per sempre figli

figli

Io Purity me lo sono letteralmente divorato. Più di una volta ho fatto le 3 di notte per leggerlo. D’altronde le mie giornate sono un po’ complicate e il romanzo supera le 600 pagine. E la sera, quando tutti dormono, i vampiri sognano a occhi aperti.

È stato ambizioso Franzen questa volta, più del solito, e a parte qualche ingenuità, come il fatto che mentre nella Germania dell’Est la Stasi controllava inesorabilmente il privato di tutti i suoi cittadini, negli Stati Uniti la figlia di uno degli uomini più ricchi d’America poteva sparire e cancellare ogni sua traccia per venticinque anni senza che il padre trovasse uno straccio di strumento per rintracciarla, a parte questo, il romanzo è bello e funziona.

Arrivata alle ultime pagine, quelle che chiudono tutta la storia, Purity diventa noioso, al limite del conformismo. Perché? Senza entrare nei dettagli delle vicende, secondo me il finale non funziona perché manca di un passaggio esistenziale. In questa storia i figli restano figli senza alcuna possibilità di muoversi dentro la loro condizione. Non c’è via d’uscita. La sola cosa che si può fare è abbassare le penne e rientrare pianamente tra le righe, a costo di annoiarsi da morire.

Leggendo Purity sono stata figlia insieme a Pip, Andreas, Anabel e tutti gli altri, sono entrata nel loro destino e ho aspettato che la narrazione mi offrisse la salvezza. Ho aspettato di crescere, di essere figlia senza più esserlo.

L’opportunità esistenziale cui si accede attraverso un figlio consiste nel rimescolare le carte, nell’abbondare le pratiche seduttive con le quali i bambini corteggiano genitori profondamente limitati, nel ripescare il meccanismo fondamentale dell’amore, disinnescarlo e innescarlo di nuovo. È il momento altissimo, ambizioso, per niente dentro le righe, della reinvenzione, della creazione. Esistono tante strade per arrivare a questo obiettivo. Ognuno lo fa a modo suo. Se lo fa. Io ho avuto un figlio.

È questo che secondo me manca a Purity, quella piccola rivoluzione che avrebbe salvato il mondo. Manca il passaggio nel quale i meccanismi saltano e niente sarà più come prima. Quando i figli riabbracciano i genitori e se ne vanno.

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il canto di spiderman

il canto di spiderman matita su carta orlando marzo 2016

il canto di spiderman
matita su carta
orlando
marzo 2016

purezza

purity

Non c’è niente da fare, quando finisce un amore e si chiude una storia, la prima cosa che pensi con disperazione è: mai più sarà così grande. Poi l’acqua passa sotto i ponti, un altro amore bussa alla porta, un’altra storia ti viene raccontata e tu scopri con entusiasmo che la vita è meravigliosa.

Bisogna avere pazienza, e io ne ho avuta. Dopo aver chiuso gli ultimi romanzi che mi avevano rapita e portata sopra le nuvole, ho aspettato l’uscita di Purity. Forse questa volta parte piano Franzen, come uno spasimante che non ti bacia al primo appuntamento ma ti lascia cuocere nel tuo brodo. Poi una sera non riesci più a liberartene e leggi fino alle tre del mattino. Senza accorgertene ti sei innamorata e sai che per un po’ il tempo smetterà di scorrere.

Ogni personaggio in Purity ha una madre. Ineludibile presenza dai contorni psichici tanto precari da far pensare che gli esseri umani abbiano infinite possibilità di essere. Possono scegliere. In qualche modo.

Era facile incolpare la madre. […] Okay, forse non era giusto, ma tua madre poteva sempre incolpare la propria madre, che a sua volta poteva incolpare la propria, e così via fino all’Eden. […] Un’irregolarità nello sviluppo cerebrale truccava le carte a svantaggio dei figli: la madre aveva tre o quattro anni per sputtanarti la testa prima che il tuo ippocampo cominciasse a registrare ricordi duraturi.

(Franzen)

C’è un momento nella vita in cui puoi passare dalla colpa al perdono. Ma non è facile e non è un’operazione che si chiude perfettamente, in modo pulito. Restano sempre dei frammenti a ricordarti che se stai male, qualcosa nella tua relazione originaria è accaduto. Ogni volta che avvertirai un malessere o un’incompatibilità, ti ricorderai di lei.

Tutto cambia quando la madre sei tu. Allora diventi il meccanismo finale di una macchina che sa correre nel tempo fino al paradiso perduto, ma che arrivando a te non sembra conservare niente della preistorica felicità. Tu non sei perfetta come Eva, anzi, rischi di essere ancora più imperfetta di tua madre. Allora la perdoni, se non altro per creare il precedente che permetterà agli altri di perdonare te, e a tutti i costi vuoi superarla e essere migliore di lei. Ma chi è migliore di chi?

Ormai è chiaro: sei dall’altra parte. Sulla riva di un fiume insieme a tutte le madri che ti hanno preceduta. Mai i tuoi occhi hanno visto ciò che vedono ora. Ti verrebbe quasi voglia di chuderli, ma non vale la pena. È un treno che quando passa va preso perché trasporta una possibilità. Perché se è lì che sta la colpa, allora ci sta pure l’innocenza. Quella del bambino ma anche la tua, e di tua madre e della madre di tua madre. E con l’innocenza riaprirai le porte dell’Eden e ci entrerai dentro con tuo figlio in braccio.

la fortezza della mia solitudine

la fortezza della solitudine

Ci sono romanzi che ti entrano nel cuore più di ogni altro. Che nessuno oscurerà. Nemmeno la bellezza diamantina di Franzen o la lucidità meravigliosamente cervellotica di Eggers.

Tra i romanzi che sono entrati nel mio cuore, c’è La fortezza della solitudine di Lethem.

Per chi non lo sa, la fortezza della solitudine è il luogo in cui Superman va a riposarsi, accanto alle cose amate e preziose da cui hanno origine la sua forza e le sue fragilità.

Il romanzo di Lethem non racconta la storia di Superman. I suoi sono piccoli supereroi della strada che incappano in piccoli oggetti magici. Personaggi imperfetti, che si ritagliano l’esistenza nel magma denso e un po’ oscuro della realtà metropolitana. Eroi che giacciono a terra o sgattaiolano per le vie impetuose della città. È un miracolo se riescono a salvare se stessi, figuriamoci salvare il mondo. Gli eroi di Lethem sono sfiancati, di uno sfiancamento che nasce da lontano.

Due mesi fa ho ricevuto una diagnosi scorretta, che sovrapposta alla mia naturale leggera ipocondria, è diventata una piccola tragedia. Ho sinceramente avuto paura e mi sono addirittura preparata a salutare tutti pensando che la vita non solo fosse breve, ma pure dispettosa. Io, single impenitente almeno sulla carta, ho pensato di sposarmi, di sigillare il mio amore di fronte alle autorità competenti. Per proteggere mio figlio e suo padre. Da cosa? Non lo so. Dalle avversità, dal caso, dal tempo, dalle intemperie, dallo scorrere imprevedibile della vita. Me ne vado e vi lascio il segno del mio amore. Il mio ramo di nocciolo cui potrete chiedere consigli, confidare segreti ed esprimere desideri. Se proprio devo, prima di uscire di scena lascio almeno tutto in ordine.

Due mesi pesanti che senza rimpianti potrei depennare dal calendario della mia esistenza, in cui ho immaginato Orlando crescere senza madre. Motherless Brooklyn, a proposito di Lethem.

Poi tutto è rientrato. Il medico che aveva fatto la diagnosi è stato silenziosamente ingiuriato, e in ogni caso salutato per sempre. Io sono più o meno felicemente rinata e tornata tra tutti.

Due mesi che spedirei nell’antimateria, se non fosse per alcuni particolari preziosi. Per esempio la percezione netta e fisica che la vita non è eterna. Informazione quasi banale e in apparenza più negativa che positiva, che però contiene un dono, un elisir, una formula magica capace di far esplodere la più statica delle esistenze. Qui c’è solo da vivere. Non come se fosse l’ultimo giorno, che sarebbe da infarto, ma come se il tempo non esistesse. Nessun tempo a disposizione, né da perdere, né da ritrovare. Tutto al di là della sua gabbia infernale.

I protagonisti di Lethem trovano un anello che li fa volare. Non è possibile, pensi tu, nessun anello ha un simile potere. E invece sì. Esistono oggetti capaci di farti prendere il volo o di renderti invisibile, che devi saper usare bene altrimenti diventano fatali, che puoi cercare nel tuo rifugio, il luogo al quale solo tu hai accesso e dove conservi le cose più care.

Dopo aver fatto i conti col tempo, ho bisogno di ritirarmi per un po’ nella fortezza della mia solitudine, per riposarmi prima di tutto, perché Superman è stanco. E per cercare il mio anello magico.

È per questo che ho amato tanto il romanzo di Lethem. Perché i supereroi esistono eccome, ed esistono i loro anelli magici. Non sono splendenti come in certe rappresentazioni. Sono decaduti, sporchi, sfibrati, hanno bisogno di un rifugio in cui riposare e hanno poteri che devono imparare a usare.

le storie di Roald Dahl

Paolo_Uccello_San_Giorgio_e_il_drago

perché Roald Dahl racconta sempre storie che conosciamo già?

Orlando

figli, matrimoni e altri deliri

barbie sposa

 

Come le metti le metti, le donne sono infide. Quando non avevamo diritti, ci infilavamo nell’ombra dei nostri mariti per ordire trame diaboliche. Poi abbiamo iniziato a insinuare le nostre pretese nelle leggi e ce ne siamo fatte fare su misura per noi. In parlamento eravamo meno che minoritarie, ma i nostri mariti erano deputati e senatori e noi riuscivamo a manipolarli, anche in aperto conflitto con i loro sacrosanti interessi. Ed è così che, almeno dentro il matrimonio, la legge ci ha più che avvantaggiate nelle relazioni parentali. Fuori un po’ meno, ma ovunque abbiamo ottenuto grandi successi, seppure di grado diverso. Per esempio: se ci separiamo, perdiamo sicuramente il principe azzurro ma ci resta il castello, cioè la casa dove crescere i nostri figli, bambini nati dentro il matrimonio. Tutto questo, dice la legge, per il bene della prole, che siccome non ha colpe del fallimento matrimoniale non può pagare di persona con traumi ulteriori, come sarebbero un trasloco e le sue conseguenze (cambio di quartiere, scuola, abitudini, amici, parco). Insomma con la scusa dei figli ci prendiamo tutto e lasciamo in mutande i nostri ex.

Gli alimenti sono un altro nodo dolente delle separazioni. Le donne, oltre a tenersi i figli, si prendono pure i soldi degli ex mariti e compagni con la scusa di mantenere la prole e garantire così la cura, la formazione, la salute di bambini e ragazzi. Si calcola che un padre con uno stipendio medio versi per un figlio 400 euro al mese, per due figli 650 euro mensili complessivi. Cifre da capogiro con le quali, evidentemente, una donna si garantisce lo shopping e la messa in piega settimanale. Migliaia di padri sono finiti sul lastrico proprio per l’avidità di certe ex mogli che vivono come principesse.

Principesse. Se non fosse per alcuni dettagli, come le centinaia di ore spese nella cura dei figli e della casa. Un’infinità di tempo che nessuno riconosce, senza il quale i livelli igienici in cui vive l’occidente sarebbero così bassi da aprire le porte al colera, e le case nel giro di una settimana diventerebbero inagibili per il numero di oggetti abbandonati sul pavimento, piccoli e grandi ostacoli nei quali inciampare nel tentativo inutile di raggiungere il bagno, e ci si potrebbe cambiare le mutande non prima di averle portate per tre o quattro giorni, perché fare la lavatrice, stendere i panni, ritirarli, piegarli e sistemarli nei cassetti è operazione inscritta nel nostro dna, e l’alimentazione porterebbe a un tale sballamento dei valori del sangue, che la spesa sanitaria sembrerebbe un bollettino di guerra. Colpa nostra, che non riusciamo a delegare né a condividere e ci teniamo tutto per noi. Per esempio la socialità dei figli: le donne vogliono fare tutto da sole, pronte a gettarsi nella movida dei parchi e delle feste di compleanno, quasi sempre non accompagnate così il divertimento è doppiamente garantito. Esistono eccezioni e le ho personalmente incontrate, ma sono perle rare che risplendono come oro alla luce del sole e vengono notate.

Vai in un parco, guardati intorno e mettiti in ascolto. C’è una frase che sentirai pronunciare migliaia volte, come una colonna sonora dolcissima che non cambia mai, o un mantra sul quale andare in trance: il bambino col padre gioca, con me fa tutto il resto. Se non hai figli e intendi farne, stai ben attenta a quel “tutto il resto”. Non è il paradiso terrestre. Sono le lavatrici, la spesa, le feste di compleanno, i corsi, i pranzi, le cene, gli orari di scuola, la socialità tra genitori, le visite mediche, le storie per andare a letto, per mangiare, per andare via dal parco, per discutere sul perché tutti hanno quel gioco che lui non ha, per tirarlo via dalle vetrine cinesi, per impedirgli di mangiare il ciambellone perché ha fame e non può aspettare che la pasta venga scolata. Mancano solo due minuti ma lui non può aspettare. Tutto il resto vuol dire che i figli se li crescono per lo più le madri, incastrate tra orari per cui superman avrebbe problemi, strozzate da un contesto antisociale che è l’evidente frutto di una mente misogina e anche un po’ perversa.

E allora non sposarti, lascia stare, non cadere nella trappola. Lo dici a te stessa e lo raccomandi alle donne ancora libere che ami. Chissene frega delle garanzie, della comunione dei beni, della divisione, delle questioni patrimoniali, dello stato di famiglia, della casa familiare. Al diavolo tutto. Non vendiamo la nostra libertà per due spicci di risarcimento e aboliamo il matrimonio. Che nessuno più lo possa fare. Né uomini né donne. Liberiamocene una volta per tutte e viviamo in pace. E invece adesso tutti vogliono sposarsi. Tu stai lì con le mani tra i capelli e sospiri, perché non hai più la forza di farti sentire: non lo fate, non lo fate, facciamo tutti un passo indietro. Ma poi ci pensi bene e sai che la tua non è una soluzione. Che ti sposi o no, i rapporti di coppia non cambieranno, non in virtù del matrimonio. Se poi sei addirittura fuori dalle unioni civili, allora per te è proprio finita. Perché la donna, parliamoci chiaro, è garantita dentro la coppia, mica fuori. Va bene pure che non sia sposata, purché davanti al mondo si dichiari sentimentalmente impegnata.

suffragette e sospetti

suffragette

Ieri sera ho visto Suffragette. Non mi ha entusiasmato, eppure è un film da vedere perché racconta la nostra vita appena cento anni fa. Quando non votavamo, non disponevamo dei nostri soldi, non avevamo diritti sui nostri figli. Particolari su cui ogni tanto è bene rinfrescare la memoria.

La protagonista, Maud Watts, entra nel movimento che in Inghilterra rivendica il diritto di voto per le donne, viene arrestata e poi cacciata di casa dal marito, che le nega di incontrare il figlio, di cui dispone come meglio crede perché la potestà sul bambino è esclusivo appannaggio del padre.

Altrove le cose non sono differenti. Nel 1902 Sibilla Aleramo lascia la casa del marito, che le impedisce di vedere il figlio. Il loro incontro avverrà solo molti anni dopo nonostante i tentativi di lei di averne l’affidamento.

In Italia il suffragio universale esteso alle donne risale al 1945. La patria potestà diventa potestà genitoriale nel 1975.

I diritti della donna, rispetto al marito, nella sua relazione con i figli ma non solo, sono storia recentissima, forse ancora non ben digerita da generazioni di padri più o meno giovani che si barcamenano tra esilissimi e poco collaudati modelli di riferimento. È lunga la strada da fare e non siamo ancora arrivati da nessuna parte. Non perché i maschi facciano più facilmente carriera o non siano collaborativi in casa, che resta per lo più delegata alle cure degli angeli del focolare e delle loro aiutanti, anch’esse nella quasi totalità donne. No, quelli sono automatismi, consuetudini non impossibili da aggiustare. Più lunga è la strada della genitorialità, perché è qui che si giocano tante partite antropologiche.

Fai un figlio con un uomo e la relazione con lui cambia irreversibilmente. E certo, pensi tu, per forza. Ma cambia in un modo che non avresti mai immaginato, un modo che a volte ti insospettisce.

Il legame biologico tra madre e figlio è alieno da qualsiasi legge perché nasce su un terreno lontanissimo dal contratto sociale. Il legame tra madre e figlio risiede nel corpo. Ed ecco allora frotte di maschi, e ne ho visti, fare la pesata del bambino prima e dopo la poppata per convincere le donne a dare l’aggiunta. Eccoli a mettere i bambini in carrozzina per far riposare le madri. Eccoli a sistemare neonati nella cameretta perché così gli adulti dormono meglio. Complici schiere di familiari e conoscenti che assediano minacciosi la donna con i loro consigli. E sì, perché di fronte all’oscuro corpo femminile, di fronte a questo strano oggetto ingovernabile, l’unica cosa è esercitare un forte controllo. Il controllo della quotidianità e quello delle leggi.

Se si pensa a quanta legislazione relativa al corpo degli uomini esista, e a quanta invece ne è stata prodotta sul corpo delle donne, la disparità si rivela immensa anche a un primo colpo d’occhio. La giurisprudenza è impazzita nel tentativo di arginare la nostra strabordante consistenza. Una fatica immane ma necessaria, perché le donne vanno disciplinate, o quanto meno contenute.

Queste sono solo alcune delle leggi che ci riguardano:

Diritto di famiglia del 1942

Art. 544 del codice penale (la violenza sessuale e il matrimonio riparatore)

Art. 587 del codice penale (il delitto d’onore)

L. 75 del 1958 (Merlin sulla prostituzione)

L. 151 del 1975 (modifiche al diritto di famiglia)

L. 405 del 1975 (in materia di consultori)

L. 194 del 1978 (in materia di interruzione di gravidanza)

L. 442 del 1981 (abrogazione degli articoli 544 e 587 del codice penale in materia di violenza sessuale e omicidio)

L. 40 del 2004 (in materia di procreazione medicalmente assistita)

Disegno di legge n. 2216 del 2010 (in materia di discriminazione nei media e nella pubblicità)

Per carità, tante di queste leggi sono a nostra tutela, ma la cosa non fa che dimostrare in modo inequivocabile che l’aggressione è avvenuta e continua ad avvenire. Saremo pure un po’ sciocche e inutilmente preoccupate, ma perdonateci se ci viene il dubbio di un tentativo, magari inconsapevole, forse addirittura condiviso da molte donne, di chiuderci dentro uno schema ben definito, governabile e logico, quasi una lobotomia dell’anima e della carne, un modo come un altro di disciplinare una materia anarchica come quella delle donne.

la casa

la casa matita su carta orlando marzo 2016

la casa
matita su carta
orlando
marzo 2016

figli dei figli

alice miller the drama of the gifted child

Nascere femmina può essere uno strazio. Non che la natura ci abbia penalizzate, anzi. Ma abbiamo così tante questioni da porre sul piatto della riflessione, che potremmo non occuparci di altro per tutta la vita, per poi, infine, capire che non abbiamo ancora risolto nulla, e che appena sbrogliamo un problema ne sbucano infiniti altri da tutte le parti. La vita delle donne è un fiume in piena, anche quando la calma quotidiana sembra farla da padrona.

Seduta sulla riva del mio fiume, armata fino ai denti per disarticolare giudizi e ruoli che risorgono come Micheal Myers nella saga di Halloween, mi guardo intorno un po’ attonita e un po’ divertita. Leggo, ascolto, catturo discorsi dalla strada.

Due sono i temi che rianimano anche le voci più assopite, sepolte da silenzi centenari: la vita e la morte. In mezzo c’è quel che c’è e nessun argomento riesce a scaldare gli animi come i due imprescindibili momenti in cui salutiamo il mondo. Nemmeno il calcio.

Questi sono i giorni dedicati al tema della nascita, complici il ddl Cirinnà e la paternità di Vendola, magicamente accaduti in una stessa manciata di giorni. E finalmente non mi sento più un’aliena a leggere ogni articolo, frase, appunto riguardante la surrogacy, mentre il padre di mio figlio cercava di convincermi che era argomento per pochi intellettuali che hanno un sacco di tempo da perdere. Adesso tutti ne parlano, vogliono dire la loro e ne sanno una più del diavolo. La carne è stata messa al fuoco e sta cuocendo. Se fino a qualche giorno fa era possibile leggere cose di persone più o meno esperte, addette ai lavori della bioetica o del dibattito femminista, adesso la surrogacy è diventato pane quotidiano per tutti. E ci voleva. Se non altro per una questione tutta personale: dimostrare al mio compagno che l’argomento scotta e non è élitario. Non solo. È adesso che viene il bello, che se ne sentono di tutti i colori, che emergono le ipotesi più incredibili, fino a perdersi e a non raccapezzarsi più.

A guardare la cosa spostando il punto di vista, emergono diverse piccole verità: il corpo delle donne, autodeterminato, eterodeterminato, sicuramente terreno fertile perché ognuno dica la sua; la natura, che ha delle leggi, o forse no, che è varia e tanto crudele da togliere diritti a chi per definizione ne ha: noi esseri umani; le leggi, per arginare, regolamentare e tutelare i diritti di cui sopra; addirittura il costo della pratica, perché non tutti se la possono permettere e allora come fa l’operaio di Melfi a spendere 150 mila per surrogare la maternità?

Forse il clima troppo caldo non aiuta la riflessione, ma nel fiume di parole spese al riguardo, ce ne sono alcune che ho trovato davvero interessanti: l’appello a una diversa cultura dell’adozione di Alessandro Gilioli e il ritorno alla centralità economica nelle parole di Michela Murgia, che giustamente equipara le surroganti alle donne est europee che abbandonano i figli per venire qui a badare alle nostre madri anziane. Perché, parliamoci chiaro, senza necessità economica, ma qual è la donna che si metterebbe a fare gestazione per altri?

Eppure non è detto. Più vado avanti in questo mio viaggio sul pianeta Terra, più mi rendo conto che l’umanità è varia e che non è mai detta l’ultima parola. Sì, ammetto che forse è possibile trovare qualcuna che spassionatamente, per puro spirito di altruismo, decida di portare avanti una gravidanza per rendere felice una coppia sterile. Ma detto in tutta sincerità, quante donne saranno mai al mondo? Un numero sufficiente a giustificare una legge per forza di cose faticosa e cavillosissima, e trattati internazionali che su questa materia regolino i rapporti tra i diversi paesi? Forse sto sottovalutando il fenomeno, ma credo che parliamo di casi più che rari.

A mettere le toppe e tornare al parco, i pantaloni si ristrappano. Il mondo avrebbe bisogno di una bella risistemata, altro che toppa.

Ma eccomi finalmente arrivata al punto di cui nessuno parla, o almeno io non ne ho avuto sentore: la capacità delle donne di donarsi e sacrificarsi. E sì, perché addirittura ho letto queste parole a proposito delle surroganti: il sacrificio cristiano. È qui che mi interessa soffermarmi e che mi viene voglia di lasciare la riva di questo mio fiume per buttarmi in acqua. Ad aggirarsi tra siti di surroganti e cliniche che si occupano di ovodonazione e gestazione per altri, è tutto un dono, un atto d’amore, un darsi per il bene dell’umanità. È chiaro che c’è una retorica difensiva alla base, ma ho paura che non sia solo questo. Ho paura che dentro quelle parole, in bilico tra l’essere patetiche e un po’ new age, si nasconda qualcosa di pericoloso, che ci relega a un ruolo che non ci spetta, antico e patriarcale, qualcosa che ci espone a un rischio per il piacere altrui, per compiacere.

Ma poi, riflettendoci meglio, penso che ci sia dell’altro dietro questa immagine di donna immolata alla coppia. Come se la surrogante fosse ancora la bambina che dona il figlio ai genitori sacrificandosi per il loro bene. C’è un sacrificio, sì, una volontà estrema di appagare il desiderio di una coppia tanto più simbolica quanto più estranea, perché nella quasi totalità dei casi non parliamo di surrogacy tra due sorelle, tra madre e figlia o tra amiche del cuore, parliamo dell’amore generico, universale e incondizionato per la coppia genitoriale.

Poi le leggi parlano di altro e di altro devono occuparsi. E io non credo che vietare sia una buona strada. Ma intanto, al di qua della barricata, su queste cose possiamo spingere il cuore oltre l’ostacolo e pensarle tutte.

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