Oblio


Sono da poco entrata nella fase della vita in cui si decide di farla finita con i bilanci e ci si rimette in pista come se niente fosse. E tutto accade come su un set hollywoodiano, dove Michelle Pfeiffer si imbratta la camicia indossata per un appuntamento di lavoro e si perde la figlia di uno sconosciuto, mentre Sarah Jessica Parker prende a martellate una torta per farla sembrare artigianale. Non è finzione. È vero. È il quotidiano delle donne che lavorano e hanno figli.

Ogni giorno. Arriva sempre il momento in cui i fatti precipitano, i figli alzano la voce per farsi sentire, il telefono squilla. Disturbo? No, anziNon si fa in tempo a chiudere una cosa che già se ne è aperta un’altra. Martedì. Lezione di kudo, non karate, kudo, che è un’altra cosa. Per allenarsi serve il gi, cioè la divisa legata dalla cintura del colore del livello dell’allievo. Orlando ha appena cominciato e ce l’ha bianca. Siamo pronti, non manca niente. E invece manca qualcosa. Qualcosa di importante. Imprenscindibile. La divisa. Non c’è. È rimasta nella cesta dei panni sporchi che strabocca come un vulcano in piena attività. La guardo, ci penso, ci ripenso. La riprendo da . Non importa che sia sporca, spiegazzata, schifosa. La prendo, gliela metto nello zaino così come è e faccio finta di niente. Arrivano le otto. Nessuno ha cucinato. L’altro giorno senza neanche pensarci ho comprato un chilo di cicoria da pulire ma non l’ho mai pulita e quando apro il frigo lei mi guarda e mi dice: sto per andare a male. Intanto Orlando mi ripete che ha fame, ma non c’è niente di pronto. È un’emergenza. Pasta col parmigianouna carota pelata. Una dieta equilibrata e facile da realizzare. Chissenefrega della cicoria. Quando in tutta la sua frugalità la cena è pronta e servita in tavolaarriva il padre di mio figlio che fa: sempre pasta in bianco? Ma io vado avanti. Non lo sento. Allora lui mi guarda e mi dice: potresti stare tranquilla e invece ti sei messa dentro questo casino. Il casino di cui lui parla è la mia vita.

Ma io ho le mie stanze segrete, dove leggo e scrivo. Oblio. Caro vecchio neon. Wallace racconta il suicidio di Neal l’impostore, un uomo alla ricerca incessante di un’immagine di da offrire al mondo, di una maschera capace di nascondere la persona vuota e disonesta che sente di essere. Un episodio dopo l’altro. Una elucubrazione dopo l’altra. Finoquando l’autore ci schiaffeggia ribaltando i ruoli di chi scrive chi legge e chi è narrato, e rivelando il suo dolore scrive: in altre parole David Wallace che cercava, anche solo per l’istante che ha le palpebre abbassate, in qualche modo di riconciliare quello che quel tipo radiante era parso all’esterno con la cosa che all’interno lo aveva indotto a suicidarsi in modo così teatrale e indubbiamente doloroso – con David Wallace peraltro pienamente cosciente che il cliché secondo il quale non si può mai sapere veramente cosa avviene dentro qualcuno è vecchio e insulso ma al tempo stesso cercava molto coscientemente di impedire a quella consapevolezza di sbeffeggiare il tentativo o di spingere tutta quella linea di pensiero in quella specie di spirale ripiegata su se stessa che non ti permette di arrivare a niente (essendo ormai passato parecchio tempo dal 1981, naturalmente, e David Wallace è uscito da anni di conflitti letteralmente indescrivibili con se stesso con una potenza di fuoco alquanto superiore rispetto ai tempi della scuola ad Aurora West), la parte più reale, più tollerante e sentimentale di lui a imporre all’altra parte di tacere come se la guardasse occhi negli occhi dicendo, quasi ad alta voce: «Non una parola di più»

Annunci

chi ha ucciso Perkus Tooth?

Ognuno trova quel che cerca nelle letture che fa.

Tornare a Lethem dopo una lunga immersione nei romanzi di Murakami non è stato facile. Rimasta col cuore tra le lontane montagne del Giappone, non riuscivo ad ambientarmi nella Manhattan di Chronic City. Ma gli americani ti danno il tempo. 450 pagine di narrazione. Alla fine o entri nella storia, oppure rimetti il libro nello scaffale e lo saluti per sempre. Io l’ho letto fino in fondo.

Lethem riesce a raccontarmi alcuni dettagli del mio tempo e della mia vita come nessun altro al mondo.

Chronic City è la biografia di chi ha percorso una strada irregolare. Raccontata ad anni di distanza dagli anni più caldi. Quando ci si ritrova in casa con gli amici di allora, ancora a vaneggiare di immaginari, fantastici calderoni e a fare i conti con coloro che se ne sono andati. Qualcuno dirà: sì, ma eravate irregolari. È vero, ma non eravamo pronti alla perdita. Non a veder andar via così i nostri compagni di viaggio. E come accade al protagonista del romanzo, Chase Insteadman, anche per noi arriva la domanda: come sono morti davvero i nostri amici? Ma la risposta si perde in un mare di ipotesi in cui la realtà è talmente sfuggente che diventa difficile pensare, ora, di cambiarla una volta per tutte.

Chronic City è un lungo, bellissimo addio a coloro che se ne sono andati. È il resoconto di quel che ci resta: l’amore purissimo di un cane e la forza inafferrabile di una tigre.

 

Mia figlia, don Chisciotte – di Alessandro Garigliano

1998. Era settembre e arrivavo a Torino. Porta Nuova. Via Nizza a piedi fino a via Steffenone. Entravo nella mia nuova casa, da condividere con altri studenti della scuola Holden. Tra loro c’era Alessandro Garigliano.

Lunedì sarebbero iniziate le lezioni nella scuola elegantemente sistemata al primo piano di un palazzo di Corso Dante, a due passi dal Valentino. Molti di noi stonavano. Non eravamo eleganti. Non c’entravamo niente con Torino, anche se poi ce ne saremmo innamorati. Eravamo determinati. Volevamo scrivere. Avevamo milioni di cose da dire e cercavamo il modo.

Due anni più tardi, insieme al vecchio millennio si chiudeva il nostro corso alla Holden e quasi tutti lasciavamo Torino. Io tornavo a Roma e Alessandro a Catania.

L’ho rivisto due volte nel corso degli anni. Nel 2014 alla presentazione romana del suo primo romanzo, Mia moglie e io. Poi quest’anno, nella bella libreria Koob, dove Alessandro ha incontrato i lettori di Mia figlia, don Chisciotte, la sua seconda prova narrativa.

Dopo aver accompagnato mia figlia all’asilo, torno a casa. Non riesco a liberarmi subito del vestito gessato nero. Si tratta dell’abito del mio matrimonio. Non ne possiedo altri eleganti, non frequento eventi mondani e non esercito un lavoro che richieda un aspetto impeccabile. In realtà, all’inizio, non sapevo nemmeno quale figura sociale dovessi interpretare con quel vestito. Mi piaceva desse risalto alle spalle larghissime, a quel che resta di un fisico scolpito da giovane grazie alle innumerevoli ore di sport. Soprattutto mi pareva necessario far credere a mia figlia che il padre, ogni giorno, avesse un impegno lavorativo e non patisse instabilità. Al rientro, sfilarmi l’abito sarebbe stato come tradire la bimba. Allora ho imparato ad approfittare della maschera. Negli anni ho approfondito il Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes Saavedra spulciando monografie con grande emozione […] Fino a quando non ho immaginato di essere un docente universitario, trasformando la passione in lavoro.

Il romanzo si apre con questa confessione di cui ringrazio Alessandro, non solo perché è bella, ma per la verità con cui mostra il personaggio, trasportato dalle acque di una vita inadatta e in cerca di forme, nella quale non posso non rispecchiarmi, non ritrovare la mia figura incerta e inopportuna che non trova pace.

Così, una pagina dopo l’altra, la paternità si intreccia con le avventure di un eroe straziante e incredibile, don Chisciotte, e del suo scudiero Sancho Panza, e la scrittura fruga dentro le cose, rivelandole senza maschere di pudore.

Il racconto della nascita della figlia è uno dei passaggi più belli e arriva quasi alla fine, come una chiave con la quale spostarsi avanti e indietro nelle avventure di un padre e di sua figlia. In queste pagine Alessandro mostra tutta la fatica e l’incanto dello scrivere, del dare nome a una nascita incerta, spaventosa e bellissima.

Cosa volevamo fare noi della scrittura? Un’arma? Una magia? Un labirinto dal quale non uscire? Una rivoluzione? Volevamo che fosse tutta la nostra vita, senza sconti, e il romanzo di Alessandro Garigliano lo racconta.

Aomame è viva

1q84-due-lune

Lunedì 9 gennaio 2017. Ore 13.00. Ozu muore. Ozu è la mia cana. È morta a 17 anni. O quasi. Sono uscita di casa alle 12.45 ed è morta dopo pochi minuti. Non era sola. Ma non stava con me. Non ce l’avremmo fatta a separarci.

Adesso la nostra è una piccola casa senza peli e senza ciotole d’acqua da rovesciare con una pallonata. Una casa senza senso.

Nei giorni in cui Ozu moriva, io finivo di leggere il primo volume di 1Q84 di Murakami. Me lo aveva regalato un’amica tanti anni fa ma non ero mai riuscita a leggerlo. Poi, alla fine del 2016, ho deciso di riprovarci e mi sono persa nelle sue pagine.

Il primo volume (libri 1 e 2) finisce in tragedia. La giusta conclusione in giorni come questi. E penso che sia andata così: si chiude il romanzo e si rimette tra gli scaffali della libreria. Finché un amico mi dice: ma non hai letto il libro 3? Non sapevo nemmeno che esistesse. In poche ore me lo procuro.

1Q84 è l’altro 1984, quello in cui finiscono i protagonisti del romanzo. Uno spazio temporale diverso, dove in cielo appaiono due lune e le cose non vanno come ci si aspetta. Un universo parallelo.

Pensare a Ozu per me è un automatismo. Darle da mangiare, aggirare al buio la sua cuccia, tornare a casa per farla uscire, accarezzarla quando rientro, aprire la finestra del terrazzo. Le mie giornate sono piene di momenti in cui penso a ciò che devo fare per lei, poi mi ricordo che non devo più fare niente. Ogni volta è come se il tempo inciampasse. Questa terra senza Ozu è il mio 1Q84, il mio pianeta, lo stesso di prima, ma pieno di errori.

Orlando per un giorno ha ignorato l’assenza di Ozu e non ha chiesto niente. Poi mi ha domandato quando saremmo andati a riprenderla sulla luna. È la luna dell’Orlando furioso quella di cui mio figlio parla, dove ritroveremo le cose perdute. Ma io non posso fare a meno di pensare alle due lune di 1Q84, la nostra, che vediamo nel solito cielo, e l’altra, che solo in pochi possono scorgere. Quando gli ho domandato perché non mi avesse chiesto niente quando non l’ha trovata in casa, mi ha risposto che lui Ozu l’aveva vista. Ogni tanto mi fa domande su di lei, sulla sua vita ora, lontana da noi.

Il libro 3 di 1Q84 inizia con una bella sorpresa. Aomame è viva. Per 400 pagine l’accompagneremo nel suo tentativo di sopravvivere per ritrovare l’amore.

Le cose accadono. Quelle di cui non ci stupiamo e quelle che non sappiamo spiegarci. Ed è sul terreno incomprensibile della vita che siamo chiamati a scegliere, cercare, lottare e prenderci carico di ciò che desideriamo, di cui abbiamo bisogno.

Ozu sta ancora qui con noi, nei nostri discorsi, nei pensieri, negli automatismi, nelle tracce di odore che sentiamo di lei. Orlando ha avuto un dono: il mio cane, la sua presenza, la sua presenza nell’assenza, le due lune, la nostra e la sua, dove si trova ora. Orlando ha avuto in dono lo strano anno 1Q84, dove accadono cose che la logica non può spiegare, e resta un senso, sottile ma percepibile, al di là dei peli e delle ciotole dell’acqua. Un luogo dal quale riportarci qui, sulla solita terra, il nucleo prezioso di un infinito amore.

la valigia del bookcrossing

La valigia sarà portata al parco giochi di Genazzano e utilizzata per un’operazione di bookcrossing che ha coinvolto diversi artisti

Il barone rampante tempera e vernice su plastica Orlando maggio 2016

Il barone rampante
tempera e vernice su plastica
Orlando
maggio 2016

Il barone rampante retro

Il barone rampante
retro

Il barone rampante interno

Il barone rampante
interno

 

per sempre figli

figli

Io Purity me lo sono letteralmente divorato. Più di una volta ho fatto le 3 di notte per leggerlo. D’altronde le mie giornate sono un po’ complicate e il romanzo supera le 600 pagine. E la sera, quando tutti dormono, i vampiri sognano a occhi aperti.

È stato ambizioso Franzen questa volta, più del solito, e a parte qualche ingenuità, come il fatto che mentre nella Germania dell’Est la Stasi controllava inesorabilmente il privato di tutti i suoi cittadini, negli Stati Uniti la figlia di uno degli uomini più ricchi d’America poteva sparire e cancellare ogni sua traccia per venticinque anni senza che il padre trovasse uno straccio di strumento per rintracciarla, a parte questo, il romanzo è bello e funziona.

Arrivata alle ultime pagine, quelle che chiudono tutta la storia, Purity diventa noioso, al limite del conformismo. Perché? Senza entrare nei dettagli delle vicende, secondo me il finale non funziona perché manca di un passaggio esistenziale. In questa storia i figli restano figli senza alcuna possibilità di muoversi dentro la loro condizione. Non c’è via d’uscita. La sola cosa che si può fare è abbassare le penne e rientrare pianamente tra le righe, a costo di annoiarsi da morire.

Leggendo Purity sono stata figlia insieme a Pip, Andreas, Anabel e tutti gli altri, sono entrata nel loro destino e ho aspettato che la narrazione mi offrisse la salvezza. Ho aspettato di crescere, di essere figlia senza più esserlo.

L’opportunità esistenziale cui si accede attraverso un figlio consiste nel rimescolare le carte, nell’abbondare le pratiche seduttive con le quali i bambini corteggiano genitori profondamente limitati, nel ripescare il meccanismo fondamentale dell’amore, disinnescarlo e innescarlo di nuovo. È il momento altissimo, ambizioso, per niente dentro le righe, della reinvenzione, della creazione. Esistono tante strade per arrivare a questo obiettivo. Ognuno lo fa a modo suo. Se lo fa. Io ho avuto un figlio.

È questo che secondo me manca a Purity, quella piccola rivoluzione che avrebbe salvato il mondo. Manca il passaggio nel quale i meccanismi saltano e niente sarà più come prima. Quando i figli riabbracciano i genitori e se ne vanno.

purezza

purity

Non c’è niente da fare, quando finisce un amore e si chiude una storia, la prima cosa che pensi con disperazione è: mai più sarà così grande. Poi l’acqua passa sotto i ponti, un altro amore bussa alla porta, un’altra storia ti viene raccontata e tu scopri con entusiasmo che la vita è meravigliosa.

Bisogna avere pazienza, e io ne ho avuta. Dopo aver chiuso gli ultimi romanzi che mi avevano rapita e portata sopra le nuvole, ho aspettato l’uscita di Purity. Forse questa volta parte piano Franzen, come uno spasimante che non ti bacia al primo appuntamento ma ti lascia cuocere nel tuo brodo. Poi una sera non riesci più a liberartene e leggi fino alle tre del mattino. Senza accorgertene ti sei innamorata e sai che per un po’ il tempo smetterà di scorrere.

Ogni personaggio in Purity ha una madre. Ineludibile presenza dai contorni psichici tanto precari da far pensare che gli esseri umani abbiano infinite possibilità di essere. Possono scegliere. In qualche modo.

Era facile incolpare la madre. […] Okay, forse non era giusto, ma tua madre poteva sempre incolpare la propria madre, che a sua volta poteva incolpare la propria, e così via fino all’Eden. […] Un’irregolarità nello sviluppo cerebrale truccava le carte a svantaggio dei figli: la madre aveva tre o quattro anni per sputtanarti la testa prima che il tuo ippocampo cominciasse a registrare ricordi duraturi.

(Franzen)

C’è un momento nella vita in cui puoi passare dalla colpa al perdono. Ma non è facile e non è un’operazione che si chiude perfettamente, in modo pulito. Restano sempre dei frammenti a ricordarti che se stai male, qualcosa nella tua relazione originaria è accaduto. Ogni volta che avvertirai un malessere o un’incompatibilità, ti ricorderai di lei.

Tutto cambia quando la madre sei tu. Allora diventi il meccanismo finale di una macchina che sa correre nel tempo fino al paradiso perduto, ma che arrivando a te non sembra conservare niente della preistorica felicità. Tu non sei perfetta come Eva, anzi, rischi di essere ancora più imperfetta di tua madre. Allora la perdoni, se non altro per creare il precedente che permetterà agli altri di perdonare te, e a tutti i costi vuoi superarla e essere migliore di lei. Ma chi è migliore di chi?

Ormai è chiaro: sei dall’altra parte. Sulla riva di un fiume insieme a tutte le madri che ti hanno preceduta. Mai i tuoi occhi hanno visto ciò che vedono ora. Ti verrebbe quasi voglia di chuderli, ma non vale la pena. È un treno che quando passa va preso perché trasporta una possibilità. Perché se è lì che sta la colpa, allora ci sta pure l’innocenza. Quella del bambino ma anche la tua, e di tua madre e della madre di tua madre. E con l’innocenza riaprirai le porte dell’Eden e ci entrerai dentro con tuo figlio in braccio.

la fortezza della mia solitudine

la fortezza della solitudine

Ci sono romanzi che ti entrano nel cuore più di ogni altro. Che nessuno oscurerà. Nemmeno la bellezza diamantina di Franzen o la lucidità meravigliosamente cervellotica di Eggers.

Tra i romanzi che sono entrati nel mio cuore, c’è La fortezza della solitudine di Lethem.

Per chi non lo sa, la fortezza della solitudine è il luogo in cui Superman va a riposarsi, accanto alle cose amate e preziose da cui hanno origine la sua forza e le sue fragilità.

Il romanzo di Lethem non racconta la storia di Superman. I suoi sono piccoli supereroi della strada che incappano in piccoli oggetti magici. Personaggi imperfetti, che si ritagliano l’esistenza nel magma denso e un po’ oscuro della realtà metropolitana. Eroi che giacciono a terra o sgattaiolano per le vie impetuose della città. È un miracolo se riescono a salvare se stessi, figuriamoci salvare il mondo. Gli eroi di Lethem sono sfiancati, di uno sfiancamento che nasce da lontano.

Due mesi fa ho ricevuto una diagnosi scorretta, che sovrapposta alla mia naturale leggera ipocondria, è diventata una piccola tragedia. Ho sinceramente avuto paura e mi sono addirittura preparata a salutare tutti pensando che la vita non solo fosse breve, ma pure dispettosa. Io, single impenitente almeno sulla carta, ho pensato di sposarmi, di sigillare il mio amore di fronte alle autorità competenti. Per proteggere mio figlio e suo padre. Da cosa? Non lo so. Dalle avversità, dal caso, dal tempo, dalle intemperie, dallo scorrere imprevedibile della vita. Me ne vado e vi lascio il segno del mio amore. Il mio ramo di nocciolo cui potrete chiedere consigli, confidare segreti ed esprimere desideri. Se proprio devo, prima di uscire di scena lascio almeno tutto in ordine.

Due mesi pesanti che senza rimpianti potrei depennare dal calendario della mia esistenza, in cui ho immaginato Orlando crescere senza madre. Motherless Brooklyn, a proposito di Lethem.

Poi tutto è rientrato. Il medico che aveva fatto la diagnosi è stato silenziosamente ingiuriato, e in ogni caso salutato per sempre. Io sono più o meno felicemente rinata e tornata tra tutti.

Due mesi che spedirei nell’antimateria, se non fosse per alcuni particolari preziosi. Per esempio la percezione netta e fisica che la vita non è eterna. Informazione quasi banale e in apparenza più negativa che positiva, che però contiene un dono, un elisir, una formula magica capace di far esplodere la più statica delle esistenze. Qui c’è solo da vivere. Non come se fosse l’ultimo giorno, che sarebbe da infarto, ma come se il tempo non esistesse. Nessun tempo a disposizione, né da perdere, né da ritrovare. Tutto al di là della sua gabbia infernale.

I protagonisti di Lethem trovano un anello che li fa volare. Non è possibile, pensi tu, nessun anello ha un simile potere. E invece sì. Esistono oggetti capaci di farti prendere il volo o di renderti invisibile, che devi saper usare bene altrimenti diventano fatali, che puoi cercare nel tuo rifugio, il luogo al quale solo tu hai accesso e dove conservi le cose più care.

Dopo aver fatto i conti col tempo, ho bisogno di ritirarmi per un po’ nella fortezza della mia solitudine, per riposarmi prima di tutto, perché Superman è stanco. E per cercare il mio anello magico.

È per questo che ho amato tanto il romanzo di Lethem. Perché i supereroi esistono eccome, ed esistono i loro anelli magici. Non sono splendenti come in certe rappresentazioni. Sono decaduti, sporchi, sfibrati, hanno bisogno di un rifugio in cui riposare e hanno poteri che devono imparare a usare.

le storie di Roald Dahl

Paolo_Uccello_San_Giorgio_e_il_drago

perché Roald Dahl racconta sempre storie che conosciamo già?

Orlando

e se la moglie del pescatore fosse infelice?

© Pablo Picasso

© Pablo Picasso

Se a rovinare il mondo sono smanie e ambizioni, sembrerebbe che siano le donne a indicare la strada maestra della rovina. La moglie del pescatore nella fiaba del pesciolino d’oro di Pushkin non è da meno delle altre. Donne che l’hanno preceduta e che la seguiranno nel suo destino di ingordigia. È lei la sola responsabile delle incontenibili richieste che il marito rivolge al pesce d’oro.

All’esaudirsi di ciascun desiderio ne nasce uno più grande, fino all’assurda idea di governare tutti i mari, fino a che il pesce non si stanca e si riprende ciò che aveva elargito all’anziana coppia.

Il marito dal canto suo è un burattino i cui fili vengono mossi dai sogni sempre più grandiosi della moglie, che passa dal chiedere un mastello, al volere una casa, un castello, un regno, e il potere assoluto.

Ma perché quest’anziana donna non riesce a quietarsi con nulla? Perché nessuna delle cose che ottiene le basta? Perché va avanti a escogitare inquietamente il prossimo desiderio? Mi viene da pensare che sia profondamente infelice, di un’infelicità che non può essere risarcita, un’infelicità infinita. Accanto a un uomo che non condivide con lei alcun sogno, che non sa parlare con lei, né fare la domanda più semplice al pesce che gli chiede di esprimere un desiderio: rendere felice mia moglie.

 

Il pesciolino d’oro (A. Pushkin)

C’era una volta una piccola casetta che si affacciava sull’oceano, qui viveva un vecchio pescatore con sua moglie. Il vecchio, quando andava per mare a pescare, prendeva solo i pesci necessari al consumo quotidiano.
Un giorno la sua pesca fu proprio speciale: buttò la rete e quando cominciò a tirarla su si rese conto che era pesantissima. Tira e tira, riuscì a recuperarla guardò incuriosito cosa avesse pescato di così pesante ma… la rete era vuota! Guardando meglio si accorse che c’era solo un piccolo pesciolino, ma non un normale pesciolino: era tutto d’oro e come se non bastasse questo iniziò anche a parlare e disse al vecchio:
“Salvami, lasciami andare libero nel mare azzurro, farò quello che vorrai!”
“Va pure nel tuo mare” disse dolcemente il vecchio e gettò il pesciolino in acqua. Quando tornò a casa sua moglie gli chiese come era andata la pesca.
“Avevo preso solo un pesciolino d’oro” raccontò il vecchio “ ma poi mi ha chiesto di liberarlo, e che per questo mio gesto mi avrebbe ricompensato. Ho avuto compassione non gli ho chiesto niente in cambio e l’ho liberato in mare”
“Vecchio demonio! Avevi tra le mani una fortuna e l’hai buttata in mare!” la moglie era furibonda e insultò il povero pescatore. “Potevi chiedergli almeno un po’ di pane. Cosa mangeremo?”
Il pescatore corse a perdifiato fino allo scoglio e gridò forte:
“Pesciolino, pesciolino d’oro, ti devo parlare”
“Di cosa hai bisogno, vecchio?” disse il pesciolino che lo aveva raggiunto subito.
“È per mia moglie, non è per me, mi manda a chiederti del pane” disse il poveretto pieno di vergogna.
“Torna a casa: troverai pane a volontà” rispose il pesce.
Il vecchio tornò a casa felicissimo e quando aprì la porta trovò una grande cesta piena di pane ancora caldo… ma nonostante ciò sua moglie era arrabbiatissima.
“Cosa c’è ancora? Non ti basta tutto questo pane?”
“Di pane ne abbiamo fino a scoppiare, ma questa mattina si è rotto il mastello e non so come lavare la biancheria. Corri dal tuo pesciolino e chiedigli un nuovo mastello!” ordinò la vecchia.
Il buon pescatore tornò allo scoglio e chiamò: “Pesciolino, pesciolino d’oro, ti devo parlare”
Anche questa volta il pesciolino apparve in un momento, pronto a esaudire un nuovo desiderio.
“È per mia moglie, non è per me… mi manda a chiederti un nuovo mastello”
“Bene, avrai il nuovo mastello” e sparì nel mare.
Il pover’uomo tornò a casa ma non fece in tempo a entrare che già sua moglie gli urlava contro:
“Va dal tuo pesce e chiedigli una nuova casa, che questa ci cade a pezzi!”
E il vecchio tornò al mare: “pesciolino, pesciolino d’oro, ti devo parlare!”
“Cosa vuoi vecchio!” disse il pesce quando arrivò.
“È per mia moglie, non è per me” disse l’uomo tristemente “la vecchia si lamenta e grida e non mi lascia in pace! Vuole una nuova casa, dice che la nostra va in pezzi!”
“Non rattristarti, vecchio! Va a casa, e prega Dio. Tutto sarà fatto”
Quando il vecchio tornò, trovò al posto della sua vecchia casa una nuova casa magnifica! Tutta piena di ornamenti. Appena sua moglie lo vide sul vialetto gli corse incontro urlando:
“Vecchio imbecille! Non sei capace di servirti della fortuna! Ti avevo chiesto una nuova casa, e tu… sarà fatto! Invece no!!! Io non voglio essere più contadina, voglio essere la moglie del Governatore! Voglio mille servitori! Voglio che le persone si inchinino al mio passaggio!!!”
Il vecchio tornò al mare e gridò forte: “Pesciolino, pesciolino d’oro, ti devo parlare”
“Cosa vuoi, vecchio?” gli rispose l’altro.
“Mia moglie è impazzita, non mi dà pace! Non vuole più essere una contadina, vuole essere la moglie del Governatore!”
“Bene, non affliggerti. Torna a casa, prega Dio, tutto sarà fatto”
Quando il vecchio tornò a casa, al posto della su casetta trovò un palazzo di tre piani, pieno di servitori al lavoro. Sua moglie, vestita con un prezioso abito, era seduta su una poltrona a dare ordini.
“Salute, moglie” disse il vecchio.
“Chi è questo rozzo ignorante? Come osa affermare che sono sua moglie? Io sono la moglie del Governatore! Presto, portatelo nelle stalle e frustatelo a dovere!” ordinò l’ingrata donna.
I servitori presero il vecchio di peso, lo portarono nella scuderia, e lo frustarono.
“Che strega!” pensava il vecchio “per merito mio ha avuto una fortuna, e non mi considera neanche suo marito!”
Dopo un po’ la moglie si annoiò di essere la moglie del Governatore, fece chiamare il vecchio e gli ordinò:
“Va dal tuo stupido pesciolino e digli che adesso voglio essere una Zarina!”
Il vecchio ubbidì e raggiunse il solito scoglio e con tutto il fiato che aveva in corpo gridò:
“Pesciolino, pesciolino d’oro, ti devo parlare!”
Arrivò il pesce e chiese:
“Cosa vuoi, vecchio?”
“È per mia moglie, non è per me! È del tutto impazzita!! Ora non vuole più essere moglie del Governatore… vuole addirittura diventare Zarina!”
“Non affliggerti, vecchio, tutto sarà fatto! Torna a casa tranquillo”
Il povero pescatore tornò a casa e invece di trovare il bel palazzo di prima, trovò un palazzo ancora più grande con il tetto tutto d’oro, con intorno un bellissimo giardino, con moltissime guardie al servizio e sua moglie, con intorno uno stuolo di servitori, vestita riccamente da Zarina.
Passò del tempo e la vecchia si stufò di essere Zarina e mandò a chiamare il pescatore, suo marito, che viveva ormai nelle stalle.
“Ascolta, vecchio pazzo! Va dal tuo pesciolino e digli che sono stanca di fare la Zarina, ora voglio diventare la Regina di tutti mari!” ordinò secca.
Il vecchio tentò di rifiutarsi, ma aveva di fronte la Zarina che poteva ordinare alla sue guardie di ammazzarlo! Quindi con il dolore nel cuore tornò allo scoglio.
“Pesciolino, pesciolino doro, ti devo parlare” disse l’uomo. Il buon pesce, questa volta, non arrivò subito e il vecchio dovette chiamare più e più volte. A un tratto il mare si gonfiò minaccioso e il pesciolino si avvicinò.
“Cosa vuoi, vecchio?”
“La vecchia è proprio impazzita, non vuole essere più Zarina, vuole essere la signora del mare, dominare su tutte le acque, dominare tutti i pesci”
Il pesciolino non rispose nulla, si voltò e sprofondò nel mare.
Quando il vecchio tornò a casa, non poteva credere ai suoi occhi: il meraviglioso palazzo era sparito e al suo posto era tornata la sua vecchia casa tutta sgangherata che quasi cadeva a pezzi. Sua moglie era seduta nel cortile a piangere, era vestita di nuovo di stracci.
Tornarono a vivere come prima, il vecchio tornò alla pesca… ma non riuscì mai più a pescare il pesciolino d’oro.

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: