la terza via

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Se hai voglia di liberarti delle tue sovrastrutture, delle rigidità, delle fissazioni ideologiche, delle prese di posizione, fai un figlio. Cura migliore non c’è. Non è detto che funzioni. Ci vogliono grande pazienza, forza di volontà e umiltà. Doti di cui forse non sono ben fornita, con la conseguenza che per me ogni giorno è una lotta. Dalla mia però ho che mi butto nelle situazioni e cambio idea facilmente. E così passo da un’ipotesi all’altra con una certa eleganza.

Se due anni fa ero sicura che mio figlio non sarebbe mai andato a scuola, l’anno scorso pensavo che l’unico compromesso possibile fosse il metodo Montessori. Decaduta velocemente questa seconda ipotesi, da settembre verificheremo la terza via: una buona scuola, di cui tutti parlano bene, da raggiungere a piedi.

Qualche giorno fa l’uscita delle graduatorie provvisorie: Orlando è stato ammesso.

Abbiamo già fatto le prove. Cane, Orlando, e via. Lo scenario sembra molto più umano di ciò che per brevissimo tempo è accaduto con la Montessori. Andare a piedi, uscire da scuola e passare per il parco giochi, fermarsi in biblioteca sulla via del ritorno, frequentare persone che vivono nei paraggi. L’anno scorso potevamo solo andare in macchina. Se eravamo fortunati parcheggiavamo davanti ai cassonetti – ben accostati per non bloccare l’autobus, entravamo e ci separavamo con la frase di rito: vado a parcheggiare e torno. Alla fine riprendevamo la macchina e tornavamo a casa.

Perché una simile svolta?

A parte la natura volubile dell’essere umano. C’è che con i bambini la cosa migliore è starli a sentire.

L’esperienza della ludoteca ci ha insegnato che lì Orlando si sente a casa, che è vicino, che i suoi amici sono quelli che vivono nel portone accanto, che è possibile incontrarli il giorno dopo per strada, che tutto è a portata di mano, che la vita non è piena di estranei destinati a essere lasciati alle spalle.

Quando crescerà, Orlando avrà tutto il tempo di innamorarsi delle misure infinite del mondo, toccherà con mano l’inconsistenza dei confini, incontrerà amici sempre nuovi e perderà quelli di un tempo. Vivrà come vorrà. Ma adesso ha bisogno di circoscrivere e riconoscere la sua casa, di trovare lì il suo posto tra gli altri. Questo non vuol dire che ci fermiamo qui. Vuol dire solo che procediamo per tentativi ed errori, empiricamente, buttando via a destra e a manca pregiudizi che ci portiamo dietro da secoli, che passo dopo passo troveremo insieme la strada da seguire. E sicuramente cambieremo di nuovo idea.

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mia madre

mia madre inchiostro su carta aprile 2015 Orlando

mia madre
inchiostro su carta
aprile 2015
Orlando

senzatomica

senza atomica, pennarello su carta, 26 aprile 2015, Orlando

Questo il disegno lasciato da Orlando alla manifestazione di ieri al Macro di Roma – senzatomica http://www.senzatomica.it/

gruppo misto

probabilità

Nonostante da anni io predichi la bellezza delle classi separate – i maschi se ne stiano coi maschi e le femmine con le femmine – devo confessare di essere stata definitivamente esclusa dai gruppi femminili del parco di fronte casa. Non uso il termine estromessa, che sarebbe più incisivo e d’effetto, perché di quei gruppi non sono mai riuscita a far parte.

Così, quando sono lì con Orlando, o viaggio in solitaria oppure me ne sto col gruppo misto. Ironia della sorte. Maschi e femmine tutti insieme. Che però, in fondo, ha un suo fascino e un suo perché. Per esempio qui puoi dimenticarti la famiglia tradizionale, quella fatta di un papà, una mamma, uno-due-tre figli (oltre i tre forse siamo un po’ fuori dall’usuale). Nella famiglia tradizionale ad accompagnare i figli al parco è quasi sempre la madre. Il padre si vede poco, forse perché è al lavoro, e se viene lo fa in orario serale e nel weekend. Nel gruppo misto invece esistono padri che vengono sempre. Questo non vuol dire che non lavorano, ma che trovano il tempo di occuparsi dei figli.

Tra questi figli c’è una bambina che viene solo col padre perché la madre non c’è. È morta? È scappata? Non lo so. Non ho mai avuto il coraggio di chiederlo. Semplicemente non esiste. Lui non è certo il classico padre di famiglia. Ha dei trascorsi un po’ tossici o alcolici che si avvertono immediatamente. Non ti aspetteresti una dedizione così da quell’uomo. È un tipo che se facesse domanda di adozione, gli verrebbe risposto di no. E invece, contro ogni pregiudizio, si dedica alla figlia in modo straordinario.

Nel gruppo misto, poi, c’è il padre di un bambino la cui madre esiste – notizia confermata anche dai vicini di casa – ma che non abbiamo mai visto. L’altro giorno ci ha detto di essere il padre adottivo del bambino, che ha riconosciuto a un anno e mezzo di età, quando ha sposato la madre. Col figlio lui gioca, lo porta al mare, al cinema, a scuola. Ci sta tutto il tempo che può. E ci sta bene. È bravo e ci sa fare.

Nel gruppo misto la realtà è molto più varia di quanto ci si aspetterebbe e l’aria del parco si fa leggera e godibile. Il mondo riserva sorprese e rivela storie insolite. Qui puoi sentirti libera di mostrare le tue piccole imperfezioni, perché tutti sono imperfetti, e non ti preoccupi delle difformità, perché se ti guardi intorno, tutti sembrano sopravvissuti a scarti delle probabilità ed errori di calcolo.

In questo posto ti viene da pensare che è bene non pronunciare l’ultima parola, quella definitiva che mette una pietra sulle cose.

il bambino è competente. leggere e rileggere

bambino-competente

Sinceramente credo che la scuola sia un carrozzone destinato a morire. Eppure se miracolosamente fossi chiamata a collaborare col ministero della pubblica istruzione, accetterei. E se per questo incarico fossi investita di poteri straordinari, cambierei tutto. Per esempio rispedirei al mittente tanti libri che non lasciano il segno se non nel senso della noia. E ne adotterei altri di cui non c’è traccia nella scuola italiana. Tra questi ce ne è uno che mi piacerebbe tutti leggessero. Genitori e figli. Tutti. Il bambino è competente di Jesper Juul.

Letto tanti anni fa, quando ero ancora solo una figlia, l’ho ripreso in mano in questi giorni convinta che fosse un po’ datato, che in fondo i genitori di oggi tante cose le sanno e non hanno bisogno di letture come questa. E invece meravigliosamente quel libro continua a sorprendermi. Si basa su un principio semplicissimo: il bambino collabora. Non è un diavolo. Non è un foglio bianco dove in trasparenza è possibile leggere un elenco infinito di errori e dove genitori ed educatori hanno il dovere di scrivere le giuste regole. Non è sbagliato. Non è da correggere. Il suo pianto non nasce per farci disperare. Il bambino collabora anche quando piange, quando rompe le scatole, quando non mangia e non dorme e non fa quello che vorremmo.

Questo libro lo farei leggere a tutti. Perché parla della bellezza delle relazioni umane. Lo farei leggere a scuola ai ragazzi perché ne hanno bisogno e agli insegnanti perché ne hanno bisogno anche loro. Ne farei una specie di legenda per ristabilire i rapporti tra grandi e piccoli, poi lo porterei nelle case e lo darei a tutti quelli che pensano gli sia nato il figlio sbagliato.

Se la collaborazione tra il bambino e i genitori si spezza è perché si è spezzato un patto, e l’integrità del bambino è in pericolo, e siamo noi a metterla in pericolo.

Negli ultimi tempi è capitato più di una volta che Orlando mi chiamasse per mostrarmi uno “spettacolo”. L’ho seguito e mi ha portato di fronte alla porta della sua camera. L’ha aperta e mi ha fatto vedere la stanza messa in ordine, da lui, senza che nessuno lo avesse invitato a farlo. Più di ogni altro Orlando ha percepito tutta la mia stanchezza e le ha dato la risposta che desideravo. E ha spezzato il malefico incanto per cui essere madre significa stare a disposizione.

guadagnare senza lavorare

coda

Cinque anni fa, passando accanto al parchetto giochi di fronte casa, pensavo: che orrore. Detto fatto, con Orlando stiamo sempre lì. Mai dire mai.

Ma la vita insegna che la natura delle cose è ambigua, che non esiste il bello così come non esiste il brutto, che a volte basta cambiare il punto di vista: c’è qualcosa di interessante in quel triangolo verde ritagliato tra una strada e la ferrovia, qualcosa per cui la sera, tornando a casa, non hai voglia di vendere tutto e voltare le spalle a questo posto. Non sempre. Per esempio ci si trova una piccola comunità. Ci si parla. Ci si sceglie. Addirittura può capitare di passare un’ora divertente. Nella vita bisogna sapersi attrezzare. Portarsi libri. Cose da fare. Chiacchiere solo quando ne vale la pena. Ed è così che io al parco sembro un’anima solitaria, e altre anime solitarie a volte mi si avvicinano.

Qualche tempo fa parlavo con un papà, un uomo, quindi un elemento naturalmente escluso dai capannelli femminili di mamme in confidenza. D’altronde poverino cosa doveva fare? O si avvicinava a me o rischiava l’isolamento definitivo. Sistemo il libro nello zaino e mi metto in ascolto. Un padre disoccupato. Lei lavora e lui si occupa prevalentemente della figlia. Non è una condizione che ha scelto. Però, nonostante un’aura di malinconia, se la cava. Mi diceva che lui sempre controlla online le offerte dei supermercati, e quando scova qualcosa di interessante, aspetta che la moglie torni dal lavoro e insieme vanno a fare la spesa. Evidentemente il potere decisionale sulla dispensa, nonostante la divisione dei ruoli in famiglia, è rimasto nelle mani di lei.

Sotto i baffi un po’ ridevo a pensare alle sue mattinate passate a cercare offerte alimentari online. Ma di nuovo mai dire mai.

E così oggi, andando a riprendere Orlando dalla ludoteca, ho incontrato quel padre che veniva a prendere la figlia in abiti da lavoro, perché finalmente non è più disoccupato. Mentre io mi preparavo ad andare a fare la fila al presidio della mia Asl.

Perse quasi tutte le ipotesi di lavoro su cui contavo per il 2015, non rappresentando quindi un grande apporto per le finanze di casa, decido di concentrarmi sul risparmio. Do una mano come posso. Ma il settore alimentare non è il mio forte. Mi deprime comprare cibo sottocosto, oltre al fatto che non rinuncio facilmente alle mie idee sulla spesa sostenibile e cerco altre soluzioni. Per esempio l’esenzione da ticket per motivi di lavoro.

Per chi non lo sa, la notizia è che tutte le esenzioni di Roma scadono il 31 marzo. Perché? Mistero. È così. Chi deve rinnovarla può farlo a partire dal 1 aprile. Non è uno scherzo. Questa l’origine delle infinite file in questi primi giorni di primavera nei presidi delle Asl, dove le liti sono all’ordine del giorno e non c’è pietà per nessuno, donne in gravidanza, bambini, vecchi. Tutti contro tutti. L’esenzione da ticket è una guerra dove si va col coltello in bocca.

Armati di puzzle e giochini per ammazzare il tempo, io e Orlando oggi, dopo due ore di fila, siamo tornati a casa vincitori.

Jet lag senza fare un passo

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Ti ricordi di quando eri single e cambiava l’ora? Quando in autunno veniva posticipata e si poteva dormire di più, e la sera ci si godeva il buio invernale. O quando veniva anticipata, in primavera, e il piccolo sforzo di svegliarsi prima era subito ripagato dalle lunghe giornate con la luce del sole fino a tarda sera.

Ma i figli puntano il dito sulle contraddizioni. Sui punti deboli, i difetti, le piccole imperfezioni. Diventi madre e lentamente tutto viene a galla. Dettagli sui quali avevi sorvolato, ai quali non avevi dato importanza, che avevi considerato piccolissimi. Per esempio l’ora legale.

Orlando non va a scuola. Così lunedì non abbiamo avuto bisogno di costringerlo a svegliarsi un’ora prima. D’altronde confidavamo nel fatto che la fortuna ci avesse assistito anticipando di un giorno il destino degli altri, visto che domenica si era svegliato alle 6 del mattino. Non è andata così. Lunedì ha recuperato il sonno perduto il giorno prima e si è svegliato alle 10 passate. La sera si è addormentato alle 11 e così il giorno dopo. Sveglia alle 10. Sonno alle 11.

Io passo tutto il giorno con Orlando. Quasi sempre. Quasi ininterrottamente. La sera ho davvero bisogno di stare da sola. Tra adulti. A godermi quello spazio notturno che sembra l’ultimo legame con la mia vita precedente.

Stamattina l’ho svegliato alle 8. Sapevo che il fine era giusto. Me lo ripetevo. Eppure presto mi sono pentita. Poche ore di sonno. Nervosismo allo stato puro. Materiale raro da osservare bene quando capita. La speranza è che stasera crolli presto e che aggiusti i suoi ritmi sul nuovo orario, quello di tutti, dei bambini e dei grandi che vanno al lavoro e a scuola e mangiano a orari precisi e con precisione calcolano i confini tra le cose. Ma non è detto. Perché si sa che i bambini più sono stanchi più si addormentano con difficoltà.

Intanto oggi abbiamo vagato nelle infinite ore del nostro mercoledì, tra un incontro di sing along (http://www.casadeiteatri.roma.it/events/sing-a-long-laboratorio-espressivo-per-bambini-0-36-mesi-2015-03-18/) cui si voleva andare, non si voleva andare, si voleva andare, un passaggio al supermercato e l’approdo in ludoteca. Tutto avvolto nella nebbia, come quando da single tornavi da un viaggio lontano, scendevi dall’aereo e ti ritrovavi nei vecchi tempi e luoghi, ma come se qualcuno li avesse fatti scivolare un po’ più in là rispetto a come tu li avevi lasciati.

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