la favola di orlando

La favola di Orlando

maggio 2018

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Marnie

Lo so, non è il suo più bello, ma il film che ho amato di più di Hitchcock è Marnie.

Un rapporto stretto quello del maestro del brivido con la psicanalisi, eppure, a guardarlo oggi, estremamente ingenuo. Ma non importa, perché i suoi film sono capolavori.

Prendiamo Marnie e prendiamo Io ti salverò. Racconti in cui emergono personalità sofferenti, indagate in modo semplice e un po’ meccanico attraverso le teorie psicanalitiche. Eppure la cosa non mi disturba e Marnie mi emoziona ogni volta.

Chissene importa della psicanalisi. Io nei film di Hitchcock voglio vederci qualcos’altro. Per esempio l’amore.

Marnie incontra Mark, che si innamora di lei e si accanisce fino a tirarla fuori dal delirio di cleptomania e fobie nel quale vive. In Io ti salverò non è la cleptomania a disturbare il protagonista ma l’amnesia e il senso di colpa, e anche qui l’amore di Costanza Petersen arriva a salvare John Ballantyne da un brutto destino di sofferenza psichica e sociale.

In Marnie e Io ti salverò l’amore diventa un ingrediente necessario dei percorsi analitici e terapeutici, in barba alla pratica freudiana che vuole lo psicanalista seduto alle spalle del paziente in un rapporto che dire privo di sentimenti è poco. Poi nella realtà ci si innamora pure dell’analista seduto alle spalle, ma questa è un’altra storia.

L’amore di Mark e Costanza difende i due protagonisti dalle gabbie sociali nelle quali cadrebbero se non ci fosse nessuno ad accogliere la loro sofferenza, a prendersene cura. Senza quell’amore il destino di Marnie e John percorrerebbe la strada che partendo dall’accusa passa per il giudizio e la reclusione, fino a spingere i protagonisti dritti dritti al punto di non ritorno, dove non c’è più niente da fare.

Se non fosse stato un piccolo caso di cleptomania, forse non ne sarei rimasta turbata. Ma io Marnie ce l’ho nel cuore e chiunque me la ricordi mi intenerisce e mi mette all’erta.

Non faccio nomi. Non importa. È tizio ma potrebbe essere caio. Non è mio figlio. Ma l’esperienza è diretta. C’è un bambino di sei anni che ruba. Ruba in classe. Di tutto. Anche, soprattutto, cose inutili, futili, brutte. I bambini cleptomani si lasciano smascherare facilmente e le maestre se ne accorgono. Ed è così che arriva la punizione. Bisogna rimettere in riga il bambino e trasmettergli il disvalore del furto, come se lui non lo conoscesse già. Durante l’ora di ricreazione, o tempo libero che dir si voglia, il piccolo cleptomane scenderà in cortile con i compagni di classe ma gli sarà negato il gioco. Dovrà stare seduto in un angolo. Se proprio vorrà, potrà rendersi utile in qualche modo. Per riparare al danno fatto, evidentemente. Il bambino accetta e spontaneamente, dicono, si propone di spazzare per terra perché il cortile è sporco. Nessun problema. La madre ne è al corrente ed è d’accordo con le scelte delle insegnanti.

L’unica cosa sensata di tutta questa faccenda l’ha detta il bambino: il cortile è sporco.

La bambina vuole sentirsi amata, ma non ha alcuna speranza di riuscirci […] per essere degna di amore, deve prendere qualcosa da qualche parte al di fuori di sé.

Winnicott, Il bambino deprivato

Perché i bambini rubano?

La tendenza antisociale implica la speranza. La mancanza di speranza è il tratto fondamentale del bambino deprivato che, ovviamente, non è costantemente antisociale. È nel periodo della speranza che il bambino manifesta la tendenza antisociale. Ciò può rappresentare un disturbo per la società e per chi viene derubato della bicicletta, ma chi non è personalmente coinvolto può scorgere la speranza che sottende la coazione al furto […] è di vitale importanza comprendere che l’atto antisociale è una manifestazione di speranza. Troppe volte si vede questo momento di speranza andare perso o sciupato per un’errata conduzione del caso o per intolleranza. Questo è un altro modo per dire che la terapia adatta alla tendenza antisociale non è la psicoanalisi, ma un trattamento che va incontro a questo momento di speranza e lo accompagna.

Winnicott, Il bambino deprivato

Un bambino che ruba sta gridando aiuto. Sta chiedendo amore.

Un bambino che ruba è stato messo seduto in cortile, separato dagli altri, esposto agli altri. Amen

le correzioni

Mentre il padre di mio figlio mi consigliava di aggiungere un po’ di carne ai cannelloni di ricotta e spinaci per renderli più appetibili a Orlando, dimenticando non solo le regole del gusto, ma pure che la carne non la mangio quindi non la compro né la cucino da quando Ozu non c’è più, io intanto me ne andavo in cerca di risposte.

Pizza margherita. Una passione. Orlando me la chiede e io gliela faccio trovare per cena, convinta che così mi eviterò i soliti complimenti su quanto faccia schifo ciò che ho cucinato. Sono sicura di me. Lo aspetto al varco con un sorriso non svelato ma pronto a rivelarsi al primo morso. Lui si siede e fa: no, la pizza non la voglio.

Sono attonita, spiazzata, non ho parole. Aspetto solo che la pizza smetta di fumare e che Orlando se la mangi nonostante il disappunto. Succede e io incasso il risultato. Va bene così. In fondo non ho bisogno di smancerie e gratificazioni. Me la cavo anche sui carboni ardenti.

Cerco disperatamente testimoni di questa prima età ingrata, di questa precoce prepreadolescenza. Ma mentre sui terrible twos c’è una letteratura sterminata, sulle opposizioni dei sei settenni non c’è niente di scientifico, chiamiamolo pure così. Ci sono solo psichiatri che nei casi estremi rimandano al disturbo oppositivo provocatorio. E poi ci sono i genitori disperati.

Insomma, che mio figlio mi lasci ogni giorno interdetta per la novità che mi sbatte in faccia è del tutto normale. Io posso solo respirare, mantenere la calma ed evitare di urlare.

Siamo tutti d’accordo: il motivo principale della fase di crisi dei seienni è l’inizio della scuola dell’obbligo, il sistema di regole e responsabilità, la competizione, il giudizio, la stanchezza. Inoltre c’è la questione non da poco che il bambino, entrato ufficialmente in società attraverso il portone della scuola primaria, tenti ora la costruzione di un proprio codice etico e morale differente da quello dei genitori. Almeno così leggo.

La morale per noi genitori è sempre quella: non ti arrabbiare. Ti spappoli il fegato e non ottieni risultati.

Ma non mi basta. Io sono ostinata e continuo a navigare nella rete in cerca di testimonianze.

I primi ad affacciarsi nel mio piccolo viaggio virtuale sono coloro che identificano i giorni moderni con l’età della perdizione e affermano che ai loro tempi i ragazzini non erano così. Poi per fortuna arrivano alcuni psicologi a ricordare che quando loro erano ragazzini conflitti ce ne erano eccome, solo che allora i genitori reagivano con le botte, sommergendo i contrasti.

Infine mi imbatto nei consigli, alcuni dei quali appropriati:

  1. Non confondere la correzione col rimprovero. Il bambino ne farà un’esperienza negativa.
  2. Prima di correggere, domandarsi: di chi è il problema? Mio o del bambino? Quando dico “mio figlio mi crea problemi” intendo probabilmente che la difficoltà ce l’ho io nei suoi confronti e non il contrario. Contare quindi fino a 100 prima di iniziare a correggere. Arrivati a 99, fermarsi e farsi un’altra domanda: con quale indicazione sto correggendo il suo comportamento? Non lo sto per caso esortando a ripercorrere un mio antico errore? Se la risposta è sì, lasciare che il bambino percorra la sua strada, libero di fare i suoi errori piuttosto che ripetere i nostri.

Fin qui siamo nell’ovvio. E solo alla fine viene il bello. James Hillman e la teoria della ghianda: ognuno di noi viene al mondo con un’immagine di sé, un’idea da raggiungere, una specie di destino, di orizzonte verso il quale andare.

Questo libro sta dalla parte dei bambini. Vuole fornire una base teorica per comprendere la loro vita, una base che poggia sui miti, sulla filosofia, su culture diverse dalla nostra e sull’immaginazione. Mira a dare un senso alle disfunzioni infantili prima di applicarvi le loro etichette letteralistiche e prima di spedire il bambino in terapia […] La teoria della ghianda afferma con forza l’intrinseca unicità del bambino, il suo essere portatore di un destino, il che significa innanzitutto che i dati clinici della disfunzione attengono in un modo o nell’altro a quella unicità e a quel destino. Le psicopatologie sono altrettanto autentiche del bambino stesso.

James Hillman, Il codice dell’anima

LONDON: Che conseguenze hanno le tue idee per i genitori?

HILLMAN: Penso che quello che dico possa sollevarli grandemente e far loro desiderare di prestare più attenzione al loro figlio, a questo straniero particolare che è “atterrato” tra di loro.

Invece che dire: “questo è mio figlio”, devono chiedersi: “Chi è questo figlio che risulta essere mio?”

Così possono sviluppare molto più rispetto per il bambino e cercare di stare vigili per occasioni nelle quali il suo destino possa mostrarsi— come una resistenza alla scuola, per esempio, o degli strani sintomi, o un’ossessione verso qualcosa. Forse noterebbero qualcosa d’importante che prima non avrebbero notato.

LONDON: A volte dei sintomi possono essere visti come debolezze.

HILLMAN: Certo. Così si inizia qualche programma medico o di psicoterapia per eliminare quelle debolezze, mentre la manifestazione di quei sintomi può essere l’aspetto più cruciale di quel bambino. Ci sono molte storie nel mio libro che mostrano questo.

Scott London, Intervista a James Hillman

mio padre, milord

A volersi divertire, un figlio è un’occasione rara. Basta non farsi prendere dal panico.

Appassionata di fantascienza, cresciuta con Star treck e Spazio 1999, per anni letteralmente divorata da Philippe K. Dick, devota al teletrasporto, incantata da Blade runner, io non avevo mai visto Star wars. Perché? Non lo so. Certe cose accadono senza che ce ne rendiamo conto.

Grazie a Orlando ho finalmente iniziato. Abbiamo visto i primi tre film, che nella cronologia degli eventi rappresentano gli episodi IV, V, e VI. I più facili credo. Dove il bene è il bene e il male è il male. I buoni combattono contro i cattivi e i cattivi contro i buoni. Le cose vanno come devono e tutto si dipana chiaro. Fino a un certo punto. Poi arriva il caos.

La cosa più difficile da far digerire a Orlando non è l’ambiguità estetica: perché in Star wars i cattivi sono i più belli? Né i mostri peluche che popolano l’episodio VI. No. Il rospo che non gli va giù è Lord Fener.

Il cattivo più cattivo di tutti, il più bello dei cattivi, la macchina del male, Lord Fener, alla fine dell’episodio V dice al buon Luke: io sono tuo padre.

Il mondo crolla e il male diventa il lato oscuro della forza. Usciamo così dal sistema binario del bianco e del nero per entrare nella nuova era, quella della relatività delle cose e delle persone.

Può un padre essere cattivo? Può essere il nemico?

Quando alla fine del VI episodio Lord Fener si redime salvando il figlio e uccidendo l’imperatore, Orlando fa pace con la sua figura. Come pensava anche Luke, al fondo del cuore di questo malvagio c’è del buono, un lato chiaro che nessun impero ha potuto distruggere.

Una volta redento, Lord Fener però muore. Il suo sacrificio serve a salvare il bene. E qui Orlando va in tilt. Sulla necessità del sacrificio. A lui non importa il male che l’antagonista ha finora commesso. Lord Fener ha ritrovato la sua anima, il suo amore per il figlio, la parte migliore di sé. Non c’è bisogno che muoia. Non c’è bisogno che espii la sua colpa. Rientrerà nel mondo dei buoni accanto a Luke e lì risiederà vivo e vegeto. Il perdono è dato. Non c’è bisogno di altro.

L’imperativo ora è riscrivere il finale. E tutti vissero felici e contenti. Il regista del VI episodio però è morto. Ci rivolgiamo direttamente al gran capo di Star wars. Orlando è convinto che Lucas sia stato informato e che girerà le ultime scene del film. Il nostro Star wars si concluderà così: Luke e Lord Fener finalmente insieme, vivi e buoni. Nessun sacrificio.

le dodici risposte di thomas gordon

I quattrocento colpi di François Truffaut

– Vuoi il parmigiano sulla pasta?

Silenzio.

– Vuoi il parmigiano sulla pasta?

Silenzio.

– Orlando?

Silenzio.

– Vuoi il parmigiano sulla pasta?

Silenzio.

Perché i bambini non rispondono?

Sono andata in rete a cercare informazioni. Migliaia di siti, forum, blog, luoghi in cui viene affrontata la questione, evidentemente cara ai genitori. Vengono offerti consigli per tutti i gusti. Per chi la vuole cotta e per chi la vuole cruda. Si può scegliere tra un esperto che invita all’ascolto; uno che offre tecniche di manipolazione per intortare il bambino, cioè convincerlo a fare qualcosa senza che si accorga della pressione che sta subendo; o semplici suggerimenti di chi ha voglia di dire la sua, per lo più persone smaniose di dimostrare che due ceffoni non hanno mai fatto male a nessuno: di questo loro sono uno splendido esempio.

Tra le cose di buon senso che ho letto, registro tre indicazioni che per la loro praticità mi sembrano più utili di altre:

  1. non ripetere la domanda, comunque mai più di due volte.
  2. lasciare che il bambino si prenda il suo tempo. Può capitare che risponda dopo pochi minuti, magari dopo aver concluso un gioco o elaborato un pensiero.
  3. non alzare la voce.

Insomma, armiamoci di santa pazienza ed evitiamo di perdere le staffe, poi facciamo la cosa più preziosa per noi stessi e per i nostri figli: mettiamoci nei loro panni. Per poter cambiare il mondo, credo, bisogna prima vederlo diversamente. Un bambino mi sembra una grande occasione.

Mentre girovagavo in cerca di risposte, sono incappata in Thomas Gordon, cui appartiene questa piccola lista di comportamenti da evitare.

Effetti delle dodici risposte tipiche genitoriali

1) Dare ordini, dirigere, comandare (smettila di…)

Questi messaggi comunicano al figlio che i suoi sentimenti o bisogni non sono importanti; egli deve conformarsi ai sentimenti e bisogni dei genitori. Lo inducono a non sentirsi accettato, a temere il potere del genitore; possono provocare sentimenti di risentimento o rabbia che spesso lo spingono a reagire ostilmente, a incollerirsi, a ritorcersi, a resistere e a mettere alla prova la reale volontà del genitore.

2) Avvertire, ammonire, minacciare (se lo fai te ne pentirai)

Questi messaggi possono rendere un figlio timoroso e remissivo. Possono suscitare risentimento e ostilità come quando si danno ordini, si dirige, si comanda. Possono indurlo a credere che il genitore non abbia rispetto dei suoi bisogni e desideri. Inoltre a volte i figli sono tentati di verificare per vedere se la minaccia verrà eseguita e quindi di fare la tal cosa solo per vedere se le conseguenze si verificano.

3) Esortare, moraleggiare, fare la predica (dovresti… è bene che tu…)

Questi messaggi fanno pesare sul figlio il potere esterno dell’autorità, del dovere, degli obblighi; possono indurlo a credere che il genitore non si fida del suo giudizio, che sarebbe meglio se accettasse ciò che gli altri considerano giusto; possono fargli nascere sensi di colpa o la sensazione di essere cattivo; possono indurlo a credere che il genitore non si fidi della sua abilità di giudicare i valori e i progetti altrui.

4) Consigliare, offrire suggerimenti e soluzioni

Questi messaggi sono spesso interpretati dal figlio come prova del fatto che non ci si fida della sua capacità di giudizio o di trovare soluzioni proprie; possono indurlo a diventare dipendente dal genitore e a smettere di pensare da sé. I consigli a volte comunicano un atteggiamento di superiorità dei genitori nei confronti dei figli, che di conseguenza possono anche maturare un senso di inferiorità. (perché non ci ho pensato io? voi sapete sempre tutto!) Inoltre i consigli possono indurlo a pensare che i genitori non lo capiscano affatto, e a contrastare continuamente le loro idee e per non sviluppare proprie.

5) Insegnare, argomentare, persuadere

Quando si cerca di insegnare qualcosa, i figli avvertono spesso la sensazione che lo si faccia apparire inferiore, subordinato, inadeguato; l’argomentare e l’informare inducono spesso i figli a mettersi sulla difensiva e a risentirsi (credi che non lo sappia?). E raro che i ragazzi, come gli adulti, amino sentirsi dimostrare di aver sbagliato, di conseguenza difendono accanitamente le proprie posizioni.

6) Giudicare, criticare, opporsi, biasimare

Questi messaggi, forse più di tutti gli altri, fanno sentire i figli inadeguati, inferiori, stupidi, indegni, cattivi. L’idea che il figlio si fa di sé si forma attraverso i giudizi e le valutazioni genitoriali. Il figlio giudicherà se stesso nello stesso modo in cui lo giudica il genitore (mi ero sentito dire così spesso che ero cattivo, che cominciai a pensare di esserlo davvero!). Inoltre i giudizi inducono i figli a tenere per sé i propri sentimenti o a nasconderli ai genitori.

7) Elogiare, assecondare

Contrariamente all’opinione diffusa che l’elogio sia sempre benefico per i figli, spesso invece ha effetti assai negativi. Se il figlio riceve una valutazione positiva che non coincide con l’idea che ha di sé, può diventare ostile (non ho giocato affatto bene, ho fatto schifo!). I figli deducono che se un genitore li giudica positivamente, in altri momenti può giudicarli negativamente. Inoltre l’assenza di elogi in una famiglia che li adopera spesso, può essere considerata una critica. L’elogio è anche considerato un tentativo di manipolazione, un modo sottile per influenzarli. I figli pensano che un genitore che li elogia non li capisce (non lo diresti, se sapessi come mi sento). Si sentono spesso in imbarazzo quando vengono elogiati, specie se in presenza di amici; infine, potrebbero finire col diventare dipendenti dall’elogio.

8) Etichettare, ridicolizzare, umiliare

Questi messaggi possono avere effetti devastanti sull’immagine di sé del figlio. Possono far sentire il figlio indegno, cattivo, non amato. La risposta più frequente dei figli è di restituire ai genitori gli stessi messaggi.

9) Interpretare, analizzare, diagnosticare (so io perché…)

Questi messaggi comunicano al figlio che il genitore lo ha capito, conosce le sue motivazioni o le ragioni del suo modo di essere. Questo modo di psicoanalizzare è per i figli frustrante e intimidatorio. Se l’analisi del genitore è accurata, il figlio si sente in imbarazzo perché smascherato e se è errata il figlio si arrabbia per essere stato ingiustamente accusato. I figli avvertono sempre un atteggiamento di superiorità dei genitori (tu credi di sapere tutto), e a maggior ragione i genitori che analizzano spesso i figli comunicano loro di sentirsi superiori, più saggi, più intelligenti. Messaggi come So io perché interrompono bruscamente il desiderio di comunicare del figlio e gli insegnano che è meglio astenersi dal condividere i problemi con i propri genitori.

10) Rassicurare, simpatizzare, consolare, sostenere (non arrabbiarti, tutto si risolverà…)

Anche questi messaggi non sono utili. Rassicurare un figlio quando si sente disturbato da qualcosa, può semplicemente convincerlo che i genitori non lo capiscano. I genitori rassicurano e consolano perché si sentono a disagio quando il figlio è ferito, arrabbiato, scoraggiato e via dicendo. Questi messaggi comunicano al figlio che il genitore desidera che egli smetta di sentirsi in un determinato modo, inoltre essi vivono le rassicurazioni come tentativi per cambiarli e finiscono col perdere fiducia nei genitori. Quindi, minimizzando o compatendo si arresta la comunicazione perché il figlio sente che i genitori vogliono che egli smetta di provare ciò che prova.

11) Inquisire, fare domande, interrogare

Facendo domande si può indurre i figli a credere che non si abbia fiducia in loro, o che si nutrano sospetti o dubbi. I figli si accorgono anche che le domande sono tentativi di farli uscire allo scoperto per poi aggredirli. Spesso si sentono minacciati dalle domande se non ne capiscono la ragione. Se vengono interrogati nel momento in cui stanno comunicando un problema, possono sospettare che si vogliano raccogliere informazioni per risolvere il problema al posto loro, invece di lasciarli liberi di trovare la loro soluzione. Interrogare non è affatto un buon metodo per facilitare la comunicazione di un’altra persona, anzi se ne limita duramente la libertà.

12) Sottrarsi, cambiare argomento, scherzare, distrarre

Questi messaggi comunicano al figlio che non si è interessati a lui, che non si rispettano i suoi sentimenti o addirittura che lo si rifiuta. I figli in genere sono molto seri e decisi quando hanno bisogno di parlare di qualcosa, e quando si risponde loro scherzando, possono sentirsi feriti o respinti. I figli, come gli adulti, vogliono essere ascoltati e capiti con rispetto. Se i genitori li ignorano, essi imparano a esprimere altrove i propri sentimenti e problemi.

Una lista che fa quasi paura per quante poche cose ci permette di fare con i figli. Ma nonostante sembri estrema, riesce a smascherare il significato profondo di molti comportamenti genitoriali. Da leggere, rileggere e rileggere ancora.

il figlio imperfetto

spider-man

Vi siete mai sentiti soli? Diversi dagli altri? Indifesi? Così iniziava The amazing Spider-man, letto e riletto fino a impararlo a memoria.

Di un figlio non si vorrebbe mai pensare che è diverso, se non nel senso che è migliore. Quando la diversità coincide con la vulnerabilità, i genitori si sentono traditi. Dal caso o dalle stelle. Costretti a inciampare in individui imperfetti.

Durante la gravidanza quasi tutti pensano: basta che sia sano. Un’ecografia che lo confermi è il segno che la fortuna sta dalla parte del nascituro. Il concetto di bellezza applicato al bambino compare molto più tardi, settimane o addirittura mesi dopo la nascita. È allora che può rivelarsi un naso un po’ lungo, labbra sottili o occhi dal colore anonimo. Trascorrono i mesi, gli anni, le prime candeline vengono spente e arrivano le aspettative portando un carico di guai. Nessun figlio, credo, corrisponde perfettamente al desiderio del genitore. Di chi è la colpa? Tante volte ho sentito parlare dei problemi infantili e della loro origine. Poche, rarissime volte ho sentito una riflessione seria sulla materia di cui sono fatti i desideri degli adulti verso i figli e sul loro prezzo.

Orlando è timido, con tutto quello che ne consegue. Ha amato Peter Parker, la sua fragilità e la forza mascherata.

Le Olimpiadi di Rio ci hanno lasciato in eredità la passione per la scherma. La scorsa settimana abbiamo fatto la prima lezione di prova (ne avevamo a disposizione due). L’ho portato e l’ho visto minuscolo tra gli altri. Ha fatto diligentemente tutti gli esercizi, poi il maestro ha tirato fuori spade e maschere. Ho sentito la sua emozione e l’ho guardato mentre si armava. Quando è arrivato il momento del duello, l’ho visto in difficoltà. Non riusciva a colpire l’avversario, come se la spada lo spaventasse. Dagli spalti pensavo: dài, fai questo affondo. Ma lui niente. Gli altri bambini erano tranquilli e io mi domandavo: perché lui no?

Quando è finta la lezione era stanco e un po’ provato. Ho ripensato alle parole di una pediatra consultata qualche anno fa: un bambino nato col cesareo non ha affrontato il passaggio fondamentale da cui ha origine la vita. Proprio nei passaggi dovrà aiutarlo lei. Così ho insistito perché facesse la seconda lezione. Siamo andati ma lui non ha voluto partecipare. È rimasto tutto il tempo a guardare, finché il maestro ha tirato fuori spade e maschere. A quel punto, spontaneamente, è andato tra gli altri. Ha duellato con il maestro e ha partecipato al saluto con cui si chiude la lezione. Un bel rituale cavalleresco.

Lo osservavo mentre cercava il suo spazio tra gli altri, prendeva coraggio e affrontava le vibrazioni della sua emotività per entrare nell’avventura di quel mondo.

A volte, di fronte a bambini disinvolti e immediatamente socievoli, penso che se anche lui fosse così sarebbe più facile per tutti. Ma Orlando è come è, disobbedisce alle aspettative e rivela le ombre.

Ringrazio mio figlio della sua imperfezione, perché è milioni di volte più bella di tutte le perfezioni che ho sognato.