declinazione femminile

È accaduto per caso. Ma il caso non passa indifferente tra le cose. Le segna e ce le affida. Ed è così, per caso, che SEI performance nei musei di Roma ha visto esibirsi sei artiste donne, affiancate da un’artista che ha lavorato alla documentazione fotografica delle azioni realizzate.

Da questo piccolo osservatorio esce un dato incontrovertibile: la performance art ha un’identità femminile. Che non vuol dire che non esistono uomini che la praticano. Vuol dire che è un media con una vocazione identitaria molto forte, riconducibile alle donne.

È vero però che una rondine non fa primavera. È necessario allora andarsi a vedere la storia della performance art e poi tirare le giuste somme. Leggere qualcosa, approfondire, razionalizzare. Infine provare l’impatto visivo con uno strumento a portata di tutti: google. Digitare performance art e cercare per immagini. Fare la stessa cosa con la definizione di arte contemporanea.

La nostra metà del mondo, noi, che con fatica, a tratti, disperatamente, a volte riusciamo a ritagliarci un angolo di visibilità e di esistenza nella galleria degli uomini esibiti e noti come artisti – ma questo è un quadro esportabile in qualunque settore produttivo, creativo, lavorativo, eccezione fatta per i lavori domestici che ci spettano di diritto – insomma noi donne, nella performance art ricompariamo e dominiamo.

Perché?

C’è l’aspetto della consuetudine, certo. Le donne hanno una dimestichezza col loro corpo che gli uomini si sognano. Insomma il corpo per le donne è una terra amica e madre. Conosciuta, attraversabile, misurabile, manipolabile.

Ma non è solo questo. C’è qualcosa che non appartiene alla consuetudine né al sentirsi a casa.

Il corpo delle donne è un’opera d’arte. Perché è bello, creativo, plasmabile, irriconoscibile, riproducibile, incredibile.

Ma non è solo questo.

Il corpo delle donne contiene un messaggio. È un linguaggio fuori canone. Una mappa di segni altri. Una terra delle ipotesi. Un luogo di avanzi. Di dissonanze. Di suoni mai sentiti. Dove andare a cercare ciò che poteva essere e che, forse, accadrà. Ecco il punto. Le donne costituiscono una gigantesca ennesima possibilità di prefigurazione. Il loro corpo è l’unica terra rimasta su cui scrivere la storia che verrà, se ne vogliamo ancora una.

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dov’è la mia casa?

Valerio Malorni in Amor proprio di Caterina Silva. A cura di Claudio Libero Pisano. Foto di Emanuela Barilozzi Caruso

Nelle narrazioni, per trasformarsi in pattern un elemento deve essere ripetuto almeno due volte volte. Allora lo spettatore ci crede.

Noi Valerio Malorni lo abbiamo visto tre volte. E ci crediamo.

La prima è stato a REF Kids. Un appuntamento che a Roma ci voleva proprio. Una selezione teatrale bella per grandi e bambini che tornerà il prossimo anno. Qui abbiamo visto La mia grande avventura. Un monologo che racconta una storia di passaggio, un grande viaggio  di crescita attraverso la paura, in un crescendo di ritmi che incalzano le emozioni e le fanno uscire allo scoperto.

La seconda volta è stato durante la performance di Caterina Silva, Amor proprio, curata da Claudio Libero Pisano. Malorni qui era uno dei perfomer che animavano la Centrale Montemartini, trasformata in un limbo suggestivo dove vagano le anime. Quando è finita la performance siamo usciti e sulla porta del museo c’era lui. Ho guardato Orlando e glielo ho indicato chiedendo: lo riconosci? Nonostante alcune differenze dovute al trucco, Orlando ha riconosciuto immediatamente l’attore della mia grande avventura e gli ha sgranato gli occhi addosso come fosse un miracolo.

La terza volta è stato a Officina Dinamo con lo spettacolo Piccolo blu piccolo giallo. Un altro affondo alle emozioni, dove i bambini erano coinvolti, a volte messi in scena e interpellati.

Valerio Malorni: – La mamma esce di casa. Cosa dice al figlio?

Bambini: – Vado a fare la spesa.

Valerio: – Bene. La mamma esce di casa e dice vado a fare la spesa. Poi esce il papà. Dove va? Cosa dice al figlio?

Bambini: – Vado allo stadio.

Quello di Officina Dinamo non è certo un pubblico tradizionalista. Dal canto suo Piccolo blu piccolo giallo è un testo finito addirittura nella lista dei 49 libri censurati nelle scuole dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Eravamo su un terreno favorevole a un immaginario aperto, nuovo, tutto da esplorare. Eppure anche qui le donne fanno la spesa e gli uomini vanno allo stadio.

SEI performance nei musei di Roma

 

Museo di scultura antica Giovanni Barracco. Una bellissima collezione un po’ dimenticata. Ci si passa davanti passeggiando per il centro di Roma. Qualche volta, raramente, ci si ferma e si entra.

Roma è una città carica di cose, storie, musei, epoche, personaggi. C’è tutto e il contrario di tutto e il rischio è uscirne con una grande confusione, senza bussola.

Visitarla allora può voler dire vedere le cose più evidenti, le più note, le imperdibili, e tralasciare il resto, per esempio il Museo Barracco.

Che ce ne facciamo del Barracco se nessuno ci va?

Mercoledì scorso, nell’ambito di un’iniziativa organizzata, tra gli altri, dalla casa editrice per la quale lavoro, al museo di scultura antica di corso vittorio è stata allestita la performance di Ivana Spinelli, Minimum: voci.

Voci che recitano ripetutamente e insieme il contratto collettivo italiano del lavoro tessile in sette lingue diverse. Tra resti di statue, busti e teste antiche, sette persone in carne e ossa, ferme per due ore davanti a un microfono, hanno letto il contratto vigente in Italia, in una sorta di lingua magica babelica eppure significante fatta di tutte le lingue del mondo. Ciascuno la sua. L’insieme è ciò che va oltre e ridà senso alle cose.

Percorrere gli spazi del Barracco lungo il fiume mantrico della performance di Ivana Spinelli ha resuscitato quei resti di antichità un po’ dimenticati, li ha animati attraverso un linguaggio infinito nel suo tornare su se stesso.

Minimum è stato un viaggio nel tempo. Non solo l’irruzione non violenta nel mondo antico da parte di esseri viventi in cammino sulle terre della contemporaneità, ma la costruzione di un percorso capace di entrare nelle infinite vite delle cose.

Questo forse bisognerebbe fare a Roma, nei suoi smisurati percorsi d’arte: costruire una mappa fitta dove orientarsi per scegliere un viaggio nel tempo, accompagnati da una voce capace di rianimare le cose già accadute. Tante sottili linee in cui rintracciare la vita.

sola

Domenica 2 aprile solita giornata dei musei gratuiti. Mi sono detta: vado alla Gnam, ora Galleria Nazionale. L’ho proposto in casa ma nessuno ha voluto seguirmi. E sono andata da sola.

Nella mia vita di madre, una delle cose che mi mancano di più è la solitudine. Non l’isolamento, che è condizione nella quale ogni donna con figlio prima o poi si imbatte. La solitudine, cioè stare da sola, senza nessuno tra i piedi.

Così tutta allegra me ne sono andata in macchina con la radio a volume sostenuto. Sono arrivata in viale delle Belle Arti, ho parcheggiato e sono entrata. Ho snobbato il piccolissimo bar al centro del grande ingresso e sono partita per il mio tour.

Prima emozione. La nostalgia. Per i Passi di Alfredo Pirri, il pavimento specchiante che accoglieva e frammentava e che adesso non c’è più.

Nella prima sala ho trovato opere originali insieme a copie che rimandavano agli originali sistemati all’interno del percorso. Non ho capito e ho proseguito. La struttura della Gnam disorienta un po’, forse come tutti gli spazi grandi per una come me, abituata a vivere in una manciata di metri quadri. Ma questa volta disorienta di più. Va bene. Sarà una scelta. E proseguo. Mi avvicino a una didascalia per scoprire il materiale usato e non trovo niente. Un nome e una data. Di cosa sia fatta l’opera non si sa. Meno male che non c’è Orlando, che non avrebbe tollerato una simile mancanza e mi avrebbe costretta a inventarmi qualcosa.

Morandi sta quasi sempre accanto a Fontana. Il Concetto spaziale di Fontana sta vicino ai Bachi da setola di Pascali. L’ultima cena di Ceroli sta davanti al tavolo dei gessi. Le statue classiche voltano le spalle ai visitatori. Non capisco. Non è che io voglia vedere la storia dell’arte sistemata in ordine crescente e cronologico. D’altronde ormai lo sanno anche i sassi che nel postmoderno tutto risale indistintamente alla superficie. È la realtà. Fuori dai cardini. Ma quegli accostamenti, niente affatto casuali, non li ho capiti.

Non c’è una guida. Non c’è dialogo con i visitatori. Solo suggestioni, che non è detto corrispondano alle mie.

Il bellissimo Centro di permanenza temporanea di Adrian Paci è messo all’angolo. Peccato. Avrei voluto vederlo al centro dell’arte e dell’umanità, anche in un percorso che lo mostrasse solo alla fine, con un effetto sorpresa.

In chiusura ci sono delle schede dove i visitatori sono invitati a votare il più bello e la più bella delle figure incontrate nel percorso espositivo. Come se il bello fosse l’unico sopravvissuto in un mondo andato in pezzi.

Io non so cosa debba fare l’arte di se stessa. Non sono un critico né un’artista. Ciò che più mi manca della vecchia Gnam è il gioco, il filo mirabolante che lega le opere contemporanee al bambino, quello vero che qui può ancora capitare e quello nascosto tra le spoglie dell’adulto, preso per mano e portato su incredibili, nuovi pianeti. È la prefigurazione, suscitata anche attraverso l’arte combinatoria, di combinazioni che nella frammentazione di un mondo ne sappiano rintracciare un altro. È la ricerca, spesso disperata ma necessaria, di una forma ancora capace di rivelarsi tra le fratture di uno specchio rotto. È la sovrapposizione di opera e materia, perché è nel tentativo faticosissimo di segnare il confine tra il sé e la terra che può nascere un’identità. È ciò che un bambino sa fare: iniziare a vivere.

This crostata is out of joint

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Febbraio. Il mio mese. Il freddo che annuncia la primavera. Roma. Giovedì. Dobbiamo resistere fuori casa fino a sera per un appuntamento. Siamo dalle parti di viale delle Belle Arti. La Gnam. Da quando è arrivata a dirigerla Cristiana Collu, ne ho tanto sentito parlare ma non l’ho ancora vista. E varchiamo la soglia.

Vuoto. Impressionantemente vuoto. Siccome è da stamattina che voglio un caffè, e questo posto non offre altro, io ci sto. Mi avvicino a una specie di piccola isola bar al centro del nulla che è l’ingresso del museo e chiedo un caffè americano. È la mia passione, lo so. A me il caffè ristretto, italiano, vero, come lo trovi solo da noi, non mi piace.

La ragazza al centro di questa vuota immensità mi sorride e mi dice: glielo posso fare con l’acqua fredda. Acqua fredda. Tutto questo spazio per un caffè, e me lo fai con l’acqua fredda. Declino l’offerta. Entriamo così al Caffè delle Arti, sempre dentro la Gnam, dove c’è una terrazza davvero bella che affaccia su uno spettacolare angolo di Roma. Orlando si siede. Non avrei voluto. Ma d’altronde lo devo intrattenere a zonzo per un paio d’ore e questo lusso glielo concedo. Io mi prendo il mio caffè e lui una crostatina, una cosa dura, secca, parecchio industriale, pagata come un prodotto di alta pasticceria. Peccato, perché questo posto meriterebbe pure il prezzo lievitato di una crostata, se non fosse che sembra di mangiare una merendina del discount.

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