piove

Ieri Orlando mi ha detto di no. Per l’ennesima volta.

Le nostre giornate partono così. In ritardo, sul filo del rasoio, senza il tempo di ragionare. Fuori pioveva. Dentro io ho gridato. Lui ha gridato a sua volta. Il suo No è la mia colpa, il mio senso di colpa. Il tempo non ci aiuta. Se questo sole volesse finalmente uscire, sarebbe tutto più facile. E invece fa capolino e poi torna a nascondersi.

L’altro giorno ho riportato indietro Infinite jest di Wallace. Non è il momento. Restituirlo in biblioteca dopo aver letto 100 di 1000 pagine di pura angoscia è stato un gesto simbolicamente rilevante. Mi dispiace per te, Wallace, mi dispiace che stavi così male, che ti sei suicidato, che non hai trovato sollievo né ragioni per restare, ma io invece sì. Di ragioni ne ho milioni.

Hai fatto bene – mi ha detto un’amica – questa è l’ora di leggere donne.

Ho restituito Wallace e ho preso in prestito La vergine nel giardino di Antonia S. Byatt. Possibile che Shakespeare fosse in realtà la regina Elisabetta?

Ho fatto male a gridare ieri mattina, ma in fondo ho anche fatto bene. Mi sento in colpa, ma è così che deve essere. È vero, è colpa mia. Inutile negarlo. Inutile dire che non c’era scelta. Certo che c’era, e io ho scelto.

Qua iniziano forse le cronache dalla terra asciutta e magica della separazione. Sono a piedi, con due stracci che mi porto dietro, e con mio figlio. E di questo sono grata alle mie sorelle maggiori, perché cento anni fa lui non sarebbe stato con me. Dietro di me le macerie dei ruoli, dei giudizi, dei pregiudizi, delle storie che si ripetono. Mi volto ancora una volta a guardarle. Poi riprendo il cammino, accanto a mio figlio, e sono Shakespeare e sono la regina Elisabetta.

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pelle di foca, pelle d’anima

In un tempo lontano lontano, perduto per sempre, che mai tornerà, i giorni sono di neve bianca, e in lontananza i minuscoli granelli sono persone o cani oppure orsi. Qui nulla fiorisce spontaneamente. I venti soffiano tanto forti che tutti devono di necessità indossare giacche a vento, stivali e berretti. Qui, all’aperto le parole si congelano, e intere frasi devono essere rotte sulle labbra di chi parla e disgelate accanto al fuoco, per vedere che cosa è stato detto. Qui la gente vive nella bianca e abbondante capigliatura della vecchia Annaluk, la vecchia nonna, la vecchia maga che è la Terra stessa. E in questa terra viveva un uomo, un uomo così solo che negli anni le lacrime avevano scavato abissi sulle sue guance.

Cercava di sorridere e di stare contento. Andava a caccia, dormiva bene. Ma desiderava tanto una compagna umana. Talvolta, quando si avvicinava al suo kajak una foca, rammentava le antiche storie sulle foche che erano un tempo esseri umani, e a ricordare quel tempo restavano gli occhi, capaci di sguardi saggi e amorosi e selvaggi.

E allora talvolta sentiva così dolorosamente la sua solitudine che le lacrime scendevano lungo i crepacci del volto. Una volta cacciò fino a notte fonda senza trovare nulla. Mentre la luna si levava alta nel cielo e il ghiaccio brillava, raggiunse un grande scoglio sul mare, e su quell’antico scoglio apparve un movimento di grazia eccelsa. Remò lentamente e silenziosamente per avvicinarsi, ed ecco che sullo scoglio possente danzavano delle donne, nude come il giorno in cui le loro madri le avevano partorite. Rimase a guardare. Le donne parevano essere fatte di latte di luna, con la pelle punteggiata d’argento come i salmoni a primavera, e piedi e mani sottili e leggiadri.
Tanto erano belle che l’uomo rimase sbalordito, mentre le onde leggere lo trasportavano sempre più vicino allo scoglio. Sentiva ora le magnifiche risa delle donne, quanto meno pareva ridessero, o era forse l’acqua intorno allo scoglio che rideva? L’uomo era confuso perché era abbagliato. La solitudine che gli era pesata sul petto come una pelle intrisa d’acqua era in qualche modo svanita, e senza riflettere, quasi così dovesse essere, saltò sullo scoglio e rubò una delle pelli di foca che vi giacevano. Si nascose dietro uno spuntone e infilò una pelle di foca nel suo qutmguk, la giacca di pelliccia. Ecco che subito una donna chiama con la voce più bella che mai avesse udito, come quella delle balene all’alba, o dei lupacchiotti che ruzzolano a primavera. Cosa andavano ora facendo le donne?
Infilavano la loro pelle di foca e una dopo l’altra scivolavano nel mare, urlando e uggiolando felici. Una no. Cercava dappertutto ma non riusciva a trovare la sua pelle. L’uomo prese coraggio e neanche sapeva perché. Le si mostrò: “Sii mia moglie, io sono un uomo così solo”.
“Oh io non posso esserti moglie, io appartengo agli altri, quelli che vivono di sotto”.
“Sii mia moglie” insistette l’uomo ” tra sette estati ti restituirò la pelle di foca e potrai restare o andartene, come tu vorrai”.
La giovane donna-foca lo guardò a lungo in volto con quegli occhi che parevano umani. Riluttante disse: “Verrò con te, tra sette estati si deciderà”.
Ebbero un bambino e lo chiamarono Ooruk. E il bambino era agile e grassoccio. In inverno la madre raccontò a Ooruk le storie delle creature che vivono sotto al mare mentre il padre tagliava a piccoli pezzi un orso con il suo lungo coltello affilato. Quando la madre portava il piccolo Ooruk a letto, gli indicava attraverso l’apertura per il fumo le nuvole e tutte le loro forme e raccontava storie di trichechi, balene, foche e salmoni, perché erano quelle le creature che conosceva.
Ma col passare del tempo la sua carne prese a seccarsi. Prima si sfaldò, poi si incrinò. Cominciò a cadere la pelle delle palpebre e caddero a terra anche i capelli. Diventò del più pallido bianco. Cercò di nascondere la sua debolezza. Ma i suoi occhi si offuscavano sempre di più e la vista le si faceva sempre più debole.
E così andarono le cose finché una notte il piccolo Ooruk non fu svegliato da un urlo, e del tutto insonnolito si levò a sedere sulle pelli del letto. Sentì come il ringhiare di un orso, che era suo padre che picchiava sua madre. Udì un pianto come di argento tintinnante sulla pietra, che era sua madre.
“Hai nascosto la mia pelle di foca sette anni or sono, ora giunge l’ottavo inverno. Voglio che mi sia restituito ciò di cui sono fatta” gemeva la donna foca. “Devo avere ciò a cui appartengo”.
“E tu mi lascerai senza moglie, e lascerai il bambino senza madre. Sei cattiva”.
E il marito strappò la porta leggera e sparì nella notte.
Il bambino amava molto sua madre. Temeva di perderla e pianse fino a piombare nel sonno, per essere risvegliato dal vento. Un vento strano, che pareva chiamarlo. Saltò fuori dal letto. Udendo ripetere il suo nome si precipitò fuori nella notte stellata. Corse alla scogliera e in lontananza, sul mare agitato dal vento, scorse una grande foca argentea e irsuta dalla testa enorme, con le vibrisse che scendevano fino al petto, gli occhi di un giallo scuro. “Ooooooruk”.
Il bambino a fatica discese giù lungo la scogliera e in fondo incespicò su una pietra, no, un involto, rotolato giù da una fenditura nella roccia. “Oooooruk”.
Il bambino aprì l’involto e lo scosse, era la pelle di foca di sua madre. Sentiva tutto il suo odore. L’anima della madre lo attraversò come un improvviso vento d’estate. Si portò la pelle al volto e l’anima di sua madre attraversò di nuovo la sua.
E la vecchia foca argentea lentamente si immerse nelle acque profonde.
Il bambino si inerpicò su per la scogliera e corse con la pelle di foca che gli svolazzava dietro, e si precipitò in casa. Sua madre lo accarezzò, e accarezzò la pelle, e socchiuse gli occhi, grata perché entrambi erano salvi. Infilò la sua pelle di foca. Sollevò il piccolo e se lo mise sotto il braccio e corse verso il mare ruggente.
“Oh madre non lasciarmi” implorò Ooruk.
Lei voleva restare con il suo bambino, ma qualcosa la chiamava, qualcosa di più antico di lei, di più antico del tempo. Si volse verso di lui con uno sguardo di terribile amore negli occhi. Prese il viso del bambino tra le mani e soffiò il suo dolce respiro nei suoi polmoni. Allora, tenendolo sotto il braccio come un involto prezioso, si tuffò in mare, sempre più a fondo, e la donna-foca e il suo bambino respiravano agevolmente nell’acqua. E scesero nuotando sempre più a fondo, fino a raggiungere la grotta delle foche dove creature di ogni genere banchettavano e cantavano, danzavano e parlavano, e la grande foca argentea che aveva chiamato Ooruk nella notte abbracciò il bambino e lo chiamò nipote.
“Come sono andate le cose lassù figlia?” domandò la grande foca argentea.
La donna foca guardò in lontananza e disse: “Ho ferito un essere umano… un uomo che ha dato tutto per avermi. Ma non posso tornare da lui, perché se lo facessi resterei prigioniera”.
“E il bambino?” domandò la vecchia foca. “Il mio nipotino?” Lo disse con tanto orgoglio che la voce gli tremò.
“Lui deve tornare. Non può fermarsi. Non è ancora tempo che resti con noi”. E pianse. E insieme piansero.
Passarono alcuni giorni e alcune notti, per l’esattezza sette, e in quel tempo gli occhi e i capelli della donna ritrovarono l’antica lucentezza. Diventò di un bel colore bruno, ritrovò la vista, il suo corpo ritrovò le sue rotondità, e poté nuotare a suo agio. E venne il tempo di restituire il bambino alla terra. Quella notte la vecchia foca e la bella madre del bambino nuotarono tenendolo in mezzo a loro. Risalirono, risalirono dalle profondità verso il mondo di sopra. Là, al chiarore della luna, delicatamente poggiarono Ooruk sulla riva pietrosa. La madre lo rassicurò: “Sarò sempre con te. Tocca quel che ho toccato, i legnetti per accendere il fuoco, il mio coltello, le incisioni che ho fatto sulla pietra di lontre e foche, e io soffierò nei tuoi polmoni un vento affinché tu possa cantare le tue canzoni.
Più volte la vecchia foca argentea e sua figlia baciarono il bambino. Infine si allontanarono al largo e con un ultimo sguardo scomparvero tra le onde. E Ooruk, siccome il suo tempo non era ancora venuto, rimase. Passò il tempo e diventò un grande suonatore di tamburo, cantore e artefice di storie, e si disse che tutto ciò accadde perché il bambino era sopravvissuto ed era stato riportato dalle profondità del mare dagli spiriti delle foche.
Ora, nelle grigie brume del mattino, talvolta lo si vede ancora, ripiegato in ginocchio su una certa roccia del mare, mentre pare parlare con una certa foca che spesso si avvicina alla riva. Molti hanno cercato di catturarla, ma nessuno ci è mai riuscito. È nota come Tanqigcaq, la brillante, la sacra, e si dice che sebbene sia una foca, i suoi occhi sono capaci di sguardi umani, saggi, selvaggi e amorosi.

Perdita del senso dell’anima come iniziazione: la foca è un simbolo dell’anima selvaggia. È affettuosa e un sorta di purezza emana da lei, è anche prontissima a reagire. Così è l’anima. Si libra nelle vicinanze. Nutre lo spirito. Non fugge quando percepisce qualcosa di nuovo o insolito o difficile.
L’anima delle donne giovani o inesperte non conosce le intenzioni altrui o il potenziale pericolo. Avviene allora il furto della pelle di foca. Per lo più il furto (della grande occasione della vita, dell’amore o del proprio spirito) avviene approfittando del lato debole: per ingenuità, scarsa intuizione dei moventi altrui, inesperienza nell’immaginare il futuro, mancanza di attenzione per gli indizi presenti nell’ambiente intorno.
L’essere derubati si trasforma in un’occasione di iniziazione archetipa. Si rinforza la decisione di lottare per una redenzione consapevole, si chiarisce cosa è soprattutto importante per noi, si sente la necessità di un progetto di liberazione psichica, di mettere in atto la nuova saggezza.
La perdita della pelle: lo sviluppo della conoscenza deriva dall’iniziale inconsapevolezza, seguita da un inganno e poi dalla scoperta del modo per riconquistare il potere.
Ogni donna lontano dalla sua casa-anima alla fine si esaurisce. Allora si rimette a cercare la sua pelle per resuscitare il suo senso dell’io e dell’anima. A mano a mano perdiamo la sensazione di essere completamente nella nostra pelle. La pelle-anima svanisce quando non prestiamo attenzione a ciò che stiamo veramente facendo, e in particolare a quanto ci costa. La perdiamo lasciandoci troppo coinvolgere dall’io, diventando troppo esigenti, facendoci martirizzare, lasciandoci trascinare da un’ambizione cieca, abbandonandoci all’insoddisfazione, pretendendo di essere una fonte inesauribile per gli altri, non facendo tutto il possibile per aiutarci.
Tutte le creature della terra tornano a casa. Ci sono donne che subiscono il furto a causa di rapporti con persone che non sono nella loro pelle, e talune relazioni diventano pericolose. Ci vogliono forza e volontà per superare queste relazioni ma lo si può fare se si torna a casa, al nucleo di sé.
Se la pelle può andare perduta per un amore sbagliato o devastante, può andare perduta anche in un amore bello e profondo. Il furto dipende infatti dal costo che rappresenta per noi. Quel che una relazione ci prende in tempo, energia, osservazione, attenzione, cure, addestramento, presenza, insegnamento. Questi movimenti della psiche sono come prelevamenti dai risparmi psichici. È l’andare in rosso che provoca la perdita della pelle e l’offuscamento dei nostri istinti più acuti.
Tutte noi saliamo sullo scoglio e danziamo, senza prestare attenzione. E a un tratto non riusciamo più a trovare quel che ci appartiene o ciò a cui apparteniamo. Vaghiamo un po’ stupefatte. Non va bene fare scelte in un momento così, ma noi le facciamo.
Perdere la pelle è perdere la protezione, il calore, il sistema di allarme, la vita istintiva. Essere senza pelle induce a perseguire quel che si pensa di dover fare e non quello che davvero si desidera. Si segue chiunque o qualsiasi cosa impressioni con la sua forza, si diviene scherzose invece che incisive, si butta sul ridere, ci si sbarazza delle cose. Ci si ritrae dal passo successivo, dalla discesa e da un soggiorno lungo abbastanza perché qualcosa possa accadere.
L’uomo solitario: immaginiamo che l’uomo che ruba la pelle di foca rappresenti l’io della psiche femminile. All’inizio l’io, con i suoi appetiti, spesso prevale. Ma a un certo punto, intorno ai vent’anni, ai trenta, o più spesso ai quaranta, lasciamo che sia l’anima a prevalere. Fin dalla nascita c’è il bisogno che sia l’anima a guidare la nostra vita, perché l’io può comprendere un tanto, e nulla più. Si spaura, vuole fatti percettibili, è solo e limitato.
L’uomo solitario del racconto cerca di partecipare alla vita dell’anima. Ma cerca di afferrarla invece di instaurare un rapporto. L’io ruba la pelle di foca perché, solo e affamato, ama la luce. L’anima è costretta a una relazione con l’io. Questo crea un temporaneo arrangiamento che produrrà un piccolo spirito capace di coabitare tra mondano e selvaggio.
Lo spirito bambino: l’unione tra io e anima produce lo spirito bambino. Questo piccolo spirito è la niña milagrosa, capace di udire il richiamo, la voce lontana che dice: è tempo di tornare a sé. È il piccolo che riporta la pelle di foca alla madre e le consente di tornare a casa. È un potere spirituale che ci incita a continuare il nostro lavoro importante, a cambiare la nostra vita, a migliorare la comunità, a dare una mano per cambiare il mondo…tornando a casa.
Inaridimento e mutilazione: in genere depressioni, noia e confusioni deliranti sono provocate da una vita dell’anima severamente ristretta. Quando siamo ormai inaridite cerchiamo di camminare tutte bloccate, per far vedere che ce la facciamo, che va tutto bene. ma la vita è umiliata, il costo altissimo. È necessario un ritorno nella propria pelle, al proprio senso istintuale, a casa. È difficile riconoscere una condizione di inaridimento se non corriamo un grosso pericolo. Allora si sente il richiamo alla propria vera natura.
Ascoltare l’antico richiamo: la voce in sogno è considerata un messaggio diretto dell’anima. Nella storia la vecchia foca sale dal mare per lanciare il richiamo, finché qualcosa in noi non risponde. Il segnale parte quando qualcosa comincia a essere troppo. Di fronte al troppo, a poco a poco ci inaridiamo, il cuore si stanca, le energie decrescono, e il misterioso desiderio di qualcosa si leva sempre più in alto. Il richiamo va seguito anche quando non abbiamo la minima idea di dove andare. Sappiamo soltanto che dobbiamo alzarci e andare a vedere. Alla fine inciamperemo nella pelle di foca.
Un soggiorno troppo protratto: la donna-foca si dissecca perché resta troppo a lungo lontana da casa. Nel racconto diventa una versione anemica di quello che fu. Non bisogna consumarsi la vita in un matrimonio, una fatica o uno sforzo inutili o poco gratificanti. Se si resta lontane da casa troppo a lungo si è meno capaci di avanzare nella vita.
Un ritorno a casa è molte cose diverse per donne diverse. Molti sono i modi per tornare a casa: alcuni profani, altri divini. Rileggere passi di libri o poesie; passare qualche minuto in riva al fiume; sedere sotto il portico a rammendare qualcosa; camminare senza meta; salutare il sole che sorge; pregare; tenere in braccio un bambino piccolo; aprire le mani sotto la pioggia; contemplare la bellezza, la grazia, la commovente fragilità degli esseri umani.
Il continuo rimandare il ritorno può essere dovuto all’identificazione della donna con l’archetipo della guaritrice. Questo archetipo porta saggezza, bontà, sapienza, ma solo fino a un certo punto, oltre è d’impedimento alla nostra vita. Per evitare la trappola bisogna imparare a dire : “Alt” e “Basta con la musica”. Il fondamentale istinto selvaggio che decide “solo fin qui e non oltre, solo questo e niente più” deve essere recuperato e sviluppato. Meglio tornare a casa per un po’, anche se gli altri si irritano, che restare e peggiorare, fino a cadere a pezzi. Se non andiamo a casa quando è tempo di andare perdiamo la concentrazione. Non potete ritornare nell’utero, ma potete ritornare alla casa-anima.
Lo scioglimento, il tuffo: la casa è là dove un pensiero o una sensazione possono svilupparsi invece di essere interrotti o di esserci strappati perché altro richiede la nostra attenzione o il nostro tempo. Quando è tempo è tempo, anche se non siete pronte, anche se tante cose restano da fare.
Per alcune casa è la ripresa di qualche impresa abbandonata. Per alcune casa è un bosco, un deserto, un mare. Ogni donna sa in cuor suo quanto a lungo e con quale frequenza deve tornare a casa.
Respirare sott’acqua: la donna foca porta il bambino a trovare quelli che vivono sotto. Il bambino rappresenta un nuovo ordine della psiche, è un essere mediale, capace di attraversare entrambi i mondi, non è completamente io né completamente anima, è una cosa di mezzo. La donna foca del racconto è un’emanazione dell’anima. È in grado di vivere in tutti i mondi, ma non può restare troppo a lungo sulla terra. Lei e il pescatore (l’io psiche) creano un bambino che può vivere anch’esso nei due mondi, ma non può restare troppo a lungo nella casa-anima.
La donna foca, l’io-anima, passa idee, sentimenti, pensieri e impulsi dall’acqua all’io mediale, che a sua volta li porta a terra e alla consapevolezza del mondo esterno. C’è anche il percorso inverso: gli eventi della vita quotidiana, i traumi e le gioie, i timori e le speranze, vengono passati all’anima, che li commenta nei sogni notturni e manda le sue sensazioni verso l’alto attraverso il corpo. La donna selvaggia è una combinazione di buon senso comune e di senso dell’anima. La donna mediale è il suo doppio, è di questo mondo ma può raggiungere gli angoli più riposti della psiche.
L’emersione: ma non possiamo restare sott’acqua per sempre, dobbiamo risalire in superficie. Il rimedio a questo lutto è dato dalla donna foca al suo bambino: “sarò sempre con te”. Come il bambino della donna foca impariamo che avvicinarci alla creazione della madre anima è esserne ricolmate. Anche se si torna tra la gente, tutta la sua forza si sente nei poteri femminili di introspezione, passione e connessione alla natura selvaggia. Se manterremo i contatti con gli strumenti della forza psichica, sentiremo il suo respiro. Ooruk resta a terra, ha la promessa. Non appena torniamo al mondo rumoroso tutto ha un aspetto leggermente estraneo. La sensazione di venire da un mondo estraneo svanisce dopo poche ore o pochi giorni. Allora passeremo il tempo nella nostra vita mondana, alimentate dall’energia raccolta durante il viaggio a casa.
Nel racconto il bambino mette in pratica la natura mediale. Suona il tamburo, canta, diventa cantastorie. Il cantore porta messaggi avanti e indietro, tra la grande anima e l’io mondano. Così il bambino vive quanto la donna foca ha soffiato su di lui. Allora, invece di cercare di “far durare la magia”, viviamo.
L’esercizio della solitudine intenzionale: il bambino ormai grande s’inginocchia su uno scoglio e conversa con la donna foca. Questo esercizio quotidiano e intenzionale della solitudine gli consente di stare vicino a casa in modo critico, riuscendo a richiamare l’anima nel mondo di sopra per brevissimi periodi. Solitudine non è assenza di energia o di azione, ma un dono di provviste selvagge. Come si fa a richiamare l’anima? In molti modi: con la meditazione, o nei ritmi della corsa, del canto, della scrittura, della pittura, con i riti e i rituali, con l’immobilità, la quiete. Tutte abbiamo uno stato mentale familiare in cui realizzare questo genere di solitudine. Bisogna spegnere tutte le distrazioni. La solitudine vive di poco: costa soltanto qualcosa in intenzione e perseveranza, ma qualsiasi tempo e qualsiasi luogo vanno bene.

Clarissa Pinkola Estés

Donne che corrono coi lupi

 

la favola di cenerentola

Quale bambina non è cresciuta sull’incredibile favola di Cenerentola? Sul sogno del principe azzurro?

La storia che ci hanno raccontato è questa: una bella ragazza si trova a fare la schiava in casa sua, nonostante le leggi dell’ereditarietà e del sangue. Assediata dalla cattiveria di finte madri e sorelle invidiose e avide. Poi un giorno la magia le permette di accedere al ballo reale dove incontra il principe che la sposerà salvandola dal destino crudele.

Miracolosamente la realtà è l’esatto contrario: una bambina viene al mondo più o meno amata e coccolata. In famiglia non le vengono chieste odiose corvées. Le è donato invece il tempo dello studio e quello del divertimento.

Poi un giorno si innamora, si sposa, ha uno due tre figli e di punto in bianco si ritrova a fare la schiava. Incomprensibilmente. Magicamente. Contro ogni sua aspettativa. Come per incanto si vede circondata da esseri umani grandi e piccoli che la chiamano, le chiedono qualcosa, pretendono.

Tanto sei già in piedi è il Leitmotiv delle parole degli altri.

Il principe azzurro, che aveva promesso mari e monti, che l’aveva coccolata e adorata, si fa sempre più sciatto e dà per scontato che a certe cose ci pensi l’amata principessa. Se lei non trova più il tempo nemmeno di pettinarsi, non se ne deve preoccupare, tanto il principe non lo noterà. Nessuno in casa si accorgerà che l’antica principessa sembra ora una diseredata. Nessuno noterà le sue occhiaie e la tristezza.

A conti fatti la realtà è il rovescio della favola, con le dovute eccezioni che non metto in conto per la bassa frequenza con cui si manifestano.

Ma oggi non è la realtà che mi interessa. Oggi voglio parlare di favole. Quella che ci hanno raccontato è più o meno la versione disneyana di Cenerentola, dove la bella fanciulla è in età da marito e il principe salvatore si nasconde dietro l’angolo. È una versione a dir poco infida, che nasconde la verità e restituisce un’immagine stucchevole che ci piace rispedire al mittente: no grazie, non mi sposo.

Esiste una versione in cui il principe, pensa un po’, non compare nemmeno di sguincio. Ne ha parlato Clarissa Pinkola Estés nel suo Donne che corrono coi lupi, che in questi giorni ho tirato fuori dagli scaffali per leggere a Orlando le storie che l’autrice ha raccolto. Qui di seguito la favola e l’esegesi di Clarissa.

C’era una volta, e una volta non c’era, una giovane madre che giaceva sul letto di morte, il volto bianco come le rose di cera della sagrestia della chiesa accanto. La figlioletta e il marito sedevano in fondo al letto di legno e pregavano Dio. La madre chiamo a sé Vassilissa e la piccola dagli stivaletti rossi e dal grembiulino bianco s’inginocchiò accanto alla mamma.
“Ecco, questa bambola è per te, tesoro mio” sussurrò la mamma. E da sotto le coperte tirò fuori una bambolina che come Vassilissa indossava stivaletti rossi, grembiulino bianco, gonna nera e corsetto ricamato. “Se ti perderai o avrai bisogno di aiuto, domanda a questa bambola che fare. Tienila sempre con te, non parlarne a nessuno e nutrila quando ha fame”. E il respiro le ricadde nelle profondità del corpo, dove raccolse l’anima e sfuggì dalle labbra.
La bambina e suo padre a lungo piansero e si disperarono. Ma poi, come il campo crudelmente sconvolto dalla guerra, la vita del padre rinverdì e sposò una vedova che aveva due figlie.

Sebbene esse avessero modi educati e sorridessero sempre come vere signore, dietro ai loro sorrisi c’era qualcosa del roditore che il padre di Vassilissa non notava. Quando le tre donne erano sole con Vassilissa la tormentavano, la costringevano a servirle, la mandavano a tagliare la legna. La odiavano perché c’era in lei una bellezza ultraterrena.
Un giorno la matrigna e le sorellastre non la sopportarono più. “Facciamo in modo che il fuoco si estingua, e poi mandiamola nella foresta dalla Baba Jaga a chiedere il fuoco. Così la Baba Jaga la ucciderà e se la mangerà”. Squittirono come esseri che vivono nell’oscurità. Così quella sera, quando Vassilissa tornò da aver raccolto la legna, la casa era tutta al buio. Domandò alla matrigna: “Come faremo a cucinare? Come faremo a rischiarare le tenebre?”
“Stupida ragazza, ovviamente non abbiamo fuoco. Devi andare a cercare la Baba Jaga a chiederle un carbone per riaccendere il fuoco”. “Benissimo lo farò” rispose Vassilissa, e si avviò. Nel bosco l’oscurità si faceva sempre più fitta, e i ramoscelli che le scricchiolavano sotto i piedi la riempivano di paura. Infilò la mano nella tasca del grembiule, dove nascondeva la bambola che la mamma le aveva dato, e subito si sentì meglio. E a ogni biforcazione Vassilissa infilava la mano nella tasca e consultava la bambola, e la bambola le indicava da che parte andare.
Improvvisamente un uomo vestito di bianco su un cavallo bianco passò al galoppo, e si fece più chiaro. Poi passò un uomo vestito di rosso su un cavallo rosso, e sorse il sole. Cammina, cammina Vassilissa arrivò alla tana della Baba Jaga, e proprio in quel momento un cavaliere vestito di nero su un cavallo nero penetrò nella baracca. Subito si fece notte.
La Baba Jaga era veramente una creatura spaventosa. Viaggiava su un mortaio che si spostava da solo. Guidava questo veicolo con un remo a forma di pestello, e intanto cancellava le tracce alle sue spalle con una scopa fatta con i capelli di persone morte da gran tempo. E il mortaio volava nel cielo con i capelli grassi della Baba Jaga che svolazzavano dietro. Il lungo mento era ricurvo verso l’alto e il lungo naso verso il basso, così si incontravano al centro. Aveva una barbetta a punta tutta bianca e verruche sulla pelle. Le unghie nere erano spesse e ricurve e tanto lunghe che non poteva chiudere la mano a pugno.
Ancora più strana era la casa della Baba Jaga. Posava su un mucchio di zampe gialle di gallina, camminava da sola e qualche volta volteggiava come una ballerina in estasi. Le maniglie delle porte e delle finestre erano fatte con dita umane di mani e di piedi e il chiavistello era un grugno di denti appuntiti.
Vassilissa consultò la bambola e lei le rispose che quella era la casa che cercava. E d’improvviso la Baba Jaga nel suo mortaio calò su Vassilissa urlandole: “Cosa vuoi?”. La fanciulla tremava: “Nonna, sono venuta per il fuoco… ho bisogno di fuoco”. ” Oh, sìììì ti conosco, e conosco i tuoi. Dunque, essere inutile… hai lasciato spegnere il fuoco. E che cosa ti fa pensare che io ti darò la fiamma?” Vassilissa consultò la bambola e rispose. “Perché te lo chiedo”. La Baba Jaga disse soddisfatta. “Sei fortunata. È la risposta giusta”. E Vassilissa si sentì fortunatissima per aver dato la risposta giusta.
Baba Jaga la minacciò: “Non potrò darti il fuoco finché non avrai fatto del lavoro per me. Se adempirai a questi compiti per me, avrai il fuoco. Se no…”. E Vassilissa vide gli occhi della Baba Jaga trasformarsi in braci ardenti. “Se no, cara bambina, morirai”.
La Baba Jaga ordinò a Vassilissa di portarle quello che stava cuocendo nel forno. Nel forno c’era cibo per dieci persone e la Baba Jaga lo mangiò tutto, lasciando una piccola crosta e un cucchiaio di minestra per Vassilissa. “Lavami i vestiti, scopa il cortile e la casa, e separa il grano buono da quello cattivo e vedi che tutto sia in ordine. Se quando torno non avrai finito sarai tu il mio banchetto”. E la Baba Jaga volò via sul suo mortaio. E cadde di nuovo la notte.
Quando la Baba Jaga se ne fu andata la bambola rassicurò Vassilissa che ce l’avrebbe fatta, le disse di mangiare qualcosa e di andare a dormire. Vassilissa rifocillò anche la bambola e si addormentò.
Al mattino la bambola aveva fatto tutto, e non restava che preparare il pasto. La sera la Baba Jaga tornò e trovò che non era rimasto nulla da fare. In parte contenta, e in parte no, sibilò: “Sei una ragazza molto fortunata”. Chiamò poi i suoi fedeli servitori perché macinassero il frumento, e tre paia di mani comparvero a mezz’aria e cominciarono a raschiare e a pestare il frumento. La pula volava per la casa come una neve dorata. Quando fu tutto finito la Baba Jaga si sedette a mangiare. Mangiò per ore e ordinò a Vassilissa di pulire di nuovo tutta la casa, di scopare il cortile e lavarle i vestiti. “In quel mucchio di sporcizia ci sono molti semi di papavero. Per domattina voglio una pila di semi di papavero e una pila di sporcizia, ben separati”.
Quella notte la Baba Jaga dormì come un ghiro. Vassilissa cercò di raccogliere i semi di papavero tra la sporcizia. Dopo un po’ la bambola le disse: “Ora dormi. Andrà tutto bene”. Di nuovo la bambola si occupò di tutto e quando la vecchia tornò a casa era stato tutto fatto. La Baba Jaga chiamò i suoi fedeli servitori perché spremessero l’olio dai semi di papavero.
Mentre la Baba Jaga si insudiciava le labbra con il grasso dello stufato, Vassilissa le stava accanto. “Posso farti qualche domanda, nonna?”. “Domanda pure, ma ricordati che troppo saprai, presto invecchierai”. Vassilissa chiese dell’uomo bianco sul cavallo bianco. “Quello è il mio giorno”, rispose la Baba Jaga intenerita. “E l’uomo in rosso sul cavallo rosso?”. “Oh, quello è il mio sole nascente”. “E l’uomo sul cavallo nero?”. “Quello è il terzo, ed è la mia notte. Vieni qui, vuoi farmi altre domande?”, le disse con tono suadente. Vassilissa stava per chiederle di quelle strane mani, ma la bambola cominciò ad agitarsi nella tasca e allora disse: “No nonna. Come tu stessa hai detto, troppo saprai, presto invecchierai”.
“Ah” disse la Baba Jaga “sei più saggia dei tuoi anni. E come hai fatto a diventare così?”. “Grazie alla benedizione della mia mamma” disse sorridendo Vassilissa. “Benedizione?! Non abbiamo bisogno di benedizioni qui! Meglio che tu te ne vada” e la spinse fuori. Ma prima le dette un teschio dagli occhi ardenti e lo infilò su un bastone. “Ecco, prendi il tuo fuoco e portatelo a casa”.
Vassilissa corse a casa, seguendo il percorso che la bambola le indicava. Era notte, e Vassilissa attraversò la foresta con il teschio sul bastone, con il fuoco che usciva dall’orecchio, dall’occhio, dal naso e dalla bocca del teschio. D’improvviso provò paura di quella luce fantastica e pensò di gettarlo, ma il teschio le parlò e la invitò a calmarsi e proseguire.
La matrigna e le sorellastre si avvicinarono alla finestra e videro una strana luce danzante nei boschi. Sempre più si avvicinava. Vassilissa si avvicinava sempre di più e quando la matrigna e le sorellastre la riconobbero le corsero incontro e le dissero che non avevano avuto più fuoco da quando se n’era andata.
Vassilissa entrò in casa con un senso di trionfo. Ma il teschio sul bastone osservava ogni mossa delle sorellastre e della matrigna, e la mattina dopo aveva bruciato e ridotto in cenere il malvagio terzetto.

Vassilissa è la storia del passaggio di madre in figlia, da una generazione all’altra, del potere femminile dell’intuito. Tutti gli aspetti della storia appartengono a un’unica psiche nel suo processo di iniziazione. L’iniziazione è messa in atto dall’esecuzione di alcuni compiti:
1- consentire all’ottima madre di morire. Accettare che la madre psichica protettiva non sia la guida centrale della propria vita istintuale futura. Assumersi il compito di essere sole, sviluppare la propria consapevolezza del pericolo, dell’intrigo, della politica. Diventare vigili. Lasciar morire quello che deve morire. Al morire della madre, nasce la nuova donna.
Una madre troppo buona ci impedisce di rispondere a nuove sfide e di raggiungere uno sviluppo più profondo. Può avvenire un arresto nel processo iniziatico, ma una ri-iniziazione può ristabilire l’intuito profondo indipendentemente dall’età. L’iniziazione di Vassilissa consiste nel lasciare morire quelle vecchie credenze che rendono la vita troppo sicura, che proteggono troppo. Viene un tempo in cui bisogna cambiare madri. Spesso udiamo voci dentro di noi che ci incoraggiano a restare al sicuro. Ma se restiamo troppo tempo con la madre troppo buona, diventeremo povere invece che forti. Impariamo ad andare a caccia.
2- abbandonare l’ombra primitiva. Scoprire che essere dolci, buone, carine, non renderà più lieta la vita. Esperire direttamente la propria natura oscura, gli aspetti esclusivisti, gelosi e sfruttatori dell’io. Stringere il miglior rapporto possibile con le parti peggiori di sé. Lavorare perché il vecchio io muoia e nasca un nuovo io intuitivo.
Gli aspetti oscuri della psiche sono rappresentati dalla matrigna e dalle sorellastre. In questa fase la donna è molestata dalle richieste della psiche che la esorta a compiacere qualsiasi desiderio altrui. La famiglia acquisita di Vassilissa è un ganglio intrapsichico che comprime il nervo della vitalità. Neanche il padre della psiche si rende conto dell’ambiente ostile, è troppo buono. Nella storia le donne spremono tanto la forza psichica che per le loro macchinazioni il fuoco si estingue. Il fuoco che si estingue aiuta Vassilissa a sfuggire alla sottomissione, la fa entrare in una vita nuova.
3- la navigazione nell’oscurità. Avventurarsi nel luogo dell’iniziazione profonda (la foresta) e cominciare a esperire. Imparare a sviluppare sensibilità e basarsi solo sui propri sensi interiori. Imparare la via del ritorno alla madre selvaggia. Imparare ad alimentare l’intuito. Trasferire il potere alla bambola, ovvero all’intuizione.
La bambola rappresenta la piccola forza istintuale vitale, è un pezzettino d’anima che porta tutta la conoscenza del più grande anima-io, è la voce interiore di noi donne, la voce della ragione intima. L’intuito ha artigli che squartano e inchiodano, ha occhi capaci di vedere oltre le corazze dei personaggi e orecchie per udire oltre le chiacchiere. L’io intuitivo va nutrito dandogli ascolto e seguendo il suo consiglio.
4- affrontare la strega selvaggia. Familiarizzarsi con l’arcano, lo strano, l’alterità del selvaggio. Assumere alcuni suoi valori nella nostra vita, diventando un po’ strane. Imparare ad affrontare il grande potere altrui e il nostro. Lasciar ancor più morire la bambina fragile e troppo amabile.
La casa della Baba Jaga fa parte del mondo animale e Vassilissa ha bisogno di questo elemento nella sua personalità. È una casa che cammina, piroetta è viva, piena di entusiasmo e di gioia.
Il dono della bambola intuitiva fatto dalla madre amabile è incompleto senza l’assegnazione dei compiti e il controllo dei medesimi da parte della vecchia selvaggia. La Baba Jaga incute paura perché è insieme il potere di annientamento e il potere della forza vitale. Osservare la sua faccia significa vedere la vagina dentata, occhi di sangue, il neonato perfetto e le ali degli angeli, tutto insieme.
5- servire il non-razionale. Restare con la Dea Strega. Arrivare a riconoscere il suo (il vostro) potere. Ordinare, nutrire, creare energia e idee.
La Baba Jaga insegna sia la morte sia il rinnovamento. Insegna a Vassilissa come prendersi cura della casa psichica del femminino selvaggio. Nel racconto il bucato è il primo compito. Significa ridare elasticità a quanto si è allentato. Il rinnovamento, la rivivificazione avvengono nell’acqua. Gli indumenti rappresentano la persona, la prima visione che gli altri hanno di noi. Oppure il significato esterno, l’esibizione della padronanza.
Vassilissa ha poi il compito di scopare la capanna e il cortile. Una donna saggia tiene sgombro il suo ambiente psichico, mantenendo sgombri la testa e un posto per lavorare, e lavorando per portare a compimento le sue idee e i suoi progetti.
Cucinare per la Baba Jaga. Per cominciare bisogna accendere il fuoco, bruciare di passione, di parole, di idee, di desiderio, per qualunque cosa si ami veramente. Il fuoco va osservato, attizzato, vi va aggiunta legna. Questi sono i cicli delle donne: depurare il proprio pensiero, rinnovare i valori regolarmente; liberare la psiche dalle banalità, ramazzare l’Io; curare il fuoco creativo e cucinarvi idee sistematicamente.
6- selezionare e separare. Apprendere a discriminare, separando una cosa dall’altra, facendo sottili distinzioni. Osservare il potere dell’inconscio e il modo in cui opera. Apprendere di più sulla vita e sulla morte.
La selezione di cui parla il racconto è del tipo che capita quando ci troviamo davanti ad un dilemma o a un interrogativo ma niente viene ad aiutarci a risolvere la situazione. Lasciamo perdere, torniamoci sopra in un secondo tempo. Dobbiamo selezionare gli aspetti psichici curativi e spremerne la verità per trarne nutrimento.
7- domande sui misteri. Porre domande e cercare di saperne di più sulla natura Vita/Morte/Vita. Imparare la verità sulla capacità di comprendere tutti gli elementi della natura selvaggia (troppo saprai, presto invecchierai).
I cavalieri nero, rosso e bianco sono simboli degli antichi colori che connotano la nascita, la vita e la morte. Rappresentano anche antiche idee sulla discesa, la morte e la rinascita. Il nero è il colore del fango, del fertile; ma è anche il colore della morte, l’oscuramento della luce, è la promessa che presto conoscerete qualcosa di ignoto. Il rosso è il colore del sacrificio, della collera, del delitto; ed è anche il colore della vita vibrante, dell’eccitazione, dell’eros e del desiderio; è la promessa di una nuova nascita. Il bianco è il colore del nuovo, del puro, dell’intatto, del latte materno; ma è anche il colore dei morti; è la promessa di sufficiente nutrimento perché le cose ricomincino.
È importante lasciar vivere e lasciar morire. Afferrare questo ritmo quieta la paura, perché anticipiamo il futuro. C’è una certa quantità di conoscenza che dovremmo avere a ogni età e in ogni fase della nostra esistenza. Vassilissa fa domande sui cavalieri ma non sulle mani. Non bisogna forzare: la comprensione arriverà.
8- stare a quattro zampe. Assumere un immenso potere di vedere e influenzare gli altri. Guardare le situazioni della propria vita sotto questa nuova luce.
Quando le donne integrano il selvaggio della Baba Jaga la smettono di accettare senza discutere chiunque e qualsiasi cosa capiti per la loro strada. La donna impara a guardare furtivamente, scrutare e poi a sopportare sempre meno i buffoni. L’istinto va consultato a ogni passo lungo la via.
Il teschio era considerato la volta che ospita un resto potente dell’anima del defunto. Il teschio accesso è “un sapiente ancestrale” da portare con sé per la vita. Ora Vassilissa torna a casa più sicura. La donna che è arrivata a questo punto è riuscita a staccarsi dalla protezione della sua madre interiore troppo buona, ad aspettarsi dal mondo esterno le avversità che saprà affrontare in modo potente e non complice. È diventata consapevole della matrigna e delle sorelle inibitorie. Avendo ricevuto l’eredità delle madri è perfettamente abilitata, va avanti nella vita con passi sicuri, da donna, assumendo tutto il suo potere.

9- riplasmare l’Ombra. Far uso della vista acuta per riconoscere e reagire all’ombra negativa della propria psiche o di persone o eventi del mondo esterno. Riplasmare le ombre negative della propria psiche con il fuoco-strega.
Nella foresta, con il teschio, Vassilissa è una donna che cammina preceduta dal suo potere. Il teschio è un’ulteriore rappresentazione dell’intuito e ha una sua capacità di discriminazione. Ora Vassilissa porta la fiaccola della conoscenza, possiede il suo Io, può vedere, odorare, gustare, con i suoi sensi ardenti.
La donna che recupera il suo intuito e i suoi poteri è tentata di gettarli via: a che vale vedere e sapere tante cose? È più facile gettar via la luce e andarsene a dormire. Talvolta è difficile portare il teschio- luce perché vediamo tutti i lati nostri e degli altri, quelli sfigurati e quelli divini. Ma con questa luce si arriva alla consapevolezza, si può vedere il cuore buono oltre l’azione cattiva, la dolcezza schiacciata sotto l’odio. La sua luce è parimenti vivida sui nostri tesori e le nostre debolezze. Sono queste le conoscenze più difficili da affrontare.
Il teschio osserva la matrigna e le sorellastre. Un aspetto negativo della psiche può essere disidratato se lo si trattiene nella consapevolezza. Non è possibile trattenere la consapevolezza guadagnata incontrando la Dea Strega se si vive con persone crudeli all’interno o all’esterno. Se vi circondano persone che alzano gli occhi al soffitto quando parlate, agite e reagite, allora vi trovate con persone che spengono le passioni, le vostre e le loro. Amici e amanti possono diventare come una cattiva matrigna o abominevoli sorellastre. L’amante distruttivo deve essere evitato. Per la donna selvaggia va bene se l’amante è appena un pochettino psichico, una persona che può “vedere dentro” al suo cuore.
Il modo per mantenere il collegamento con il selvaggio è domandarsi che cosa davvero si vuole. Una delle più importanti discriminazioni è la differenza tra le cose che ci fanno un cenno e le cose che chiamano dall’anima. Chiediamoci cosa veramente vogliamo e poi andiamo alla ricerca
Il ricorso alla natura istintiva fa erompere una spontaneità che non è mancanza di saggezza. Restano importanti i buoni confini.
Alla fine del rimontaggio dell’iniziazione nella psiche femminile abbiamo una giovane dalle esperienze formidabili che ha imparato a seguire la sua conoscenza, ha resistito a tutti i compiti fino all’iniziazione completa. L’intuito va trattenuto nella consapevolezza e bisogna lasciar vivere quello che può vivere, e lasciar morire quel che deve morire.
Lasciar morire le cose è il tema finale del racconto.

 

declinazione femminile

È accaduto per caso. Ma il caso non passa indifferente tra le cose. Le segna e ce le affida. Ed è così, per caso, che SEI performance nei musei di Roma ha visto esibirsi sei artiste donne, affiancate da un’artista che ha lavorato alla documentazione fotografica delle azioni realizzate.

Da questo piccolo osservatorio esce un dato incontrovertibile: la performance art ha un’identità femminile. Che non vuol dire che non esistono uomini che la praticano. Vuol dire che è un media con una vocazione identitaria molto forte, riconducibile alle donne.

È vero però che una rondine non fa primavera. È necessario allora andarsi a vedere la storia della performance art e poi tirare le giuste somme. Leggere qualcosa, approfondire, razionalizzare. Infine provare l’impatto visivo con uno strumento a portata di tutti: google. Digitare performance art e cercare per immagini. Fare la stessa cosa con la definizione di arte contemporanea.

La nostra metà del mondo, noi, che con fatica, a tratti, disperatamente, a volte riusciamo a ritagliarci un angolo di visibilità e di esistenza nella galleria degli uomini esibiti e noti come artisti – ma questo è un quadro esportabile in qualunque settore produttivo, creativo, lavorativo, eccezione fatta per i lavori domestici che ci spettano di diritto – insomma noi donne, nella performance art ricompariamo e dominiamo.

Perché?

C’è l’aspetto della consuetudine, certo. Le donne hanno una dimestichezza col loro corpo che gli uomini si sognano. Insomma il corpo per le donne è una terra amica e madre. Conosciuta, attraversabile, misurabile, manipolabile.

Ma non è solo questo. C’è qualcosa che non appartiene alla consuetudine né al sentirsi a casa.

Il corpo delle donne è un’opera d’arte. Perché è bello, creativo, plasmabile, irriconoscibile, riproducibile, incredibile.

Ma non è solo questo.

Il corpo delle donne contiene un messaggio. È un linguaggio fuori canone. Una mappa di segni altri. Una terra delle ipotesi. Un luogo di avanzi. Di dissonanze. Di suoni mai sentiti. Dove andare a cercare ciò che poteva essere e che, forse, accadrà. Ecco il punto. Le donne costituiscono una gigantesca ennesima possibilità di prefigurazione. Il loro corpo è l’unica terra rimasta su cui scrivere la storia che verrà, se ne vogliamo ancora una.

dov’è la mia casa?

Valerio Malorni in Amor proprio di Caterina Silva. A cura di Claudio Libero Pisano. Foto di Emanuela Barilozzi Caruso

Nelle narrazioni, per trasformarsi in pattern un elemento deve essere ripetuto almeno due volte. Allora lo spettatore ci crede.

Noi Valerio Malorni lo abbiamo visto tre volte. E ci crediamo.

La prima è stato a REF Kids. Un appuntamento che a Roma ci voleva proprio. Una selezione teatrale bella per grandi e bambini che tornerà il prossimo anno. Qui abbiamo visto La mia grande avventura. Un monologo che racconta una storia di passaggio, un grande viaggio  di crescita attraverso la paura, in un crescendo di ritmi che incalzano le emozioni e le fanno uscire allo scoperto.

La seconda volta è stato durante la performance di Caterina Silva, Amor proprio, curata da Claudio Libero Pisano. Malorni qui era uno dei perfomer che animavano la Centrale Montemartini, trasformata in un limbo suggestivo dove vagano le anime. Quando è finita la performance siamo usciti e sulla porta del museo c’era lui. Ho guardato Orlando e glielo ho indicato chiedendo: lo riconosci? Nonostante alcune differenze dovute al trucco, Orlando ha riconosciuto immediatamente l’attore della mia grande avventura e gli ha sgranato gli occhi addosso come fosse un miracolo.

La terza volta è stato a Officina Dinamo con lo spettacolo Piccolo blu piccolo giallo. Un altro affondo alle emozioni, dove i bambini erano coinvolti, a volte messi in scena e interpellati.

Valerio Malorni: – La mamma esce di casa. Cosa dice al figlio?

Bambini: – Vado a fare la spesa.

Valerio: – Bene. La mamma esce di casa e dice vado a fare la spesa. Poi esce il papà. Dove va? Cosa dice al figlio?

Bambini: – Vado allo stadio.

Quello di Officina Dinamo non è certo un pubblico tradizionalista. Dal canto suo Piccolo blu piccolo giallo è un testo finito addirittura nella lista dei 49 libri censurati nelle scuole dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Eravamo su un terreno favorevole a un immaginario aperto, nuovo, tutto da esplorare. Eppure anche qui le donne fanno la spesa e gli uomini vanno allo stadio.

salviamo i bambini dal pallone

Il padre di mio figlio è un romano quasi doc, con i pregi e i difetti che caratterizzano gli abitanti della capitale. Per esempio certa cinica ironia. Quando gli ho parlato dei risultati di un’indagine che ha rivelato il diverso atteggiamento delle donne e degli uomini nei confronti dei colloqui di lavoro (le donne vanno molto più preparate degli uomini, che facilmente ci provano anche se non hanno un grande cv da presentare), ha detto: certo, noi dobbiamo portare in fretta i soldi a casa. Nonostante il pensiero un po’ retrò, nelle sue parole si nasconde una verità: l’approssimazione. Insomma l’ammissione della vaghezza nelle azioni e della fretta nel portarle a termine.

I maschi sono più semplici, pragmatici e privi di grilli per la testa. Vanno al sodo senza farsi troppe domande. Atteggiamento di cui non è il caso di vantarsi, visti i danni che riesce a provocare. Ma è forse questione di dna? Quello del maschio è un destino genetico? Io sinceramente non lo so. Credo inoltre che il dna sia talmente suscettibile anche dei più piccoli movimenti esterni e interni, che è difficile definirlo una volta per tutte. Ma se pure fosse, oltre al dna ci sono le esperienze, le condivisioni, le proposte, l’ascolto e un milione di altre cose che descrivono il nostro passaggio su questo pianeta. Cose sulle quali si può lavorare. Alle quali affidare un possibile cambiamento.

La semplicità di Orlando che cerca e trova il suo ruolo dietro a un pallone che disperatamente viene lanciato nello spazio di una porta. La visionarietà di quella porta spesso immaginaria, fatta della materia dei sogni. Il contatto fisico, quel volersi acchiappare a tutti i costi, il sudore, il fiatone, le voci gridate, be’ mi commuovono. E pure messe a confronto con le sofisticatezze dei giochi delle bambine, non mi dispiacciono. Certo però che lo spazio privo di fretta, creativo, raffinato e pieno di respiro non può essere ignorato. Anzi. Allora mi dico: meno male che le inseganti sono donne. Meno male che Orlando impara a lavorare la maglia, e gli piace, che impara a spazzare per terra, che si mette con pazienza a colorare, che si dedica alle creazioni d’arte con la cura e la precisione di cui è capace. Se la scuola fosse nelle mani dei maschi, tutto questo non ci sarebbe. E non ci sarebbe nemmeno ciò che secondo me in questo momento sta salvando la scuola dal naufragio imminente: il volontarismo di alcune insegnanti, la loro disponibilità a mettere in gioco qualcosa che nessuna moneta può comprare, cioè quella parte di lavoro che il ministero non richiede e che sullo stipendio non viene riconosciuta. Pochi uomini probabilmente accetterebbero una simile condizione, vista l’urgenza di portare i soldi a casa.

Mancano, e quando dico mancano è drammaticamente vero, figure maschili nella scuola primaria. Meglio così, verrebbe da dire, almeno la fastidiosissima approssimazione di cui gli uomini sembrano essere portatori sani resta fuori dalle classi dei bambini. Poi ovvio, il dirigente spesso è maschio, ma di questo non ci lamentiamo perché il suo pragmatismo lo aiuterà a fare bene. E infatti si vedono i risultati. Nella scuola, che cade letteralmente a pezzi, come altrove, dall’ambiente alle relazioni umane alla politica. Dalle questioni universali alle più piccole. Grazie al pragmatismo e alle approssimazioni siamo stati sommersi da mondezza e plastica. Non c’è stato un attimo per fermarsi a pensare alle conseguenze di ciò che facevamo finché il pianeta Terra non ha cominciato a gridare il suo strazio. E nemmeno questo è ancora sufficiente.

Io credo che esiliare i maschi dai luoghi della prima formazione sia un errore, così come credo che sia un errore lasciare questi luoghi interamente nelle mani delle donne. Perché la scuola non può che avere ancora un ruolo, che probabilmente si esaurirà nel giro di qualche decennio: la sperimentazione. Anche quella delle relazioni di genere. Del rapporto con la propria personalità e con quella dell’altro da sé. Di nuovi ruoli. Nuove forme. Dell’abbattimento di uno spirito conservativo che dimostra quanto poco pesi, spesso, sul piatto della bilancia maschile, la presenza dei bambini, cioè di coloro ai quali un giorno lasceremo il testimone di questo nostro mondo.

I maschi continuano a correre dietro a un pallone senza mai riprendere fiato, e pure quando si appassionano di slow, lo fanno per costruirci sopra un business.

Sarebbe cosa buona e giusta che gli uomini entrassero nella scuola come insegnanti accanto alle colleghe, e lì si riformulassero nella relazione con tutti gli altri, bambine, bambini e donne, che da più di cento anni chiedono loro di venire a sedersi al tavolo del confronto. Sarebbe cosa buona e giusta abbattere il muro dei ruoli che relegano le donne alla cura dei bambini piccoli, per poi affidarli più tardi all’insegnamento dei maschi che arrivano a formare i caratteri dei ragazzi negli anni dell’adolescenza e della giovinezza, mostrando loro come si sta al mondo davvero. Sarebbe cosa buona e giusta contaminare il gioco del pallone con la grazia, che in fondo, a guardarlo bene, ne ha un immenso potenziale.