monopoly

Questi sono i primi passi di Orlando nel mondo delle conoscenze scolastiche. I suoi primi passi nel mondo della scuola. Nel mondo del mondo. Aspettando il Natale, faccio il primo bilancio.

Il tempo pieno è un massacro. È un ritmo fordista che andrebbe combattuto e abbattuto per inventare qualcos’altro. È un sistema pesante, stressante, che lascia ai bambini pochissime libertà di vita, di apprendimento, di conoscenza, di relazione, di scelta, di tutto. Come se la scuola potesse occuparsi di ogni cosa.

Se pure fosse perfetta, non sarebbe in grado né avrebbe il diritto di farlo. A questo aggiungiamo che la scuola pubblica italiana fa schifo e figuriamoci i risultati.

Risultato numero uno. Il metodo Montessori all’interno degli istituti statali è un compromesso. Chi vuole il metodo applicato deve darsela a gambe.

Numero due. A più di cento anni dall’invenzione della scuola, ancora non è chiara una cosa semplice semplice: si apprende di più giocando che annoiandosi.

Abbiamo avuto un lungo weekend, iniziato giovedì pomeriggio e finito lunedì mattina. Giorni interi a sfidarci a Monopoly, un gioco intramontabile dove io e il padre ci siamo tuffati come ragazzini. A parte le casette di plastica, tutto il resto è uguale a quando ero piccola. Un fantastico, capitalistico effetto madeleine.

L’entusiasmo di Orlando è grande. Lui, che si rifiuta di leggere a voce alta, che preferisce ascoltare, che per ore segue le avventure che di notte gli racconto per addormentarsi, di fronte al gioco ha letto. Probabilità imprevisti terreni. Lentamente, con calma, sempre meglio. Gli piace, si diverte, gli serve. Unisce l’utile al dilettevole.

Se è vero che il gioco aiuta a vivere e a conoscere, allora è legittima la mia domanda: cosa ci fanno sui quaderni di Orlando, che frequenta una scuola Montessori, quelle interminabili file di a e i o u ripetute per pagine e pagine? Perché, se nella musica ha preso piede il metodo Gordon e nell’apprendimento delle lingue ha vinto la via della conversazione, l’italiano invece si insegna ancora come cento anni fa? Perché i bambini non vengono guidati nello splendido mondo delle parole come se queste fossero giochi e avventure? Perché vivisezionare quel miracolo che è la nostra capacità di nominare le cose?

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