Tristezza

Tristezza pennarello su carta Orlando ottobre 2015

Tristezza
pennarello su carta
Orlando
ottobre 2015

Ieri ho accompagnato Orlando a scuola e lui si è fatto tirare fuori dall’aula in preda a una crisi nervosa e di pianto. Non un semplice pianto, ma il grido di chi deve scappare da uno scannatoio. Me lo sono riportato a casa mentre la maestra mi diceva: il bambino deve piangere. Tutti piangono. Giornata nera per me e per lui.

Che senso ha? Mi chiedevo mentre il tempo scorreva lento verso sera. Il problema sei tu. Il problema sono sempre io. Va bene. Ma lui? Qual è il suo problema? Perché i bambini piangono a scuola? Sono al computer. Digito. Leggo. Bisogna lasciarceli, voltare i tacchi con un sorriso rassicurante e uscire. Piangeranno ogni giorno di meno. Una madre iperprotettiva impedisce al figlio di separarsi, cioè di crescere. Il bambino deve abituarsi. In sostanza si deve rassegnare. E pensare che io avevo immaginato l’esatto contrario: quando il bambino impara a conoscere il nuovo ambiente, è allora che si affida. Una relazione di fiducia e non di rassegnazione. Vado alle pagine dei teorici dell’homeschooling: un percorso naturale, sereno, nel quale il bambino si costruisce in modo assolutamente non violento. Poi mi tornano in mente le parole della pediatra psicanalista dalla quale siamo scappati: un bambino nato col cesareo (Orlando) non ha vissuto attivamente la separazione che dà origine alla vita, il parto. In questo dovrà aiutarlo lei. Pazzesco. Io, da sempre eternamente in fuga, mi trovo a dover aiutare qualcuno, e non uno qualsiasi, a separarsi in modo equilibrato. Da me! La vita è proprio tutta un contrappasso.

A leggere e a sentire gli altri, qualunque cosa farò sbaglierò. Perché in fondo, ognuna di quelle analisi ha delle ragioni. Torno alla mia domanda. Perché Orlando piange a scuola? Ha iniziato a farlo quando ha capito che lì sarebbe andato tutte le mattine, tranne il fine settimana. Quando ha capito che la scuola è un sistema di vita. Posso dargli torto? No.

Però possiamo cercare un compromesso. Allargare le maglie del sistema. Passarci attraverso. Dentro e fuori. Senza rinunciare e senza accettare tutto. Renderle leggere, sostenibili, e prendere il buono che là dentro c’è. Ma come faccio, in una manciata di giorni, a insegnare a mio figlio quello strano, sbilenco gioco di equilibri che da tutta la vita sto tentando di mettere in piedi?.

Ieri sera Orlando ha fatto un disegno per me. Ha disegnato Tristezza, il personaggio più bello e complesso di Inside out. La sua tristezza. E me l’ha donata.

Questa mattina siamo usciti prima del solito. Sono stata dentro la classe con lui fino alle nove. Poi sono rimasta là fuori, in modo che lui potesse vedermi quando ne aveva bisogno. In barba a tutti quelli che mi dicono che il bambino DEVE piangere.

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la festa degli animali

Una settimana dall’inizio della scuola. Mille dubbi. Queste mattinate mi mancheranno.

 

la festa degli animali di orlando e alessandro

la festa degli animali
di orlando e alessandro

 

Tarzan e le graduatorie. Vita da homeschooler

Impatto con l'aqua_circolofotograficoamt

È quando tutto si accumula che arrivano i guai.

Orlando non va a scuola da lunedì causa cambio terza maestra in un mese e mezzo che probabilmente cambierà di nuovo lunedì prossimo e siccome la supplente in carica non ci piace, ne approfittiamo per prenderci una settimana sabbatica. L’ultima volta che è andato, all’uscita voleva prendere un gioco della classe per portarselo a casa. E mentre il padre gli spiegava che questo è impossibile, o quanto meno poco equo, l’insegnante gli diceva ammiccante che se proprio lo voleva, poteva penderlo, bastava che la maestra non se ne accorgesse. Dopo questa lezione di civile convivenza, ce ne siamo andati in attesa della prossima supplente.

Tra le varie attività che ci impegnano: giovedì gnocchi. Le patate ci sono, siamo fortunati e ci mettiamo al lavoro. Tutto sembra perfetto. Sarà solo in corso d’opera che le patate riveleranno la loro qualità non adatta al tipo di uso scelto. L’impasto all’inizio ci inganna mostrando una natura morbida e vellutata. Tocco e sono sicura del successo della cena. Eppure, nonostante la farina, le mani restano incollate al panetto, che di lì a poco si rivela inesorabilmente gommoso. Ma ce n’è più di un chilo e ormai l’incubo è iniziato. Dobbiamo andare fino in fondo. La casa è cosparsa di farina e materia appiccicosa finita sotto i piedi e trasportata in ogni angolo. Tutto farebbe pensare a un disastro, ma sono convinta che sia necessario mantenere la calma e che le apparenze ingannino. Orlando negli intoppi perde concentrazione e si stufa di cucinare.

Per un minuto di questo interminabile giovedì degli gnocchi, ritrovo la lucidità e mi ricordo di un’importante scadenza di lavoro. Domani vanno consegnati tutti i documenti. Chiamo il funzionario che si occupa della pratica per prendere appuntamento. Lui parla mentre Orlando strilla “vieni a giocare con me”. Io imperterrita continuo la conversazione facendo segno a mio figlio di aspettare, con le mani impastate di gnocchi. È una cosa importante, gli dico senza emettere suono. Poi finalmente la conversazione finisce. Domani mattina alle 10.

La sera gli gnocchi sono sul piatto. Li mangiamo. Certo non sono soffici, non li annovererei tra i manicaretti che cambiano l’umore della famiglia. “Sono come il pongo” sentenzia Orlando. Sarà stata la fame, sarà stata la fortuna, sui piatti non resta niente.

Venerdì mattina siamo dal nostro funzionario. Orlando è con noi. La domanda è pronta, mancano dei dettagli, per esempio il timbro che ho dimenticato di portare. Lunedì mattina, termine ultimo oltre il quale è impossibile andare. Timbro e tiro lievemente aggiustato. Ogni volta per me è come tornare a scuola.

Sulla via del ritorno passiamo a casa di un’amica, dove rimediamo qualche libro. A campeggiare sulla pila di carta è Tarzan. Saliamo in macchina e torniamo a casa.

A pranzo ci riprovo con gli gnocchi. Penso che un lavoro come quello del giorno prima meriti la disponibilità del piatto almeno fino a tutto il weekend. Ma Orlando questa volta non ci sta. Vuole quelli buoni. Questi li finisco io. Quasi. Ne resta un’ultima tranche da cuocere. Una manciata di gnocchi distesi su un piatto che troneggia dentro un frigorifero vuoto perché è venerdì, l’ultimo giorno prima della gita a Garbatella per fare la spesa dai produttori.

Alle 4.30 siamo in ludoteca. Io mi porto da lavorare per un altro progetto a scadenza immediata. Orlando sembra collaborativo, va a giocare con gli altri bambini senza cercarmi. E così io posso mettermi al lavoro. Se non fosse che una mamma mi si siede accanto, mi guarda, mi saluta, si prepara a parlare con me. Faccio finta di non notare le sue intenzioni, distolgo lo sguardo. Lei però insiste. Non che le stia particolarmente simpatica. Semplicemente siamo solo noi due. Non ha scelta.

È così che scorre il pomeriggio e arriva la sera. All’uscita dalla ludoteca, Orlando ha un pupazzetto in mano. Mai visto in casa, eppure lui dice che è suo. L’educatrice non se ne ricorda. In conclusione Orlando si porta a casa il piccolo supereroe. Mio figlio ha imparato subito la lezione della supplente di quattro giorni fa: se nessuno se ne accorge, portatelo pure via. Devo ringraziare le graduatorie e la solita ruota della fortuna per l’opportunità concessaci.

Dalle 7 alle 8 mi metto al computer a fare ciò che durante tutto il giorno mi è sfuggito: scrivere. Sento le pressioni su di me: Orlando ha fame e sonno, Ozu deve uscire, il frigo è vuoto quindi c’è bisogno di grande fantasia.

Alla fine siamo a letto, io, Orlando e il libro di Tarzan. C’è un passaggio della storia che vorrei sottolineare: il momento in cui Terk, l’amica gorilla del protagonista, dice al ragazzo che per farsi accettare dagli altri dovrà prendere un pelo di elefante. Terk sta ovviamente scherzando. Però Tarzan, che si fida di lei, la prende sul serio. Ci sono degli elefanti proprio nel laghetto in fondo alla cascata, basterebbe riuscire a raggiungerli… I piccoli gorilla non credono che il cucciolo senza peli avrà mai il coraggio di buttarsi da quell’altezza. E invece…

Dedico questo brano all’ultima supplente di Orlando.

Intanto Tarzan accende la nostra fantasia. Questo fratello di Mowgli che sceglie di restare nella giungla col suo branco di animali.

Orlando

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Homeschooling

 

Homeschooling

Orlando Fiorelli Ippopotamo tempera su carta settembre 2014

Orlando Fiorelli
Ippopotamo
tempera su carta riciclata
settembre 2014

siamo tutti normali

labirinto

Era il 1867 quando Henri Nestlé metteva a punto una farina in grado di sostituire il latte materno. Quasi un secolo dopo il mondo diffondeva capillarmente la notizia che il latte artificiale è migliore di quello materno.

Intere generazioni cresciute dalla Nestlé, fino quasi a perdere la sapienza dell’allattamento, del proprio corpo e di quello del neonato. Generazioni di asmatici, allergici, atopici, cortisonici, antistaminici.

A partire dagli anni Settanta, contro tutti gli imperativi scientifico-pediatrici e in barba alla sensibilità comune che mal vedeva tette all’aria ad allattare, si è iniziato a scoprire che per un bambino niente è meglio dell’alimento specie specifico umano: il latte della sua mamma.

Oggi le donne provano faticosamente a riprendersi l’antica, originaria sapienza dell’allattamento.

Era il 1840 quando la regina Vittoria, con l’acquisto di tre carrozzine, lanciò tra la nobiltà la moda di portare i bambini non più in braccio o in fascia, ma su un trabiccolo allora peraltro poco sicuro, perfezionato a fine Ottocento da William Richardson, inventore del passeggino fronte mamma, cioè il bambino non può stare a contatto con la madre, ma almeno può guardarla. Meglio di niente. A partire dagli anni Cinquanta nessuno che avesse un figlio in Occidente poteva scegliere di sottrarsi al kit di trasporto dei bambini, da 0 a 20 chili.

Solo qualche decennio più tardi alcuni studi hanno dimostrato che il cervello umano – l’unico nel mondo animale a essere incompleto al momento della nascita: finirà di formarsi nei primi tre anni di vita – si sviluppa meglio in condizioni di contatto continuo tra il neonato e la madre. Da leggere Perché si devono amare i bambini di Sue Gerhardt, Raffaello Cortina editore.

Aspettiamo ora che qualche luminare esperto di neuropsichiatria infantile, appassionato di scienze della comunicazione, scopra che se un bambino piange è perché sta cercando di comunicare sofferenza, e che probabilmente si aspetta che qualcuno prima o poi gli dia ascolto e interrompa la condizione che lo fa star male.

L’inserimento di Orlando non sta andando bene. In modo chiaro e inequivocabile dice che non vuole andare a scuola. Quando entriamo piange.

Io tentenno. Mi spiace perdere l’occasione di questa scuola, ma non sono disposta a sacrificare niente sul suo altare.

Ed ecco che intorno a me si alza il coro di No! Perché no ha diverse origini: non mandandolo gli toglierei delle possibilità, mi toglierei delle possibilità, non lo farei crescere, fra dieci anni mi troverei sola, senza più dovermi occupare di lui e senza sapere cosa fare… Comunque che pianga è “normale” perché il distacco c’è. Peccato che Orlando, quando si separa da me in altre occasioni, non piange. Ma piangere per andare a scuola è normale, cioè è la norma, la regola. Qui funziona così. O stai dentro o stai fuori. Se stai fuori, allora stai proprio fuori e inizia il tuo esilio dal mondo.

“Così gli impedisci di crescere”

“La vita è anche sofferenza”

“Non sta male, è che deve abituarsi a un’altra routine”

“I bambini sono abitudinari”

Ma insomma, questo ragazzino soffre o non soffre?

Sono in attesa che un luminare mi confermi la mia ipotesi: se sorride sta bene, se piange sta male.

Forse semplicemente ogni bambino ha i suoi tempi, i suoi ritmi. Forse non è questo il momento di Orlando. Magari sarà tra un mese o tra un giorno o tra un anno. Chi può dirlo? Forse i bambini piangono perché non si sentono sufficientemente strutturati per affrontare da soli il sistema scuola. Perché lo sanno di entrare in un sistema. Lo sanno a modo loro, senza saperlo dire, ma lo sanno. E forse c’è qualcuno che, chissà, non sarà mai adeguatamente strutturato per entrarci.

Un sistema identico per tutti non può che mortificare la maggior parte dei bisogni e delle aspettative. A qualunque età. Perché mio figlio dovrebbe avere lo stesso identico bisogno allo stesso identico modo nello stesso identico momento di un altro?

Ho come l’impressione che ogni volta che un bambino piange, ci arrivi un richiamo a un ordine migliore che abbiamo smesso di guardare negli occhi.

Intanto osservo il mio cane, mia grande palestra di vita, vecchia, vecchissima saggia, che non ha avuto bisogno di soffrire per crescere e invecchiare. Gli esseri umani sì, loro ne hanno bisogno, e per ovviare all’eventualità che la vita non offra sufficienti motivi per stare male, eccoli a costruire vere e proprie fabbriche dei dolori.

studio di cavallo con cavaliere

Orlando Fiorelli Cavallo con cavaliere settembre 2014 tempera su cartoncino

Orlando Fiorelli
Cavallo con cavaliere
settembre 2014
tempera su cartoncino

homeschooling

lezioni d’arte. il postmoderno

2013-12-03 02.15.06

collage
carta su cartonicino

homeschooling

lezioni d’arte. le avanguardie storiche

21 novembre 2013 17.05.37
collage matita pennarello e tempera su carta cartoncino e vetro
lavoro a quattro mani di monica micheli e orlando fiorelli

Metodo Gordon per tutti

musica

Da quando Orlando ha sei mesi, seguiamo un corso di propedeutica musicale ispirato al metodo Gordon alla scuola del padre.

Metodo Gordon significa che la musica è un linguaggio come gli altri e come gli altri può essere appresa: attraverso l’ascolto, per passare lentamente all’interazione e arrivare naturalmente al possesso. Insomma, come impariamo a parlare, così impariamo a cantare e suonare.

La scuola sta per finire e i ragazzi si preparano alle vacanze. In questa manciata di giorni che ci separano dalla chiusura estiva, si consumano le ultime interrogazioni per aggiustare i voti, arrotondare i mezzi numeri e cercare di evitare i cosiddetti debiti (la scuola da qualche anno ha preso in prestito dalle banche i termini di giudizio). Per evitare quello che ai miei tempi si chiamava essere rimandati a settembre.

L’altro giorno, proprio in occasione di un’interrogazione finale, ho trascorso un paio d’ore con mia nipote che frequenta il quarto ginnasio. E dopo secoli, mi sono di nuovo imbattuta nel latino scolastico.

Nonostante al liceo non amassi né il latino né il greco, tra i due mali preferivo il minore, cioè il latino. Frequentando l’università e la scuola dell’archivio centrale di Stato ho poi scoperto che questa lingua mi piaceva davvero, e siccome la studiavo da sola, il mio impegno era soprattutto tanto esercizio, tanta lettura, tanta traduzione. Con il latino avevo preso confidenza, avevo imparato ad ascoltarlo e a capirlo.

Seduta al tavolo con mia nipote, a un certo punto ho dovuto dirle: “alcune cose cerca di intuirle, come se stessi ascoltando qualcuno. Adesso il latino è una lingua morta, ma un tempo veniva parlato”.

A mia nipote non viene mai chiesto di mettersi in ascolto. Le viene chiesto invece di imparare: studiare le regole e le eccezioni. Tanta memoria e poca percezione. Poca struttura e tanti dettagli. Ai miei tempi non era diverso.

Capisco perché non amassi il latino al liceo e perché l’abbia scoperto solo più tardi, quando siamo rimasti io e lui faccia a faccia, senza più regole tra noi. Non credo però che sia il solo caso di strano insegnamento praticato nelle scuole italiane, dove si chiede all’allievo di “imparare” anziché ascoltare, assorbire, interagire, elaborare, restituire. Anche la matematica, la letteratura, la biologia, la fisica, l’arte sono linguaggi. Perché allora il metodo Gordon non va bene per ogni cosa? Perché funziona solo per la musica?

Ovviamente il metodo Gordon sarebbe perfetto per ogni disciplina, ma la scuola non lo sa, o fa finta di non saperlo.

A coloro che si lamentano che la musica non sia materia di studio nelle scuole italiane, mi verrebbe da rispondere: incrocia le dita e spera che non lo diventi mai.

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