e se la moglie del pescatore fosse infelice?

© Pablo Picasso

© Pablo Picasso

Se a rovinare il mondo sono smanie e ambizioni, sembrerebbe che siano le donne a indicare la strada maestra della rovina. La moglie del pescatore nella fiaba del pesciolino d’oro di Pushkin non è da meno delle altre. Donne che l’hanno preceduta e che la seguiranno nel suo destino di ingordigia. È lei la sola responsabile delle incontenibili richieste che il marito rivolge al pesce d’oro.

All’esaudirsi di ciascun desiderio ne nasce uno più grande, fino all’assurda idea di governare tutti i mari, fino a che il pesce non si stanca e si riprende ciò che aveva elargito all’anziana coppia.

Il marito dal canto suo è un burattino i cui fili vengono mossi dai sogni sempre più grandiosi della moglie, che passa dal chiedere un mastello, al volere a una casa, un castello, un regno, e il potere assoluto.

Ma perché quest’anziana donna non riesce a quietarsi con nulla? Perché nessuna delle cose che ottiene le basta? Perché va avanti a escogitare inquietamente il prossimo desiderio? Mi viene da pensare che sia profondamente infelice, di un’infelicità che non può essere risarcita, un’infelicità infinita. Accanto a un uomo che non condivide con lei alcun sogno, che non sa parlare con lei, né fare la domanda più semplice al pesce che gli chiede di esprimere un desiderio: rendere felice mia moglie.

 

Il pesciolino d’oro (A. Pushkin)

C’era una volta una piccola casetta che si affacciava sull’oceano, qui viveva un vecchio pescatore con sua moglie. Il vecchio, quando andava per mare a pescare, prendeva solo i pesci necessari al consumo quotidiano.
Un giorno la sua pesca fu proprio speciale: buttò la rete e quando cominciò a tirarla su si rese conto che era pesantissima. Tira e tira, riuscì a recuperarla guardò incuriosito cosa avesse pescato di così pesante ma… la rete era vuota! Guardando meglio si accorse che c’era solo un piccolo pesciolino, ma non un normale pesciolino: era tutto d’oro e come se non bastasse questo iniziò anche a parlare e disse al vecchio:
“Salvami, lasciami andare libero nel mare azzurro, farò quello che vorrai!”
“Va pure nel tuo mare” disse dolcemente il vecchio e gettò il pesciolino in acqua. Quando tornò a casa sua moglie gli chiese come era andata la pesca.
“Avevo preso solo un pesciolino d’oro” raccontò il vecchio “ ma poi mi ha chiesto di liberarlo, e che per questo mio gesto mi avrebbe ricompensato. Ho avuto compassione non gli ho chiesto niente in cambio e l’ho liberato in mare”
“Vecchio demonio! Avevi tra le mani una fortuna e l’hai buttata in mare!” la moglie era furibonda e insultò il povero pescatore. “Potevi chiedergli almeno un po’ di pane. Cosa mangeremo?”
Il pescatore corse a perdifiato fino allo scoglio e gridò forte:
“Pesciolino, pesciolino d’oro, ti devo parlare”
“Di cosa hai bisogno, vecchio?” disse il pesciolino che lo aveva raggiunto subito.
“È per mia moglie, non è per me, mi manda a chiederti del pane” disse il poveretto pieno di vergogna.
“Torna a casa: troverai pane a volontà” rispose il pesce.
Il vecchio tornò a casa felicissimo e quando aprì la porta trovò una grande cesta piena di pane ancora caldo… ma nonostante ciò sua moglie era arrabbiatissima.
“Cosa c’è ancora? Non ti basta tutto questo pane?”
“Di pane ne abbiamo fino a scoppiare, ma questa mattina si è rotto il mastello e non so come lavare la biancheria. Corri dal tuo pesciolino e chiedigli un nuovo mastello!” ordinò la vecchia.
Il buon pescatore tornò allo scoglio e chiamò: “Pesciolino, pesciolino d’oro, ti devo parlare”
Anche questa volta il pesciolino apparve in un momento, pronto a esaudire un nuovo desiderio.
“È per mia moglie, non è per me… mi manda a chiederti un nuovo mastello”
“Bene, avrai il nuovo mastello” e sparì nel mare.
Il pover’uomo tornò a casa ma non fece in tempo a entrare che già sua moglie gli urlava contro:
“Va dal tuo pesce e chiedigli una nuova casa, che questa ci cade a pezzi!”
E il vecchio tornò al mare: “pesciolino, pesciolino d’oro, ti devo parlare!”
“Cosa vuoi vecchio!” disse il pesce quando arrivò.
“È per mia moglie, non è per me” disse l’uomo tristemente “la vecchia si lamenta e grida e non mi lascia in pace! Vuole una nuova casa, dice che la nostra va in pezzi!”
“Non rattristarti, vecchio! Va a casa, e prega Dio. Tutto sarà fatto”
Quando il vecchio tornò, trovò al posto della sua vecchia casa una nuova casa magnifica! Tutta piena di ornamenti. Appena sua moglie lo vide sul vialetto gli corse incontro urlando:
“Vecchio imbecille! Non sei capace di servirti della fortuna! Ti avevo chiesto una nuova casa, e tu… sarà fatto! Invece no!!! Io non voglio essere più contadina, voglio essere la moglie del Governatore! Voglio mille servitori! Voglio che le persone si inchinino al mio passaggio!!!”
Il vecchio tornò al mare e gridò forte: “Pesciolino, pesciolino d’oro, ti devo parlare”
“Cosa vuoi, vecchio?” gli rispose l’altro.
“Mia moglie è impazzita, non mi dà pace! Non vuole più essere una contadina, vuole essere la moglie del Governatore!”
“Bene, non affliggerti. Torna a casa, prega Dio, tutto sarà fatto”
Quando il vecchio tornò a casa, al posto della su casetta trovò un palazzo di tre piani, pieno di servitori al lavoro. Sua moglie, vestita con un prezioso abito, era seduta su una poltrona a dare ordini.
“Salute, moglie” disse il vecchio.
“Chi è questo rozzo ignorante? Come osa affermare che sono sua moglie? Io sono la moglie del Governatore! Presto, portatelo nelle stalle e frustatelo a dovere!” ordinò l’ingrata donna.
I servitori presero il vecchio di peso, lo portarono nella scuderia, e lo frustarono.
“Che strega!” pensava il vecchio “per merito mio ha avuto una fortuna, e non mi considera neanche suo marito!”
Dopo un po’ la moglie si annoiò di essere la moglie del Governatore, fece chiamare il vecchio e gli ordinò:
“Va dal tuo stupido pesciolino e digli che adesso voglio essere una Zarina!”
Il vecchio ubbidì e raggiunse il solito scoglio e con tutto il fiato che aveva in corpo gridò:
“Pesciolino, pesciolino d’oro, ti devo parlare!”
Arrivò il pesce e chiese:
“Cosa vuoi, vecchio?”
“È per mia moglie, non è per me! È del tutto impazzita!! Ora non vuole più essere moglie del Governatore… vuole addirittura diventare Zarina!”
“Non affliggerti, vecchio, tutto sarà fatto! Torna a casa tranquillo”
Il povero pescatore tornò a casa e invece di trovare il bel palazzo di prima, trovò un palazzo ancora più grande con il tetto tutto d’oro, con intorno un bellissimo giardino, con moltissime guardie al servizio e sua moglie, con intorno uno stuolo di servitori, vestita riccamente da Zarina.
Passò del tempo e la vecchia si stufò di essere Zarina e mandò a chiamare il pescatore, suo marito, che viveva ormai nelle stalle.
“Ascolta, vecchio pazzo! Va dal tuo pesciolino e digli che sono stanca di fare la Zarina, ora voglio diventare la Regina di tutti mari!” ordinò secca.
Il vecchio tentò di rifiutarsi, ma aveva di fronte la Zarina che poteva ordinare alla sue guardie di ammazzarlo! Quindi con il dolore nel cuore tornò allo scoglio.
“Pesciolino, pesciolino doro, ti devo parlare” disse l’uomo. Il buon pesce, questa volta, non arrivò subito e il vecchio dovette chiamare più e più volte. A un tratto il mare si gonfiò minaccioso e il pesciolino si avvicinò.
“Cosa vuoi, vecchio?”
“La vecchia è proprio impazzita, non vuole essere più Zarina, vuole essere la signora del mare, dominare su tutte le acque, dominare tutti i pesci”
Il pesciolino non rispose nulla, si voltò e sprofondò nel mare.
Quando il vecchio tornò a casa, non poteva credere ai suoi occhi: il meraviglioso palazzo era sparito e al suo posto era tornata la sua vecchia casa tutta sgangherata che quasi cadeva a pezzi. Sua moglie era seduta nel cortile a piangere, era vestita di nuovo di stracci.
Tornarono a vivere come prima, il vecchio tornò alla pesca… ma non riuscì mai più a pescare il pesciolino d’oro.

il primo regalo di natale. le macchine di leonardo

modelli in cartoncino delle macchine di leonardo da vinci

modelli in cartoncino delle macchine di leonardo da vinci

le ali dei bambini

BanksyBalloonGirl

Quanti sessi esistono al mondo? Due? Tre? Infiniti? Il genere sessuale risiede nella natura? È una libera scelta? È un condizionamento, una prigione, un destino? È il caso?

Nel tempo libero sbircio, leggo, mi diverto, saltando tra queer e surrogacy e penso: grande è la confusione sotto il cielo.

Difficile separare natura e condizionamenti socio-culturali nel comportamento umano, visto che il nostro cervello continua a formarsi dopo la nascita, nella relazione con gli altri e con l’ambiente, visto che gli altri e l’ambiente sono un miscuglio poco ordinato di artificio e natura.

Sono convinta che il neutro sia una grande trappola. Che dietro di lui si nasconda l’ennesima faccia del maschio, che vorrebbe cancellare tutto il mio simbolico dalla faccia della terra. Sono a caccia di differenze ogni giorno della mia vita. Le cerco sulla mia pelle. Le elargisco. Non solo alle differenze ci credo, ma addirittura le desidero. E però alcune differenze vanno rispedite al mittente. Perché sono dannose, ingannevoli, infide. Perché sono evidentemente artificiose.

Dicembre è il mese dei bambini. Non solo Gesù, ma un esercito di piccoli amici di Orlando è nato in questi giorni. E noi siamo andati all’ennesima festa di compleanno. In chiusura una ragazza gonfiava palloncini e li regalava ai piccoli invitati dopo averne fatto spade per i maschi e ali per le femmine. Orlando non si avvicinava. Così gli ho chiesto: vuoi il palloncino? Sì. Vuoi le ali o la spada? Le ali. Ok. Vai e chiedile. Lui si avvicina e la ragazza gli dice: che occhi! Da grande farai strage di cuori. Lo vuoi il palloncino? Sì. Voglio le ali. No. Le ali sono da femmina.

C’era un tempo in cui avrei detto: ve la siete cercata. Vi siete inventati il personaggio forte, duro, con i piedi per terra. E allora le ali sono nostre. Non ve le diamo nemmeno in forma di palloncino.

Ma Orlando ha spostato il mio punto di vista, il mio centro, le percezioni, le parole, i pensieri, le emozioni della mia esistenza. Nessun maschio, se non un figlio, poteva spingere tanto in là i miei occhi, dentro prospettive un tempo impensabili. E allora diamo le ali ai bambini, tutti, maschi e femmine.

il presepe

presepe das, tempera, mattoncini, cartone, legno, polistirolo, luci

presepe
das, tempera, mattoncini, cartone, legno, polistirolo, luci

pastori, das, tempera, mattoncini, luci

pastori in cammino verso la sacra famiglia

la sacra famiglia

la sacra famiglia

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i re magi

 

 

 

 

 

 

il sogno ciclabile

Ieri avevo un appuntamento nei dintorni di via del Corso. Ho accompagnato Orlando a scuola in bicicletta e sempre pedalando me ne sono andata in centro. Roma qui è davvero bellissima. E poco prima di pranzo me la sono goduta sfrecciando sulla mia vecchia due ruote. Peccato che l’isola pedonale sia ingolfata di automobili, taxi, autobus, motorini. E pedalare diventa difficile. Se poi alle difficoltà tecniche si aggiunge il carattere dei romani, la bicicletta può rivelarsi un inferno. Sì, perché il romano tipo non solo è arrogante e cinico, le cui cose da sole già basterebbero, ma è anche profondamente pigro e prepotente. Prende la macchina spessissimo, praticamente sempre – per evitare di fare due passi o di aspettare l’autobus – e mentre si sistema alla guida si trasforma in un animale. Grida, sbuffa, sbraita, bestemmia. Ha sempre fretta. Anche se non deve fare niente. I pedoni per lui sono un intralcio. Di conseguenza le strisce pedonali sono il luogo in cui dimostrare che la precedenza è sempre del più forte. I passaggi destinati a chi è rimasto a piedi sono i suoi migliori parcheggi. I marciapiedi sembrano fatti apposta per complicargli la vita. Eppure non sono i pedoni il suo nemico numero uno. C’è un’altra categoria ancora più odiata, ritenuta inutile, antiquata, addirittura radical chic con le sue teorie sull’inquinamento e la qualità della vita: i ciclisti. Quelli con la bicicletta.

Odiati da tutti. Dagli automobilisti se si arrischiano a scendere in strada. Dai pedoni se si azzardano a montare con la bicicletta sul marciapiede. Dagli anziani se gli si parano davanti anche a velocità molto ridotta. Dalle mamme con carrozzina, soprattutto quelle al primo figlio, perché quando arrivano al secondo forse hanno imparato a sorvolare su qualche dettaglio.

I ciclisti si riconoscono tra loro anche se non sono sulla due ruote. È come un corpo solidale, un luogo mentale, un mondo dentro il mondo. Comunicare con gesti impercettibili, indossare gli occhiali di matrix, combattere sospesi sulle strade di Roma. In cuor mio so chi è ciclista e chi no. So chi lo è davvero e chi solo en passant. Come mio padre che negli anni Ottanta distingueva al volo i guidatori abituali da quelli della domenica. Li vedo e mi accorgo che crescono. Siamo sempre di più. Alla faccia del petrolio. Sempre più gente prende la bicicletta. Persone di tutte le età e dei più svariati conti in banca. Poveri in bolletta, ricchi rentier, abitanti del Prenestino, di Trastevere, gente di mezza età, ragazzi, uomini in giacca e cravatta, madri attrezzate con seggiolini portabimbi, studenti universitari, italiani, stranieri, democratici, comunisti, anarchici, liberi pensatori, liberi professionisti, partite iva, impiegati, dipendenti pubblici, privati, partecipati. La bicicletta percorre volando tutte le classi sociali. Da un capo all’altro della città.

E allora perché non destinarci una corsia di ogni strada larga abbastanza da sacrificarne un pezzetto alle biciclette, magari quel pezzo occupato dalle macchine in doppia fila? Perché non disegnare circuiti nei quali questo fertile sottobosco umano, i ciclisti, possa muoversi liberamente fuori dagli sguardi d’odio di passanti e automobilisti? Perché non aiutare i ciclisti a sopravvivere?

Ho scoperto questa bella applicazione interattiva, my maps, e ho disegnato le piste ciclabili, facili da realizzare, che intorno a casa mia mi salverebbero la vita e mi permetterebbero di dire per sempre addio alla vecchia automobile. La mia ipotetica pista ciclabile è la linea scura che attraversa Ostiense, passa per Piramide, attraversa Marco Polo e arriva alle Terme di Caracalla. Potrei continuare all’infinito, verso il Colosseo e oltre, verso Ostia e la via del mare.

Pensate a come sarebbe bella via del Corso senza più una macchina né un autobus né un motorino. Solo donne bambini uomini e biciclette.

ipotetica pista ciclabile vicino casa mia

 

 

 

 

l’uovo o la gallina

l'uovo e la gallina

È da un po’ che non scrivo. Segno che qualcosa non va. Chi sia nato prima, se l’uovo o la gallina, non so. Qualcosa non va perché non scrivo? Non scrivo perché qualcosa non va?  È un cane che si morde la coda? Comunque sia, scrivere è una strategia di sopravvivenza, una cura, una terapia intensiva, una sala di rianimazione.

Periodaccio incoronato da una doppia congiuntivite che ha colpito i miei occhi, tutti e due, moltiplicando la fatica del mio incessante guardare. Di quel vizio orrendo che ho di passare tutto al microscopio, mentre fuori viaggiano treni destinati a essere persi.

Per giunta è stata esclusa da un bando pubblico la casa editrice che per puro spirito di avventura ho fondato insieme a un gruppetto di amici. Per motivi incomprensibili e inspiegati. Ricorrere al Tar ha un costo che ora non possiamo permetterci. Ma quando sarà mai che una piccola casa editrice avrà le risorse  per ricorrere al Tar?

Di buono c’è che quando non scrivo leggo.

Il gigante sepolto di Ishiguro. Una storia lenta, quasi in viaggio nella nebbia, che pone molte domande sul senso della memoria. Finisco il romanzo e penso che forse ha ragione Galvano: per arrivare alla pace bisogna dimenticare, perché perdonare sembra impossibile. Perché in questa storia di eccidi e violenze indiscriminate, la pace di Artù è mantenuta dall’alito leggero di un drago femmina che tutto rimuove.

La scoperta di Roald Dahl, insieme a Orlando. Prima Gli Sporcelli e ora GGG. Una lettura spassosa, da ridere, ma anche catartica.

E poi il ritorno di un mio vecchio amore. E aggirandomi tra filosofi e femministe, ho riletto Donna Haraway.

La vita è una finestra della vulnerabilità; sembra un peccato chiuderla. La perfezione di un sé totalmente difeso, “vittorioso”, è una fantasia raggelante […]

Il discorso medico occidentale espansionista nei contesti di colonizzazione è stato ossessionato dalla nozione di contagio e dalla penetrazione ostile del corpo sano, oltre che da terrorismo e ammutinamento dall’interno […]

Non esiste invasore che il sistema immunitario non abbia già visto e rispecchiato internamente.

Donna Haraway, Manifesto Cyborg

Il manifesto di Donna Haraway fu pubblicato precisamente trent’anni fa. Sembra scritto ora. Faccio riferimento alla campagna di terrorismo sui vaccini, appena scemata. Perché intanto si è imposta una variante del terrore ben più spaventosa. Al nostro esclusivissimo capriccio di eternità immaginaria. Perché se qui ci difendiamo dal morbillo, altrove si muore eccome.

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