Il cosmo al Maxxi

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Domenica 25 marzo siamo andati al Maxxi e abbiamo visitato la mostra Gravity. Immaginare l’universo dopo Einstein. Abbiamo scelto questa data perché al termine della mostra era disponibile un laboratorio dove bambini da 6 a 10 anni potevano creare un reticolo spaziotempo con delle costruzioni a incastro. Il 29 aprile il laboratorio sarà riproposto . Uno spazio semplice, fatto quasi di giochi quotidiani, un’occasione per visitare la mostra e tenere in mano un concetto che in astratto sembra inafferrabile.

The Way Things Go è la prima opera che incontriamo sul percorso della mostra. Un video del duo artistico svizzero Peter Fischli e David Weissè datato 1987, dove la concatenazione di eventi si trasforma in un mantra capace di animare il mondo delle cose, di muoverlo e trasformarlo, di incollare i bambini allo schermo. La realtà appare come una filastrocca di eventi che all’infinito rotolano uno sull’altro.

La visita ovunque è segnata dal Cosmic Concert di Tomas Saraceno e il nostro passaggio non è neutro. Attraversando le stanze della mostra, ne modifichiamo i suoni e la percezione che ne abbiamo.

Ci fermiamo davanti a The Horn Perspective di Laurent Grasso. Siamo di fronte a un video che ci porta nel cuore di un bosco, lasciando alle nostre spalle la ricostruzione del radiotelescopio che nel 1964 catturò uno strano suono, scambiato all’inizio per cinguettio di uccelli, poi riconosciuto come reliquia fossile del Big Bang. Un mormorio che da allora non si è mai spento e che costituisce il sottofondo musicale della vita dell’universo.

Il reticolo spaziotempo si trasforma al nostro passaggio e attraverso i nostri movimenti. Curvare lo spaziotempo, installazione interattiva di INFN. Qui ci si può fermare per ore. A tutte le età.

Infine la Nephila Senegalensis di Echoes of the arachnid orchestra di Tomas Saraceno, che costruisce la sua tela. I suoi movimenti sono amplificati da microfoni potentissimi che ce ne restituiscono il suono, mentre le luci catturano l’immagine della polvere cosmica nella quale viviamo.

Non abbiamo capito tutto di onde gravitazionali, buchi neri e suoni fossili, ma ci siamo immersi in un cosmo illuminato diversamente, con pochissima luce (la mostra è in penombra e bisogna abituare gli occhi per scovare le cose e non perdersi). Abbiamo trasformato il reticolo spaziotempo. Abbiamo ascoltato il suono del Big Bang. Abbiamo attraversato una foresta. Abbiamo respirato polvere cosmica accanto a un ragno.

Abbiamo toccato le cose. Ne abbiamo sentito la consistenza. La conoscenza passa anche per la strada dell’esperienza. E l’arte ha il potere di uscire dalla maglie impossibili dell’astrazione per riportare le idee al nucleo vivo e pulsante da cui nascono: la materia e la sua forma. Ha il potere di spegnere le luci abbaglianti e un po’ fredde della scienza e nella penombra dell’universo rintracciare l’immagine di ciò che forse abbiamo visto.

 

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sabato nel pleistocene

casal de' pazzi

Se è vero che la vita riserva sorprese, qualche volta può farlo anche Roma.

Sabato scorso a mezzogiorno ho pensato: facciamo qualcosa di nuovo. E mi è venuto in mente il museo di Casal de’ Pazzi. Ho cercato online e ho letto che sono previste entrate solo la mattina, fino all’una. Ho chiamato comunque il numero per le prenotazioni e mi è stato detto che quel giorno, in via eccezionale, c’ci sarebbero state delle visite anche nel pomeriggio.

È stato così che alle sei in punto eravamo nel giardino del Pleistocene, io, Orlando e due nostre amiche mamma e figlia. Un posto incredibile, un pezzo di terra dove nel 1981 gli scavi edilizi hanno fatto emergere i resti di una porzione del vecchio corso del fiume Aniene e dei suoi abitanti, animali e umani vissuti duecentomila anni fa.

Siamo arrivati, ci siamo guardati intorno, abbiamo guardato il giardino, ci siamo guardati intorno di nuovo e abbiamo pensato che non è possibile. Durante un viaggio in Inghilterra, quando con un’amica siamo andate a visitare Stonehenge, sottovoce ci si siamo dette: guarda questi per due sassi cosa si sono inventati. Navette, biglietti costosissimi, una promozione che convincerebbe un abitante dell’isola di Pasqua a intraprendere il viaggio per venire in visita qui. Da noi tutto questo non accade. Già raggiungere questo museo non è facile. Dentro un quartiere brutto. Non c’è altra parola per definirlo. Ci si arriva da uno stradone. Il navigatore dice: sei giunto a destinazione. Però intorno non c’è niente: né un’insegna, né un’indicazione. Allora bisogna chiedere e la risposta arriva subito, perché da queste parti tutti sanno dove sta il museo di Casal de’ Pazzi. È una sorpresa che la terra ha riservato a una delle aree del peggiore sfruttamento edilizio romano. È il segno di una forza che riemerge dagli strati sedimentari con cui il tempo l’aveva ricoperta.

La visita ha inizio. Qui tutto è affidato alla volontà e agli sforzi di chi ci lavora, che con pochi e inadeguati strumenti riesce a restituire la magia di questo luogo.

Dopo la visita, i bambini hanno partecipato a un laboratorio di scavo e dentro due vasconi di terra hanno cercato reperti con gli attrezzi degli archeologi. Orlando ha addirittura trovato un osso di animale o di dinosauro ed è nata subito la passione per la paleontologia.

Eccoci di fronte a un altro tassello del mio grande impossibile progetto di scuola nuova o non scuola. I bambini a scavare, muoversi, sporcarsi, cercare la conoscenza dentro le cose, si appassionano e non si annoiano. E allora basta lezioni frontali. Basta tenere seduti per ore esseri umani piccoli e giustamente carichi di energia. Basta pensare che sia giusto che i bambini ascoltino e capiscano e credano senza mai sapere perché e senza avere un’immagine di ciò che gli si sta raccontando.

Ma anche senza arrivare all’utopia della non scuola, di uno spazio libero pieno di cose da fare dove trascorrere del tempo per vivere e imparare; anche senza arrivare all’utopia di una scuola-mondo, per ora forse sarebbe bello vedere piccolissimi segnali come: invece di dare compiti a casa nel weekend (a proposito, il weekend non era sacro? Ma i bambini, si sa, sono sottoposti a una legislazione tutta speciale: se dai uno schiaffo a un adulto è perlopiù reato, se lo dai a un bambino lo stai educando; se non rispetti l’orario di lavoro di un operaio stai infrangendo un patto sindacale, se dai compiti nel weekend è giusto), insomma, senza arrivare a fare la rivoluzione, sarebbe già qualcosa se gli insegnanti si guardassero intorno – ché il mondo è grande e a volte addirittura bello – e invece di accanirsi a cercare piccoli e grandi fastidi con i quali disturbare il tempo libero dei bambini, ogni venerdì stilassero una piccola lista di consigli, cose da fare con la famiglia (se lo vuole e se ne ha il tempo), come andare a un laboratorio di scavo archeologico, a un cinema, un teatro, un museo, un parco, un sito archeologico, una chiesa. In una città come Roma, poi, che questo non avvenga è proprio un peccato. Quanti bambini costretti a studiare le guerre puniche non sono mai stati a teatro? Quanti non sono mai entrati in un museo di arte contemporanea?

vacanze romane

chi galleggia

La legge di Archimede. Gettare nella bacinella diversi oggetti e vedere quali galleggiano.

I contenitori di plastica: vuoti galleggiano, pieni d’acqua vanno a fondo. Il contenitore giallo della sorpresa dell’ovetto kinder però resta a galla anche quando è pieno d’acqua. Perché?

vacanze romane

uovo in acqua e saleuovo in acqua liscia

 

approfittiamo del caldo per giocare con l’acqua verificando la legge di Archimede. L’uovo nell’acqua liscia va a fondo, in acqua e sale (in saturazione) galleggia.