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©Emanuela Barilozzi Caruso
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SEI performance nei musei di Roma

 

Museo di scultura antica Giovanni Barracco. Una bellissima collezione un po’ dimenticata. Ci si passa davanti passeggiando per il centro di Roma. Qualche volta, raramente, ci si ferma e si entra.

Roma è una città carica di cose, storie, musei, epoche, personaggi. C’è tutto e il contrario di tutto e il rischio è uscirne con una grande confusione, senza bussola.

Visitarla allora può voler dire vedere le cose più evidenti, le più note, le imperdibili, e tralasciare il resto, per esempio il Museo Barracco.

Che ce ne facciamo del Barracco se nessuno ci va?

Mercoledì scorso, nell’ambito di un’iniziativa organizzata, tra gli altri, dalla casa editrice per la quale lavoro, al museo di scultura antica di corso vittorio è stata allestita la performance di Ivana Spinelli, Minimum: voci.

Voci che recitano ripetutamente e insieme il contratto collettivo italiano del lavoro tessile in sette lingue diverse. Tra resti di statue, busti e teste antiche, sette persone in carne e ossa, ferme per due ore davanti a un microfono, hanno letto il contratto vigente in Italia, in una sorta di lingua magica babelica eppure significante fatta di tutte le lingue del mondo. Ciascuno la sua. L’insieme è ciò che va oltre e ridà senso alle cose.

Percorrere gli spazi del Barracco lungo il fiume mantrico della performance di Ivana Spinelli ha resuscitato quei resti di antichità un po’ dimenticati, li ha animati attraverso un linguaggio infinito nel suo tornare su se stesso.

Minimum è stato un viaggio nel tempo. Non solo l’irruzione non violenta nel mondo antico da parte di esseri viventi in cammino sulle terre della contemporaneità, ma la costruzione di un percorso capace di entrare nelle infinite vite delle cose.

Questo forse bisognerebbe fare a Roma, nei suoi smisurati percorsi d’arte: costruire una mappa fitta dove orientarsi per scegliere un viaggio nel tempo, accompagnati da una voce capace di rianimare le cose già accadute. Tante sottili linee in cui rintracciare la vita.

riscaldamento globale

Questo è il tempo della siccità, del riscaldamento globale, del disastro. Noi romani lo sentiamo nell’aria, che è diventata putrida e carica di smog. Mai come in questo momento. Poi viene la pioggia e nessuno si lamenta perché l’aspettavamo.

Arriva precisa alle 16.30, l’ora in cui Orlando esce da scuola.

Se l’uscita dalla nostra scuola primaria è una delle cose più malmesse e peggio organizzate che io abbia mai visto in vita mia, quando piove la situazione precipita.

I bambini, a un ritmo incommensurabilmente lento, vengono condotti al portone e lì bloccati sotto un cornicione pericolante, crollato qualche metro più in là, per cui è stato transennato un intero marciapiede. Lo sguardo della maestra si fa largo tra la folla di donne uomini e ombrelli venuti a prendere i bambini, che cerca di spedire fuori dalla scuola, uno per uno, finché la classe insesorabilmente si svuota e si passa a quella successiva.

Inutile prendere appuntamenti a Roma se piove. Non è chiaro quando riuscirai a riavere tuo figlio.

La scuola di Orlando ha un bellissimo cortile interno, dove la prima settimana abbiamo accompagnato i bambini che iniziavano le elementari. Ha pure un grande androne confinante con un largo corridoio di accesso alle scale che portano alle aule. Insomma basterebbe il buon senso.

È qui che ci dovete ridare i nostri figli! Nel cortile oppure nell’androne. Non sul marciapiede, sotto il cornicione pericolante e la pioggia battente.

Probabilmente è tutta questione di burocrazia e di assicurazioni. I genitori dentro la scuola a quell’ora non sono assicurati. Se cadessero e si rompessero una gamba. Se scivolassero e battessero la testa. Se si rompessero l’osso del collo. Se impazzissero e cominciassero a colpire la folla. Se aggredissero un insegnante. L’assicurazione non coprirebbe le spese.

Io l’ho sempre detto. La scuola è un grande piccolo specchio dell’Italia. Una specie di laboratorio delle follie di questo paese.

Se si decidesse di coprire i genitori con una polizza integrativa infortuni e responsabilità civile – che dovremmo pagare noi e che ci costerebbe 7/8 euro l’anno – il problema probabilmente sarebbe risolto. D’altronde versiamo già un contributo cosiddetto volontario di 30 euro annui comprensivi di: assicurazione del bambino, cartellino di riconoscimento per le uscite, adsl, manutenzione laboratori. Che in una scuola come quella di Orlando vuol dire un’entrata di 15.000 euro circa.

Con la spesa del cartellino – prezzo stimato tra i 3 e i 6 euro – e quella dell’assicurazione del bambino – 4,50 euro – arriviamo a 10 euro. Il resto delle voci è roba piuttosto fumosa e poco trasparente. Per carità, non voglio dire che la scuola ci marci. Anzi. Probabilmente non ci sono i soldi per fare niente, meglio quindi avere un tesoretto per le emergenze. Ciò che mi disturba è il criterio di esclusione.

La scuola esclude. Esclude i genitori dai suoi luoghi fisici e simbolici. Li esclude dalla conoscenza e dalla trasparenza quando chiede loro di versare soldi senza però voler rendere conto di niente. Li esclude dalla possibilità di decidere come spendere questi soldi. Per esempio accendendosi un’assicurazione per poter entrare a prendere i figli nei locali della scuola.

La scuola esclude i bambini. Quando sono in difficoltà. Quando non ce la fanno. Quando restano indietro. Quando sono fragili. Quando rivelano una differenza. Spesso la scuola non è in grado di includerli.

Ed è così che i genitori, quando piove, sono costretti a scegliere tra l’uscita dei figli da scuola e il riscaldamento globale. Non possiamo biasimarli se mandano a quel paese l’ambiente sperando che non piova, se anzi ci mettono il carico da novanta prendendo la macchina per fare 100 metri e lasciando i motori accesi anche quando stanno fermi. Se lo fanno con automobili ingombranti da tutti i punti di vista. Se quando tornano a casa accendono i termosifoni anche se non serve. Se intrattengono i figli con giochi ipnotici ad alto consumo di energia e di sinapsi, lasciando tutto accesso per ore e ore. Se tutti insieme formano uno dei peggiori nemici privati dell’ambiente. I genitori sono soli nel loro destino. Nessuno li aiuta.

Io personalmente ho stabilito la mia piccola pratica di disobbedienza: quando piove vado a prenderlo prima.

chi ha ucciso Perkus Tooth?

Ognuno trova quel che cerca nelle letture che fa.

Tornare a Lethem dopo una lunga immersione nei romanzi di Murakami non è stato facile. Rimasta col cuore tra le lontane montagne del Giappone, non riuscivo ad ambientarmi nella Manhattan di Chronic City. Ma gli americani ti danno il tempo. 450 pagine di narrazione. Alla fine o entri nella storia, oppure rimetti il libro nello scaffale e lo saluti per sempre. Io l’ho letto fino in fondo.

Lethem riesce a raccontarmi alcuni dettagli del mio tempo e della mia vita come nessun altro al mondo.

Chronic City è la biografia di chi ha percorso una strada irregolare. Raccontata ad anni di distanza dagli anni più caldi. Quando ci si ritrova in casa con gli amici di allora, ancora a vaneggiare di immaginari, fantastici calderoni e a fare i conti con coloro che se ne sono andati. Qualcuno dirà: sì, ma eravate irregolari. È vero, ma non eravamo pronti alla perdita. Non a veder andar via così i nostri compagni di viaggio. E come accade al protagonista del romanzo, Chase Insteadman, anche per noi arriva la domanda: come sono morti davvero i nostri amici? Ma la risposta si perde in un mare di ipotesi in cui la realtà è talmente sfuggente che diventa difficile pensare, ora, di cambiarla una volta per tutte.

Chronic City è un lungo, bellissimo addio a coloro che se ne sono andati. È il resoconto di quel che ci resta: l’amore purissimo di un cane e la forza inafferrabile di una tigre.