Ho conosciuto Ulisse, ovvero come liberarsi delle idiosincrasie

© Makoto

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Non sopporto il punto sulla I maiuscola. Un segno piccolissimo attraverso il quale potrei iniziare a dividere l’umanità in due categorie. Questione di idiosincrasie.

L’altro giorno ero alla Penny Wirton, la scuola di Italiano per migranti che da un mese frequento come volontaria. Qui le lezioni sono idealmente organizzate uno a uno, cioè un insegnante per un allievo, se il numero di volontari lo consente. Ero seduta al banco col mio studente, un ragazzo di sedici anni arrivato in Italia da poco che quasi non parla la nostra lingua. Ma ha intenzione di impararla perché vuole vivere qui, trovare un lavoro, una casa e tra qualche anno portarsi la sua I love you, la fidanzata che lo aspetta in Egitto. Lei arriverà in aereo e non a bordo di un barcone come ha fatto lui. Questo è il suo sogno.

Il mio studente ha un vantaggio non indifferente rispetto a molti migranti suoi coetanei: non è analfabeta. Legge e ripete di continuo alcune parole italiane per memorizzarle. Occhio. Naso. Bocca. Scarpa. Orecchio. Macchina. Occhio. Naso. Bocca. Scarpa. Orecchio. Macchina. Scrive una parola e disegna il punto sulla I maiuscola. Lo noto e sto per dirgli: non metterlo, non ci va. Poi mi fermo e penso chissenefrega del punto. Lo ascolto mentre mi parla del suo viaggio. Ha voglia di raccontarmelo e riusciamo a capirci nonostante l’Italiano. D’altronde la sua è una storia che ho già sentito: una piccola barca piena di gente. Si ribalta. Arriva una grande nave e ripesca i sopravvissuti. Molti non ce la fanno.

È una storia che si ripete sempre uguale e con qualche variante. È l’Odissea. Raccontata attraverso i gesti, i disegni e le parole inventate di un ragazzo di sedici anni che sta qui da solo. È il suo sogno di tornare a casa, in una terra qualsiasi, non importa più che sia Itaca. Ulisse vuole solo stare in pace con la sua I love you.

le dodici risposte di thomas gordon

I quattrocento colpi di François Truffaut

– Vuoi il parmigiano sulla pasta?

Silenzio.

– Vuoi il parmigiano sulla pasta?

Silenzio.

– Orlando?

Silenzio.

– Vuoi il parmigiano sulla pasta?

Silenzio.

Perché i bambini non rispondono?

Sono andata in rete a cercare informazioni. Migliaia di siti, forum, blog, luoghi in cui viene affrontata la questione, evidentemente cara ai genitori. Vengono offerti consigli per tutti i gusti. Per chi la vuole cotta e per chi la vuole cruda. Si può scegliere tra un esperto che invita all’ascolto; uno che offre tecniche di manipolazione per intortare il bambino, cioè convincerlo a fare qualcosa senza che si accorga della pressione che sta subendo; o semplici suggerimenti di chi ha voglia di dire la sua, per lo più persone smaniose di dimostrare che due ceffoni non hanno mai fatto male a nessuno: di questo loro sono uno splendido esempio.

Tra le cose di buon senso che ho letto, registro tre indicazioni che per la loro praticità mi sembrano più utili di altre:

  1. non ripetere la domanda, comunque mai più di due volte.
  2. lasciare che il bambino si prenda il suo tempo. Può capitare che risponda dopo pochi minuti, magari dopo aver concluso un gioco o elaborato un pensiero.
  3. non alzare la voce.

Insomma, armiamoci di santa pazienza ed evitiamo di perdere le staffe, poi facciamo la cosa più preziosa per noi stessi e per i nostri figli: mettiamoci nei loro panni. Per poter cambiare il mondo, credo, bisogna prima vederlo diversamente. Un bambino mi sembra una grande occasione.

Mentre girovagavo in cerca di risposte, sono incappata in Thomas Gordon, cui appartiene questa piccola lista di comportamenti da evitare.

Effetti delle dodici risposte tipiche genitoriali

1) Dare ordini, dirigere, comandare (smettila di…)

Questi messaggi comunicano al figlio che i suoi sentimenti o bisogni non sono importanti; egli deve conformarsi ai sentimenti e bisogni dei genitori. Lo inducono a non sentirsi accettato, a temere il potere del genitore; possono provocare sentimenti di risentimento o rabbia che spesso lo spingono a reagire ostilmente, a incollerirsi, a ritorcersi, a resistere e a mettere alla prova la reale volontà del genitore.

2) Avvertire, ammonire, minacciare (se lo fai te ne pentirai)

Questi messaggi possono rendere un figlio timoroso e remissivo. Possono suscitare risentimento e ostilità come quando si danno ordini, si dirige, si comanda. Possono indurlo a credere che il genitore non abbia rispetto dei suoi bisogni e desideri. Inoltre a volte i figli sono tentati di verificare per vedere se la minaccia verrà eseguita e quindi di fare la tal cosa solo per vedere se le conseguenze si verificano.

3) Esortare, moraleggiare, fare la predica (dovresti… è bene che tu…)

Questi messaggi fanno pesare sul figlio il potere esterno dell’autorità, del dovere, degli obblighi; possono indurlo a credere che il genitore non si fida del suo giudizio, che sarebbe meglio se accettasse ciò che gli altri considerano giusto; possono fargli nascere sensi di colpa o la sensazione di essere cattivo; possono indurlo a credere che il genitore non si fidi della sua abilità di giudicare i valori e i progetti altrui.

4) Consigliare, offrire suggerimenti e soluzioni

Questi messaggi sono spesso interpretati dal figlio come prova del fatto che non ci si fida della sua capacità di giudizio o di trovare soluzioni proprie; possono indurlo a diventare dipendente dal genitore e a smettere di pensare da sé. I consigli a volte comunicano un atteggiamento di superiorità dei genitori nei confronti dei figli, che di conseguenza possono anche maturare un senso di inferiorità. (perché non ci ho pensato io? voi sapete sempre tutto!) Inoltre i consigli possono indurlo a pensare che i genitori non lo capiscano affatto, e a contrastare continuamente le loro idee e per non sviluppare proprie.

5) Insegnare, argomentare, persuadere

Quando si cerca di insegnare qualcosa, i figli avvertono spesso la sensazione che lo si faccia apparire inferiore, subordinato, inadeguato; l’argomentare e l’informare inducono spesso i figli a mettersi sulla difensiva e a risentirsi (credi che non lo sappia?). E raro che i ragazzi, come gli adulti, amino sentirsi dimostrare di aver sbagliato, di conseguenza difendono accanitamente le proprie posizioni.

6) Giudicare, criticare, opporsi, biasimare

Questi messaggi, forse più di tutti gli altri, fanno sentire i figli inadeguati, inferiori, stupidi, indegni, cattivi. L’idea che il figlio si fa di sé si forma attraverso i giudizi e le valutazioni genitoriali. Il figlio giudicherà se stesso nello stesso modo in cui lo giudica il genitore (mi ero sentito dire così spesso che ero cattivo, che cominciai a pensare di esserlo davvero!). Inoltre i giudizi inducono i figli a tenere per sé i propri sentimenti o a nasconderli ai genitori.

7) Elogiare, assecondare

Contrariamente all’opinione diffusa che l’elogio sia sempre benefico per i figli, spesso invece ha effetti assai negativi. Se il figlio riceve una valutazione positiva che non coincide con l’idea che ha di sé, può diventare ostile (non ho giocato affatto bene, ho fatto schifo!). I figli deducono che se un genitore li giudica positivamente, in altri momenti può giudicarli negativamente. Inoltre l’assenza di elogi in una famiglia che li adopera spesso, può essere considerata una critica. L’elogio è anche considerato un tentativo di manipolazione, un modo sottile per influenzarli. I figli pensano che un genitore che li elogia non li capisce (non lo diresti, se sapessi come mi sento). Si sentono spesso in imbarazzo quando vengono elogiati, specie se in presenza di amici; infine, potrebbero finire col diventare dipendenti dall’elogio.

8) Etichettare, ridicolizzare, umiliare

Questi messaggi possono avere effetti devastanti sull’immagine di sé del figlio. Possono far sentire il figlio indegno, cattivo, non amato. La risposta più frequente dei figli è di restituire ai genitori gli stessi messaggi.

9) Interpretare, analizzare, diagnosticare (so io perché…)

Questi messaggi comunicano al figlio che il genitore lo ha capito, conosce le sue motivazioni o le ragioni del suo modo di essere. Questo modo di psicoanalizzare è per i figli frustrante e intimidatorio. Se l’analisi del genitore è accurata, il figlio si sente in imbarazzo perché smascherato e se è errata il figlio si arrabbia per essere stato ingiustamente accusato. I figli avvertono sempre un atteggiamento di superiorità dei genitori (tu credi di sapere tutto), e a maggior ragione i genitori che analizzano spesso i figli comunicano loro di sentirsi superiori, più saggi, più intelligenti. Messaggi come So io perché interrompono bruscamente il desiderio di comunicare del figlio e gli insegnano che è meglio astenersi dal condividere i problemi con i propri genitori.

10) Rassicurare, simpatizzare, consolare, sostenere (non arrabbiarti, tutto si risolverà…)

Anche questi messaggi non sono utili. Rassicurare un figlio quando si sente disturbato da qualcosa, può semplicemente convincerlo che i genitori non lo capiscano. I genitori rassicurano e consolano perché si sentono a disagio quando il figlio è ferito, arrabbiato, scoraggiato e via dicendo. Questi messaggi comunicano al figlio che il genitore desidera che egli smetta di sentirsi in un determinato modo, inoltre essi vivono le rassicurazioni come tentativi per cambiarli e finiscono col perdere fiducia nei genitori. Quindi, minimizzando o compatendo si arresta la comunicazione perché il figlio sente che i genitori vogliono che egli smetta di provare ciò che prova.

11) Inquisire, fare domande, interrogare

Facendo domande si può indurre i figli a credere che non si abbia fiducia in loro, o che si nutrano sospetti o dubbi. I figli si accorgono anche che le domande sono tentativi di farli uscire allo scoperto per poi aggredirli. Spesso si sentono minacciati dalle domande se non ne capiscono la ragione. Se vengono interrogati nel momento in cui stanno comunicando un problema, possono sospettare che si vogliano raccogliere informazioni per risolvere il problema al posto loro, invece di lasciarli liberi di trovare la loro soluzione. Interrogare non è affatto un buon metodo per facilitare la comunicazione di un’altra persona, anzi se ne limita duramente la libertà.

12) Sottrarsi, cambiare argomento, scherzare, distrarre

Questi messaggi comunicano al figlio che non si è interessati a lui, che non si rispettano i suoi sentimenti o addirittura che lo si rifiuta. I figli in genere sono molto seri e decisi quando hanno bisogno di parlare di qualcosa, e quando si risponde loro scherzando, possono sentirsi feriti o respinti. I figli, come gli adulti, vogliono essere ascoltati e capiti con rispetto. Se i genitori li ignorano, essi imparano a esprimere altrove i propri sentimenti e problemi.

Una lista che fa quasi paura per quante poche cose ci permette di fare con i figli. Ma nonostante sembri estrema, riesce a smascherare il significato profondo di molti comportamenti genitoriali. Da leggere, rileggere e rileggere ancora.

il figlio imperfetto

spider-man

Vi siete mai sentiti soli? Diversi dagli altri? Indifesi? Così iniziava The amazing Spider-man, letto e riletto fino a impararlo a memoria.

Di un figlio non si vorrebbe mai pensare che è diverso, se non nel senso che è migliore. Quando la diversità coincide con la vulnerabilità, i genitori si sentono traditi. Dal caso o dalle stelle. Costretti a inciampare in individui imperfetti.

Durante la gravidanza quasi tutti pensano: basta che sia sano. Un’ecografia che lo confermi è il segno che la fortuna sta dalla parte del nascituro. Il concetto di bellezza applicato al bambino compare molto più tardi, settimane o addirittura mesi dopo la nascita. È allora che può rivelarsi un naso un po’ lungo, labbra sottili o occhi dal colore anonimo. Trascorrono i mesi, gli anni, le prime candeline vengono spente e arrivano le aspettative portando un carico di guai. Nessun figlio, credo, corrisponde perfettamente al desiderio del genitore. Di chi è la colpa? Tante volte ho sentito parlare dei problemi infantili e della loro origine. Poche, rarissime volte ho sentito una riflessione seria sulla materia di cui sono fatti i desideri degli adulti verso i figli e sul loro prezzo.

Orlando è timido, con tutto quello che ne consegue. Ha amato Peter Parker, la sua fragilità e la forza mascherata.

Le Olimpiadi di Rio ci hanno lasciato in eredità la passione per la scherma. La scorsa settimana abbiamo fatto la prima lezione di prova (ne avevamo a disposizione due). L’ho portato e l’ho visto minuscolo tra gli altri. Ha fatto diligentemente tutti gli esercizi, poi il maestro ha tirato fuori spade e maschere. Ho sentito la sua emozione e l’ho guardato mentre si armava. Quando è arrivato il momento del duello, l’ho visto in difficoltà. Non riusciva a colpire l’avversario, come se la spada lo spaventasse. Dagli spalti pensavo: dài, fai questo affondo. Ma lui niente. Gli altri bambini erano tranquilli e io mi domandavo: perché lui no?

Quando è finta la lezione era stanco e un po’ provato. Ho ripensato alle parole di una pediatra consultata qualche anno fa: un bambino nato col cesareo non ha affrontato il passaggio fondamentale da cui ha origine la vita. Proprio nei passaggi dovrà aiutarlo lei. Così ho insistito perché facesse la seconda lezione. Siamo andati ma lui non ha voluto partecipare. È rimasto tutto il tempo a guardare, finché il maestro ha tirato fuori spade e maschere. A quel punto, spontaneamente, è andato tra gli altri. Ha duellato con il maestro e ha partecipato al saluto con cui si chiude la lezione. Un bel rituale cavalleresco.

Lo osservavo mentre cercava il suo spazio tra gli altri, prendeva coraggio e affrontava le vibrazioni della sua emotività per entrare nell’avventura di quel mondo.

A volte, di fronte a bambini disinvolti e immediatamente socievoli, penso che se anche lui fosse così sarebbe più facile per tutti. Ma Orlando è come è, disobbedisce alle aspettative e rivela le ombre.

Ringrazio mio figlio della sua imperfezione, perché è milioni di volte più bella di tutte le perfezioni che ho sognato.

concerti di silenzio alla scuola montessori

© mario giacomelli

© mario giacomelli

La scuola Montessori prevede alcune regole dalle quali non si scappa facilmente. Una di queste è il grembiule. Non sto qui a discutere sull’opportunità di metterlo. Se la scuola fosse di mia invenzione, il grembiule probabilmente non esisterebbe: trovo inutile il tentativo di non far sporcare i bambini, tanto si sporcano lo stesso e va bene così; e mi sembra bizzarra la volontà di coprire le differenze di prezzo degli abiti sfoggiati in classe, perché se davvero le grandi distanze economiche tra un essere umano e l’altro sono inaccettabili, sarebbe allora il caso di scorciarle senza ricorrere all’espediente del tappeto. Ma io una scuola non l’ho ancora fondata.

Orlando resisteva al grembiule.

– Chiedi alla maestra perché devo metterlo.

Io gli ho risposto che le regole non potevo sovvertirle, ma la domanda sì, potevo farla.

– Buongiorno maestra, Orlando vorrebbe sapere perché deve mettersi il grembiule.

– Lo vuoi sapere tu o Orlando?

– Orlando.

– Ma lui già lo sa perché me lo ha chiesto ieri e la risposta è che in questa scuola i bambini lo portano.

Responso insoddisfacente, ma che potevo fare? Ho pensato: figlio mio, vai e cavatela da solo, non posso condurre io la tua battaglia. E ci siamo salutati.

Quando sono tornata a riprenderlo, Orlando indossava il grembiule ed era contento. Cosa fosse accaduto nel frattempo non lo so. So solo che è arrivata una maestra capace in poche ore di risolvere questioni per me insanabili. Non mi resta che aggrapparmi con le unghie a quel poco di fiducia in me stessa che ancora ho.

Il giorno dopo, all’uscita, mi sono affacciata in classe e l’ho visto silenziosissimo e cauto muoversi lentamente con una campanella in mano, circondato dagli altri bambini, tutti muti e immobili. Quando siamo rimasti soli gli ho chiesto cosa stessero facendo. La risposta è stata un po’ confusa, ma se non ho capito male si tratta di questo: alla fine della giornata i bambini si siedono e vengono loro date una o due campane che si passano l’un l’altro senza fare rumore; man mano che arrivano i genitori, i piccoli restano seduti e non saltano come molle per andarsene, ma aspettano che la maestra li saluti.

Orlando è sereno e sta bene. Certo, qualche domanda sull’opportunità di contenere le pulsioni me la sono fatta. Però mi sono anche chiesta se i bambini abbiano davvero bisogno del caos costante che c’era nella classe dell’anno scorso e che un po’ mi mancava, e mi sono ricordata di un particolare del film Il pianeta verde: i concerti di silenzio.

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