Extraterrestre alla pari – leggere con i figli

extraterrestre-alla-pari_cover

L’ora è cambiata. Le giornate finiscono presto e la notte sembra infinita. Il parco è mezzo vuoto e noi ammazziamo il tempo. Andiamo in biblioteca.

Enzo Tortora a Testaccio. Ha una sala dedicata ai bambini. Noi a volte ci infiliamo lì, leggiamo e scegliamo i libri da prendere in prestito. C’è lo scaffale delle scienze, quello dei più piccoli, delle riduzioni dei classici, dei romanzi e dei racconti.

L’altro giorno eravamo in biblioteca. Alla lettera P. Pitzorno. L’incredibile storia di Lavinia non ci era piaciuto e io guardavo un po’ scettica in cerca di un titolo accattivante, quando ho letto Extraterrestre alla pari. Una pausa nel mio cuore. Ero bambina e lo leggevo. L’ho amato tanto e ora eccolo qui.

Se avessi una figlia, come mi divertirei a rileggerlo con lei. Ho pensato. E con Orlando? Lui sarebbe contento di ascoltare questa storia?

Un figlio maschio fa saltare tutte le possibilità di identificazione, sballa le probabilità e rimescola i destini. Lui nasce e tu non puoi che metterti nei suoi panni. Panni maschili. La persona più cara al mondo è l’Altro e vive nella differenza.

Stare nei suoi panni è divertente. Si scoprono cose nuove, giochi in cui non ci si era imbattute. Inutile negarlo però, se ne perdono altre importanti. Per esempio costruire la complicità intorno a letture come Extraterrestre alla pari, che potrebbe non essere riletto mai.

Quando è nato Orlando, io ho ricevuto in regalo la mia seconda infanzia, sono tornata piccola e mi sono rimessa a giocare, ho riportato alle origini la mia esistenza. È stato come venire catapultata in un sistema di universi paralleli: la storia si ripete con piccole deviazioni su mondi che moltiplicano la nostra Terra.

Ogni genitore, forse, si scervella per costruire quella deviazione e offrire al figlio la felicità che a lui era stata negata. E sarà così all’infinito. Una madre dopo l’altra un padre dopo l’altro.

Orlando è l’universo parallelo che mi costringe ogni giorno a cercare una terra che sia di tutti. Mia e dell’Altro. E questa per me è la prima volta.

l’albero dei pensieri

lalbero-dei-pensieri

l’albero dei pensieri, Monica e Orlando, tempera su parete, novembre 2016

da un’idea di Marianne Musgrove in Juliet e l’albero dei pensieri, il nostro albero realizzato nella stanza di Orlando

 

 

non mi basta mai

juliet e l'abero dei pensieri

È settembre e piove. Abbiamo salutato l’estate e ce la siamo buttata alle spalle che già ne sentivamo la nostalgia. Ed è iniziata la scuola.

Ultimo anno di materna. Cambio rotta. Dalla scuola di quartiere frequentata l’anno scorso alla statale Montessori più vicina. Abbiamo scelto il metodo, a scapito dei tempi, della facilità di raggiungere l’edificio, del fatto che lui ora esca prima di pranzo con la conseguenza che il mio tempo si riduce drasticamente. Non è l’ora in meno che Orlando sta a scuola a fare la differenza, è che quando esce deve mangiare ed è affamato, quindi negli ultimi quindici minuti delle tre ore antimeridiane che io posso dedicare al lavoro, alle relazioni e al tempo libero, sono impegnata nell’organizzazione del pranzo. Tre ore si riducono così a due e mezza. Se piove e c’è traffico la situazione si fa ancora più compressa.

Abbiamo fatto una scelta e siamo contenti. In fondo quello degli orari e di come arrivare a scuola è solo un piccolo sacrificio che è valsa la pena affrontare. Prendiamo la macchina tutti i giorni, se piove ci incolonniamo nel traffico. E non perché ci piaccia fare così. Se ci fosse uno straccio di autobus da qui a lì, sarebbe tutto più semplice e allegro. Se ci fosse una pista ciclabile sarebbe addirittura perfetto. Ma Roma è una città in caduta libera dove l’unica via percorribile per sopravvivere, il più delle volte, è buttarsi nella mischia e incrociare le dita sperando di cavarsela.

Orlando è sereno. In classe regna la calma. La maestra è tranquilla, competente e impeccabile. I giochi a disposizione sono belli, chiamano alla sperimentazione, incuriosiscono anche me. I bambini scelgono con cosa giocare. Non ci sono giochi di gruppo, ammassi di alunni invitati a fare tutti la stessa cosa.

Qui non solo la maestra è competente. Lo sono anche i genitori, gente preparata, convinta, consapevole. Lo sono i bambini, che non alzano mai la voce e trovano ogni volta il gioco giusto col quale crescere e imparare.

C’è qualcosa che mi manca. Qualcosa che stava nella vecchia scuola e che qui non c’è. La bicicletta innanzitutto, per andare e tornare in pochi minuti. Il tempo per me. Il chiasso e i balletti collettivi per raggiungere il bagno che facevano tanto villaggio turistico ma che in fondo erano divertenti e facevano ridere. Quella mescolanza di mondi tipica di Testaccio. La multietnicità. L’approssimazione. L’improvvisazione. La sorpresa. Il bel gruppo di maschi nel quale Orlando si era inserito così bene, di cui proprio due giorni fa mi è arrivata un’ultima foto dal vecchio gruppo whatsapp, che ora ho abbandonato per iscrivermi al nuovo.

Orlando è sereno. A metà. È incuriosito. Dice che la nuova maestra è bella. Però ha iniziato un serio sciopero della fame: la mattina mi dichiara il suo intento di digiunare fino all’uscita di scuola. E puntualmente ritrovo il suo panino intatto nello zaino.

Venerdì a pranzo abbiamo bisticciato e lui finalmente l’ha detto: questa scuola mi fa schifo. Più tardi mi ha confessato: devo appendere un pensiero sul ramo del pavone, quello che si occupa delle cose perdute.

È un gioco che abbiamo ripreso da un libro, Juliet e l’albero dei pensieri. C’è un albero dipinto nella stanza della protagonista (il nostro è ancora immaginario ma presto lo dipingeremo davvero), sui rami di questo albero ci sono degli animali, ognuno dei quali si occupa di una specie di preoccupazioni, così, quando Juliet si sente giù, può appendere il pensiero sull’apposito ramo e se ne prenderà cura l’animale che lo governa.

– E tu, Orlando, quale pensiero vuoi affidare al pavone? Cosa hai perso?

– Io ho perso la Paola Biocca.

Paola Biocca è il nome della vecchia scuola.

Tra poco avrò una percezione diversa di tutto, lo so, non appena lui si sarà ambientato e si sentirà a casa con i nuovi amici. Allora forse potrò uscire dall’assedio dei dubbi di questi primi giorni di scuola.

leggere insieme ai figli. il trattamento ridarelli di roddy doyle

trattamento ridarelli

[I Ridarelli] seguono i bambini per essere sicuri che i grandi li trattino bene. Genitori, maestri, zie, negozianti. Tutti i grandi. Se qualcuno tratta male i bambini si becca il trattamento Ridarelli. Se qualcuno manda un bambino a letto senza cena o spaventa un bambino si becca il trattamento Ridarelli. Se qualcuno è disonesto con un bambino, se, per esempio, gli dà da mangiare il pesce e gli dice che è pollo, oppure se fa una scorreggia e dà la colpa al bambino, si becca il trattamento Ridarelli.

Che cos’è il trattamento Ridarelli?

La cacca sulla scarpa.

Roddy Doyle

leggere insieme ai figli. il barone rampante

Il-barone-rampante

A Cosimo, comprendere il carattere di Enea Silvio Carrega giovò in questo: che capì molte cose sullo star soli che poi nella vita gli servirono. Direi che si portò sempre dietro l’immagine stranita del Cavalier Avvocato, ad avvertimento di un modo come può diventare l’uomo che separa la sua sorte da quella degli altri, e riuscì a non somigliargli mai, riuscì, pur stando solo, a sentirsi sempre dalla parte del prossimo.

Italo Calvino

Roald Dahl. Leggere insieme ai figli

roald dahl

Roald Dahl è diventato per noi una grande passione. Dopo Gli sporcelli e GGG ora è la volta di Boy.

Ma perché siamo sempre un po’ emozionati quando iniziamo a leggere un suo libro? Qual è il segreto della sua bellezza?

Il bello di Dahl, secondo me, è che non si limita a stare dalla parte dei bambini, ma con loro si sporca le mani. Nei suoi libri se una cosa fa schifo, fa proprio schifo. E i protagonisti sono personaggi nel senso più esplosivo della parola: esagerati, quasi incredibili, toccano tutte le corde del cuore, anche le meno presentabili. Per lui non esistono vie di mezzo né buonsenso. Esistono gli estremi: sentimenti, azioni, relazioni, tutto nelle sue pagine è ai limiti dell’assurdità. L’attenzione dei piccoli lettori non può che essere alta, perché queste storie parlano la loro lingua.

Inequivocabilmente nelle storie di Dahl c’è il bene e c’è il male, e il bene non è tutto rosa e fiori perché dentro ci stanno le imperfezioni, le cadute, qualche volgarità e qualche peccatuccio. L’infanzia è l’età dell’innocenza, certo, ma non nel senso di un impeccabile candore. I bambini non sono impeccabili, anzi. Sono dotati di tutta la gamma delle emozioni umane, comprese le meno convenienti; agiscono, osano, esplorano il mondo senza falsi pudori, in tutte le direzioni.  La forza che ne risulta è immensa e capace di distruggere le mostruosità degli adulti. Perché se nella loro imperfezione i bambini sono buoni, gli adulti invece vivono in un mondo estremamente compromesso, restituito alla lettura dallo sguardo iperbolico e fantastico dei più piccoli, che scovano i dettagli più odiosi dei grandi e li mettono a nudo.

Nei romanzi di Dahl le buone maniere vanno a farsi friggere. Con un colpo di spugna si getta via tutto ciò che è superfluo e si va al cuore delle cose tra una risata e l’altra.

moby dick. leggere insieme ai figli

© Lisel Jane

© Lisel Jane

a proposito di moby dick, di cui abbiamo letto una riduzione per l’infanzia:

perché in una storia di bambini muoiono anche i buoni? (orlando)

bambini e cavalieri. leggere insieme ai figli

don chisciotte francisc rovira

La scuola ci insegna tante cose e ci fa sapere ciò che è giusto quando è giusto se è giusto. È un’ancora cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà e incertezza. Con la scuola possiamo stare tranquilli. Sederci, respirare e osservare i nostri figli mentre passo dopo passo attraversano le vere tappe evolutive.

A tre anni i bambini fanno alcune cose. A quattro ne fanno altre. A sei iniziano a scrivere. A sette leggono. A otto studiano. Materie divise per annate che si ripetono ciclicamente fino alla prossima riforma, che stabilirà i nuovi argomenti di competenza separati per annate fino alla prossima riforma.

Più noioso di così non si poteva fare.

Ho scoperto che a Torino – questa città continua a incantarmi – esiste un’esperienza di scuola diversa. I MagazziniOz. Non è proprio una scuola, ma un’idea da cui partire.

E allora togliamo l’ancora, lasciamo certezze e terre, salutiamole caldamente e navighiamo.

Navighiamo sulle storie.

Qualche tempo fa, nella nostra solita biblioteca, abbiamo preso in prestito il Don Chisciotte raccontato ai bambini da Rosa Navarro Duran, illustrazioni di Francesc Rovira.

Non è vero che i bambini non sanno ascoltare. Basta saper fare le pause quando ne hanno bisogno. Seguire il loro ritmo di attenzione. Raccontare con piacere. Mettersi in ascolto. La narrazione per i bambini non è mai attività passiva. Hanno bisogno di partecipare, muoversi, interrompere, domandare, ridere, giocare. È per questo che quei banchi di scuola fermi lì da centocinquanta anni mi fanno una grande tristezza. Anche quando sembra che facciano altro, i bambini ascoltano e viaggiano sull’onda delle parole cui affidiamo le storie. Si arrabattano quando non riescono a fare altro, sorvolano, domandano, si innervosiscono, chiedono di essere accompagnati verso un possibile significato. Un bambino che si muove non è distratto. Sta partecipando col corpo alla narrazione. Perché per lui una storia è carne viva. E Don Chisciotte lo sa. Nel suo essere il più saggio dei pazzi, il personaggio di Cervantes è un bambino armato di pentole, a cavallo del più strambo dei cavalli, pronto a combattere contro il più originale dei nemici.

Nei suoi abiti eccezionali, di fronte ai suoi mulini a vento, il bambino è un cavaliere.

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: