i bambini l’arte e le scarpe

orlando sul prato di cametti

Quasi non ho più dubbi. Forse esistono eccezioni e la vita mi riserverà altre sorprese. Ma mi sento di dire che se c’è una forma d’arte che va d’accordo con i bambini, è la contemporanea. Tolte certe tematiche decisamente incompatibili, l’arte dei nostri tempi, quando si trova ai confini col gioco e si lascia attraversare senza paura delle contaminazioni, è a portata dei più piccoli. Perché i più piccoli, si sa, sono contagiosi e al loro passaggio le visioni cambiano inesorabilmente.

Quasi tutti i bambini, varcando le porte di ambienti chiusi, si tolgono le scarpe. È il loro modo di sentirsi a casa, di mettere i piedi per terra, di fidarsi perché su questo pavimento non c’è niente da temere, di stare comodi, liberi, fuori dalle convenzioni. Non temono di rivelare calzini bucati o piedi puzzolenti. Con la più grande semplicità si tolgono le scarpe e accedono al magico mondo di uno spazio libero.

Se un bambino riesce a entrare dentro un’opera, allora vuol dire che quell’opera sta dicendo qualcosa, che lo sta facendo addirittura in modo semplice e comprensibile. Virtù niente affatto scontata nell’arte e nel mondo intero.

Nelle ultime settimane ho visitato due mostre curate da un caro amico. La prima al Macro Testaccio, Faig Ahmed. Point of perception, la seconda alla galleria Francesca Antonini Arte Contemporanea, Simone Cametti. Greenit. E ogni volta Orlando si è immerso nell’opera, l’ha percorsa, attraversata, giocata, si è tolto le scarpe, ha preso contatto e ha trasformato il paesaggio. Si è lasciato trascinare dal grande tappeto verde di Faig Ahmed, è andato verso la sua onda, ne ha rispettato la sacralità, senza però sottomettervisi. Poi si è goduto il prato in una stanza di Cametti e ha corso, si è buttato per terra, si è rotolato, ha riso. Non era sorpreso del fatto che il prato si fosse trasferito tra quattro mura, perché nell’immaginario di un bambino i confini di ciò che può accadere sono spostati oltre le prospettive consuete, oltre ciò che noi ci aspettiamo. Un bambino si aspetta l’infinito, e a volte l’arte riesce a offrirgliene uno scorcio.

la mappa delle streghe. da “le streghe” di roald dahl

la mappa delle streghe pennarello su carta orlando febbraio 2016

la mappa delle streghe
pennarello su carta
orlando
febbraio 2016

il carnevale di civita castellana

il carnevale di civita castellana pennarello su carta orlando febbraio 2016

il carnevale di civita castellana
pennarello su carta
orlando
febbraio 2016

dal segno alla figura. albero

albero pennarello su carta orlando febbraio 2016

albero
pennarello su carta
orlando
febbraio 2016

parliamo di cose serie. il bacio

© elliott erwitt

© elliott erwitt

Cambieremo scuola perché sono milioni le cose che non mi piacciono. Ci sono dettagli che non mi piacciono, inezie, particolari, e ci sono cose importanti. Un bambino è stato punito perché ne ha baciato un altro sulle labbra.

I bambini si vogliono bene e si baciano senza badare che l’altro sia maschio o femmina. Orlando è fidanzato con Lisa, Aurora con Sara, Orlando e Francesco si abbracciano teneramente, la sorella è una fratella e gli angeli non hanno sesso.

Un altro bambino, tempo fa, era stato invitato a tagliare i lunghi capelli che lo facevano somigliare a una femmina. Si potrebbe pensare a una sorta di igiene nazista per cui il bacio trasmette germi e i capelli lunghi portano pidocchi. Ma dietro certi imperativi è evidente la presenza di un divieto, un senso unico, una via senza uscita: i maschi baciano le femmine e hanno i capelli corti.

I bambini sono molto più liberi degli adulti, meno sovrastrutturati, più istintivi. Se hanno voglia di baciarsi lo fanno, senza poi sentirsi in dovere di spiegare e giustificare. A guardarli si direbbe che siano estranei ai vincoli che noi vediamo nelle cose, che la realtà sia mutevole e discontinua ben oltre quel che crediamo.

Mancano pochi mesi e poi ce ne andremo. Finiremo la scuola con grande rilassatezza, andando e non andando, la prenderemo come una ludoteca, senza impegno. Il lato positivo di questo primo anno di scuola sono loro, i bambini, un bel gruppo unito che resiste bene agli inciampi e non fa differenze. Però certo mi dispiace. Poteva andare meglio.

Mi dispiacerebbe se mio figlio si sentisse in colpa per un impulso semplice come il bacio; se l’inflessibilità di un giudizio esterno, viziato non dalla riflessione ma dall’abitudine, avesse il potere di mettere all’angolo le sue emozioni, le sue tensioni, quei suoi pensieri tanto liberi da somigliare a una giungla di favole e misteri. Mi dispiacerebbe se la sua libertà, quel suo essere all’inizio del cammino e poter volare ovunque, venisse viziato, frustrato o ferito dal giudizio di un adulto.

Che poi non si capisce, se la natura è davvero così coerente e rigorosa, come da bizzarri ragazzini possano un giorno miracolosamente uscire adulti regolari.

Come vorrei sentir parlare di felicità.

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