a scuola di cinema

Per un giorno Orlando e i suoi amici sono andati dall’altra parte del cinema per sbarcare sul set e scoprirne i segreti più evidenti. Hanno verificato che film e realtà sono due cose differenti, che un film non è un flusso di cose che accadono ma il montaggio di scene girate separatamente l’una dall’altra, risultato di un serie infinita di ciak, che i personaggi non sono persone e gli attori non sono i personaggi che interpretano.

Se la scuola volesse potrebbe prevedere queste esperienze, così come potrebbe prevedere dei laboratori per fare la radio, i giornali, i libri, le mostre, le fotografie, la musica, così come potrebbe prevedere dei corsi di tecniche della narrazione. E all’infinito la scuola potrebbe.

Per un giorno Orlando e i suoi amici hanno girato una piccolissima scena di Classe zeta, un film in uscita in questi giorni nelle sale, che nemmeno a farlo apposta parla della scuola e dei ragazzi che la attraversano.

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mio padre, milord

A volersi divertire, un figlio è un’occasione rara. Basta non farsi prendere dal panico.

Appassionata di fantascienza, cresciuta con Star treck e Spazio 1999, per anni letteralmente divorata da Philippe K. Dick, devota al teletrasporto, incantata da Blade runner, io non avevo mai visto Star wars. Perché? Non lo so. Certe cose accadono senza che ce ne rendiamo conto.

Grazie a Orlando ho finalmente iniziato. Abbiamo visto i primi tre film, che nella cronologia degli eventi rappresentano gli episodi IV, V, e VI. I più facili credo. Dove il bene è il bene e il male è il male. I buoni combattono contro i cattivi e i cattivi contro i buoni. Le cose vanno come devono e tutto si dipana chiaro. Fino a un certo punto. Poi arriva il caos.

La cosa più difficile da far digerire a Orlando non è l’ambiguità estetica: perché in Star wars i cattivi sono i più belli? Né i mostri peluche che popolano l’episodio VI. No. Il rospo che non gli va giù è Lord Fener.

Il cattivo più cattivo di tutti, il più bello dei cattivi, la macchina del male, Lord Fener, alla fine dell’episodio V dice al buon Luke: io sono tuo padre.

Il mondo crolla e il male diventa il lato oscuro della forza. Usciamo così dal sistema binario del bianco e del nero per entrare nella nuova era, quella della relatività delle cose e delle persone.

Può un padre essere cattivo? Può essere il nemico?

Quando alla fine del VI episodio Lord Fener si redime salvando il figlio e uccidendo l’imperatore, Orlando fa pace con la sua figura. Come pensava anche Luke, al fondo del cuore di questo malvagio c’è del buono, un lato chiaro che nessun impero ha potuto distruggere.

Una volta redento, Lord Fener però muore. Il suo sacrificio serve a salvare il bene. E qui Orlando va in tilt. Sulla necessità del sacrificio. A lui non importa il male che l’antagonista ha finora commesso. Lord Fener ha ritrovato la sua anima, il suo amore per il figlio, la parte migliore di sé. Non c’è bisogno che muoia. Non c’è bisogno che espii la sua colpa. Rientrerà nel mondo dei buoni accanto a Luke e lì risiederà vivo e vegeto. Il perdono è dato. Non c’è bisogno di altro.

L’imperativo ora è riscrivere il finale. E tutti vissero felici e contenti. Il regista del VI episodio però è morto. Ci rivolgiamo direttamente al gran capo di Star wars. Orlando è convinto che Lucas sia stato informato e che girerà le ultime scene del film. Il nostro Star wars si concluderà così: Luke e Lord Fener finalmente insieme, vivi e buoni. Nessun sacrificio.

per sempre

Sei anni fa nasceva Orlando. Qualche anno dopo chiudevamo una casa editrice e ne aprivamo un’altra alla quale davamo il nome di mio figlio.

L’età dell’innocenza sta per finire. Il tempo dell’infanzia. Della scuola materna. Dei progetti che non si chiudono. Delle difficoltà economiche e delle spese ridotte all’osso. Se è vero che i bambini portano il panierino, Orlando ha fatto di testa sua ed è arrivato da noi a mani vuote.

Ci prepariamo a entrare nella nuova vita scrutando all’orizzonte quello che ci aspetta. Le spese che lievitano. Le responsabilità che entrano dalla finestra. I progetti che vengono al pettine. Sei anni sono importanti e noi abbiamo voluto festeggiarli. Una festa aperta, allargata, al parco. La prima vera grande festa di Orlando. Forse anche l’ultima.

Sulle primavere romane deve essere caduta una maledizione. Durante il weekend il tempo cambia, il cielo diventa di piombo e forse piove. Dopo dieci giorni di ininterrotto sole, la domenica della festa il tempo è cambiato. Il cielo è diventato grigio. Sembrava novembre. Ma nonostante tutto siamo stati coraggiosi e abbiamo confermato che avremmo fatto la festa al parco. Appuntamento a mezzogiorno.

La sera prima tagliavo e riempivo panini pensando: ne avremo per giorni e giorni.

Abbiamo caricato la macchina di buste, panini, pizza, torte, succhi, vino, acqua, giochi, pignatta, e ci siamo avviati. A un passo dal mezzogiorno eravamo lì, al parco, per occupare una buona postazione, mentre una sottile pioggerellina ci avvertiva che con tutta probabilità avevamo fatto la scelta sbagliata, gettando il cuore oltre l’ostacolo e dimostrando un coraggio tanto grande quanto inutile.

A mezzogiorno eravamo soli al parco. Circondati dalla buste.

Poi la pioggia si è fermata e lentamente il paesaggio è cambiato. Da lontano abbiamo iniziato a scorgere delle figure umane. Erano i nostri invitati che arrivavano alla spicciolata. E mentre la festa si popolava, guardavamo il cibo distribuito su due tovaglie distese a terra, e pensavamo che forse non sarebbe bastato, che avevamo fatto calcoli sbagliati.

Presto il cibo ha iniziato a scarseggiare. Arrivati alle strette, il padre di Orlando è andato a fare rifornimento. Era l’una o poco più. Mentre lui era via, una seconda ondata di ospiti arrivava. All’una e mezza il padre tornava con due nuovi cartoni di pizza, e dall’alto della collina che dominava la piccola vallata della festa, si fermava a guardare la folla cresciuta, mentre i cartoni diventavano piccoli piccoli.

La festa andava avanti. La pioggia ci graziava e il vino ci aiutava. Si avvicinava il momento della torta. Due ciambelloni ricoperti di cioccolata, secondo la volontà di Orlando. Non sarebbero bastati. Era chiaro. Il padre di Orlando e un amico sono andati a prendere altri dolci in una seconda spedizione fuori dal parco. Poco dopo tornavano, mentre accanto a noi altri festeggianti apparecchiavano una ricca merenda su tavoli portati da casa, dimostrandoci tutta l’inadeguatezza delle nostre tovaglie messe a terra.

Abbiamo tirato fuori le torte e sistemato il vassoio di pasticcini. A terra. Intanto i bambini si avvicinavano e si stringevano in cerchio intorno a Orlando, si sedevano e cantavano tanti auguri a te mentre una cuginetta si inginocchiava sui pasticcini, schiacciandone almeno la metà. Tutto è stato comunque divorato.

Tra un mese un’altra scadenza mi aspetta. L’ultima chance per la casa editrice. Ci metterò coraggio e getterò il cuore oltre l’ostacolo. Se non andrà bene, questa volta chiuderò baracca e burattini e mi fermerò a riflettere su tutte le mie approssimazioni. Perché per concludere qualcosa non basta il coraggio, ci vogliono metodo e rigore. Ci vuole un grande tavolo da picnic sul quale sistemare la merenda, dove nessun bambino riesca a inginocchiarsi.

Da questa nuova, desiderata primavera, che è sempre un bel momento di attese e di promesse, guardo al di là, oltre l’estate, all’autunno, alle sue raccolte e ai nuovi principi. Non riesco a immaginare niente. Qualche tratto, ma niente che riveli i nostri stati d’animo. È chiaro che non siamo pronti. Che le tovaglie saranno ancora una volta messe a terra e il cibo non basterà. Che le esperienze insegnano fino a un certo punto, ma non bastano a diventare un’altra persona. Che va bene così e il coraggio può addirittura rivelarsi utile. Che nonostante tutto, se potessi vivrei per sempre. Per sempre io.

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