la casa di wall•e e la parete delle cose ritrovate

la casa di wall•e e la parete delle cose ritrovate lego marzo 2015 Orlando e me

la casa di wall•e e la parete delle cose ritrovate
lego
marzo 2015
Orlando e me

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Wall•e è ora

wall•e

È che ho il brutto vizio, quando le cose finalmente finiscono, di rimuoverle del tutto, anche nei dettagli buoni o in quelli che potrebbero tornarmi utili. E così, dopo aver passato anni in biblioteca a perdermi tra storie, fantasie e ipotesi, una volta uscita non ci sono più rientrata. Alcune cose però non si arrendono e tornano a bussare alla mia porta.

A novembre, messa da parte l’opzione scuola, ho studiato per me e per Orlando un piano d’attacco per superare dignitosamente l’inverno nonostante l’isolamento. La biblioteca è tornata in pole position.

Ce ne è una vicina casa. Ci arriviamo a piedi. Una biblioteca di quartiere, piccola ma carina, con una sala dedicata ai bambini. Oltre i libri, chissà perché quasi sempre scelti nello scaffale delle scienze, ci prendiamo i cartoni in dvd. Più divertente che scaricarli, decisamente più conveniente che prenderli a noleggio. E poi siamo a un passo dal mercato di Testaccio. E Orlando impara a utilizzare le cose senza doverle possedere. E impara cos’è una biblioteca.

L’altro giorno abbiamo preso in prestito Wall•e. La fantascienza è stata una mia grande passione. Di quelle che non se ne sono mai andate davvero. E se qualche volta me ne sono dimenticata, lei è rientrata inaspettatamente dalla finestra. Uscendo dalla Holden è con Sib – https://liberemamme.wordpress.com/category/romanzoun romanzo di fantascienza, che ho chiuso il cerchio torinese della scuola di scrittura. E chissà se Torino è tra quelle cose che prima o poi rientreranno dalla finestra.

Wall•e è la storia di un piccolo robot che da solo, in compagnia di un insetto sopravvissuto alla morte di tutto, si muove sulla Terra e continua a fare il lavoro che faceva 700 anni prima, quando gli esseri umani abbandonarono il pianeta per andare a vivere nello spazio a causa del livello di tossicità cui avevano portato il loro mondo. Il paesaggio è catastrofico. Montagne, grattacieli di spazzatura ricoprono ogni luogo. Non ci sono prati né alberi. La fotosintesi è sparita. Wall•e un po’ arrugginito si aggira sul suo cingolato, prende spazzatura e se la mette nella pancia per comprimerla in piccoli cubi. Quando tra le cose scartate trova qualche oggetto che gli piace, lo mette da parte e se lo porta a casa.

Poi accade l’inimmaginabile. Un’astronave sbarca sulla Terra, di fronte ai suoi occhi, e ne scende Eve, un robot di nuova generazione. Tra i due nasce l’amicizia e la tenerezza. E quando sarà il momento per Eve di tornare sulla base spaziale in cui vivono gli esseri umani, Wall•e lo seguirà. Tra conflitti e incidenti, i due riportano la notizia che il processo di fotosintesi è di nuovo attivo sulla Terra e che è quindi arrivato il momento per tutti di tornare a casa.

Meravigliosa la metafora delle cose scartate. Belle le citazioni di 2001: Odissea nello spazio. Necessaria la tematica ambientale. Ma più di tutto ho amato come gli umani sono stati descritti. Un esercito buono e un po’ tonto di obesi sdraiati su delle poltroncine da cui non possono alzarsi perché non sanno più stare in piedi, perennemente occupati a ciucciare qualche spuntino annunciato dal capitano della base, ognuno chiuso nel suo spazio vitale impossibilitato a toccare chiunque altro.

Wall•e arriva sulla base spaziale e si trova in una grande nursery. Quello che vede, quello che noi vediamo, sono neonati.

La buona notizia è che sulla Terra la fotosintesi esiste ancora, nonostante i nostri sforzi per distruggerla. E allora prendiamo i bambini. Tocchiamoli. Togliamoli da quelle carrozzine in cui giacciono senza possibilità di contatto. Dove passano il tempo a ciucciare biberon. E torniamo sul nostro pianeta.

un lungo inverno

Inverno

Mentre mi godo la ritrovata primavera e mi lascio alle spalle il lungo inverno, coi suoi giorni corti trascorsi insieme a Orlando a inventarci anche l’impossibile per far passare la mattinata, ad asciugare scivoli nei parchi e lasciare libera Ozu di andare ovunque tanto eravamo soli, o in compagnia di qualche adolescente sfuggito alla scuola. Alle porte di questa nuova primavera, mentre penso che stia finalmente arrivando il nostro momento, intorno a me sento piovere diritti: degli adulti ad avere figli, dei figli ad avere il latte materno, delle donne a decidere, degli uomini a scegliere.

Il caos cresce. Le voci si alzano. Volano gli insulti. La temperatura sale. Siamo sul vischiosissimo terreno della maternità surrogata e del diritto a diventare genitori.

Intanto guardo al mio duro inverno, pronta ad affrontarne gli strascichi e le ultime piogge, e tra me e me dico: tanto desiderio di fare figli e nessuna voglia di rimodulare il mondo a misura loro. Ve lo dico io, reduce dal freddo isolamento dei mesi invernali. Questo paese non è per bambini.

E mi domando se avere figli possa essere considerato un diritto. Ma non riesco proprio a mettere insieme i pezzi. Intanto chi ne scova a destra e chi a sinistra, col rischio che uno vada a cozzare contro l’altro, che non si faccia mai giorno e che la primavera tardi ad arrivare.

Avere figli. Essere figli. Farne. Riceverne. Tutto questo è la vita. Con i suoi infiniti casi, le sue storie, le sue alchimie. Penso a Orlando e mi sembra il frutto di strane innumerevoli coincidenze, belle e brutte, felici e dolorose. Mi sembra che la mia vita dovesse proprio passare di qui. Ed è ciò che è successo. È la mia storia e ogni storia è diversa, perché di Orlando ce n’è uno solo e mai più si verificheranno i passaggi che hanno portato a lui. E così è per ciascuno dei nostri figli. Ciascuno di noi.

Di fronte alle infinite possibilità e agli incontenibili casi della vita, parlare del diritto ad avere figli è come nominare il diritto a essere felici o ad avere un bel fidanzato.

Ho allattato mio figlio per tre anni e mezzo. Il mio latte è stato uno dei fili della nostra relazione, del nostro contatto, del nostro reciproco desiderio. È ovvio che penso che se è possibile, è meglio che il bambino sia allattato. Per tante ragioni – anche scientifiche, per chi ha bisogno di risposte certe. Questo non fa del latte materno un diritto e non toglie che ogni donna stabilisca col figlio il rapporto che sa e che può. E se ha più figli stabilisce ogni volta un rapporto diverso. E non c’è rapporto, non c’è vita che valga più di un’altra.

Ciò che più mi stupisce di tutta questa convulsa confusione sulla maternità surrogata è che la prima battaglia non abbia come finalità, anche solo ideale, anche fosse solo un sogno, la libertà dalle costrizioni economiche e fisiche. Perché una delle prime merci ad arrivare su qualsiasi mercato umano è il corpo delle donne. E questo è un peccato.

Tolti di mezzo i condizionamenti economici e fisici, sappiamo che ce ne saranno altri milioni, che a parlare di libertà si rischia sempre di fare astrazione, che in fondo nessuna scelta è mai definitivamente libera. E alla fine resta la domanda: liberi da cosa? Ognuno di noi sa di essere un incredibile nodo di incastri, complessi, tensioni, casi, deliri, gioie, dolori. La libertà a proposito della genitorialità non è un diritto ma, forse, la nostra grande occasione per fare i conti con tutto questo. Avere un figlio – non lo sapevo, lo so adesso che ce l’ho – vuol dire fare un lavoro incredibile su se stessi per affrancare uno spazio e restituirlo il più pulito possibile a qualcun altro.

A partire da tutto questo, riformulerei le domande e restringerei il terreno delle risposte e dei diritti. E lascerei il resto alla coscienza di ciascuno.

cavalieri dello spazio

goldrake

Ogni generazione crede di aver vissuto l’unico momento davvero irrinunciabile della storia. E così i sessantottini pensano di aver fatto la rivoluzione. I settantasettini credono di averla persa. Noi, che alla fine degli anni settanta eravamo bambini e che non possiamo non considerare gli anni Ottanta il nostro romanzo di formazione, non ci spieghiamo come tutti gli altri siano sopravvissuti senza cavalieri dello spazio. Jeeg robot. Mazinga z. Daitan 3. Ufo robot. Hanno riempito i nostri sogni e i nostri cuori.

E così cerco di corrompere mio figlio e di separarlo per sempre dalla piatta bidimensionalità della Peppa Pig, dove tutto brilla di discreta perfezione, i cattivi non esistono e l’avventura più emozionante è perdere un orsacchiotto per ritrovarlo la sera al supermercato. Come se fossimo nati per vivere dentro un eterno spot pubblicitario, ipnotizzante e un po’ stordente. Come se il mondo non fosse davvero attraversato da grandi passioni. E il nostro passaggio fosse destinato a non lasciare tracce.

Allora cerchiamo le sigle dei cartoni che hanno segnato la mia infanzia e ci perdiamo, io e lui, in quei testi al limite dell’assurdo, dove ragazzi dal cuore grande combattono contro l’ombra della guerra, difendono il futuro dell’umanità, corrono tra lampi di blu, si trasformano in razzi missile, fanno tremare il regno delle tenebre. Ragazzi il cui cuore batte per la libertà.

E Orlando apprezza. Coraggiosi cavalieri dello spazio che ci proteggono e allontanano il male dalle nostre terre. Perché il mondo, anche nella sua percezione di bambino, non è tutto bello. C’è il bene e c’è il male. Il giusto e l’ingiusto. La calma e la tormenta. Le vecchie favole lo sanno e narrano avventure incredibili dove i protagonisti si addentrano per uscirne diversi. Più ricchi, più grandi, più saggi, più buoni. Storie che con voce roboante raccontano l’avventura della vita.

Orlando può già guardare nel cuore delle cose e vederne le luci e le ombre. Può guardare nel mio cuore e vedere le mie ombre. Inutile nascondergliele. Forse dannoso. Perché su questa Terra c’è il sole e c’è l’ombra. Il giorno e la notte. La luce e il buio. E i bambini lo sanno.

paesaggio con cornice

paesaggio con cornice acquerello e collage su cartoncino orlando fiorelli marzo 2015

paesaggio con cornice
acquerello e collage su cartoncino
orlando fiorelli
marzo 2015

barca su mare in tempesta

Barca su mare in tempesta pennarello su cartoncino Orlando Fiorelli marzo 2015

Barca su mare in tempesta
pennarello su cartoncino
Orlando Fiorelli
marzo 2015

naufraga

cast away

Tra pochi giorni Orlando compirà quattro anni.

Buio. Film. Bicchiere di vino. La sera è sempre stata il momento migliore per me. La scorsa settimana, superando lo scoglio delle interruzioni pubblicitarie di Mediaset, ho visto Cast away, un film del 2000. Strano averlo incontrato ora. In un altro momento non avrebbe avuto un significato così preciso.

Chuck Noland (Tom Hanks) è un uomo che non sa fare a meno del mondo. Poi all’improvviso si trova solo. Su un’isola. Senza più niente e nessuno. Solo qualche scatola dalla quale ricavare arnesi utili alla sopravvivenza e una specie di amico, un confidente silenzioso: una palla da calcio dal volto umano. Trascorrono i giorni e gli anni. Chuck ora ha un fisico perfetto, barba e capelli lunghi. È un uomo selvaggio. Ogni possibilità di tornare al mondo di cui tanto aveva bisogno è svanita. Tra lui e il resto c’è un mare non attraversabile. Finché un giorno la marea porta alla sua riva un grande pezzo di plastica e lui decide di trasformarlo in una vela per tentare la fuga dall’isola. Sono passati quattro anni da quando è naufragato. Ora Chuck cerca di tornare nel mondo.

Mi sento esattamente così. Come Chuck, in mezzo a un gigantesco mare, ormai lontana dall’isola in cui sono stata quattro anni ma senza avvistare nessuna delle terre in cui avevo vissuto prima di Orlando.

È sulla mia isola che ho imparato a bere l’acqua della pioggia e a cercare riparo dalle tempeste. Che ho sostituito alle scarpe delle bende per evitare di ferirmi. Che ho visto il sole e la notte. Che ho imparato a fare a meno delle cose. Che ho riportato i bisogni alla sopravvivenza. Eppure non potevo restare per sempre lì. Il mondo mi manca e in fondo ho voglia di tornare. Anche se non saremo gli stessi né io né lui.

Per ora sto su una zattera. In balia di onde altissime. E Wilson non è più con me.

Tornassi indietro un milione di volte, un milione di volte naufragherei. Un milione di volte perderei tutto e lascerei il mondo per vivere su questa mia isola.

spiderman e la madre

Spiderman e la madre tecnica mista su carta (stoffa, tempera, matita) Orlando Fiorelli marzo 2015

Spiderman e la madre
tecnica mista su carta (stoffa, tempera, matita)
Orlando Fiorelli
marzo 2015

la natura umana

onda anomala

Sarà che ho la tendenza a lasciar andare le cose al loro destino. Che è stata la mia trappola ma forse anche la mia salvezza. Sarà che gli oggetti non mi danno dipendenza. Che non ho manie di controllo su ciò che mi accade intorno.

Ogni volta che Orlando si avvicina agli spazi espositivi dei commercianti, io mi stupisco.

Passeggiavamo per Trastevere e siamo entrati in un negozio di profumi. Pochi metri quadri di odori intensi, uno sull’altro, di confezioni e bottiglie di vetro sistemate con ordine maniacale. In un angolo tra gli scaffali c’era una cesta piena di campioncini, di quelli di plastica, tipo bustine a strappo. Orlando si è avvicinato incuriosito alla cesta e la proprietaria con tono autorevole si è precipitata a dire: bambino, no, non si tocca.

Qualche giorno dopo siamo entrati in uno stand dove erano esposti oggetti ricavati da materiale di riciclo. Roba indistruttibile, di plastica pure questa, del valore del tutto arbitrario. Orlando si è avvicinato e la venditrice – nonché creatrice della merce – ansiosa gli ha detto: no, no, non devi toccare. A differenza della profumeria, questa volta mio figlio c’è rimasto male.

Il bambino è distruttore di natura. Lui può demolire anche ciò che una forza bruta o un’intelligenza superiore non riuscirebbero a intaccare. La sua natura è oltre. Oltre la forza bruta e l’intelligenza superiore. Questo è ciò che si pensa degli esseri umani ai loro esordi: un vero disastro. Poi la vita, l’educazione, gli adulti, tutto concorrerà a darci una regolata, ma quando nasciamo siamo sbagliati, capricciosi, perversi, cattivelli, dispettosi e, soprattutto, pericolosi. Un bambino contiene in sé una carica distruttiva superiore a una bomba atomica. Contiene la catastrofe.

Il bambino è l’essere umano prima che gli istinti vengano irreggimentati e deviati verso corsi più accettabili. È un essere in balia delle forze del caos. Perché i nostri istinti non hanno ragione alcuna. Non hanno alcun senso se non quello di dimostrare la nostra natura corrotta. Il bambino è la dimostrazione che gli adulti sono mostri scampati a un destino irragionevole e terribile.

Questa la premessa. Poi è arrivato il resto.

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