Benvenuti nella scuola

 

Dopo due settimane di infernale pena, il 14 settembre è iniziata la scuola.

Prima elementare. Siamo solo all’inizio e io mi guardo intorno.

Orlando esce tutti i giorni alle 16.30. Il tempo pieno non mi piaceva ma non avevo alternative, a meno di rinunciare al metodo Montessori. Era così impotante? Non lo so, ma l’esperienza della materna mi aveva convinta che ne valesse la pena.

La scuola è un edificio grande, grandissimo. Un relitto del secolo scorso. Simbolo incalzante del sistema scolastico. La mattina lascio Orlando all’entrata e lo riprendo all’uscita, quando le classi vengono accompagnate dalle insegnanti al portone e genitori nonni e tate si ammassano sulla piccola striscia di marciapiede per riprendersi ognuno il proprio studente, in un balletto di mani alzate per farsi notare nella folla.

Incrociare gli sguardi con l’insegnante è un miracolo, figurarsi scambiarci due parole. L’unica a poterlo fare è la candidata rappresentante dei genitori. Tutti gli altri ricevono comunicazioni piuttosto confuse, tra le quali si barcamenano per sapere cosa mettere nello zaino, quando portarlo e quando lasciarlo a casa. E così le chat di classe impazzano di messaggi.

Benvenuti nel mondo reale. Non la realtà del pianeta, delle cose, dei giorni, delle storie e della natura. No. La realtà del MIUR, un nome che nasconde significati ambigui e imprevedibili.

La situazione per noi è aggravata dal fatto che quest’anno abbiamo deciso di usare la macchina il minimo indispensabile. Così prendiamo il treno imbattendoci col pendolarismo di chi tutte le mattine, di buonora, si sposta viaggiando sui binari che corrono da una stazione all’altra della città. Folle che salgono e che scendono. Che corrono. Che aspettano. I ritardi. I treni a Roma sono spesso in ritardo, e fare affidamento sul trasporto pubblico per andare da qualche parte può rivelarsi una scelta estremamente ingenua.

La scuola primaria – le nostre vecchie elementari – determina in modo irreversibile il passaggio al cosiddetto mondo reale, a quel sistema allucinatorio in cui ti guardi intorno e ti chiedi: dove sono finito? Un terreno sul quale il contrattempo è imminente ed è facile inciampare in piccoli e grandi slittamenti di senso. Un sistema stretto tra l’impersonalità e la disorganizzazione. Una specie di grande fratello che lavora nel caos totale.

Noi abbiamo scelto la Montessori e dopo due settimane ci chiediamo già perché. Ero davvero così convinta?

Se l’unico modo per conoscere le cose è farne esperienza, qui la regola non vale. La maestra non si vede, è un’entità astratta, un’apparizione. Per capirci qualcosa, noi genitori chiediamo ai bambini e li ascoltiamo cercando di captare dati che ci permettano di ricostruire la vita in classe.

Facciamo domande più o meno innocue per cogliere lo spirito che i nostri figli vivono in questo gigantesco ventre che è l’edificio dove trascorrono le giornate. Ed è così che siamo venuti a sapere delle crocette. Crocetta verde se sei stato bravo/buono, crocetta rossa se sei stato cattivo. Perché venga data la crocetta rossa non è chiarissimo, probabilmente nei casi di sovraeccitazione del bambino e forse, addirittura, quando non riesce a chiudere un campito che gli è stato assegnato. A un certo numero di crocette arriva la punizione: niente giardino.

Nella educazione comune il compito fondamentale dell’insegnante è quello di correggere, tanto nel campo morale che in quello intellettuale; l’educazione cammina secondo due direttive: dare premi o dare punizioni; ma se un bimbo riceve premi e punizioni, significa che non ha l’energia di guidarsi e che egli si rimette alla continua direzione dell’insegnante. I premi e le punizioni, in quanto estranei al travaglio spontaneo dello sviluppo del bambino, sopprimono e offendono la spontaneità dello spirito. Non possono perciò aver luogo nelle scuole, come le nostre, dove si suol rendere possibile e difendere la spontaneità. I bambini lasciati liberi sono assolutamente indifferenti a premi e castighi.

La mente  del bambino

Maria Montessori

Ma d’altronde si sa, il metodo va riformato. E allora chissene importa del metodo, ma che almeno si usi il buon senso. Perché togliere il giardino a un bambino agitato, che quindi ha difficoltà a contenere la propria energia? Piuttosto portacelo più spesso, magari si calma un po’.

Se è grave questa specie di semaforo morale – passi col verde e ti fermi col rosso – a peggiore la situazione arriva la notizia che la maestra sceglie a chi dare la croce, cosa già di per sé simbolicamente rilevantissima, ma non è lei a tracciarla fisicamente: chiama dei bambini mandatari che la metteranno al posto suo sul foglio deputato al giudizio.

Tutte le note sui quaderni, e le osservaioni delle maestre, producono una riduzione dell’energia e dell’interesse. Dire “Sei cattivo” o “sei stupido” è umiliante: è insulto e offesa, ma non correzione perché il bambino per correggersi deve migliorare, e come può migliorare se già è sotto la media, ed oltre a ciò viene umiliato?

Maria Montessori

Io per ora sospendo il giudizio e spero che almeno qualcuna delle cose che i bambini ci hanno raccontato sia stata pescata dal pozzo della loro fantasia.

 

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