con tutto il cuore

René Magritte

Nove giorni fa ero a piazza Navona per salutare Marco Pannella e abbracciare Mirella Parachini. E ringraziarli. Perché nella vita mi è toccato affrontare un aborto terapeutico, di cui ho parlato pubblicamente in un articolo che ha dato modo al giornale Gli Altri di dedicare un intero numero all’obiezione di coscienza alla legge 194. Ringraziarli, non solo loro certo, per la battaglia che ha sottratto l’interruzione di gravidanza alla pena, quindi alla punibilità, consegnandola con fiducia nelle mani di ogni singola donna. Per averlo fatto rinunciando al giudizio e ai massimi sistemi, a inutili analisi del dolore, che non parlano a nessuno se non a coloro che ne sono fuori.

Sei anni fa ho fatto l’unica scelta possibile per me, perché ogni ora che passava la mia gravidanza diventava più dolorosa. E io non potevo che andare altrove. Qualsiasi giudizio sarebbe inutile.

A meno di un anno dal nostro primo incontro, Mirella ha fatto nascere mio figlio Orlando, in una notte piena di cose per me e per lei.

Ringrazio Marco Pannella per essersi occupato di pena e di giudizio. In un percorso appassionato e solitario, questa volta sì.

Ci ho pensato e ripensato, e alla fine ho deciso di votare il partito radicale alle prossime amministrative di Roma. Non solo per le battaglie sui diritti civili, ma per averle affrontate a cuore aperto, strappandole alla deriva delle astrazioni, per aver difeso la vita dalle pene e dai giudizi.

 

leggere insieme ai figli. il barone rampante

Il-barone-rampante

A Cosimo, comprendere il carattere di Enea Silvio Carrega giovò in questo: che capì molte cose sullo star soli che poi nella vita gli servirono. Direi che si portò sempre dietro l’immagine stranita del Cavalier Avvocato, ad avvertimento di un modo come può diventare l’uomo che separa la sua sorte da quella degli altri, e riuscì a non somigliargli mai, riuscì, pur stando solo, a sentirsi sempre dalla parte del prossimo.

Italo Calvino

Aspettare La città incantata

la-città-incantata

In primavera la quarantena è dura. Siamo stati costretti in casa dalla varicella, mentre fuori il mondo rinasceva. Ad aiutarci sono arrivati il tempo incerto e una programmazione cinematografica casalinga che ha rotto alcuni indugi. Abbiamo visto La città incantata di Miyazaki. Era tanto che lo aspettavo. Tutti mi dicevano: non ancora, è presto, Orlando si spaventerà. In questi giorni ho pensato che niente sarebbe stato peggio della varicella. Era finalmente arrivato il tempo di farlo.

Miyazaki è stato tra gli illustratori di cartoni che hanno segnato la mia infanzia. Forse per questo quando guardo un suo film penso che nessun disegno possa rendere meglio il mondo incantato dei bambini. E la resa a tutto tondo dell’animazione di ultima generazione mi sembra pacchiana, senza poesia, troppo ammiccante, tondeggiante, pesante.

La città incantata inizia così, meravigliosamente bidimensionale. Ero pronta a interrompere la visione appena Orlando si fosse spaventato. È vero, i primi dieci minuti di film sono inquietanti e fanno un po’ paura. Forse meno di quanto mi aspettassi.

Inoltrarsi nella città incantata insieme a Chihiro è come entrare in un sogno. Si incontrano personaggi dalle sembianze fantastiche, il paesaggio è surreale e accadono fatti in bilico tra il crederci e il non poterlo fare. Tutto ha un aspetto minaccioso e incontrollabile. Poi però la storia cambia veste, rende superflua la paura e rivela l’ambiguità delle cose. Esseri che sembravano spaventosi e temibili si dimostrano amici. Chihiro acquista coraggio e diventa protagonista di questo inusuale spazio, dove nessuno è davvero cattivo e anche i buoni hanno un lato oscuro. Dove si impara che le cose più spaventose sono quelle che guardiamo da lontano. A entrarci dentro, tutto si può affrontare.

 

A caccia di film. Nel paese delle creature selvagge

nel paese delle creature selvagge

Varicella. La nostra prima esantematica. Una settimana di quarantena. Al secondo giorno il cielo è terso, nonostante le previsioni, e noi contempliamo il mondo dalla finestra. Aspetteremo pazienti di uscire a rivedere il sole. Intanto ci organizziamo. Ci sfidiamo alla Fattoria, il gioco consigliato dall’esperto della Città del sole, a Non ti arrabbiare, ci riempiamo di talco alla calendula e ci vediamo un film. Nel paese delle creature selvagge, la pellicola del 2009 tratta dal racconto di Maurice Sendak Nel paese dei mostri selvaggi e diretta da Spike Jonze, che ne ha scritto la sceneggiatura insieme a Dave Eggers. Eggers in questi giorni torna e torna.

È un film bello, delicato, lontano dai colori un po’ gridati del cinema per ragazzi che arriva da oltreoceano. È la storia di un bambino speciale, che non riesce a contenere le proprie emozioni e che per qualche ora diventa re di una terra abitata da amabili mostri, usciti dalla fantasia infantile più che dalle elucubrazioni degli adulti. È una storia semplice, attraverso la quale Max si misura con i propri poteri, le proprie impotenze, e dove impara a rivelarsi.

– Mi trattano come se fossi cattivo.

– E lo sei?

– Non lo so.

l’uso delle mani

Lucio-Fontana

Ieri siamo tornati alla scuola di Orlando per la seconda puntata del nostro laboratorio d’arte. Abbiamo sperimentato la tecnica del collage. I bambini sono stati invitati a ritagliare forme da alcuni fogli dipinti la settimana precedente, e a incollarle le une accanto alle altre su dei grandi cartoncini. La maestra di un’altra classe ha provato a dirmi che avrebbe tagliato lei e le ho risposto di no, perché dovevano farlo loro.

Il primo colpo d’occhio è stato un disastro: i bambini non sapevano tenere in mano le forbici. Ho pensato che sarebbe stato difficile tirare fuori da lì delle forme da incollare. Poi mi sono seduta accanto a loro e ho mostrato come tenere le forbici, come aprirle e chiuderle, come un coccodrillo che vuole mangiare la sua preda. In pochi minuti i bambini hanno iniziato a tagliare, quasi incantati da quella magia, e lo hanno fatto a lungo, concentrati sul loro nuovo gesto. Hanno impiegato pochissimo a usare le forbici. Non lo avevano mai fatto ma lo sapevano fare.

Le forbici avevano la punta stondata, di quelle concepite apposta per i più piccoli e date in dotazione alle scuole dell’infanzia perché proprio loro possano usarle.

Un bambino sfiduciato non riesce nemmeno più ad andare per imitazione dei grandi, che fanno al posto suo così il lavoro viene meglio, e ha bisogno di essere rieducato a gesti e tecniche che sono già dentro di lui, pronti solo a essere sperimentati. Insomma sfiduciare un bambino, togliergli gli strumenti e dirgli chiaramente che lui quella cosa non la sa fare, complica parecchio la realtà e rende farraginosi i meccanismi dell’apprendimento.

Perché tutto questo accada è un capitolo a parte. La domanda che mi viene spontanea è: quali danni crea un percorso educativo come quello cui ho assistito ieri alle capacità manuali e creative dei bambini? Quali sentieri compromette e interrompe nel loro cammino verso la conoscenza?

la scuola che vorrei. 826 valencia

South Park

Chi non ha mai letto un libro di Dave Eggers? Almeno una volta nella vita bisogna leggere L’opera struggente di un formidabile genio. È un romanzo molto lungo, con le inevitabili cadute di una narrazione che prosegue per centinaia di pagine, ma vale la pena.

L’altro giorno mi aggiravo nella rete quando sono incappata in una bella notizia, vecchia ma per niente scontata: 826 Valencia.

Oltre a scrivere, Dave Eggers ha ideato insieme a Nínive Calegari una scuola di scrittura dedicata ai ragazzi in difficoltà della San Francisco Bay Area.

Da quando Orlando cammina, parla, socializza e si integra, ma soprattutto da quando ci siamo affacciati sul meraviglioso mondo della scuola, ho in testa una grande casa dei bambini e dei ragazzi, dove le arti, i mestieri, le tecniche, le competenze, circolino liberamente, e in modo cristallino passino dagli uni agli altri in una relazione di scambio e reciproca conoscenza. Da quando Orlando esiste, ma forse da quando esisto io, desidero un luogo come la 826 Valencia. Quella che sogno non è una scuola di sola scrittura. Mi piacerebbe che accogliesse tante arti e tecniche, che ci fossero dentro la musica, la scienza, le discipline del corpo. Un luogo pieno di cose da dire e da fare. Non la indirizzerei solo ai ragazzi in difficoltà perché, al di là della retorica dei ghetti e del volerne abbattere i muri, credo che sia in difficoltà ogni bambino che mette piede in una scuola.

Ogni tanto la mia ambiziosa idea risorge dalle ceneri della vita quotidiana, e torna in un discorso consumato al sole del parco giochi dove porto Orlando, o durante una serata solitaria, mentre tutti dormono. Ma poi mi chiedo: c’è in Italia un Eggers con cui condividere il progetto? No, secondo me non c’è. Detto questo, la scuola che sogno si può fare lo stesso?

il cinema in casa

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