ognuno dica la sua

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Checché ne dica il padre di mio figlio – che lamenta l’andazzo anarchico – in casa nostra vige la democrazia. È un sistema molto faticoso, dove ognuno dice la sua, anche il cane, cui spetta decidere dell’apertura della porta che dà sul terrazzo, qualunque sia la temperatura esterna. Qui da noi non c’è autorità centrale, nessuno conta troppo né troppo poco. Ne conseguono discussioni infinite, tensioni, procedure lente, ripensamenti, verifiche. Eppure funziona. È vero, non siamo di quelle squadre efficienti dove non si perde un minuto, ogni spazio è gestito al meglio e tutto è sotto costante controllo. Noi ogni tanto perdiamo tempo e ci disperdiamo. Poi però arriviamo al punto. Perché per arrivare al punto non è detto che si debba andare sparati verso l’obiettivo senza stare a sentire nessuno. Magari invece è utile che ognuno dica la sua, così, anche solo per sapere quali saranno gli effetti di una eventuale decisione sul resto del mondo. Accontentare più gente possibile ed evitare frustrazioni.

È un sistema faticoso, ma ha i suoi pregi. Primo tra tutti che parlando ci si può addirittura capire. E se non ci si capisce, meglio prendere altre strade. Sarebbe dannoso darsi obiettivi comuni quando gli sguardi volgono a orizzonti tanto distanti. Nell’immediato probabilmente ha più effetto un potere centrale che sgombera la strada dai dubbi e procede a spada tratta. Sul lungo periodo però su quella strada potrebbero trovarsi i pezzi perduti, i rottami delle cose scartate, cose che sanguinano e lasciano tracce di dolore.

Capisco chi preferisce prendere l’altra via, quella in cui arriva uno che decide per tutti e taglia la testa al toro. È più facile e sbrigativa. Sembra quasi che convenga. Capita però che il sistema democratico passi portando con sé una bella opportunità.

Io odio la scuola. L’ho sempre odiata. Ci stavo stretta da piccola e ci sto stretta adesso. Non mi piacciono i banchi, le porte chiuse, l’autorità, i voti, le interrogazioni, i programmi, la storia che non arriva mai dove siamo noi e resta indietro di decenni, l’arte in fotografia anche in una città come Roma, dove basta girare l’angolo e avere le prospettive più belle del mondo, la matematica ridotta a uno schema incomprensibile, l’inglese insegnato con l’accento di Colecchio, le graduatorie, la ragion di Stato.

L’anno scorso il nostro tentativo di inserirci nella civile vita dell’infanzia è stato un disastro. Una supplente dietro l’altra per ragioni talmente confuse e complicate che non me ne ricordo nessuna. Infine la Supplente, quella che resta fino alla fine dell’anno, che nessuno vuole ma che non se ne vuole andare, col punteggio giusto, non scalzabile. Piange lei perché l’ambiente è ostile. Piange Orlando perché non vuole entrare. Piangono tutti i bambini perché vogliono tornare a casa. Eppure lei resterà fino alla fine dell’anno perché così vuole la graduatoria.

È chiaro che così non va. Nessuno è contento. È una situazione piena di frustrazioni da tutte le parti. Ma siamo proprio sicuri che la soluzione sia tagliare la testa al toro e prendere uno che decide per tutti? Non sarebbe forse meglio provare a salvare ciò che della scuola vale la pena salvare, tentando la via democratica? Quella follia praticata da noi. Quell’estremo alla fine del quale o la va o la spacca. Restituire il gigante morente alla natura. Lasciarlo libero. Farlo muovere da solo in cerca di cibo e acqua e vedere dove va. Restituire la scuola alla volontà e alle scelte degli esseri umani, piccoli e grandi. Farne una cosa di tutti. Autogestirla. Praticarla.

Penso sempre al parchetto di fronte casa. Piccolo specchio del mondo che miracolosamente mi dà la misura delle cose. Penso alla gente che lo frequenta. Ai meccanismi di strisciante razzismo. Ai luoghi comuni. Alle dinamiche di gruppo. Alle mie strategie di sopravvivenza. Alle sviluppate capacità di riconoscere, nell’inferno, ciò che inferno non è. E mi chiedo: viste le persone che popolano il mondo, è possibile convivere tutti alla pari? E mi dico che sì, è possibile, perché in fondo, a grattare la superficie delle cose, quasi sempre esce il meglio. Che invece di guardarsi in cagnesco da un angolo all’altro del mondo, ad avvicinarsi per toccare ciò che non si conosce, nasce la confidenza. Che quella confidenza, in un ambiente coatto, sarebbe impossibile.

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i miei amici

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il rispetto e le regole

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Capita. Che Orlando si innervosisca, alzi le mani e affronti aggressivamente alcune situazioni. Quando si sente a disagio, o umiliato, o la sua volontà passa in secondo piano. Io non amo reagire duramente. Mai. Non per principio. A volte alzo la voce, magari tiro un piatto e lo rompo. Ma sono gesti che mi scappano. Niente è premeditato. Non lo punirei per ciò che ha fatto. Non gli spiegherei che non è bene picchiare genitori e adulti perché sono più grandi. Mi chiederebbe di certo se con un suo coetaneo sia lecito alzare le mani.

Ma perché un bambino non può schiaffeggiare un adulto? La risposta più convincente è che siccome è più grande, è anche più forte e quindi non conviene. Se questo è vero, allora sarebbe più giusto rovesciare la regola: rispettare i bambini prima di chiunque altro, perché sono più fragili e non si sanno difendere. E invece la legge del buonsenso difende i più forti e intima ai bambini di rispettare gli adulti. Così, quasi nessuno si scandalizza di fronte a un adulto che sculaccia il figlio per strada. Mentre si alzerebbe un coro indignato di fronte a un bambino che risponde a uno schiaffo ripicchiando i genitori.

Io non so spiegarmi perché un bambino debba a tutti i costi rispettare un adulto. So spiegare però perché mi sono prefissata di rispettare mio figlio. Innanzitutto perché sono più forte. Poi perché non sempre riesco ad avere chiare le sue ragioni e i suoi bisogni. Inoltre se io alzassi le mani su di lui, lui penserebbe che alzare le mani, a volte, è legittimo. E se in qualunque forma non lo rispettassi, lui imparerebbe che non rispettare gli altri si può, soprattutto se sono più deboli e non in grado di rispondere a tono.

Tra me e lui c’è una differenza. Se lui alza le mani, non è certo per insegnarmi qualcosa, né per esercitare un potere su di me. Lo fa ingenuamente, con fiducia addirittura, accendendo una piccola luce su qualcosa che ai suoi occhi non sta funzionando. Se alzassi io le mani, lo farei pretendendo di insegnargli a vivere. Vorrei che non solo prendesse le botte, ma che addirittura le capisse e concordasse con me. Vorrei la sua sottomissione ma soprattutto la sua abiura.

la semina

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