmente alle mie idee sulla spesa sostenibile e cerco altre soluzioni. Per esempio l’esenzione da ticket per motivi di lavoro.

Per chi non lo sa, la notizia è che tutte le esenzioni di Roma scadono il 31 marzo. Perché? Mistero. È così. Chi deve rinnovarla può farlo a partire dal 1 aprile. Non è uno scherzo. Questa l’origine delle infinite file in questi primi giorni di primavera nei presidi delle Asl, dove le liti sono all’ordine del giorno e non c’è pietà per nessuno, donne in gravidanza, bambini, vecchi. Tutti contro tutti. L’esenzione da ticket è una guerra dove si va col coltello in bocca.

Armati di puzzle e giochini per ammazzare il tempo, io e Orlando oggi, dopo due ore di fila, siamo tornati a casa vincitori.

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