il regalo di natale

Prima che nascesse Orlando, consegnandomi il regalo di compleanno un amico mi disse: questo è l’ultimo. Da ora in poi saranno tutti per lui.

Così è stato. Io però i regali amo riceverli anche ora e per Natale me li sono fatti da sola. Due anelli di perline acquistati per un totale di 5 euro e un libro. Parla, mia paura di Simona Vinci.

Sono in libreria. Lo prendo. Lo sfoglio. Alla seconda pagina leggo: attacchi di panico. Lo impilo sugli altri libri da regalare e vado alla cassa. Questo no, è per me, dico al commesso che fa i pacchetti, ma lui si sbaglia e incarta tutto. Meglio così, in fondo è il regalo che mi faccio. Dopo qualche giorno lo scarto e lo leggo.

La prima cosa bella di molta letteratura contemporanea europea, rispetto a quella americana, è la leggerezza, proprio nel senso che i libri pesano poco perché non corrono per 500 pagine e più.

Non mi soffermo sulla descrizione delle paure dei primi capitoli, né sull’analisi lucida che l’autrice ne fa negli ultimi, nonostante i dati impressionanti della depressione nel mondo. Sono due i punti che mi interessano ora. La maternità e i giardini. Infine le parole.

Punto primo. Simona Vinci descrive la nascita e i primi tempi di vita del figlio con un coraggio raro e prezioso. Mette a disposizione di chi legge le sue paure di allora, le nomina e le evoca, dando a ciascuna lettrice la possibilità di riconoscere se stessa in quelle confessioni. Non posso dire di aver vissuto la maternità nel suo stesso modo perché allora, quando è nato Orlando, il mio corpo è corso via lasciandosi indietro la testa e i pensieri, in uno spazio sideralmente lontano dove le paure non potevano raggiungerlo. Ma c’erano. In Parla, mia paura, nelle pagine dedicate alla maternità, ho ritrovato la totalità grandissima e mostruosa provata alla nascita di mio figlio. Il gigantesco fragile potere che per la prima volta ho sentito di avere su un altro. Le accelerazioni del cuore che ne sono venute. L’isolamento. Le strettoie della casa. Il bisogno urgente di uscire. Ozu, la cana, è stata allora un pezzo importante del filo di Arianna che mi portava fuori.

Punto due. I giardini. Simona Vinci scrive di aver sempre scelto case con l’accesso alla natura. A differenza sua, io ho consumato quasi tutta la mia vita in città. Città diverse, nessuna delle quali piccola abbastanza da avvicinarsi alla dimensione della provincia. È andata così e un po’ mi dispiace. Eppure negli spazi metropolitani che mi hanno accolta, dove sono stata bambina ragazza e adulta, ho avuto i miei giardini. Spianate d’asfalto come quella di quando ero piccola. I parchi attraversati con Ozu. I fazzoletti di terra dove porto Orlando a giocare. Intrighi di strade dove mi sono persa. E poi il mare.

Ognuno trova il suo giardino. Senza non ce la faremmo.

Infine le parole, che le hanno salvato la vita e non l’hanno mai tradita. È una sponda bella la sua. Un orizzonte chiaro che le invidio, di cui mi impossesserei, se ne fossi capace. Se avessi saputo fare delle parole la mia identità, forse adesso sarei più tranquilla. E invece continuo a rincorrerle, a scivolarci sopra, a restare indietro o altrove.

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