declinazione femminile

È accaduto per caso. Ma il caso non passa indifferente tra le cose. Le segna e ce le affida. Ed è così, per caso, che SEI performance nei musei di Roma ha visto esibirsi sei artiste donne, affiancate da un’artista che ha lavorato alla documentazione fotografica delle azioni realizzate.

Da questo piccolo osservatorio esce un dato incontrovertibile: la performance art ha un’identità femminile. Che non vuol dire che non esistono uomini che la praticano. Vuol dire che è un media con una vocazione identitaria molto forte, riconducibile alle donne.

È vero però che una rondine non fa primavera. È necessario allora andarsi a vedere la storia della performance art e poi tirare le giuste somme. Leggere qualcosa, approfondire, razionalizzare. Infine provare l’impatto visivo con uno strumento a portata di tutti: google. Digitare performance art e cercare per immagini. Fare la stessa cosa con la definizione di arte contemporanea.

La nostra metà del mondo, noi, che con fatica, a tratti, disperatamente, a volte riusciamo a ritagliarci un angolo di visibilità e di esistenza nella galleria degli uomini esibiti e noti come artisti – ma questo è un quadro esportabile in qualunque settore produttivo, creativo, lavorativo, eccezione fatta per i lavori domestici che ci spettano di diritto – insomma noi donne, nella performance art ricompariamo e dominiamo.

Perché?

C’è l’aspetto della consuetudine, certo. Le donne hanno una dimestichezza col loro corpo che gli uomini si sognano. Insomma il corpo per le donne è una terra amica e madre. Conosciuta, attraversabile, misurabile, manipolabile.

Ma non è solo questo. C’è qualcosa che non appartiene alla consuetudine né al sentirsi a casa.

Il corpo delle donne è un’opera d’arte. Perché è bello, creativo, plasmabile, irriconoscibile, riproducibile, incredibile.

Ma non è solo questo.

Il corpo delle donne contiene un messaggio. È un linguaggio fuori canone. Una mappa di segni altri. Una terra delle ipotesi. Un luogo di avanzi. Di dissonanze. Di suoni mai sentiti. Dove andare a cercare ciò che poteva essere e che, forse, accadrà. Ecco il punto. Le donne costituiscono una gigantesca ennesima possibilità di prefigurazione. Il loro corpo è l’unica terra rimasta su cui scrivere la storia che verrà, se ne vogliamo ancora una.

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dov’è la mia casa?

Valerio Malorni in Amor proprio di Caterina Silva. A cura di Claudio Libero Pisano. Foto di Emanuela Barilozzi Caruso

Nelle narrazioni, per trasformarsi in pattern un elemento deve essere ripetuto almeno due volte volte. Allora lo spettatore ci crede.

Noi Valerio Malorni lo abbiamo visto tre volte. E ci crediamo.

La prima è stato a REF Kids. Un appuntamento che a Roma ci voleva proprio. Una selezione teatrale bella per grandi e bambini che tornerà il prossimo anno. Qui abbiamo visto La mia grande avventura. Un monologo che racconta una storia di passaggio, un grande viaggio  di crescita attraverso la paura, in un crescendo di ritmi che incalzano le emozioni e le fanno uscire allo scoperto.

La seconda volta è stato durante la performance di Caterina Silva, Amor proprio, curata da Claudio Libero Pisano. Malorni qui era uno dei perfomer che animavano la Centrale Montemartini, trasformata in un limbo suggestivo dove vagano le anime. Quando è finita la performance siamo usciti e sulla porta del museo c’era lui. Ho guardato Orlando e glielo ho indicato chiedendo: lo riconosci? Nonostante alcune differenze dovute al trucco, Orlando ha riconosciuto immediatamente l’attore della mia grande avventura e gli ha sgranato gli occhi addosso come fosse un miracolo.

La terza volta è stato a Officina Dinamo con lo spettacolo Piccolo blu piccolo giallo. Un altro affondo alle emozioni, dove i bambini erano coinvolti, a volte messi in scena e interpellati.

Valerio Malorni: – La mamma esce di casa. Cosa dice al figlio?

Bambini: – Vado a fare la spesa.

Valerio: – Bene. La mamma esce di casa e dice vado a fare la spesa. Poi esce il papà. Dove va? Cosa dice al figlio?

Bambini: – Vado allo stadio.

Quello di Officina Dinamo non è certo un pubblico tradizionalista. Dal canto suo Piccolo blu piccolo giallo è un testo finito addirittura nella lista dei 49 libri censurati nelle scuole dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Eravamo su un terreno favorevole a un immaginario aperto, nuovo, tutto da esplorare. Eppure anche qui le donne fanno la spesa e gli uomini vanno allo stadio.

salviamo i bambini dal pallone

Il padre di mio figlio è un romano quasi doc, con i pregi e i difetti che caratterizzano gli abitanti della capitale. Per esempio certa cinica ironia. Quando gli ho parlato dei risultati di un’indagine che ha rivelato il diverso atteggiamento delle donne e degli uomini nei confronti dei colloqui di lavoro (le donne vanno molto più preparate degli uomini, che facilmente ci provano anche se non hanno un grande cv da presentare), ha detto: certo, noi dobbiamo portare in fretta i soldi a casa. Nonostante il pensiero un po’ retrò, nelle sue parole si nasconde una verità: l’approssimazione. Insomma l’ammissione della vaghezza nelle azioni e della fretta nel portarle a termine.

I maschi sono più semplici, pragmatici e privi di grilli per la testa. Vanno al sodo senza farsi troppe domande. Atteggiamento di cui non è il caso di vantarsi, visti i danni che riesce a provocare. Ma è forse questione di dna? Quello del maschio è un destino genetico? Io sinceramente non lo so. Credo inoltre che il dna sia talmente suscettibile anche dei più piccoli movimenti esterni e interni, che è difficile definirlo una volta per tutte. Ma se pure fosse, oltre al dna ci sono le esperienze, le condivisioni, le proposte, l’ascolto e un milione di altre cose che descrivono il nostro passaggio su questo pianeta. Cose sulle quali si può lavorare. Alle quali affidare un possibile cambiamento.

La semplicità di Orlando che cerca e trova il suo ruolo dietro a un pallone che disperatamente viene lanciato nello spazio di una porta. La visionarietà di quella porta spesso immaginaria, fatta della materia dei sogni. Il contatto fisico, quel volersi acchiappare a tutti i costi, il sudore, il fiatone, le voci gridate, be’ mi commuovono. E pure messe a confronto con le sofisticatezze dei giochi delle bambine, non mi dispiacciono. Certo però che lo spazio privo di fretta, creativo, raffinato e pieno di respiro non può essere ignorato. Anzi. Allora mi dico: meno male che le inseganti sono donne. Meno male che Orlando impara a lavorare la maglia, e gli piace, che impara a spazzare per terra, che si mette con pazienza a colorare, che si dedica alle creazioni d’arte con la cura e la precisione di cui è capace. Se la scuola fosse nelle mani dei maschi, tutto questo non ci sarebbe. E non ci sarebbe nemmeno ciò che secondo me in questo momento sta salvando la scuola dal naufragio imminente: il volontarismo di alcune insegnanti, la loro disponibilità a mettere in gioco qualcosa che nessuna moneta può comprare, cioè quella parte di lavoro che il ministero non richiede e che sullo stipendio non viene riconosciuta. Pochi uomini probabilmente accetterebbero una simile condizione, vista l’urgenza di portare i soldi a casa.

Mancano, e quando dico mancano è drammaticamente vero, figure maschili nella scuola primaria. Meglio così, verrebbe da dire, almeno la fastidiosissima approssimazione di cui gli uomini sembrano essere portatori sani resta fuori dalle classi dei bambini. Poi ovvio, il dirigente spesso è maschio, ma di questo non ci lamentiamo perché il suo pragmatismo lo aiuterà a fare bene. E infatti si vedono i risultati. Nella scuola, che cade letteralmente a pezzi, come altrove, dall’ambiente alle relazioni umane alla politica. Dalle questioni universali alle più piccole. Grazie al pragmatismo e alle approssimazioni siamo stati sommersi da mondezza e plastica. Non c’è stato un attimo per fermarsi a pensare alle conseguenze di ciò che facevamo finché il pianeta Terra non ha cominciato a gridare il suo strazio. E nemmeno questo è ancora sufficiente.

Io credo che esiliare i maschi dai luoghi della prima formazione sia un errore, così come credo che sia un errore lasciare questi luoghi interamente nelle mani delle donne. Perché la scuola non può che avere ancora un ruolo, che probabilmente si esaurirà nel giro di qualche decennio: la sperimentazione. Anche quella delle relazioni di genere. Del rapporto con la propria personalità e con quella dell’altro da sé. Di nuovi ruoli. Nuove forme. Dell’abbattimento di uno spirito conservativo che dimostra quanto poco pesi, spesso, sul piatto della bilancia maschile, la presenza dei bambini, cioè di coloro ai quali un giorno lasceremo il testimone di questo nostro mondo.

I maschi continuano a correre dietro a un pallone senza mai riprendere fiato, e pure quando si appassionano di slow, lo fanno per costruirci sopra un business.

Sarebbe cosa buona e giusta che gli uomini entrassero nella scuola come insegnanti accanto alle colleghe, e lì si riformulassero nella relazione con tutti gli altri, bambine, bambini e donne, che da più di cento anni chiedono loro di venire a sedersi al tavolo del confronto. Sarebbe cosa buona e giusta abbattere il muro dei ruoli che relegano le donne alla cura dei bambini piccoli, per poi affidarli più tardi all’insegnamento dei maschi che arrivano a formare i caratteri dei ragazzi negli anni dell’adolescenza e della giovinezza, mostrando loro come si sta al mondo davvero. Sarebbe cosa buona e giusta contaminare il gioco del pallone con la grazia, che in fondo, a guardarlo bene, ne ha un immenso potenziale.

non una di meno

non una di meno

Extraterrestre alla pari – leggere con i figli

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L’ora è cambiata. Le giornate finiscono presto e la notte sembra infinita. Il parco è mezzo vuoto e noi ammazziamo il tempo. Andiamo in biblioteca.

Enzo Tortora a Testaccio. Ha una sala dedicata ai bambini. Noi a volte ci infiliamo lì, leggiamo e scegliamo i libri da prendere in prestito. C’è lo scaffale delle scienze, quello dei più piccoli, delle riduzioni dei classici, dei romanzi e dei racconti.

L’altro giorno eravamo in biblioteca. Alla lettera P. Pitzorno. L’incredibile storia di Lavinia non ci era piaciuto e io guardavo un po’ scettica in cerca di un titolo accattivante, quando ho letto Extraterrestre alla pari. Una pausa nel mio cuore. Ero bambina e lo leggevo. L’ho amato tanto e ora eccolo qui.

Se avessi una figlia, come mi divertirei a rileggerlo con lei. Ho pensato. E con Orlando? Lui sarebbe contento di ascoltare questa storia?

Un figlio maschio fa saltare tutte le possibilità di identificazione, sballa le probabilità e rimescola i destini. Lui nasce e tu non puoi che metterti nei suoi panni. Panni maschili. La persona più cara al mondo è l’Altro e vive nella differenza.

Stare nei suoi panni è divertente. Si scoprono cose nuove, giochi in cui non ci si era imbattute. Inutile negarlo però, se ne perdono altre importanti. Per esempio costruire la complicità intorno a letture come Extraterrestre alla pari, che potrebbe non essere riletto mai.

Quando è nato Orlando, io ho ricevuto in regalo la mia seconda infanzia, sono tornata piccola e mi sono rimessa a giocare, ho riportato alle origini la mia esistenza. È stato come venire catapultata in un sistema di universi paralleli: la storia si ripete con piccole deviazioni su mondi che moltiplicano la nostra Terra.

Ogni genitore, forse, si scervella per costruire quella deviazione e offrire al figlio la felicità che a lui era stata negata. E sarà così all’infinito. Una madre dopo l’altra un padre dopo l’altro.

Orlando è l’universo parallelo che mi costringe ogni giorno a cercare una terra che sia di tutti. Mia e dell’Altro. E questa per me è la prima volta.

lavoro sommerso

sabbiatura

Se c’è una cosa che non mi posso rimproverare è di non aver cercato un equilibrio. Psicanalisi, psicoterapia, yoga, danzaterapia e un’infinità di altre strategie personali passate per viaggi, passioni, ricerche e separazioni. Questo non vuol dire che io ce l’abbia fatta, ma sicuramente ci ho provato.

Certe psicoterapie, rispetto all’analisi, hanno il vantaggio di essere molto concrete e dirette, cioè sanno andare al sodo senza aspettare che gli anni passino.

La psicoterapeuta, che è anche un’amica, quando le raccontai che il mio compagno mi rimproverava di non portare abbastanza soldi a casa, mi disse che qualche anno prima le era capitata la stessa cosa. Lei allora aveva risposto stilando una lista delle sue attività produttive con relative cifre.

La lista suonava più o meno così.

 

Attività svolta nelle 24 H                                                  guadagno giornaliero

6/8 ore di cura del bambino                                                60/80 euro

2 ore di pulizie                                                                          15 euro

2 ore di preparazione pasti                                                   20 euro

approvvigionamento                                                              10 euro

amministrazione delle finanze domestiche                      5 euro

 

Quindi se il suo lavoro fosse stato retribuito, lei avrebbe percepito almeno 110 euro al giorno che moltiplicato per 30 avrebbe significato 3300 euro al mese. Se a questo si fossero aggiunti gli straordinari, i rischi, le mancate ferie, l’assenza di regolamentazione in materia di malattia e di week end, quello stipendio sarebbe salito almeno a 4000 euro al mese.

Questo è ciò che produce una donna quando sta in casa, quantificato attraverso un tariffario piuttosto modesto. La lista può essere declinata su diversi stili di vita, dipendentemente dal lavoro che la donna svolge all’esterno, dagli aiuti familiari, dalla capacità del padre dei suoi figli di prendere su di sé una parte del lavoro domestico. Modificando il numero di ore, si ottengono cifre diverse. Ma per quanto si sottragga tempo, non si riesce ad andare sotto una produzione del valore di 50 euro al giorno (1500 euro mensili): una donna che si occupa part time di casa e di figli non produce mai meno di uno stipendio medio.

Prima di intraprendere qualunque discussione sulla condivisione del sistema famiglia e sui ruoli che lì dentro sono stati stabiliti, è doveroso partire da quella incontrovertibile lista. Ognuna la propria.

con tutto il cuore

René Magritte

Nove giorni fa ero a piazza Navona per salutare Marco Pannella e abbracciare Mirella Parachini. E ringraziarli. Perché nella vita mi è toccato affrontare un aborto terapeutico, di cui ho parlato pubblicamente in un articolo che ha dato modo al giornale Gli Altri di dedicare un intero numero all’obiezione di coscienza alla legge 194. Ringraziarli, non solo loro certo, per la battaglia che ha sottratto l’interruzione di gravidanza alla pena, quindi alla punibilità, consegnandola con fiducia nelle mani di ogni singola donna. Per averlo fatto rinunciando al giudizio e ai massimi sistemi, a inutili analisi del dolore, che non parlano a nessuno se non a coloro che ne sono fuori.

Sei anni fa ho fatto l’unica scelta possibile per me, perché ogni ora che passava la mia gravidanza diventava più dolorosa. E io non potevo che andare altrove. Qualsiasi giudizio sarebbe inutile.

A meno di un anno dal nostro primo incontro, Mirella ha fatto nascere mio figlio Orlando, in una notte piena di cose per me e per lei.

Ringrazio Marco Pannella per essersi occupato di pena e di giudizio. In un percorso appassionato e solitario, questa volta sì.

Ci ho pensato e ripensato, e alla fine ho deciso di votare il partito radicale alle prossime amministrative di Roma. Non solo per le battaglie sui diritti civili, ma per averle affrontate a cuore aperto, strappandole alla deriva delle astrazioni, per aver difeso la vita dalle pene e dai giudizi.

 

figli, matrimoni e altri deliri

barbie sposa

 

Come le metti le metti, le donne sono infide. Quando non avevamo diritti, ci infilavamo nell’ombra dei nostri mariti per ordire trame diaboliche. Poi abbiamo iniziato a insinuare le nostre pretese nelle leggi e ce ne siamo fatte fare su misura per noi. In parlamento eravamo meno che minoritarie, ma i nostri mariti erano deputati e senatori e noi riuscivamo a manipolarli, anche in aperto conflitto con i loro sacrosanti interessi. Ed è così che, almeno dentro il matrimonio, la legge ci ha più che avvantaggiate nelle relazioni parentali. Fuori un po’ meno, ma ovunque abbiamo ottenuto grandi successi, seppure di grado diverso. Per esempio: se ci separiamo, perdiamo sicuramente il principe azzurro ma ci resta il castello, cioè la casa dove crescere i nostri figli, bambini nati dentro il matrimonio. Tutto questo, dice la legge, per il bene della prole, che siccome non ha colpe del fallimento matrimoniale non può pagare di persona con traumi ulteriori, come sarebbero un trasloco e le sue conseguenze (cambio di quartiere, scuola, abitudini, amici, parco). Insomma con la scusa dei figli ci prendiamo tutto e lasciamo in mutande i nostri ex.

Gli alimenti sono un altro nodo dolente delle separazioni. Le donne, oltre a tenersi i figli, si prendono pure i soldi degli ex mariti e compagni con la scusa di mantenere la prole e garantire così la cura, la formazione, la salute di bambini e ragazzi. Si calcola che un padre con uno stipendio medio versi per un figlio 400 euro al mese, per due figli 650 euro mensili complessivi. Cifre da capogiro con le quali, evidentemente, una donna si garantisce lo shopping e la messa in piega settimanale. Migliaia di padri sono finiti sul lastrico proprio per l’avidità di certe ex mogli che vivono come principesse.

Principesse. Se non fosse per alcuni dettagli, come le centinaia di ore spese nella cura dei figli e della casa. Un’infinità di tempo che nessuno riconosce, senza il quale i livelli igienici in cui vive l’occidente sarebbero così bassi da aprire le porte al colera, e le case nel giro di una settimana diventerebbero inagibili per il numero di oggetti abbandonati sul pavimento, piccoli e grandi ostacoli nei quali inciampare nel tentativo inutile di raggiungere il bagno, e ci si potrebbe cambiare le mutande non prima di averle portate per tre o quattro giorni, perché fare la lavatrice, stendere i panni, ritirarli, piegarli e sistemarli nei cassetti è operazione inscritta nel nostro dna, e l’alimentazione porterebbe a un tale sballamento dei valori del sangue, che la spesa sanitaria sembrerebbe un bollettino di guerra. Colpa nostra, che non riusciamo a delegare né a condividere e ci teniamo tutto per noi. Per esempio la socialità dei figli: le donne vogliono fare tutto da sole, pronte a gettarsi nella movida dei parchi e delle feste di compleanno, quasi sempre non accompagnate così il divertimento è doppiamente garantito. Esistono eccezioni e le ho personalmente incontrate, ma sono perle rare che risplendono come oro alla luce del sole e vengono notate.

Vai in un parco, guardati intorno e mettiti in ascolto. C’è una frase che sentirai pronunciare migliaia volte, come una colonna sonora dolcissima che non cambia mai, o un mantra sul quale andare in trance: il bambino col padre gioca, con me fa tutto il resto. Se non hai figli e intendi farne, stai ben attenta a quel “tutto il resto”. Non è il paradiso terrestre. Sono le lavatrici, la spesa, le feste di compleanno, i corsi, i pranzi, le cene, gli orari di scuola, la socialità tra genitori, le visite mediche, le storie per andare a letto, per mangiare, per andare via dal parco, per discutere sul perché tutti hanno quel gioco che lui non ha, per tirarlo via dalle vetrine cinesi, per impedirgli di mangiare il ciambellone perché ha fame e non può aspettare che la pasta venga scolata. Mancano solo due minuti ma lui non può aspettare. Tutto il resto vuol dire che i figli se li crescono per lo più le madri, incastrate tra orari per cui superman avrebbe problemi, strozzate da un contesto antisociale che è l’evidente frutto di una mente misogina e anche un po’ perversa.

E allora non sposarti, lascia stare, non cadere nella trappola. Lo dici a te stessa e lo raccomandi alle donne ancora libere che ami. Chissene frega delle garanzie, della comunione dei beni, della divisione, delle questioni patrimoniali, dello stato di famiglia, della casa familiare. Al diavolo tutto. Non vendiamo la nostra libertà per due spicci di risarcimento e aboliamo il matrimonio. Che nessuno più lo possa fare. Né uomini né donne. Liberiamocene una volta per tutte e viviamo in pace. E invece adesso tutti vogliono sposarsi. Tu stai lì con le mani tra i capelli e sospiri, perché non hai più la forza di farti sentire: non lo fate, non lo fate, facciamo tutti un passo indietro. Ma poi ci pensi bene e sai che la tua non è una soluzione. Che ti sposi o no, i rapporti di coppia non cambieranno, non in virtù del matrimonio. Se poi sei addirittura fuori dalle unioni civili, allora per te è proprio finita. Perché la donna, parliamoci chiaro, è garantita dentro la coppia, mica fuori. Va bene pure che non sia sposata, purché davanti al mondo si dichiari sentimentalmente impegnata.

suffragette e sospetti

suffragette

Ieri sera ho visto Suffragette. Non mi ha entusiasmato, eppure è un film da vedere perché racconta la nostra vita appena cento anni fa. Quando non votavamo, non disponevamo dei nostri soldi, non avevamo diritti sui nostri figli. Particolari su cui ogni tanto è bene rinfrescare la memoria.

La protagonista, Maud Watts, entra nel movimento che in Inghilterra rivendica il diritto di voto per le donne, viene arrestata e poi cacciata di casa dal marito, che le nega di incontrare il figlio, di cui dispone come meglio crede perché la potestà sul bambino è esclusivo appannaggio del padre.

Altrove le cose non sono differenti. Nel 1902 Sibilla Aleramo lascia la casa del marito, che le impedisce di vedere il figlio. Il loro incontro avverrà solo molti anni dopo nonostante i tentativi di lei di averne l’affidamento.

In Italia il suffragio universale esteso alle donne risale al 1945. La patria potestà diventa potestà genitoriale nel 1975.

I diritti della donna, rispetto al marito, nella sua relazione con i figli ma non solo, sono storia recentissima, forse ancora non ben digerita da generazioni di padri più o meno giovani che si barcamenano tra esilissimi e poco collaudati modelli di riferimento. È lunga la strada da fare e non siamo ancora arrivati da nessuna parte. Non perché i maschi facciano più facilmente carriera o non siano collaborativi in casa, che resta per lo più delegata alle cure degli angeli del focolare e delle loro aiutanti, anch’esse nella quasi totalità donne. No, quelli sono automatismi, consuetudini non impossibili da aggiustare. Più lunga è la strada della genitorialità, perché è qui che si giocano tante partite antropologiche.

Fai un figlio con un uomo e la relazione con lui cambia irreversibilmente. E certo, pensi tu, per forza. Ma cambia in un modo che non avresti mai immaginato, un modo che a volte ti insospettisce.

Il legame biologico tra madre e figlio è alieno da qualsiasi legge perché nasce su un terreno lontanissimo dal contratto sociale. Il legame tra madre e figlio risiede nel corpo. Ed ecco allora frotte di maschi, e ne ho visti, fare la pesata del bambino prima e dopo la poppata per convincere le donne a dare l’aggiunta. Eccoli a mettere i bambini in carrozzina per far riposare le madri. Eccoli a sistemare neonati nella cameretta perché così gli adulti dormono meglio. Complici schiere di familiari e conoscenti che assediano minacciosi la donna con i loro consigli. E sì, perché di fronte all’oscuro corpo femminile, di fronte a questo strano oggetto ingovernabile, l’unica cosa è esercitare un forte controllo. Il controllo della quotidianità e quello delle leggi.

Se si pensa a quanta legislazione relativa al corpo degli uomini esista, e a quanta invece ne è stata prodotta sul corpo delle donne, la disparità si rivela immensa anche a un primo colpo d’occhio. La giurisprudenza è impazzita nel tentativo di arginare la nostra strabordante consistenza. Una fatica immane ma necessaria, perché le donne vanno disciplinate, o quanto meno contenute.

Queste sono solo alcune delle leggi che ci riguardano:

Diritto di famiglia del 1942

Art. 544 del codice penale (la violenza sessuale e il matrimonio riparatore)

Art. 587 del codice penale (il delitto d’onore)

L. 75 del 1958 (Merlin sulla prostituzione)

L. 151 del 1975 (modifiche al diritto di famiglia)

L. 405 del 1975 (in materia di consultori)

L. 194 del 1978 (in materia di interruzione di gravidanza)

L. 442 del 1981 (abrogazione degli articoli 544 e 587 del codice penale in materia di violenza sessuale e omicidio)

L. 40 del 2004 (in materia di procreazione medicalmente assistita)

Disegno di legge n. 2216 del 2010 (in materia di discriminazione nei media e nella pubblicità)

Per carità, tante di queste leggi sono a nostra tutela, ma la cosa non fa che dimostrare in modo inequivocabile che l’aggressione è avvenuta e continua ad avvenire. Saremo pure un po’ sciocche e inutilmente preoccupate, ma perdonateci se ci viene il dubbio di un tentativo, magari inconsapevole, forse addirittura condiviso da molte donne, di chiuderci dentro uno schema ben definito, governabile e logico, quasi una lobotomia dell’anima e della carne, un modo come un altro di disciplinare una materia anarchica come quella delle donne.

figli dei figli

alice miller the drama of the gifted child

Nascere femmina può essere uno strazio. Non che la natura ci abbia penalizzate, anzi. Ma abbiamo così tante questioni da porre sul piatto della riflessione, che potremmo non occuparci di altro per tutta la vita, per poi, infine, capire che non abbiamo ancora risolto nulla, e che appena sbrogliamo un problema ne sbucano infiniti altri da tutte le parti. La vita delle donne è un fiume in piena, anche quando la calma quotidiana sembra farla da padrona.

Seduta sulla riva del mio fiume, armata fino ai denti per disarticolare giudizi e ruoli che risorgono come Micheal Myers nella saga di Halloween, mi guardo intorno un po’ attonita e un po’ divertita. Leggo, ascolto, catturo discorsi dalla strada.

Due sono i temi che rianimano anche le voci più assopite, sepolte da silenzi centenari: la vita e la morte. In mezzo c’è quel che c’è e nessun argomento riesce a scaldare gli animi come i due imprescindibili momenti in cui salutiamo il mondo. Nemmeno il calcio.

Questi sono i giorni dedicati al tema della nascita, complici il ddl Cirinnà e la paternità di Vendola, magicamente accaduti in una stessa manciata di giorni. E finalmente non mi sento più un’aliena a leggere ogni articolo, frase, appunto riguardante la surrogacy, mentre il padre di mio figlio cercava di convincermi che era argomento per pochi intellettuali che hanno un sacco di tempo da perdere. Adesso tutti ne parlano, vogliono dire la loro e ne sanno una più del diavolo. La carne è stata messa al fuoco e sta cuocendo. Se fino a qualche giorno fa era possibile leggere cose di persone più o meno esperte, addette ai lavori della bioetica o del dibattito femminista, adesso la surrogacy è diventato pane quotidiano per tutti. E ci voleva. Se non altro per una questione tutta personale: dimostrare al mio compagno che l’argomento scotta e non è élitario. Non solo. È adesso che viene il bello, che se ne sentono di tutti i colori, che emergono le ipotesi più incredibili, fino a perdersi e a non raccapezzarsi più.

A guardare la cosa spostando il punto di vista, emergono diverse piccole verità: il corpo delle donne, autodeterminato, eterodeterminato, sicuramente terreno fertile perché ognuno dica la sua; la natura, che ha delle leggi, o forse no, che è varia e tanto crudele da togliere diritti a chi per definizione ne ha: noi esseri umani; le leggi, per arginare, regolamentare e tutelare i diritti di cui sopra; addirittura il costo della pratica, perché non tutti se la possono permettere e allora come fa l’operaio di Melfi a spendere 150 mila per surrogare la maternità?

Forse il clima troppo caldo non aiuta la riflessione, ma nel fiume di parole spese al riguardo, ce ne sono alcune che ho trovato davvero interessanti: l’appello a una diversa cultura dell’adozione di Alessandro Gilioli e il ritorno alla centralità economica nelle parole di Michela Murgia, che giustamente equipara le surroganti alle donne est europee che abbandonano i figli per venire qui a badare alle nostre madri anziane. Perché, parliamoci chiaro, senza necessità economica, ma qual è la donna che si metterebbe a fare gestazione per altri?

Eppure non è detto. Più vado avanti in questo mio viaggio sul pianeta Terra, più mi rendo conto che l’umanità è varia e che non è mai detta l’ultima parola. Sì, ammetto che forse è possibile trovare qualcuna che spassionatamente, per puro spirito di altruismo, decida di portare avanti una gravidanza per rendere felice una coppia sterile. Ma detto in tutta sincerità, quante donne saranno mai al mondo? Un numero sufficiente a giustificare una legge per forza di cose faticosa e cavillosissima, e trattati internazionali che su questa materia regolino i rapporti tra i diversi paesi? Forse sto sottovalutando il fenomeno, ma credo che parliamo di casi più che rari.

A mettere le toppe e tornare al parco, i pantaloni si ristrappano. Il mondo avrebbe bisogno di una bella risistemata, altro che toppa.

Ma eccomi finalmente arrivata al punto di cui nessuno parla, o almeno io non ne ho avuto sentore: la capacità delle donne di donarsi e sacrificarsi. E sì, perché addirittura ho letto queste parole a proposito delle surroganti: il sacrificio cristiano. È qui che mi interessa soffermarmi e che mi viene voglia di lasciare la riva di questo mio fiume per buttarmi in acqua. Ad aggirarsi tra siti di surroganti e cliniche che si occupano di ovodonazione e gestazione per altri, è tutto un dono, un atto d’amore, un darsi per il bene dell’umanità. È chiaro che c’è una retorica difensiva alla base, ma ho paura che non sia solo questo. Ho paura che dentro quelle parole, in bilico tra l’essere patetiche e un po’ new age, si nasconda qualcosa di pericoloso, che ci relega a un ruolo che non ci spetta, antico e patriarcale, qualcosa che ci espone a un rischio per il piacere altrui, per compiacere.

Ma poi, riflettendoci meglio, penso che ci sia dell’altro dietro questa immagine di donna immolata alla coppia. Come se la surrogante fosse ancora la bambina che dona il figlio ai genitori sacrificandosi per il loro bene. C’è un sacrificio, sì, una volontà estrema di appagare il desiderio di una coppia tanto più simbolica quanto più estranea, perché nella quasi totalità dei casi non parliamo di surrogacy tra due sorelle, tra madre e figlia o tra amiche del cuore, parliamo dell’amore generico, universale e incondizionato per la coppia genitoriale.

Poi le leggi parlano di altro e di altro devono occuparsi. E io non credo che vietare sia una buona strada. Ma intanto, al di qua della barricata, su queste cose possiamo spingere il cuore oltre l’ostacolo e pensarle tutte.

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