due parole su coco

L’essere umano è uno spazio saturo di contraddizioni.

Ieri è stato il compleanno di Orlando. Il suo settimo compleanno. Sono andata a prenderlo a scuola prima dell’uscita e insieme siamo andati al cinema a vedere Coco.

Tralascio l’importanza del film sul tema del rapporto con la morte di cui tutti parlano. Mi permetto solo di fare un appunto dissonante rispetto al coro: l’avventura vissuta dal protagonista, Miguel, ci dimostra che se nel mondo dei vivi non saremo ricordati, nell’aldilà scompariremo. Questo ciò che accade nel film. La vita eterna è legata alla memoria di chi resta. Insomma non riusciamo a liberarci di noi stessi, a liberare gli altri da noi stessi, nemmeno morendo. Non siamo disposti a tagliare il laccio e a metterci da parte. Mai.

Ma la cosa che più mi preme è il Leitmotiv di Coco: niente è più importante della famiglia. Una frase che segna la storia al punto da offuscare il resto. Evidentemente il senso profondo del film. Una vera e propria legge alla quale il protagonista all’inizio disobbedisce per seguire la propria passione, avversata in modo indiscriminato da tutti i parenti. Nel corso dell’avventura però Miguel scopre che proprio nelle sue origini risiede la ragione di quella passione. E alla fine i conti tornano: nessuno se ne ricordava, ma la musica amata dal protagonista stava già nel sangue dei suoi antenati. Per carità. Va bene così. Non trascurerei però con tanta leggerezza il dettaglio che è stata proprio lei, la famiglia, col suo carico di genitori nonni e zii, a spedire il protagonista all’inferno nel momento in cui ha dichiarato la propria passione.

Spostando un po’ il punto di vista, potrebbe rivelarsi interessante la matrilinearità della discendenza di Miguel, se non fosse che il trisavolo maschio non è un semplice assente, ma uno che col proprio abbandono ha determinato un destino che è una vera e propria tagliola per tutti. Se non fosse che la donna da cui tutto discende ha costruito l’esistenza propria, dei propri figli e dei propri nipoti sulla rabbia verso l’uomo che l’ha lasciata sola. Una donna che si porta la stizza pure nell’aldilà e che solo di fronte all’evidente innocenza si decide a perdonare l’amore della sua vita.

Personalmente ho dovuto azzerare i rapporti con i miei familiari, ho dovuto farli uscire dalle maglie strette del sistema famiglia, per poterli conoscere e da quel momento amare come persone. Ho perdonato anche, soprattutto, dove non c’era innocenza. Se no che perdono è?

A proposito di quello strano fenomeno raccontato nel film che è la morte nell’aldilà. Orlando, un bambino che non frequenta alcuna religione, l’altro giorno mi ha detto: il paradiso è il posto dove vengono esauditi tutti i nostri desideri. Perché mica si può morire due volte.

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Aspettare La città incantata

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In primavera la quarantena è dura. Siamo stati costretti in casa dalla varicella, mentre fuori il mondo rinasceva. Ad aiutarci sono arrivati il tempo incerto e una programmazione cinematografica casalinga che ha rotto alcuni indugi. Abbiamo visto La città incantata di Miyazaki. Era tanto che lo aspettavo. Tutti mi dicevano: non ancora, è presto, Orlando si spaventerà. In questi giorni ho pensato che niente sarebbe stato peggio della varicella. Era finalmente arrivato il tempo di farlo.

Miyazaki è stato tra gli illustratori di cartoni che hanno segnato la mia infanzia. Forse per questo quando guardo un suo film penso che nessun disegno possa rendere meglio il mondo incantato dei bambini. E la resa a tutto tondo dell’animazione di ultima generazione mi sembra pacchiana, senza poesia, troppo ammiccante, tondeggiante, pesante.

La città incantata inizia così, meravigliosamente bidimensionale. Ero pronta a interrompere la visione appena Orlando si fosse spaventato. È vero, i primi dieci minuti di film sono inquietanti e fanno un po’ paura. Forse meno di quanto mi aspettassi.

Inoltrarsi nella città incantata insieme a Chihiro è come entrare in un sogno. Si incontrano personaggi dalle sembianze fantastiche, il paesaggio è surreale e accadono fatti in bilico tra il crederci e il non poterlo fare. Tutto ha un aspetto minaccioso e incontrollabile. Poi però la storia cambia veste, rende superflua la paura e rivela l’ambiguità delle cose. Esseri che sembravano spaventosi e temibili si dimostrano amici. Chihiro acquista coraggio e diventa protagonista di questo inusuale spazio, dove nessuno è davvero cattivo e anche i buoni hanno un lato oscuro. Dove si impara che le cose più spaventose sono quelle che guardiamo da lontano. A entrarci dentro, tutto si può affrontare.

 

A caccia di film. Balto. Il lupo nel cuore

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Amavo il freddo e l’inverno, le serate in casa, la sigaretta e il bicchiere di vino, le cene con gli amici, il rumore della pioggia, le giornate corte, il buio incalzante, le galosce e il mare in tempesta. Poi è arrivato Orlando e il mondo intorno a me ha fatto una capovolta.

Com’è bella l’estate ora, con le sue giornate lunghissime, le serate al parco, le atmosfere surreali.

Tra i vantaggi del tornare un po’ bambini e rivivere una seconda infanzia, più vicina ai nostri desideri della prima, tra i molteplici, inaspettati benefici dell’essere genitore, ci sono i cartoni animati. Quelle lunghe storie dove si può ridere e piangere a dirotto, e le emozioni sono libere.

L’altra sera abbiamo visto Balto, la storia di un cane che ha salvato molti bambini di una piccola città dell’Alaska. Balto è esistito davvero. Nel 1925 ha guidato la slitta che portava a Nome la cassa di medicinali con cui l’unico medico della città avrebbe curato i malati di difterite. Nel 1995 Steven Spielberg ha prodotto il film di animazione diretto da Simon Wells tratto dalla vera storia di quella slitta della salvezza.

Balto è cane solo per metà. L’altra metà è lupo. Selvaggio, indomabile, natura pura ululante. Per questo gli umani non si fidano di lui, per quel suo essere ai confini della regolarità, oltre la soglia della ragione e della ragionevolezza, oltre ciò che si può tollerare. Nel suo essere selvaggio, Balto è ostinato, e innamorato, è più forte del più forte dei cani, perché nel suo cuore risiede la natura dei lupi. Il suo olfatto è più fine, la sua intelligenza più acuta. Il suo amore è puro. Come ogni eroe, Balto accetta la sfida: rinunciare a diventare del tutto cane, accogliere la propria natura emarginata e offesa, farne la propria forza e donarla agli altri. E alla fine è il lupo a salvare i bambini.

in difesa di Valka

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Quel personaggio sembrava un mostro e invece era la madre. (Orlando)

Dragon trainer 2. Immersi nel caldo afoso di Roma, prima di lasciare la città, abbiamo ceduto alla tentazione di vedere il sequel della storia dell’amicizia tra Hiccup e il drago Sdentato. Ce ne era stata sconsigliata la visione: troppe emozioni forti, la morte del padre, la madre che ricompare dopo 20 anni. Dopo mesi di attesa abbiamo detto basta, è arrivato il momento di vederlo. Orlando era emozionatissimo. Un po’ anch’io.

Dragon trainer è proprio un bel film. Tocca corde profonde e importanti, antiche e necessarie.

Dopo aver combattuto contro i luoghi comuni degli abitanti di Berk e aver sconfitto l’unico drago davvero cattivo, ora Hiccup non è più un ragazzino e deve affrontare battaglie ancora più difficili: sconfiggere il malvagio Drago Bludvist, incontrare la madre Valka, perdonare il tradimento e accettare il potere dell’isola.

Ma quale donna abbandona il figlio piccolissimo per andare a vivere in una riserva di pace insieme ai draghi sopravvissuti alle cattiverie degli uomini? Questa è la storia di Hiccup e di sua madre.

Al di là dell’estremo di un abbandono durato 20 anni, la loro vicenda ci racconta qualcosa di profondamente vero: la madre è incompatibile con l’ordine sociale del padre, porta con sé un altro ordine delle cose, un’ipotesi scartata, violentata, esiliata dal potere del padre. La riserva in cui Valka si trova è la testimonianza che la Storia poteva andare diversamente. Quel luogo conserva le tracce di ciò che avrebbe potuto essere.

La madre se ne è andata da Berk perché qui non era riconosciuta la sua natura, la sua consistenza.

È vero. Quel personaggio, agli occhi di un ragazzo cresciuto secondo la legge del padre, appare mostruoso. Eppure l’alterità chiamata mostro è la madre, e sarà lei, insieme al figlio, a riportare la pace nel mondo.

che fine ha fatto il principe azzurro?

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Immersi nel caldo romano nei pochi metri quadri di un’utilitaria, mia sorella ci raccontava la storia di Maleficent. La bella addormentata dal punto di vista della strega. L’aspetto debole del film, diceva, sta nei veri genitori, quasi inesistenti. Anche in Rapunzel, dico io. Due sovrani ai quali viene rapita l’unica figlia, che non trovano niente di meglio da fare che lanciare nel cielo lanterne volanti il giorno del suo compleanno.

Evidentemente la coppia è in crisi. Non quella che incontriamo per strada, nei parchi, tra gli amici, in casa. È in crisi la coppia dei nostri sogni, dell’immaginario, dei ricordi, degli orizzonti, delle parole, delle favole, del profondo. La coppia che ci protegge, quella dei nostri genitori. Evanescentemente se ne va.

In questi giorni io e Orlando stiamo facendo le prove tecniche per la scuola che inizierà a settembre. La ludoteca ha organizzato un campo estivo per i bambini del quartiere e noi abbiamo aderito. Si arriva la mattina e si mangia al sacco. L’altro giorno, dopo pranzo, mi sono affacciata per controllare che tutto andasse bene e ho trovato i bambini seduti come al cinema di fronte a Frozen. Nel pomeriggio abbiamo comprato il libro per poter ripassare all’infinito la fiaba finché non saremo esausti e pronti a passare alla prossima storia. E mentre la leggevamo, io e il padre ci chiedevamo: e il principe azzurro? A che serve se non restituisce la vita come accadeva alla Bella addormentata, a Biancaneve, a Cenerentola? Anche in Maleficent a offrire la salvezza alla ragazza colpita dall’incantesimo non è un uomo ma la strega. Una strega capace di amore, verso l’uomo che la tradisce e infine verso la fanciulla sulla quale si vendica. Capace di redenzione.

Per Elsa non c’è principe azzurro all’orizzonte. Anna ne incontra uno fasullo, poi uno buono, che non le serve però a salvarsi dal freddo che le sta divorando il cuore. Sarà l’amore tra sorelle ad affrancarle dall’errore di genitori – quello sì un maleficio – che di fronte al potere magico della figlia, decidono di legarle le mani, di coprirgliele, impedendole di imparare a governare quella sua forza. Due genitori che non trovano altro ruolo che mettere i bastoni tra le ruote del destino dei figli.

A pensarci bene, però, la madre non è scomparsa dalle nostre favole. Lei c’è eccome, nascosta dietro una matrigna o una strega, avvolta in un maleficio. È una madre ambivalente, arrabbiata, lasciata sola a cavarsela con un destino complicatissimo. Nel bene e nel male è un’eroina. Accanto all’altra figura eroica: la figlia che cerca di affrancarsi dal suo potere. Regine e principesse esistono ancora, seppure in abiti nuovi e un po’ trasandati. E non si tratta delle mogli del re, divenute trasparenti, piccole e insufficienti. A campeggiare nelle favole sono donne sole, spesso tradite da figure maschili esigue.

Intanto il principe azzurro sembra morto, sia quello di competenza della madre che quello della figlia, sia quello che chiude il cerchio che quello che lo riapre. La storia non è più affidata a lui, si è trasferita altrove. Alle figlie, lasciate libere di usare la magia, e ai loro giovani compagni affrancati dai vecchi modelli. Il nostro ruolo di adulti è compromesso. Le nostre relazioni sono danneggiate e hanno bisogno di essere riformulate sulla base di una vera, nuova complicità con l’Altro, luogo in cui risiede, forse, qualche risposta.

Inutile invocare l’autorevolezza della vecchia coppia, che ha finito il suo tempo. Inutile scandalizzarsi della tirannia dei figli, di cui tanto si parla. Inutile legare loro le mani e appellarsi alla gerarchia e all’obbedienza. A questo punto abbiamo solo bisogno di sostanza. E che la magia ci regali nuove forme.

Wall•e è ora

wall•e

È che ho il brutto vizio, quando le cose finalmente finiscono, di rimuoverle del tutto, anche nei dettagli buoni o in quelli che potrebbero tornarmi utili. E così, dopo aver passato anni in biblioteca a perdermi tra storie, fantasie e ipotesi, una volta uscita non ci sono più rientrata. Alcune cose però non si arrendono e tornano a bussare alla mia porta.

A novembre, messa da parte l’opzione scuola, ho studiato per me e per Orlando un piano d’attacco per superare dignitosamente l’inverno nonostante l’isolamento. La biblioteca è tornata in pole position.

Ce ne è una vicina casa. Ci arriviamo a piedi. Una biblioteca di quartiere, piccola ma carina, con una sala dedicata ai bambini. Oltre i libri, chissà perché quasi sempre scelti nello scaffale delle scienze, ci prendiamo i cartoni in dvd. Più divertente che scaricarli, decisamente più conveniente che prenderli a noleggio. E poi siamo a un passo dal mercato di Testaccio. E Orlando impara a utilizzare le cose senza doverle possedere. E impara cos’è una biblioteca.

L’altro giorno abbiamo preso in prestito Wall•e. La fantascienza è stata una mia grande passione. Di quelle che non se ne sono mai andate davvero. E se qualche volta me ne sono dimenticata, lei è rientrata inaspettatamente dalla finestra. Uscendo dalla Holden è con Sib – https://liberemamme.wordpress.com/category/romanzoun romanzo di fantascienza, che ho chiuso il cerchio torinese della scuola di scrittura. E chissà se Torino è tra quelle cose che prima o poi rientreranno dalla finestra.

Wall•e è la storia di un piccolo robot che da solo, in compagnia di un insetto sopravvissuto alla morte di tutto, si muove sulla Terra e continua a fare il lavoro che faceva 700 anni prima, quando gli esseri umani abbandonarono il pianeta per andare a vivere nello spazio a causa del livello di tossicità cui avevano portato il loro mondo. Il paesaggio è catastrofico. Montagne, grattacieli di spazzatura ricoprono ogni luogo. Non ci sono prati né alberi. La fotosintesi è sparita. Wall•e un po’ arrugginito si aggira sul suo cingolato, prende spazzatura e se la mette nella pancia per comprimerla in piccoli cubi. Quando tra le cose scartate trova qualche oggetto che gli piace, lo mette da parte e se lo porta a casa.

Poi accade l’inimmaginabile. Un’astronave sbarca sulla Terra, di fronte ai suoi occhi, e ne scende Eve, un robot di nuova generazione. Tra i due nasce l’amicizia e la tenerezza. E quando sarà il momento per Eve di tornare sulla base spaziale in cui vivono gli esseri umani, Wall•e lo seguirà. Tra conflitti e incidenti, i due riportano la notizia che il processo di fotosintesi è di nuovo attivo sulla Terra e che è quindi arrivato il momento per tutti di tornare a casa.

Meravigliosa la metafora delle cose scartate. Belle le citazioni di 2001: Odissea nello spazio. Necessaria la tematica ambientale. Ma più di tutto ho amato come gli umani sono stati descritti. Un esercito buono e un po’ tonto di obesi sdraiati su delle poltroncine da cui non possono alzarsi perché non sanno più stare in piedi, perennemente occupati a ciucciare qualche spuntino annunciato dal capitano della base, ognuno chiuso nel suo spazio vitale impossibilitato a toccare chiunque altro.

Wall•e arriva sulla base spaziale e si trova in una grande nursery. Quello che vede, quello che noi vediamo, sono neonati.

La buona notizia è che sulla Terra la fotosintesi esiste ancora, nonostante i nostri sforzi per distruggerla. E allora prendiamo i bambini. Tocchiamoli. Togliamoli da quelle carrozzine in cui giacciono senza possibilità di contatto. Dove passano il tempo a ciucciare biberon. E torniamo sul nostro pianeta.

cavalieri dello spazio

goldrake

Ogni generazione crede di aver vissuto l’unico momento davvero irrinunciabile della storia. E così i sessantottini pensano di aver fatto la rivoluzione. I settantasettini credono di averla persa. Noi, che alla fine degli anni settanta eravamo bambini e che non possiamo non considerare gli anni Ottanta il nostro romanzo di formazione, non ci spieghiamo come tutti gli altri siano sopravvissuti senza cavalieri dello spazio. Jeeg robot. Mazinga z. Daitan 3. Ufo robot. Hanno riempito i nostri sogni e i nostri cuori.

E così cerco di corrompere mio figlio e di separarlo per sempre dalla piatta bidimensionalità della Peppa Pig, dove tutto brilla di discreta perfezione, i cattivi non esistono e l’avventura più emozionante è perdere un orsacchiotto per ritrovarlo la sera al supermercato. Come se fossimo nati per vivere dentro un eterno spot pubblicitario, ipnotizzante e un po’ stordente. Come se il mondo non fosse davvero attraversato da grandi passioni. E il nostro passaggio fosse destinato a non lasciare tracce.

Allora cerchiamo le sigle dei cartoni che hanno segnato la mia infanzia e ci perdiamo, io e lui, in quei testi al limite dell’assurdo, dove ragazzi dal cuore grande combattono contro l’ombra della guerra, difendono il futuro dell’umanità, corrono tra lampi di blu, si trasformano in razzi missile, fanno tremare il regno delle tenebre. Ragazzi il cui cuore batte per la libertà.

E Orlando apprezza. Coraggiosi cavalieri dello spazio che ci proteggono e allontanano il male dalle nostre terre. Perché il mondo, anche nella sua percezione di bambino, non è tutto bello. C’è il bene e c’è il male. Il giusto e l’ingiusto. La calma e la tormenta. Le vecchie favole lo sanno e narrano avventure incredibili dove i protagonisti si addentrano per uscirne diversi. Più ricchi, più grandi, più saggi, più buoni. Storie che con voce roboante raccontano l’avventura della vita.

Orlando può già guardare nel cuore delle cose e vederne le luci e le ombre. Può guardare nel mio cuore e vedere le mie ombre. Inutile nascondergliele. Forse dannoso. Perché su questa Terra c’è il sole e c’è l’ombra. Il giorno e la notte. La luce e il buio. E i bambini lo sanno.