cacca

cacca lego orlando e monica settembre 2016

cacca
costruzione in lego
orlando e monica
settembre 2016

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lavoro sommerso

sabbiatura

Se c’è una cosa che non mi posso rimproverare è di non aver cercato un equilibrio. Psicanalisi, psicoterapia, yoga, danzaterapia e un’infinità di altre strategie personali passate per viaggi, passioni, ricerche e separazioni. Questo non vuol dire che io ce l’abbia fatta, ma sicuramente ci ho provato.

Certe psicoterapie, rispetto all’analisi, hanno il vantaggio di essere molto concrete e dirette, cioè sanno andare al sodo senza aspettare che gli anni passino.

La psicoterapeuta, che è anche un’amica, quando le raccontai che il mio compagno mi rimproverava di non portare abbastanza soldi a casa, mi disse che qualche anno prima le era capitata la stessa cosa. Lei allora aveva risposto stilando una lista delle sue attività produttive con relative cifre.

La lista suonava più o meno così.

 

Attività svolta nelle 24 H                                                  guadagno giornaliero

6/8 ore di cura del bambino                                                60/80 euro

2 ore di pulizie                                                                          15 euro

2 ore di preparazione pasti                                                   20 euro

approvvigionamento                                                              10 euro

amministrazione delle finanze domestiche                      5 euro

 

Quindi se il suo lavoro fosse stato retribuito, lei avrebbe percepito almeno 110 euro al giorno che moltiplicato per 30 avrebbe significato 3300 euro al mese. Se a questo si fossero aggiunti gli straordinari, i rischi, le mancate ferie, l’assenza di regolamentazione in materia di malattia e di week end, quello stipendio sarebbe salito almeno a 4000 euro al mese.

Questo è ciò che produce una donna quando sta in casa, quantificato attraverso un tariffario piuttosto modesto. La lista può essere declinata su diversi stili di vita, dipendentemente dal lavoro che la donna svolge all’esterno, dagli aiuti familiari, dalla capacità del padre dei suoi figli di prendere su di sé una parte del lavoro domestico. Modificando il numero di ore, si ottengono cifre diverse. Ma per quanto si sottragga tempo, non si riesce ad andare sotto una produzione del valore di 50 euro al giorno (1500 euro mensili): una donna che si occupa part time di casa e di figli non produce mai meno di uno stipendio medio.

Prima di intraprendere qualunque discussione sulla condivisione del sistema famiglia e sui ruoli che lì dentro sono stati stabiliti, è doveroso partire da quella incontrovertibile lista. Ognuna la propria.

sabato nel pleistocene

casal de' pazzi

Se è vero che la vita riserva sorprese, qualche volta può farlo anche Roma.

Sabato scorso a mezzogiorno ho pensato: facciamo qualcosa di nuovo. E mi è venuto in mente il museo di Casal de’ Pazzi. Ho cercato online e ho letto che sono previste entrate solo la mattina, fino all’una. Ho chiamato comunque il numero per le prenotazioni e mi è stato detto che quel giorno, in via eccezionale, c’ci sarebbero state delle visite anche nel pomeriggio.

È stato così che alle sei in punto eravamo nel giardino del Pleistocene, io, Orlando e due nostre amiche mamma e figlia. Un posto incredibile, un pezzo di terra dove nel 1981 gli scavi edilizi hanno fatto emergere i resti di una porzione del vecchio corso del fiume Aniene e dei suoi abitanti, animali e umani vissuti duecentomila anni fa.

Siamo arrivati, ci siamo guardati intorno, abbiamo guardato il giardino, ci siamo guardati intorno di nuovo e abbiamo pensato che non è possibile. Durante un viaggio in Inghilterra, quando con un’amica siamo andate a visitare Stonehenge, sottovoce ci si siamo dette: guarda questi per due sassi cosa si sono inventati. Navette, biglietti costosissimi, una promozione che convincerebbe un abitante dell’isola di Pasqua a intraprendere il viaggio per venire in visita qui. Da noi tutto questo non accade. Già raggiungere questo museo non è facile. Dentro un quartiere brutto. Non c’è altra parola per definirlo. Ci si arriva da uno stradone. Il navigatore dice: sei giunto a destinazione. Però intorno non c’è niente: né un’insegna, né un’indicazione. Allora bisogna chiedere e la risposta arriva subito, perché da queste parti tutti sanno dove sta il museo di Casal de’ Pazzi. È una sorpresa che la terra ha riservato a una delle aree del peggiore sfruttamento edilizio romano. È il segno di una forza che riemerge dagli strati sedimentari con cui il tempo l’aveva ricoperta.

La visita ha inizio. Qui tutto è affidato alla volontà e agli sforzi di chi ci lavora, che con pochi e inadeguati strumenti riesce a restituire la magia di questo luogo.

Dopo la visita, i bambini hanno partecipato a un laboratorio di scavo e dentro due vasconi di terra hanno cercato reperti con gli attrezzi degli archeologi. Orlando ha addirittura trovato un osso di animale o di dinosauro ed è nata subito la passione per la paleontologia.

Eccoci di fronte a un altro tassello del mio grande impossibile progetto di scuola nuova o non scuola. I bambini a scavare, muoversi, sporcarsi, cercare la conoscenza dentro le cose, si appassionano e non si annoiano. E allora basta lezioni frontali. Basta tenere seduti per ore esseri umani piccoli e giustamente carichi di energia. Basta pensare che sia giusto che i bambini ascoltino e capiscano e credano senza mai sapere perché e senza avere un’immagine di ciò che gli si sta raccontando.

Ma anche senza arrivare all’utopia della non scuola, di uno spazio libero pieno di cose da fare dove trascorrere del tempo per vivere e imparare; anche senza arrivare all’utopia di una scuola-mondo, per ora forse sarebbe bello vedere piccolissimi segnali come: invece di dare compiti a casa nel weekend (a proposito, il weekend non era sacro? Ma i bambini, si sa, sono sottoposti a una legislazione tutta speciale: se dai uno schiaffo a un adulto è perlopiù reato, se lo dai a un bambino lo stai educando; se non rispetti l’orario di lavoro di un operaio stai infrangendo un patto sindacale, se dai compiti nel weekend è giusto), insomma, senza arrivare a fare la rivoluzione, sarebbe già qualcosa se gli insegnanti si guardassero intorno – ché il mondo è grande e a volte addirittura bello – e invece di accanirsi a cercare piccoli e grandi fastidi con i quali disturbare il tempo libero dei bambini, ogni venerdì stilassero una piccola lista di consigli, cose da fare con la famiglia (se lo vuole e se ne ha il tempo), come andare a un laboratorio di scavo archeologico, a un cinema, un teatro, un museo, un parco, un sito archeologico, una chiesa. In una città come Roma, poi, che questo non avvenga è proprio un peccato. Quanti bambini costretti a studiare le guerre puniche non sono mai stati a teatro? Quanti non sono mai entrati in un museo di arte contemporanea?

la magnifica invenzione della radio

la radio

I cambiamenti hanno sempre un non so che di faticoso. Decidi di cambiare rotta e regolarmente sottovaluti gli effetti collaterali della tua scelta, che arrivano con grande puntualità.

Evitare dunque a tutti i costi traslochi, cambi di scuola, di lavoro, separazioni e innamoramenti? Assolutamente no. In genere, se si è fatta una buona scelta, entro poco tempo alla fatica si sovrappone il piacere delle nuove cose.

Ecco un inaspettato lato positivo dell’aver abbandonato la bicicletta per raggiungere in macchina la nuova scuola: la scoperta della radio.

Noi partiamo sempre all’ultimo momento, mai in anticipo, neanche di un po’. È il nostro stile di vita. Superate le 8.30, ci precipitiamo giù per le scale, usciamo dal portone e corriamo verso la macchina. Saliamo, ci leghiamo e io finalmente accendo la radio. E mi abbandono all’ascolto.

ALL’ANDATA (8.40/9.00) Stampa e regime di Massimo Bordin su Radio Radicale. La rassegna stampa più bella del mondo.

AL RITORNO (9.15/9.35) la replica di Stampa e regime e Il ruggito del coniglio su Radio 2. E allegramente la mia giornata ha inizio.

non mi basta mai

juliet e l'abero dei pensieri

È settembre e piove. Abbiamo salutato l’estate e ce la siamo buttata alle spalle che già ne sentivamo la nostalgia. Ed è iniziata la scuola.

Ultimo anno di materna. Cambio rotta. Dalla scuola di quartiere frequentata l’anno scorso alla statale Montessori più vicina. Abbiamo scelto il metodo, a scapito dei tempi, della facilità di raggiungere l’edificio, del fatto che lui ora esca prima di pranzo con la conseguenza che il mio tempo si riduce drasticamente. Non è l’ora in meno che Orlando sta a scuola a fare la differenza, è che quando esce deve mangiare ed è affamato, quindi negli ultimi quindici minuti delle tre ore antimeridiane che io posso dedicare al lavoro, alle relazioni e al tempo libero, sono impegnata nell’organizzazione del pranzo. Tre ore si riducono così a due e mezza. Se piove e c’è traffico la situazione si fa ancora più compressa.

Abbiamo fatto una scelta e siamo contenti. In fondo quello degli orari e di come arrivare a scuola è solo un piccolo sacrificio che è valsa la pena affrontare. Prendiamo la macchina tutti i giorni, se piove ci incolonniamo nel traffico. E non perché ci piaccia fare così. Se ci fosse uno straccio di autobus da qui a lì, sarebbe tutto più semplice e allegro. Se ci fosse una pista ciclabile sarebbe addirittura perfetto. Ma Roma è una città in caduta libera dove l’unica via percorribile per sopravvivere, il più delle volte, è buttarsi nella mischia e incrociare le dita sperando di cavarsela.

Orlando è sereno. In classe regna la calma. La maestra è tranquilla, competente e impeccabile. I giochi a disposizione sono belli, chiamano alla sperimentazione, incuriosiscono anche me. I bambini scelgono con cosa giocare. Non ci sono giochi di gruppo, ammassi di alunni invitati a fare tutti la stessa cosa.

Qui non solo la maestra è competente. Lo sono anche i genitori, gente preparata, convinta, consapevole. Lo sono i bambini, che non alzano mai la voce e trovano ogni volta il gioco giusto col quale crescere e imparare.

C’è qualcosa che mi manca. Qualcosa che stava nella vecchia scuola e che qui non c’è. La bicicletta innanzitutto, per andare e tornare in pochi minuti. Il tempo per me. Il chiasso e i balletti collettivi per raggiungere il bagno che facevano tanto villaggio turistico ma che in fondo erano divertenti e facevano ridere. Quella mescolanza di mondi tipica di Testaccio. La multietnicità. L’approssimazione. L’improvvisazione. La sorpresa. Il bel gruppo di maschi nel quale Orlando si era inserito così bene, di cui proprio due giorni fa mi è arrivata un’ultima foto dal vecchio gruppo whatsapp, che ora ho abbandonato per iscrivermi al nuovo.

Orlando è sereno. A metà. È incuriosito. Dice che la nuova maestra è bella. Però ha iniziato un serio sciopero della fame: la mattina mi dichiara il suo intento di digiunare fino all’uscita di scuola. E puntualmente ritrovo il suo panino intatto nello zaino.

Venerdì a pranzo abbiamo bisticciato e lui finalmente l’ha detto: questa scuola mi fa schifo. Più tardi mi ha confessato: devo appendere un pensiero sul ramo del pavone, quello che si occupa delle cose perdute.

È un gioco che abbiamo ripreso da un libro, Juliet e l’albero dei pensieri. C’è un albero dipinto nella stanza della protagonista (il nostro è ancora immaginario ma presto lo dipingeremo davvero), sui rami di questo albero ci sono degli animali, ognuno dei quali si occupa di una specie di preoccupazioni, così, quando Juliet si sente giù, può appendere il pensiero sull’apposito ramo e se ne prenderà cura l’animale che lo governa.

– E tu, Orlando, quale pensiero vuoi affidare al pavone? Cosa hai perso?

– Io ho perso la Paola Biocca.

Paola Biocca è il nome della vecchia scuola.

Tra poco avrò una percezione diversa di tutto, lo so, non appena lui si sarà ambientato e si sentirà a casa con i nuovi amici. Allora forse potrò uscire dall’assedio dei dubbi di questi primi giorni di scuola.

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