un milione di anni fa

L’essere umano nasce dal viaggio; sono modellati dal nomadismo sia il suo corpo sia la sua mente […] Or sono 5 milioni di anni, una specie particolare di primate, l’Australopithecus, scende dagli alberi, si alza sulle gambe e percorre in lungo e in largo i paesi dell’Africa orientale e australe […] In questa lunga traversata del tempo, sopravvivono soltanto le specie che meglio si sono adattate all’erranza. Progrediscono soltanto le tecniche di caccia e di cottura compatibili con il movimento. Perdurano soltanto le mitologie e i miti che danno senso al viaggio […] Ormai misura lo spazio in giornate di marcia: per lui la distanza non è altro che tempo. Non accumula, non risparmia, non tiene riserve. Non distrugge l’ambiente né le risorse rinnovabili. Trasmette soltanto oggetti nomadi, come il fuoco, il sapere, i riti, le storie, gli odi e i rimorsi. Se punisce, lo fa bandendo dal gruppo più che uccidendo. La musica è la sua prima arte. Dipinge, scolpisce e orna le sue prime tombe: i primi stanziali sono i morti […]

Contrariamente alla leggenda, il nomade è in generale piuttosto pacifico con i propri simili; muore non per conservare una terra o per appropriarsene, ma per mantenere il diritto di lasciarla. Le guerre tra gruppi obbediscono a pochi semplici principi: incutere paura, attaccare di sorpresa, interrompere le linee di comunicazione del nemico, non dargli tregua. Le guerre non rispettano alcuna regola morale: fra le tattiche raccomandate c’è quella di farsi passare per un alleato dell’avversario, quella di tradirlo, di fargli credere di essere in fuga; non è proibito attaccare alle spalle […] Il nomade sa quali flagelli può causare la violenza.

[…] Ci sarà l’esigenza di ripensare le culture, l’organizzazione del lavoro nelle città e l’organizzazione della politica; l’esigenza di inventare un governo del pianeta; una democrazia transumana. Verrà allora a delinearsi, al di là di immensi disordini, qualcosa come la promessa di un meticciato planetario, di una terra che sia ospitale per tutti i viandanti della vita.

Jacques Attali, L’uomo nomade

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il regalo di natale

Prima che nascesse Orlando, consegnandomi il regalo di compleanno un amico mi disse: questo è l’ultimo. Da ora in poi saranno tutti per lui.

Così è stato. Io però i regali amo riceverli anche ora e per Natale me li sono fatti da sola. Due anelli di perline acquistati per un totale di 5 euro e un libro. Parla, mia paura di Simona Vinci.

Sono in libreria. Lo prendo. Lo sfoglio. Alla seconda pagina leggo: attacchi di panico. Lo impilo sugli altri libri da regalare e vado alla cassa. Questo no, è per me, dico al commesso che fa i pacchetti, ma lui si sbaglia e incarta tutto. Meglio così, in fondo è il regalo che mi faccio. Dopo qualche giorno lo scarto e lo leggo.

La prima cosa bella di molta letteratura contemporanea europea, rispetto a quella americana, è la leggerezza, proprio nel senso che i libri pesano poco perché non corrono per 500 pagine e più.

Non mi soffermo sulla descrizione delle paure dei primi capitoli, né sull’analisi lucida che l’autrice ne fa negli ultimi, nonostante i dati impressionanti della depressione nel mondo. Sono due i punti che mi interessano ora. La maternità e i giardini. Infine le parole.

Punto primo. Simona Vinci descrive la nascita e i primi tempi di vita del figlio con un coraggio raro e prezioso. Mette a disposizione di chi legge le sue paure di allora, le nomina e le evoca, dando a ciascuna lettrice la possibilità di riconoscere se stessa in quelle confessioni. Non posso dire di aver vissuto la maternità nel suo stesso modo perché allora, quando è nato Orlando, il mio corpo è corso via lasciandosi indietro la testa e i pensieri, in uno spazio sideralmente lontano dove le paure non potevano raggiungerlo. Ma c’erano. In Parla, mia paura, nelle pagine dedicate alla maternità, ho ritrovato la totalità grandissima e mostruosa provata alla nascita di mio figlio. Il gigantesco fragile potere che per la prima volta ho sentito di avere su un altro. Le accelerazioni del cuore che ne sono venute. L’isolamento. Le strettoie della casa. Il bisogno urgente di uscire. Ozu, la cana, è stata allora un pezzo importante del filo di Arianna che mi portava fuori.

Punto due. I giardini. Simona Vinci scrive di aver sempre scelto case con l’accesso alla natura. A differenza sua, io ho consumato quasi tutta la mia vita in città. Città diverse, nessuna delle quali piccola abbastanza da avvicinarsi alla dimensione della provincia. È andata così e un po’ mi dispiace. Eppure negli spazi metropolitani che mi hanno accolta, dove sono stata bambina ragazza e adulta, ho avuto i miei giardini. Spianate d’asfalto come quella di quando ero piccola. I parchi attraversati con Ozu. I fazzoletti di terra dove porto Orlando a giocare. Intrighi di strade dove mi sono persa. E poi il mare.

Ognuno trova il suo giardino. Senza non ce la faremmo.

Infine le parole, che le hanno salvato la vita e non l’hanno mai tradita. È una sponda bella la sua. Un orizzonte chiaro che le invidio, di cui mi impossesserei, se ne fossi capace. Se avessi saputo fare delle parole la mia identità, forse adesso sarei più tranquilla. E invece continuo a rincorrerle, a scivolarci sopra, a restare indietro o altrove.

Oblio

Sono da poco entrata nella fase della vita in cui si decide di farla finita con i bilanci e ci si rimette in pista come se niente fosse. E tutto accade come su un set hollywoodiano, dove Michelle Pfeiffer si imbratta la camicia indossata per un appuntamento di lavoro e si perde la figlia di uno sconosciuto, mentre Sarah Jessica Parker prende a martellate una torta per farla sembrare artigianale. Non è finzione. È vero. È il quotidiano delle donne che lavorano e hanno figli.

Ogni giorno. Arriva sempre il momento in cui i fatti precipitano, i figli alzano la voce per farsi sentire, il telefono squilla. Disturbo? No, anziNon si fa in tempo a chiudere una cosa che già se ne è aperta un’altra. Martedì. Lezione di kudo, non karate, kudo, che è un’altra cosa. Per allenarsi serve il gi, cioè la divisa legata dalla cintura del colore del livello dell’allievo. Orlando ha appena cominciato e ce l’ha bianca. Siamo pronti, non manca niente. E invece manca qualcosa. Qualcosa di importante. Imprenscindibile. La divisa. Non c’è. È rimasta nella cesta dei panni sporchi che strabocca come un vulcano in piena attività. La guardo, ci penso, ci ripenso. La riprendo da . Non importa che sia sporca, spiegazzata, schifosa. La prendo, gliela metto nello zaino così come è e faccio finta di niente. Arrivano le otto. Nessuno ha cucinato. L’altro giorno senza neanche pensarci ho comprato un chilo di cicoria da pulire ma non l’ho mai pulita e quando apro il frigo lei mi guarda e mi dice: sto per andare a male. Intanto Orlando mi ripete che ha fame, ma non c’è niente di pronto. È un’emergenza. Pasta col parmigianouna carota pelata. Una dieta equilibrata e facile da realizzare. Chissenefrega della cicoria. Quando in tutta la sua frugalità la cena è pronta e servita in tavolaarriva il padre di mio figlio che fa: sempre pasta in bianco? Ma io vado avanti. Non lo sento. Allora lui mi guarda e mi dice: potresti stare tranquilla e invece ti sei messa dentro questo casino. Il casino di cui lui parla è la mia vita.

Ma io ho le mie stanze segrete, dove leggo e scrivo. Oblio. Caro vecchio neon. Wallace racconta il suicidio di Neal l’impostore, un uomo alla ricerca incessante di un’immagine di da offrire al mondo, di una maschera capace di nascondere la persona vuota e disonesta che sente di essere. Un episodio dopo l’altro. Una elucubrazione dopo l’altra. Finoquando l’autore ci schiaffeggia ribaltando i ruoli di chi scrive chi legge e chi è narrato, e rivelando il suo dolore scrive: in altre parole David Wallace che cercava, anche solo per l’istante che ha le palpebre abbassate, in qualche modo di riconciliare quello che quel tipo radiante era parso all’esterno con la cosa che all’interno lo aveva indotto a suicidarsi in modo così teatrale e indubbiamente doloroso – con David Wallace peraltro pienamente cosciente che il cliché secondo il quale non si può mai sapere veramente cosa avviene dentro qualcuno è vecchio e insulso ma al tempo stesso cercava molto coscientemente di impedire a quella consapevolezza di sbeffeggiare il tentativo o di spingere tutta quella linea di pensiero in quella specie di spirale ripiegata su se stessa che non ti permette di arrivare a niente (essendo ormai passato parecchio tempo dal 1981, naturalmente, e David Wallace è uscito da anni di conflitti letteralmente indescrivibili con se stesso con una potenza di fuoco alquanto superiore rispetto ai tempi della scuola ad Aurora West), la parte più reale, più tollerante e sentimentale di lui a imporre all’altra parte di tacere come se la guardasse occhi negli occhi dicendo, quasi ad alta voce: «Non una parola di più»

chi ha ucciso Perkus Tooth?

Ognuno trova quel che cerca nelle letture che fa.

Tornare a Lethem dopo una lunga immersione nei romanzi di Murakami non è stato facile. Rimasta col cuore tra le lontane montagne del Giappone, non riuscivo ad ambientarmi nella Manhattan di Chronic City. Ma gli americani ti danno il tempo. 450 pagine di narrazione. Alla fine o entri nella storia, oppure rimetti il libro nello scaffale e lo saluti per sempre. Io l’ho letto fino in fondo.

Lethem riesce a raccontarmi alcuni dettagli del mio tempo e della mia vita come nessun altro al mondo.

Chronic City è la biografia di chi ha percorso una strada irregolare. Raccontata ad anni di distanza dagli anni più caldi. Quando ci si ritrova in casa con gli amici di allora, ancora a vaneggiare di immaginari, fantastici calderoni e a fare i conti con coloro che se ne sono andati. Qualcuno dirà: sì, ma eravate irregolari. È vero, ma non eravamo pronti alla perdita. Non a veder andar via così i nostri compagni di viaggio. E come accade al protagonista del romanzo, Chase Insteadman, anche per noi arriva la domanda: come sono morti davvero i nostri amici? Ma la risposta si perde in un mare di ipotesi in cui la realtà è talmente sfuggente che diventa difficile pensare, ora, di cambiarla una volta per tutte.

Chronic City è un lungo, bellissimo addio a coloro che se ne sono andati. È il resoconto di quel che ci resta: l’amore purissimo di un cane e la forza inafferrabile di una tigre.

 

Mia figlia, don Chisciotte – di Alessandro Garigliano

1998. Era settembre e arrivavo a Torino. Porta Nuova. Via Nizza a piedi fino a via Steffenone. Entravo nella mia nuova casa, da condividere con altri studenti della scuola Holden. Tra loro c’era Alessandro Garigliano.

Lunedì sarebbero iniziate le lezioni nella scuola elegantemente sistemata al primo piano di un palazzo di Corso Dante, a due passi dal Valentino. Molti di noi stonavano. Non eravamo eleganti. Non c’entravamo niente con Torino, anche se poi ce ne saremmo innamorati. Eravamo determinati. Volevamo scrivere. Avevamo milioni di cose da dire e cercavamo il modo.

Due anni più tardi, insieme al vecchio millennio si chiudeva il nostro corso alla Holden e quasi tutti lasciavamo Torino. Io tornavo a Roma e Alessandro a Catania.

L’ho rivisto due volte nel corso degli anni. Nel 2014 alla presentazione romana del suo primo romanzo, Mia moglie e io. Poi quest’anno, nella bella libreria Koob, dove Alessandro ha incontrato i lettori di Mia figlia, don Chisciotte, la sua seconda prova narrativa.

Dopo aver accompagnato mia figlia all’asilo, torno a casa. Non riesco a liberarmi subito del vestito gessato nero. Si tratta dell’abito del mio matrimonio. Non ne possiedo altri eleganti, non frequento eventi mondani e non esercito un lavoro che richieda un aspetto impeccabile. In realtà, all’inizio, non sapevo nemmeno quale figura sociale dovessi interpretare con quel vestito. Mi piaceva desse risalto alle spalle larghissime, a quel che resta di un fisico scolpito da giovane grazie alle innumerevoli ore di sport. Soprattutto mi pareva necessario far credere a mia figlia che il padre, ogni giorno, avesse un impegno lavorativo e non patisse instabilità. Al rientro, sfilarmi l’abito sarebbe stato come tradire la bimba. Allora ho imparato ad approfittare della maschera. Negli anni ho approfondito il Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes Saavedra spulciando monografie con grande emozione […] Fino a quando non ho immaginato di essere un docente universitario, trasformando la passione in lavoro.

Il romanzo si apre con questa confessione di cui ringrazio Alessandro, non solo perché è bella, ma per la verità con cui mostra il personaggio, trasportato dalle acque di una vita inadatta e in cerca di forme, nella quale non posso non rispecchiarmi, non ritrovare la mia figura incerta e inopportuna che non trova pace.

Così, una pagina dopo l’altra, la paternità si intreccia con le avventure di un eroe straziante e incredibile, don Chisciotte, e del suo scudiero Sancho Panza, e la scrittura fruga dentro le cose, rivelandole senza maschere di pudore.

Il racconto della nascita della figlia è uno dei passaggi più belli e arriva quasi alla fine, come una chiave con la quale spostarsi avanti e indietro nelle avventure di un padre e di sua figlia. In queste pagine Alessandro mostra tutta la fatica e l’incanto dello scrivere, del dare nome a una nascita incerta, spaventosa e bellissima.

Cosa volevamo fare noi della scrittura? Un’arma? Una magia? Un labirinto dal quale non uscire? Una rivoluzione? Volevamo che fosse tutta la nostra vita, senza sconti, e il romanzo di Alessandro Garigliano lo racconta.

Aomame è viva

1q84-due-lune

Lunedì 9 gennaio 2017. Ore 13.00. Ozu muore. Ozu è la mia cana. È morta a 17 anni. O quasi. Sono uscita di casa alle 12.45 ed è morta dopo pochi minuti. Non era sola. Ma non stava con me. Non ce l’avremmo fatta a separarci.

Adesso la nostra è una piccola casa senza peli e senza ciotole d’acqua da rovesciare con una pallonata. Una casa senza senso.

Nei giorni in cui Ozu moriva, io finivo di leggere il primo volume di 1Q84 di Murakami. Me lo aveva regalato un’amica tanti anni fa ma non ero mai riuscita a leggerlo. Poi, alla fine del 2016, ho deciso di riprovarci e mi sono persa nelle sue pagine.

Il primo volume (libri 1 e 2) finisce in tragedia. La giusta conclusione in giorni come questi. E penso che sia andata così: si chiude il romanzo e si rimette tra gli scaffali della libreria. Finché un amico mi dice: ma non hai letto il libro 3? Non sapevo nemmeno che esistesse. In poche ore me lo procuro.

1Q84 è l’altro 1984, quello in cui finiscono i protagonisti del romanzo. Uno spazio temporale diverso, dove in cielo appaiono due lune e le cose non vanno come ci si aspetta. Un universo parallelo.

Pensare a Ozu per me è un automatismo. Darle da mangiare, aggirare al buio la sua cuccia, tornare a casa per farla uscire, accarezzarla quando rientro, aprire la finestra del terrazzo. Le mie giornate sono piene di momenti in cui penso a ciò che devo fare per lei, poi mi ricordo che non devo più fare niente. Ogni volta è come se il tempo inciampasse. Questa terra senza Ozu è il mio 1Q84, il mio pianeta, lo stesso di prima, ma pieno di errori.

Orlando per un giorno ha ignorato l’assenza di Ozu e non ha chiesto niente. Poi mi ha domandato quando saremmo andati a riprenderla sulla luna. È la luna dell’Orlando furioso quella di cui mio figlio parla, dove ritroveremo le cose perdute. Ma io non posso fare a meno di pensare alle due lune di 1Q84, la nostra, che vediamo nel solito cielo, e l’altra, che solo in pochi possono scorgere. Quando gli ho domandato perché non mi avesse chiesto niente quando non l’ha trovata in casa, mi ha risposto che lui Ozu l’aveva vista. Ogni tanto mi fa domande su di lei, sulla sua vita ora, lontana da noi.

Il libro 3 di 1Q84 inizia con una bella sorpresa. Aomame è viva. Per 400 pagine l’accompagneremo nel suo tentativo di sopravvivere per ritrovare l’amore.

Le cose accadono. Quelle di cui non ci stupiamo e quelle che non sappiamo spiegarci. Ed è sul terreno incomprensibile della vita che siamo chiamati a scegliere, cercare, lottare e prenderci carico di ciò che desideriamo, di cui abbiamo bisogno.

Ozu sta ancora qui con noi, nei nostri discorsi, nei pensieri, negli automatismi, nelle tracce di odore che sentiamo di lei. Orlando ha avuto un dono: il mio cane, la sua presenza, la sua presenza nell’assenza, le due lune, la nostra e la sua, dove si trova ora. Orlando ha avuto in dono lo strano anno 1Q84, dove accadono cose che la logica non può spiegare, e resta un senso, sottile ma percepibile, al di là dei peli e delle ciotole dell’acqua. Un luogo dal quale riportarci qui, sulla solita terra, il nucleo prezioso di un infinito amore.