assalto al cielo

Sabato 1 aprile, durante il goog deeds day, abbiamo ripulito il nostro parco. All’operazione di retake hanno partecipato adulti e bambini di ogni provenienza, oltre al folto gruppo di badanti russe che vivono nel quartiere. La sorpresa più bella sono stati gli adolescenti, rimasti a lavorare con noi fino alle otto di sera. Un piccolo esempio di società inclusiva.

La tempesta a Valle Martella. Un’esperienza di museo relazionale

la tempesta

Da un’idea di Aldo Innocenzi, protagonista del collettivo d’arte Stalker, il laboratorio City walk city talk investe uno dei quartieri nati negli ultimi cinquanta anni alle porte di Roma.

Il Museo Relazionale è approdato a Valle Martella, una frazione di Zagarolo spuntata negli anni Sessanta come un campo di funghi e nel tempo cresciuta in barba a progetti, vincoli, concessioni e regole. Un luogo talmente spontaneo da rendere inapplicabile il condono edilizio del 2003, quando centinaia di abitazioni che potevano finalmente essere investite di legittimità urbanistica sono rimaste nel limbo di ciò che esiste senza averne la concessione. Valle Martella è un quartiere alle porte di Roma dove vivono quattromilaquattrocentodieci anime perfettamente divise tra maschi e femmine. Dove ognuno ha costruito come poteva e come voleva. Ciascuno a suo modo. Una superficie vuota sulla quale emergono oggetti abitativi incoerenti. Valle Martella è un’anticamera al paradiso della capitale. Un posto come tanti, mai chiamato a lasciare traccia di sé.

 

Il laboratorio City walk city talk, ideato dal Museo Relazionale in collaborazione con l’Associazione Culturale U.R.A.Z. (unione dei rappresentanti e delle associazioni di Zagarolo, Colli, Valle Martella) ha rotto il silenzio su questa area anarchicamente urbana che si estende per oltre 7 chilometri: la mattina del 6 novembre un corteo ha attraversato le vie del quartiere, trascinandosi dietro un divano-vascello ispirato al naufragio del Sea Venture e alla Tempesta di Shakespeare. D’altronde a Valle Martella si arriva per naufragio. Non ci si viene perché la si è scelta. Il corteo ha navigato negli anfratti, nelle storture, in ciò che non ci piace, che poteva essere diverso, perché un posto così è pieno di trappole in cui il bello e il buono inciampano. Ha coinvolto ed entusiasmato i cittadini, le istituzioni, le associazioni, tutti coloro che qui vivono, e ha posto una domanda niente affatto retorica: che fare?

City walk city talk. Attraversare e raccontare la città. Conoscerla, entrare nelle sue maglie, ascoltarne la voce e portarvi la magia di Prospero. Camminando e parlando, il laboratorio ha disegnato un orizzonte, una prospettiva idealmente capace di ribaltare il presente e cambiare i connotati di Valle Martella trasformandola in museo relazionale, cioè in uno spazio da condividere, in un punto di osservazione capace di resuscitare la comunicazione attiva e avviare degli esperimenti alchemici attraverso i quali generare la bellezza di un quartiere nato per non essere bello. Portare un sogno a Valle Martella. Questo ha fatto City walk city talk. L’ha occupata, attraversata, è andato a tirare la giacca ai suoi abitanti e ha lasciato loro un questionario dalle domande semplici, da rispedire all’indirizzo del Museo Relazionale. Qual è il buono e quale il brutto di Valle Martella? Cosa le manca per farne un luogo in cui è bello vivere?

A unirsi a questa lunga camminata sono state alcune pagine de La tempesta, la commedia con cui Shakespeare ha chiuso la propria carriera di autore teatrale e ha rivelato a chiare lettere la propria visione del mondo e dell’umanità. Attori e artisti hanno intrecciato le parole del grande drammaturgo inglese a quelle dei cittadini in cammino, il senso della vita dell’uno al senso delle cose degli altri. Valle Martella è stata la grande scena di un naufragio che l’ha riportata al grado zero della sua stessa storia. Un punto dal quale non tornare indietro, dove rintracciare il residuo di bellezza di cui il mondo forse è ancora capace, addirittura qui. Un grado zero da cui partire per disegnare un futuro sottratto ai vecchi destini.

City walk city talk ha fatto irruzione con un’idea sovversiva di museo in una realtà che le risposte nemmeno se le aspettava più. Con un’idea di museo che museo non è. Ha portato la stanza dell’alchimista e il potere del mago nelle vie del quartiere, e ha invitato tutti a entrare, a sperimentare una nuova forma di reale, quello delle relazioni e dei futuri possibili.

Valle Martella è il vostro teatro. Entrate, signore e signori, e mettete in scena la vostra città, la vostra Utopia.

Gli ideatori promettono che la messincena presto si rifarà.

Il progetto del Museo Relazionale, nato qualche anni fa da un’idea di Aldo Innocenzi al CIAC – Centro Internazionale per l’Arte Contemporanea, Castello Colonna di Genazzano – restituisce all’arte contemporanea una funzione essenziale: il tentativo di fondare un’estetica. Un’estetica volta a vivere fuori dalle tele, dalle sculture, dalle realizzazioni multimediali, dai progetti audiovisivi. Negli anni il CIAC ha accolto le esperienze di cittadinanza attiva che hanno preso il nome dai prodotti lavorati nelle stanze dell’arte: il Pummidoro, il Cacchione, Le live, la marmettalta di Prungangini.

Il museo relazionale si manifesta nei paesaggi umani, si interroga sul mondo in cui viviamo, trasforma le strutture museali in luoghi atti a creare nuove integrazioni, porta l’arte nel nulla delle periferie, costruisce strategie di sopravvivenza e di fuga dai labirinti dei nostri luoghi. Ricontatta una domanda che il mondo contemporaneo non voleva più porre a nessuno: dove sta la felicità?

il sogno ciclabile

Ieri avevo un appuntamento nei dintorni di via del Corso. Ho accompagnato Orlando a scuola in bicicletta e sempre pedalando me ne sono andata in centro. Roma qui è davvero bellissima. E poco prima di pranzo me la sono goduta sfrecciando sulla mia vecchia due ruote. Peccato che l’isola pedonale sia ingolfata di automobili, taxi, autobus, motorini. E pedalare diventa difficile. Se poi alle difficoltà tecniche si aggiunge il carattere dei romani, la bicicletta può rivelarsi un inferno. Sì, perché il romano tipo non solo è arrogante e cinico, le cui cose da sole già basterebbero, ma è anche profondamente pigro e prepotente. Prende la macchina spessissimo, praticamente sempre – per evitare di fare due passi o di aspettare l’autobus – e mentre si sistema alla guida si trasforma in un animale. Grida, sbuffa, sbraita, bestemmia. Ha sempre fretta. Anche se non deve fare niente. I pedoni per lui sono un intralcio. Di conseguenza le strisce pedonali sono il luogo in cui dimostrare che la precedenza è sempre del più forte. I passaggi destinati a chi è rimasto a piedi sono i suoi migliori parcheggi. I marciapiedi sembrano fatti apposta per complicargli la vita. Eppure non sono i pedoni il suo nemico numero uno. C’è un’altra categoria ancora più odiata, ritenuta inutile, antiquata, addirittura radical chic con le sue teorie sull’inquinamento e la qualità della vita: i ciclisti. Quelli con la bicicletta.

Odiati da tutti. Dagli automobilisti se si arrischiano a scendere in strada. Dai pedoni se si azzardano a montare con la bicicletta sul marciapiede. Dagli anziani se gli si parano davanti anche a velocità molto ridotta. Dalle mamme con carrozzina, soprattutto quelle al primo figlio, perché quando arrivano al secondo forse hanno imparato a sorvolare su qualche dettaglio.

I ciclisti si riconoscono tra loro anche se non sono sulla due ruote. È come un corpo solidale, un luogo mentale, un mondo dentro il mondo. Comunicare con gesti impercettibili, indossare gli occhiali di matrix, combattere sospesi sulle strade di Roma. In cuor mio so chi è ciclista e chi no. So chi lo è davvero e chi solo en passant. Come mio padre che negli anni Ottanta distingueva al volo i guidatori abituali da quelli della domenica. Li vedo e mi accorgo che crescono. Siamo sempre di più. Alla faccia del petrolio. Sempre più gente prende la bicicletta. Persone di tutte le età e dei più svariati conti in banca. Poveri in bolletta, ricchi rentier, abitanti del Prenestino, di Trastevere, gente di mezza età, ragazzi, uomini in giacca e cravatta, madri attrezzate con seggiolini portabimbi, studenti universitari, italiani, stranieri, democratici, comunisti, anarchici, liberi pensatori, liberi professionisti, partite iva, impiegati, dipendenti pubblici, privati, partecipati. La bicicletta percorre volando tutte le classi sociali. Da un capo all’altro della città.

E allora perché non destinarci una corsia di ogni strada larga abbastanza da sacrificarne un pezzetto alle biciclette, magari quel pezzo occupato dalle macchine in doppia fila? Perché non disegnare circuiti nei quali questo fertile sottobosco umano, i ciclisti, possa muoversi liberamente fuori dagli sguardi d’odio di passanti e automobilisti? Perché non aiutare i ciclisti a sopravvivere?

Ho scoperto questa bella applicazione interattiva, my maps, e ho disegnato le piste ciclabili, facili da realizzare, che intorno a casa mia mi salverebbero la vita e mi permetterebbero di dire per sempre addio alla vecchia automobile. La mia ipotetica pista ciclabile è la linea scura che attraversa Ostiense, passa per Piramide, attraversa Marco Polo e arriva alle Terme di Caracalla. Potrei continuare all’infinito, verso il Colosseo e oltre, verso Ostia e la via del mare.

Pensate a come sarebbe bella via del Corso senza più una macchina né un autobus né un motorino. Solo donne bambini uomini e biciclette.

ipotetica pista ciclabile vicino casa mia

 

 

 

 

Lo shopping di Natale

©Liu Jianhua

©Liu Jianhua

Il consumo critico è come la droga, si inizia da una canna e non si sa dove si va a finire. Tutto in genere parte dal boicottaggio della Nestlè, per poi passare alla Barilla, direttamente alla distribuzione, cioè l’Unilever, all’esclusione di prodotti animali industriali (carne, latte, latticini, uova, mono e digliceridi degli acidi grassi), all’eliminazione dell’olio di palma, per ritrovarsi infine ad andare al supermercato rarissimamente, solo per la carta igienica e poco altro.

L’altro giorno io e il mio compagno abbiamo preso cane e bambino e siamo andati a piedi a viale Marconi, una strada commerciale non lontana da casa. Per fare i regali, ci siamo detti, ma secondo me non era vero. Forse ogni tanto abbiamo bisogno di immergerci nelle maglie del consumo perché, è inutile negarlo, è un luogo pieno di forme e colori seducenti e appaganti. È come scivolare in un lago di desideri infantili e farsi conquistare dagli abbagli. Un lago in cui le cose nascondono la loro anima più profonda.

Siamo entrati alla Feltrinelli. Un rito da ripetere ogni tanto per confermare la scelta delle piccole librerie, quelle in via d’estinzione, che non hanno lo spazio per mettere tutto, sempre incerte se prendere i best seller perché la grande distribuzione questi, a differenza degli altri, glieli fa pagare in anticipo, negozietti dai quali si può uscire ogni tanto con un libro, evitando la vertigine dei miliardi di titoli dei milioni di autori delle grandi librerie, sfuggendo alla mania del possesso, secondo la quale i libri è bene averli. A me i libri piace farmeli prestare, e prestarli, e perderli e ritrovarmeli.

Nonostante tutto avevo trovato il romanzo che fa per me, un bel fiume di parole da ascoltare la sera per essere dolcemente accompagnata nel mondo dei sogni. Ero addirittura disposta a comprarmelo. Se non fosse stato per il serpente umano che si snodava dalle casse. Siamo usciti senza fare acquisti.

In tutta la via un solo altro negozio teneva testa, in quanto a clienti e code alla casse, alla Feltrinelli: Tiger. Nuovo, per me che non ne conoscevo l’esistenza.

Marchio danese. Prezzi competitivi. Uno stile che tenta di emancipare i piccoli oggetti dallo status di cianfrusaglia. Insomma una specie di Ikea delle piccole cose. Colori vivaci, ma non sempre e non troppo, depositati su una struttura minimale.

Dici Danimarca e pensi a una sorta di pulizia socialdemocratica dove non c’è mai problema, niente di cui preoccuparsi, perché tutto è stato confezionato con criteri di equità e trasparenza. Comunque era tardi, ci siamo solo affacciati e ce ne siamo andati.

Saranno stati i colori, sarà stata la socialdemocrazia, fatto sta che io e Orlando il giorno dopo ci siamo tornati. Eravamo soli, senza cane e senza padre, con la bicicletta. L’unica cosa che poteva metterci fretta era il buio in agguato (tornare a casa in bicicletta di sera col bambino dietro le spalle non mi piace). Ma ci siamo presi il nostro tempo e abbiamo cercato l’anima profonda e nascosta degli oggetti firmati Tiger: tutto made in China. Che poi non vuol dire niente. La Cina è grande. Quasi tutto viene da lì. È come dire che dentro le torte c’è lo zucchero.

La sera abbiamo cercato nel libro che in questi giorni gira per casa come una Bibbia, il già citato Confessioni di un eco-peccatore. Sfogliando leggiamo di una grande città dove vivono due milioni di persone, tutte addette alla produzione del 90% delle cianfrusaglie mondiali. Yiwu. Qui marchi come Tiger fondano la loro filosofia e la loro fortuna. Due milioni di persone che lavorano a ciclo continuo, senza pause di produzione. Producono e basta. Una grande, immensa fabbrica illuminata a giorno 24h. Un luccicante, addobbatissimo albero di Natale.

Ovviamente siamo tornati a casa a mani vuote e il giorno dopo abbiamo comprato nel negozietto sotto casa le forbici di Orlando per fare i collage, anche loro made in China (per avere delle forbici a quanto pare bisogna passare per la Cina). Ma almeno non abbiamo fatto la fila e abbiamo evitato l’abbaglio dell’impeccabilità danese.

27 novembre 2013. Debiti e speranze

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27 novembre 2013. Mio figlio dorme. Il padre segue talk show sulla fine dell’ultimo ventennio. Due ventenni in meno di cento anni. 40 su 90. Una bella media. Intanto io, che proprio non riesco a percepire l’effervescenza della nuova era, quel friccicore che annuncia la nuova avventura e chiama tutti a riversare i propri sogni nel fiume della grande storia, io, che da troppo tempo non mi immergo nelle acque della militanza, navigo in rete in cerca di computer sostenibili. È possibile acquistare un pc che non sia stato costruito dalla Foxconn o da un suo simile? Possibile scegliere il consumo critico anche in campo informatico e fare attenzione all’ambiente?

A proposito di ventennio. Ve li ricordate gli anni Novanta? Non solo quelli italiani. Tutti gli anni Novanta, globali, totali, planetari. Fu allora che la Apple convinse milioni di giovani persone che avere una sua macchina significava pensare differente, essere differente. Differente divenne bello. E tutti diventammo differenti. Anche io, lo ammetto. E da allora mi sono affezionata ai miei portatili mac che mai avrei cambiato con un pc.

Quando Orlando ha iniziato a usare le mani, tra le prime sue gesta c’è stata quella di rompere l’interruttore del mio portatile. Era vecchiotto ma andava bene. Era veloce. Era pure bello. Solo che non potevo ricaricare la batteria. Nessuna assistenza ha voluto ripararmelo, né quella della mac né i negozietti sotto casa che magari, pensavo, per un po’ di soldi avrebbero accettato la sfida. Da oltre due anni il mio portatile sta lì, immobile, depositato su un piano alto della libreria, non morto ma semplicemente spento. Per sempre. In questi due anni di finanze in rosso, non abbiamo ricomprato un altro computer e ci siamo accontentati di usare in due quello del mio compagno. Ci abbiamo pensato, ne abbiamo parlato, ma alla fine, in fondo, a pensarci bene, potevamo farne a meno.

L’altra sera parlavamo di consumo critico. Lui sta leggendo un libro che sembra molto interessante, Confessioni di un eco-peccatore di Fred Pearce, e siamo partiti da lì. Alla fine ci siamo fatti la domanda: è possibile comprare un computer che non sia stato costruito dalla Foxconn o da un suo simile?

Stasera, mentre imperversa la decadenza di Berlusconi, faccio la mia piccola ricerca e scopro che, forse, addirittura, posso recuperare il mio vecchio portatile. Esistono società che fanno riciclo informatico. A Roma ho trovato questa, ma credo ce ne siano in ogni grande città. Magari mi diranno che è tardi, che è stato fermo troppo tempo, non lo so. Ci voglio provare.

Non è chiaro se sia possibile comprare un computer costruito nel rispetto dei lavoratori e dell’ambiente. Chiaro per me per ora è che è meglio evitare di acquistare prodotti informatici come se fossero fazzoletti usa e getta. Meglio resuscitare la carcassa depositata sull’ultimo ripiano della libreria. E io stasera, mentre Berlusconi decadeva, potevo di nuovo guardare con amore e speranza il mio vecchio portatile.

Maggio 2013. Diario di una casalinga disperata

pulizie+di+primavera

Premetto che non sono una casalinga, né una casalinga felice, né tanto meno vorrei esserlo. Ma quello che faccio lo faccio da casa. E le nostre finanze sono talmente in rosso che non possiamo permetterci aiuti di alcun tipo. E siccome il padre di mio figlio esce ogni giorno per andare a lavorare, va da sé che quasi tutto il peso domestico ricade su di me. Insomma, da splendida single che vive sola col suo cane, mi ritrovo ora a sperimentare la vita della casalinga.

Nella vita bisogna provare tutto. Se ne trae sempre un insegnamento…

Nessuno può capire quale sia davvero la giornata tipo della casalinga se per un caso più o meno fortuito della vita non gli è capitato di ritrovarcisi dentro.

E allora iniziamo il nostro breve viaggio nello splendido mondo della “donna di casa” alias regina del focolare.

Partiamo dalla mattina. Apriamo gli occhi e di fronte abbiamo la casa come la giornata precedente ce l’ha restituita: i giochi sparsi per tutti i sessanta metri quadri scarsi dell’appartamento, la cucina sottosopra, i vestiti buttati alla rinfusa, la camera da letto come Beirut, la cesta dei panni sporchi traboccante, lo stendino carico di panni umidi che vaga per lungo e per largo secondo le esigenze e le attività del momento.

Il primo caffè non è sufficiente. Si passa immediatamente al secondo. La mattina trascorre tra telefonate, concentratissimi minuti sparsi qua e là davanti al computer, il tentativo di fare un po’ di ordine e di pulizia. In primavera la situazione è aggravata dal fatto che Ozu, la cana, si spoglia del suo pelo per prepararsi al caldo estivo. E i cambiamenti climatici non aiutano: caldo freddo freddo caldo pioggia sole sole pioggia. Lei i peli li perde e li rimette, li perde e li rimette finché finalmente non arriva l’afa estiva a mettere il punto a qualsiasi corrente più fresca.

In men che non si dica è l’ora del pranzo. Arrivo quasi sempre con l’affanno all’obiettivo di mangiare e far mangiare Orlando, che da un giorno all’altro subisce sbalzi orari tali da rendere impossibile fare piani di azione che superino la mezz’ora. Se non ha già dormito durante la lunghissima attesa del pranzo, è adesso che si addormenta, ma non è detto, perché il sonno qui da noi è un nemico da sconfiggere e qualche volta mio figlio ce la fa, resta sveglio fino alla sera senza mai chiudere occhio dalla mattina.

Nelle due ore del suo pisolino, io mi muovo per casa in moviola: al computer, dove apro un file dopo l’altro pensando di poter mettere mano a tutto, in cucina, regno dei piatti sporchi, in bagno per fare una doccia. Poi finalmente seduta al computer con una tazza di caffè, la terza e ultima della giornata. Manca solo la sigaretta. Ma un giorno, lo so, ricomincerò.

A un certo punto Orlando si sveglia e nonostante io possa stare ancora delle ore a fare le mie cose, sembrerà assurdo, ma quasi quasi tiro un sospiro di sollievo: posso finalmente uscire dalla modalità della moviola. È arrivata l’ora di andare al parco e in ludoteca, perché mio figlio ha bisogno di socializzare. Io no, lo giuro, me ne starei tranquilla per conto mio, ma vado, lo porto, lo osservo, lo sostengo, e intanto mi guardo intorno. E un po’, lo ammetto, mi diverto. Il parco bimbi di via Matteucci merita un post a sé, e un giorno lo scriverò.

Ecco le mie ore di relax. Io a questo punto non devo fare niente se non quelle attività piuttosto leggere che sono seguire a singhiozzo i suoi giochi e osservare come va il mondo da queste parti.

Le due ore sono trascorse ed è di nuovo tempo di mangiare. Si corre a casa e si cucina per lui, perché se andiamo troppo in là con la serata non mangia più niente. Infine è tempo di giochi, gli ultimi prima di andare a dormire, ma per arrivarci bisogna prima intraprendere la santa guerra contro il sonno, che stavolta, lo so, vincerà, ma non è detto che ci riesca subito.

Orlando dorme e inizia la mia serata. E sono già le dieci, dieci e mezza.

Va detto che mi piace complicarmi la vita. Così le mie smanie di decrescita felice mi portano a concentrare la spesa nel weekend, per poter comprare direttamente e a kilometri zero, cosa che a Roma sembra difficile, a meno di acquistare le carote di Piramide. Ma il sabato e la domenica i contadini vengono da noi, a mezz’ora di cammino. Così io Orlando e Ozu ci avviamo a piedi alla conquista del cibo. Complice solo un passeggino “nuovo”, acquistato di recente in un negozio dell’usato e sul quale mio figlio miracolosamente accetta di salire per le passeggiate più lunghe. Ma Roma in passeggino è un altro argomento che merita di essere trattato a parte, e un giorno lo farò.

Alla fine della fiera la mia conclusione è questa: c’è voluta una mente davvero perversa per inventarsi un lavoro come questo, trasformarlo in dovere ed evitare qualsiasi tipo di retribuzione o riconoscimento. Un lavoro che inizia la mattina presto e finisce la sera tardi, che non prevede pause pranzo né pause caffè perché ogni pausa è nuovo lavoro.

Non sono un’appassionata di lavoro, nel senso che nella vita mi piace fare ciò che mi piace, e penso che nessuna vita dovrebbe essere interamente sacrificata al lavoro, perché ci sono tante cose belle che vale la pena non farsi sfuggire. Non credo che il lavoro renda liberi, credo piuttosto che sarebbe auspicabile liberarci dal lavoro così come è concepito. Ma questo è un discorso complesso che esula, forse, dalle mie giornate. Nel frattempo, mentre mi alleno per cambiare il mondo, sperimento l’ultima ruota di questo bel carro che è il nostro mondo produttivo.

L’altro giorno Orlando e il padre sono usciti insieme, lasciandomi sola in casa libera di lavorare e basta. Quando sono tornati, il mio compagno mi ha chiesto: beh, ti sei riposata? Chiunque può immaginare la risposta, il dramma però è che mi sentivo riposata davvero.

Non c’è la comunità? L’homeschooling non si fa

folla

L’altra sera il padre di mio figlio mi chiedeva: “l’homeschooling, praticamente, come funziona?” Difficile spiegare come funziona qualcosa che non c’è. Non c’è la scuola.

“Che senso ha l’homeschooling se non c’è una comunità?” Poneva infine questo dubbio sacrosanto. Sacrosanto perché universale. Togliere di mezzo la scuola apre il sipario a una realtà che cerchiamo in tutti i modi di non vedere: la comunità non c’è. Esistono dei surrogati virtuali nei quali riponiamo ogni speranza di salvezza, come la rete. Surrogati di sistema, come la scuola, che però per la loro natura sovrastrutturale e coatta non sono dinamici né vitali. Esistono poi tanti luoghi di incontro – vedi il proliferare di corsi di teatro, musica, ballo, scrittura, lettura, ceramica – ma per lo più a pagamento e comunque finalizzati a un obiettivo molto circoscritto. Di fatto la comunità non c’è.

Non mandare i figli a scuola crea un vuoto oggettivo. Tanto più che una madre rischia di restare sola a gestire tutto, dal tempo allo spazio alla parola al silenzio. Il padre può essere d’aiuto nel caso in cui la pratica dell’homeschooling sia condivisa, ma non basta, e comunque il carico maggiore finisce inevitabilmente su un solo genitore, che quasi sempre corrisponde alla madre.

Detto fatto. Non c’è la comunità. L’homeschooling non si può fare.

Ma io sono convinta del fatto che le strutture massificanti e “obbligatorie” come la scuola siano complici di questa mancanza, o meglio, di questa sparizione. Perché un tempo la comunità c’era e non bisogna risalire alla notte dei tempi per ricordarsene: emerge dai racconti di mio padre, ne sopravvivono dei tratti nella memoria della mia infanzia, e poi ancora nelle mie esperienze di ragazza che fa politica, ce ne sono delle sacche qua e là, sparse come riserve indiane nella società in cui viviamo, tracce, residui di una vocazione che non ne vuole sapere di abbandonare la Terra per emigrare su altri pianeti.

Io mio figlio a scuola non voglio mandarcelo perché a pelle la scuola non mi piace, perché istintivamente penso che faccia male, perché mi ricorda i regimi e le grandiose architetture figlie di sogni che stanno per tramontare. Insomma è una tentazione più emotiva che logica. Ma c’è anche un’altra cosa: mandarlo a scuola significherebbe oscurare il fatto che non c’è alcuna comunità a sostenermi, quindi non c’è alcuna comunità tout cort, e questo sistema mondo sta fallendo perché io e mio figlio spesso siamo soli perché non andiamo a scuola.

E fin qui abbiamo individuato ciò che in questo mondo non va. Poi però esistono cose che vanno bene e che fanno piacere. Per esempio quelle sacche, riserve indiane di umanità che sopravvive dentro la materia della nostra vita. Tentativi faticosissimi ma necessari di riconoscersi al di là delle sovrastrutture, oltre le sovrastrutture, addirittura contro le sovrastrutture. Io ne vedo sempre di più, nonostante il disastro. Sono ottimista? Forse.

A volte mi sembra che per cambiare il mondo ci voglia ancora solo un passo. In quale direzione? La domanda è d’obbligo. Per esempio si può tentare di rovesciare certa retorica che ci schiaccia tutti su risposte scontate. Non più: non c’è la comunità quindi l’homeschooling non si fa. Ma: si fa homeschooling quindi si fa la comunità.

Non posso dire “mi sento sola” che c’è subito qualcuno pronto a rispondermi: “lo devi mandare a scuola”. No, mi sento sola perché di fatto lo sono. Risolverò il problema, ma non mandando mio figlio a scuola. Almeno non per ora.

decrescita, politica e nuovi analfabetismi

economia della felicità di Helena Norberg Hodge

In questo momento di post elezioni, dopo essere stata tutto il giorno con Orlando ed essermi attestata su un livello poco più che primordiale di linguaggio, la sera non ce la faccio proprio a godermi un bel film, così seguo l’inclinazione del padre di mio figlio che non si perderebbe un talk show per niente al mondo. Ieri è stato il turno di Servizio pubblico di Michele Santoro. Tra gli ospiti c’era Mara Carfagna. Mentre l’ascoltavo mi chiedevo se davvero fosse una donna di destra. Il padre di mio figlio rispondeva che mi facevo la domanda sbagliata: Carfagna, come molti del Pdl, non è né di destra né di sinistra, semplicemente sta difendendo il suo spazio. La destra, sempre secondo lui, in Italia ha votato Monti, cioè quasi non esiste.

Evidentemente a volte andare giù duri con i giudizi paga. Mara Carfagna infatti, parlando del Movimento 5 stelle, ha toccato l’argomento decrescita dicendo: Grillo vuole la decrescita, mentre io desidero che il mio paese cresca. Ecco, appunto, il padre di mio figlio forse ha ragione e Carfagna non è né di destra né di sinistra.

In merito alla decrescita, siccome evidentemente molti parlamentari non sanno bene di cosa si tratta, rimando intanto alla voce di wikipedia (enciclopedia che preferisco ai vecchi tomi cartacei). Consiglio inoltre letture che riguardano l’economia della felicità. Sarebbe auspicabile che la classe dirigente italiana si informasse su ciò che nel mondo sta accadendo.

se aiuti una donna, aiuti anche un uomo

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Capita che il padre di mio figlio abbia delle uscite felici, a metà tra la verità e il sarcasmo. È un appassionato di finanza, non nel senso che gioca in borsa e vince milioni di euro. Lui legge di finanza, si informa, vede documentari, compra libri, scova notizie che a volte esulano dallo specifico, come il fatto che Gregory Millman, autore del libro Finanza barbara, insieme alla moglie abbia scelto l’homeschooling per i figli.

Il padre di mio figlio rifletteva sul reddito di cittadinanza. Sacrosanto. Difenderebbe tutti quei diritti costituzionali con i quali quotidianamente ci sciacquiamo le mani. Ma i soldi per farlo ci sono? Cominciamo col darlo a qualcuno, dice lui, per esempio alle donne madri che non lavorano. Perché “se aiuti una donna, aiuti anche un uomo”.

È chiaro che le donne madri svolgono una funzione fondamentale. Che società sarebbe se non ci fossero bambini e ragazzi? Se progressivamente e inarrestabilmente la nostra comunità invecchiasse? E fino a quanti anni dovremo lavorare se non potremo lasciare il testimone alle nuove generazioni? Sempre lui che riflette.

Aggiungo io una domanda: se scelgo di tenere con me il bambino e non mandarlo al nido, quanti soldi faccio risparmiare al mio paese? Facendo un giro su internet le cifre variano da sito a sito, comunque alle casse dello Stato un bambino al nido non costa meno di 24.000 euro annui.

In sostanza il fatto di tenere Orlando con me sta facendo risparmiare almeno 24.000 euro di denaro pubblico. L’Italia potrebbe darmene atto, ringraziarmi e inventarsi politiche di sostegno alla maternità che non passino esclusivamente per la costruzione di nuovi asili nido, che comunque non vengono costruiti.

Il discorso sulla spesa pubblica può essere esteso a tutte le scuole dell’obbligo: materne, elementari, medie. L’educazione scolastica di un ragazzo dai 3 ai 15 anni ha un costo di oltre 88.000 euro complessivi, sempre che lo studente sia diligente e non venga mai bocciato, altrimenti le cifre salgono (vedi http://www.gildacuneo.it/2012/01/allo-stato-non-conviene-bocciare/).

Difficile non pensare che un eventuale assegno di maternità vada contro il diritto delle donne al lavoro, che le faccia tornare a casa trascinandole fuori dal mercato delle occupazioni.

Personalmente non credo che la mia esistenza possa risolversi nel rapporto con mio figlio. Ho bisogno e voglia di fare anche altro. D’altronde occuparmi di Orlando in questi primi anni della sua vita non vuol dire necessariamente non fare più niente che non lo riguardi. Organizzarsi non è scontato, certo, ma forse non è impossibile, a patto di erodere una vecchia visione del mondo.

Ore e ore al giorno di scuola, ore e ore al giorno di lavoro. La vita si presenta come una gabbia dalla quale è possibile uscire solo con un tornello che ci costringerà a tornare al più presto tra le sbarre. Sembra di essere finiti in una grande fabbrica che deve produrre a ritmi strazianti una quantità sovrumana di cose. Mi chiedo se non sia ormai tutto un imbroglio, se questa storia non si sia esaurita con il millennio scorso. Abbiamo ancora bisogno di produrre tanto? Ma soprattutto, produciamo ancora così tanto?

Che senso ha oggi massificare il lavoro, la formazione, le cure, le strutture, da quando siamo bambini fino a quando diventiamo vecchi?

Dopo essere entrate quasi in massa nel mondo del lavoro, non è forse arrivato il momento di trasformarlo, liberando noi stesse e i maschi da una concezione concetrazionista del tempo produttivo e di quello improduttivo?

lezioni di economia domestica e visioni del mondo

via col vento

L’altro giorno, mentre lavoravo, il padre di mio figlio in un impeto provocatorio mi ha detto “fai qualcosa invece di stare al computer.” L’ho guardato con aria interrogativa e lui ha proseguito “per esempio spazza per terra.”

Bene, direbbe chiunque, qui finisce l’avventura. Ma il padre di mio figlio è così, un po’ demodé, un po’ come leggere un romanzo tardo romantico o aprire una finestra sui secoli scorsi. Comunque lui non si sogna nemmeno di spazzare se non quando è messo alle strette. Evidentemente non lo ha mai visto fare, o meglio, lo ha visto fare a qualcuno che non ha rappresentato per lui un modello di riferimento, in sostanza quella che colloquialmente, ahimè, viene detta “la donna”.

Qualche ora più tardi io e mio figlio eravamo soli in casa. Il padre era uscito. Siccome non abbiamo una “donna” che viene a fare le pulizie, ce la caviamo da soli. Così ci siamo dedicati a sistemare la casa, che dopo il weekend è particolarmente sottosopra, e io ho imbracciato una scopa. Poco dopo Orlando voleva prenderla e spazzare al posto mio. Talmente lo voleva che nemmeno lo scopettone riusciva a consolarlo. E così si è messo a piangere. Gli ho dato la scopa e ho pensato tra me “mai più piangerai per tenere in mano una scopa”, però sicuramente non ti sembrerà assurdo, ogni tanto, prenderla e ramazzare. Insomma, la morale è sempre quella, l’apprendimento non passa per ciò che si dice ma per ciò che si fa, e che si condivide.

Il piccolo episodio però non si esaurisce qui e la riflessione potrebbe andare altrove, sul terreno della decrescita, di questi tempi tanto battuto.

Ci siamo abituati a stare comodi, a delegare, pagando, le faccende che consideriamo meno gratificanti, come pulire la casa, ma non solo. Ci siamo seduti su livelli di benessere che non prevedono che stia a noi fare i cosiddetti lavori pesanti, per i quali ci sono migliaia di stranieri venuti qui a cercare la sussistenza. Ma adesso che la sussistenza diventa un problema pure per noi, può capitare di dover riprendere in mano una scopa. Io non ci trovo niente di strano, ma d’altronde in casa dei miei, quando io e mia sorella eravamo piccole, non c’erano aiuti domestici esterni.

La “donna” che viene a fare le pulizie fa il paio con tante, tante altre cose che ci sembrano indispensabili ma che agli occhi di una persona che viene da lontano appaiono assolutamente superflue. Lungi da me fare la morale sulle abitudini degli altri, e di conseguenza sulle mie. Lungi da me pensare che la vita è sofferenza, e allora forza, sgobbiamo e soffriamo. Mi chiedo se esista un giusto equilibrio tra il fare e l’essere felici, se prendersi cura di sé in tutti i sensi, anche i  più umili e bistrattati, senza per questo eccedere in maniacali prospettive igieniche, possa esserci d’aiuto, se può esserci d’aiuto abbandonare gli astratti ideali che ci ritraggono in pace solo quando siamo seduti a una scrivania a leggere, scrivere, studiare, ricercare, pensare, elucubrare, sviscerare questioni annose dai titoli sempre più specifici. Insomma, mi chiedo se la felicità si nasconde laddove siamo disabituati ad andare, suggestionati da fascinose depressioni esistenziali. Io intanto a mio figlio insegno a spazzare per terra. Se non altro eviterò che un giorno inviti la sua compagna a farlo al posto suo. Magari, forse, riuscirà pure a non pensare che certe condizioni sono destinate agli altri, di sicuro non a lui.

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