i grandi e i piccoli

grandi e piccoli

A quasi un mese dalla sua entrata in casa, la varicella, propagatasi di figlio in padre, finalmente ci lascia e noi la salutiamo con gioia. Varicella addio!

Il brutto di queste esantematiche, per chi le ha già avute, è che costringono i propri cari a stare in casa, in un rapporto di convivenza coatta che la metà basta per impazzire. “Immagina in carcere” ho detto io e il padre di mio figlio ha risposto “almeno lì stanno solo tra maschi”. Certo, è vero, ma nemmeno così il gioco vale la candela e io, dal canto mio, continuo a farmi impressionare da chi invoca la gogna e la galera, sicuro che tanto non lo riguarderà mai da vicino, senza considerare che le sorprese, sia le belle che le brutte, vengono a bussare alla porta di chiunque inaspettatamente, costringendo a rimettere le mani su tutto ciò che fino a quel momento si è sostenuto.

Se la vita non riservasse sorprese, il mondo sembrerebbe un luogo sicuro di quarantene. Come dire: io sto qui all’aria aperta e dall’altra parte, ben chiusi e separati, ci sono gli stronzi, gli sfigati, quelli che non ce la fanno, che se la sono cercata, i brutti, gli sporchi, i cattivi. E più loro sono isolati, più tutti gli altri sono al riparo dal contagio. Allora gli onesti, i puliti, i sani si sentono invincibili e possono puntare il dito contro il resto del mondo. Il meccanismo è semplice quanto fragile. Il più piccolo movimento di caduta comporta l’esilio da quella strana terra in cui ci si sente a posto con se stessi. Non sono bastate generazioni di protagonisti cattivi di film visti decine di volte, non è bastato spiderman nero a farci affezionare, anche nel mondo reale, a quel caos un po’ malato che vive al di là dell’ordine. La realtà è l’unico luogo dove il bene continua a credersi al sicuro.

Dalle finestre della quarantena, noi guardavamo mezza Italia prepararsi a votare, innervositi da questo nostro star chiusi. Però le cose si possono osservare da prospettive insolite, e allora l’isolamento si trasforma in un moto ascetico attraverso il quale scorgere il reale e l’immaginario.

Non mi dispiacciono certe ingenuità, che possono nascondere delle risorse; non mi irrita che Virginia Raggi dica di sé sindaco invece di sindaca, che poi ci sarebbe da chiedersi se il problema è suo o delle femministe che l’hanno preceduta senza lasciare traccia, perché si sa, se lo studente non sa niente è sempre colpa sua, mica dell’insegnante; non mi sconvolge l’idea rocambolesca della funivia, che non è nemmeno originale; non mi spaventano i pannolini lavabili, vista l’età di Orlando, anche se allora provandoli li ho trovati un oggetto al limite della crudeltà, che obbliga la neomamma a dolorosi passaggi di smacchiatura in un momento della vita già piuttosto impegnativo; non mi piace ma non ritengo pregiudizievole il tentativo di istituzionalizzare abitudini sociali e libere come quella dei gas (gruppi di acquisto solidale). No, per tutto questo non avrei dubbi e al ballottaggio voterei Raggi. Io mi spavento quando leggo: i nostri candidati non devono avere nemmeno una multa non pagata. Allora mi guardo alle spalle e tremo chiedendomi: io? Le ho pagate tutte? Ce ne sono in sospeso? Ho parcheggiato bene o davanti al solito divieto di sosta? E chi è quell’essere tanto puro da non avere nemmeno una multa in sospeso? Ma poi, se esistesse, mi interesserebbe? È questa la purezza? Aver pagato ogni multa recapitata? Esiste davvero la purezza? Ma non è colpa loro. È che il mondo è pieno di luoghi in cui rinchiudere gli altri e di cui non è così facile sbarazzarsi. D’altronde sentire sedicenti esperti ripetere: tu non sei capace, lascia che ci penso io, adesso ti spiego, mi ricorda tanto la maestra che toglieva le forbici ai bambini perché lei tagliava meglio. Io queste forbici a Virginia Raggi quasi quasi gliele darei. Poi, se non riesce a usarle, le passeremo a qualcun altro. Certo, la pista ciclabile me la deve fare davvero.

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