la felicità delle vongole

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Inutile negarlo. Vivere a pochi passi da Eataly significa rifornirsi spesso nei luminosi locali dell’ex air terminal Ostiense. E così, per allestire la dispensa, mi barcameno tra i prodotti locali dei contadini a km 0 – o giù di lì – e il local global di Farinetti. All’interno di uno spazio che ti fa venire voglia di non entrare mai più in un supermercato: se deve essere un grande negozio, e allora che sia grande.

31 dicembre 2014. Happy new year. Ho un cane e un bambino. Il cane mi impedisce di uscire fino all’una di notte, cioè finché i botti non si sono placati. Il bambino mi impedisce di uscire dopo la mezzanotte. Sono lontani i tempi in cui facevo mattina passando da una festa all’altra.

Cena tranquilla in casa. Spaghetti con le vongole. Mi avvio per comprare gli ingredienti e poco altro. Destinazione Eataly. Non sono stata l’unica a pensare di fare qui la spesa per il cenone di capodanno. Cerco di muovermi veloce nella folla. D’altronde sono una locale, conosco gli angoli e le scorciatoie di questo posto, so precisamente dove trovare ogni singolo prodotto. Secondo piano. Negozio del pesce. Non mi spiego perché prima di Natale l’amministrazione abbia deciso di cambiare il senso di marcia dei tapis roulant che salgono e scendono ai piani, e di mettere i numeretti per le code. Queste novità rallentano un po’ le mie operazioni e mi distraggono. Ma l’obiettivo è chiaro e il mio turno arriva presto. Leggo: vongole pescate mar mediterraneo. Finalmente, penso, e non vado oltre, alla riga del prezzo. Finalmente vongole pescate. Basta con gli allevamenti. Lasciamo che vongole e pesci e animali di tutti i generi e le specie vivano liberi, fuori dalle nostre gabbie. Teniamo per noi le prigioni, se proprio le vogliamo, e lasciamo liberi tutti gli altri, coloro che non hanno scelto di costruirle né di utilizzarle come dimore. Lasciamo che gli animali siano felici. Anche le vongole. Certo. Perché no? Saranno anche più buone da mangiare. Non importa che non abbiano un gran sistema nervoso. Né che per questo non possano porsi domande sul libero arbitrio e sulla felicità. Io il pesce preferisco comprarlo pescato.

Ricevo il pacchetto e prima di lanciarlo nel carrello leggo il prezzo: 27 euro. Per carità, è pur sempre una cena di capodanno, però 27 euro di vongole non è poco, nemmeno oggi che l’anno si chiude. Decido che non c’è bisogno di comprare altro. Tutta la cena sarà a base di vongole. In tutte le salse. Prima in guazzetto e poi con gli spaghetti. Vongole felici. Chissà.

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la sentenza

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A ottobre dello scorso anno ho pubblicato un post sugli interessi illegittimi applicati dalla banca durante il periodo di sospensione del mutuo (https://liberemamme.wordpress.com/tag/arbitro-bancario-finanziario/), richiesta attraverso una legge che consente di accedere a un provvedimento d’emergenza che sostiene le persone in difficoltà economica.

Allora il direttore della banca, alle mie obiezioni, rispose: se fosse come dice lei, noi cosa ci guadagneremmo? Ho presentato ricorso all’Arbitro bancario finanziario. In questi giorni è arrivata la sentenza: le mie obiezioni sono state accolte. Il comportamento della banca tradisce lo spirito solidaristico della legge, l’istituto dovrà quindi restituirmi la cifra versata in questi quattordici mesi.

le conseguenze della vita. affrontare le avversità con ottimismo

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Mai sottovalutare le conseguenze delle piccole avversità della vita, quelle per cui un giorno ti alzi e dici: chissene importa, va tutto bene.

Hai perso un lavoro dopo l’altro. Le due conoscenze che avevi, che ti facevano sentire benino nonostante tutto, non ti servono più a niente. Hai pagato la rata del gas, la bolletta della luce, la tassa dei rifiuti, la tassa unica (la domanda sulla sua unicità non trova risposta) da versare nelle casse della tua città, che davvero non se la merita. Hai provato a mandare tuo figlio a scuola e dopo qualche tentativo hai detto: grazie tante, ma no, magari il prossimo anno. Ciò che hai osato immaginare per il futuro prossimo è svanito nel nulla.

E nonostante tutto hai pensato che la vita è bella, perché vuoi chiudere il 2014 con un tocco di insano ottimismo. In fondo madre natura è stata clemente con te e ti ha dato una bella dentatura, sana e forte. Dopo qualche giorno però gli incisivi inferiori si sono fatti sentire, sembrava quasi che si muovessero. Ecco che l’incubo vero poteva iniziare. Ti sei guardata allo specchio, hai provato un sorriso e ti sei immaginata senza i denti di sotto. Un buco nero dove un tempo c’era stata una bella fila di perle simmetriche. Hai cercato di porre qualche piccolo rimedio e al supermercato hai investito gli ultimi euro destinati alla spesa della settimana in dentifrici che promettono di ritardare la caduta dei denti. Li hai lavati con cura, li hai coccolati e il problema è passato. Tornati a posto i denti, hai scoperto di avere i pidocchi, tu e tuo figlio che nemmeno va a scuola. Hai iniziato il trattamento antipediculosi. Tuo figlio, che a mala pena si lascia lavare i capelli, sembrava entrato in uno scannatoio. Con lui sei stata clemente: un lavaggio e via. È con te stessa che ti sei accanita. Due trattamenti in tre giorni. Purtroppo però sei un soggetto atopico e i prodotti chimici ti danno irritazione. Non sai più se ti gratti perché un pidocchio è sopravvissuto alla strage o perché ti sei riempita di dermatite.

Sei tornata al vecchio problema e hai affrontato ciò che potevi affrontare: salvare i denti. Prima di entrare dalla dentista ti batteva il cuore. Immaginavi l’apocalisse nella tua bocca. Il pidocchio in compenso doveva essere morto perché tutto sulla testa taceva. Ti sei seduta sulla sedia odontoiatrica e hai aspettato il verdetto. Inaspettatamente è arrivato il miracolo: dentatura sana e a posto. Un solo problema, la lingua: deglutizione infantile o atipica, di conseguenza fai una pressione sbagliata sui denti. Ho pazienti che in questo modo si sono sventagliati tutti i denti dell’arcata inferiore.

Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame? La più bella, mia regina, eri tu – ingenuamente hai sorriso – ma adesso non lo sei più.

Come in un sogno, hai visto i tuoi incisivi inferiori aperti a ventaglio sul sorriso, puntati all’esterno e sparpagliati a mo’ di rastrello. Evitiamo soluzioni che somigliano a torture. Sì, evitiamole. Una mascherina invisibile, dopo le vacanze, per proteggere i denti dalla lingua. Ci potrai ridere, piangere, litigare, dormire. Per ora cerca solo di fare qualche esercizio semplice semplice. Ed è così che passerai il Natale a schioccare la lingua sul palato. Se sarai brava, magari, eviterai la mascherina.

Sei uscita soddisfatta dalla visita, addirittura felice. È allora che il prurito alla testa ha ripreso vita. Ma non ci badavi: avevi appena risparmiato decine di migliaia di euro di impianti dentali. Dopo tanto tempo, finalmente, una buona notizia.

lo spettacolo del sacrificio

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Impossibile non entrare nei dettagli di certa cronaca, nemmeno ora che faccio di tutto per evitarli. Aprire un social network, sfogliare un quotidiano, fare zapping in tv. Qualunque quotidiana operazione mi sbatte in faccia la morte di Loris. La sento risuonare ovunque, con un’eco che striscia tra il pettegolezzo, il giudizio e la divinatoria fascinazione. Perché questo fatto è una specie di gigantesco spettacolo sacrificale dato in pasto a una platea che reclama di vedere la vittima, di conoscere i particolari del suo dolore, di esaminare il boia e assistere all’infinita reiterazione del gesto.

L’innocente è vittima del più assurdo dei carnefici, del meno perdonabile. Non importa che il verdetto non sia stato emesso. Non importa nemmeno sapere che ogni carnefice è stato vittima a sua volta e che questo non è una dato banale dal quale trarre spunto per lo scoop dello scoop, ma è la coscienza necessaria, la condizione senza la quale non arriviamo a interrompere alcuna catena di violenza. Sembra di entrare in un circo, di quelli antichissimi dove scorreva sangue umano, votato al dio per calmare le sue ire. Il sangue doveva essere puro, altrimenti la divinità non si placava. Bambini e vergini. Non mi viene in mente nient’altro che un rito pagano riaggiustato per il mercato dell’informazione italiana.

Cos’è questo spettacolo dell’orrore e del sacrificio? Rappresentazioni di infanticidi, femminicidi, serie su killer seriali, ricostruzioni di fatti efferati al punto che non sono più spiegabili. Di cosa abbiamo bisogno?

In questi giorni, in cui non ho scritto, non ho letto, non ho fatto molto ma ho ascoltato, non ho sentito una sola volta la domanda giusta, quella vera capace di entrare nel cuore delle cose. Nel mio cuore. No. È tutto uno stordimento di sangue, di dettagli sinceramente non necessari né al giornalismo né agli spettatori. Una sorta di chiasso che allontana dalla possibilità di capire davvero, di ascoltare le cose nel loro significato. Un’abbuffata orrenda di cose crudeli, malefiche. Come se il mondo fosse solo una grande dannazione da consumare e sulla quale speculare per poter dire qualcosa e riempire l’horror vacui del giornalismo e delle relazioni. Cosa stiamo cercando dentro questa cronaca? Di cosa abbiamo bisogno?

Intanto forse ogni madre si interroga in silenzio. Su se stessa e su quel suo muoversi guardinga, un po’ incerta e un po’ inesperta, sul terreno delicatissimo del rapporto con il figlio, su quella terra di potere assoluto – perché mai come in questo momento ha potuto su qualcuno – nel tentativo faticosissimo di non esercitare potere, di sottrarsene per liberare le terre del figlio.

come diventare trasparenti e restare vivi

universi paralleli

Tanti anni fa mandavo la mia tesi di laurea a un docente della Sorbonne e dopo qualche giorno ricevevo, inaspettatamente, una sua lettera di risposta. Era luglio. A settembre ero a Parigi per iniziare un dottorato di ricerca in letterature comparate. L’anno dopo tornavo definitivamente in Italia. L’unica cosa che mi impedisce di mangiarmi le mani per non essere rimasta in Francia è che se non lo avessi fatto, ora Orlando non sarebbe qui, credo.

Venti giorni fa ho spedito un articolo alla redazione con cui ho collaborato per più di tre anni (hanno cambiato nome, ma sono sempre gli stessi). Il trattamento economico di quella mia collaborazione non sto nemmeno a specificarlo, credo faccia parte della storia d’Italia, una di quelle piccole consuetudini che determinano il carattere di un paese. Non avendo ricevuto risposta alcuna da nessuno, ho chiamato. Sì… scusa… ho visto… non ho avuto il tempo… di che si tratta… quante battute… bene… grazie. Glielo inoltro per ricordarglielo. Ma anche questa volta il silenzio. Né un sì né un no. Passano i giorni e io comincio a innervosirmi. Ne passano altri e il nervosismo cresce. Che ci vuole a rispondere? Possono scegliere tra due semplici opzioni: sì, grazie, lo pubblichiamo il giorno x; no, grazie, non abbiamo nemmeno un buco per inserirlo, magari più in là (una scusa come un’altra per rispedire l’idea al mittente, che almeno non resta in attesa).

Una mattina mi sveglio e penso che lo stesso articolo potrei mandarlo ai nemici giurati della mia vecchia redazione, specificando in che modo la mia proposta sia stata ignorata. Preparo una mail, allego il pezzo e salvo in bozza. Ci penso, un po’ mi sento in colpa, non sono per niente convinta, ma alla fine invio e aspetto. Passa un giorno e non succede niente. Ne passano altri e non succede niente. Tanti turbamenti per nulla. La mia coscienza, i sensi di colpa: carne messa a cuocere su un fuoco spento. Nemmeno loro mi rispondono. Che scema sono stata a pensare che potesse andare diversamente. Se non si sono fatti vivi gli altri, quelli con cui avevo una corsia preferenziale, che forse mi dovevano qualcosa visto il poco che mi hanno offerto in cambio del mio lavoro, perché questi dovrebbero darmi ascolto? D’altronde in Italia funziona così. La manciata di mesi trascorsi in Francia tanti anni fa, non mi avrà certo messo i grilli per la testa. Il nostro paese è differente. Per noi ricevere un rifiuto è già una gran fortuna.

Grazie comunque di aver risposto. Glielo dici perché quel non abbiamo bisogno ti commuove. Dopo avrai modo di elaborare il lutto e la delusione, ma intanto sei di fronte a un dato certo. Nessun fantasma. Nessuna nebulosa. Nessun incubo di quando eri bambino. Semplicemente ti è stato detto no.

Ieri sera leggevo la notizia che gli universi paralleli – ipotesi che mi ha sempre affascinata – potrebbero esistere e comunicare tra loro. Se così fosse, allora vorrei proprio fare due chiacchiere con il mio identico parallelo, quell’altra me stessa che sta vivendo una vita simile alla mia, con qualche scarto grande o piccolo che fa la differenza.

Ehi, tu, dall’altra parte! Come te la passi? A Parigi? Davvero? Io qui ho come l’impressione di essere diventata trasparente. Per il resto stiamo tutti bene.

E a proposito di esistenze trasparenti, posto qui il pezzo in cui racconto come sono sparita dall’Accademia di Belle Arti di Roma, dove sono stata insegnante co.co.co. Il pezzo per cui nessuno mi rispose mai.

L’Accademia dei precari

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Un anno fa vincevo il concorso dell’Accademia di Belle Arti di Roma per insegnare giornalismo. Trentatre ore – un piccolo corso – apparentemente ben pagate. Se non fosse che l’impegno reale è andato ben oltre i termini del contratto. La pole position in graduatoria dipendeva non dalla mia carriera di insegnante ma dal progetto presentato, per cui avevo preso il massimo dei punti. La mia allergia a tutte le forme di scuola evidentemente mi ha consentito di pensare per i ragazzi a un percorso più arioso e concreto, qualcosa che portasse un vago profumo di novità nelle vecchie stanze dell’Accademia. E grazie a un’idea semplicissima, far lavorare gli studenti e rendere visibile la loro attività, evitare troppa teoria e mandarli a “farsi le ossa”, è partita l’avventura.

I contratti a progetto prevedono che ogni anno si debba partecipare al concorso, che lo si debba vincere, che ci si debba rimettere in pista e rigareggiare con i vecchi e i nuovi concorrenti. Giusto, ingiusto, non so. Sicuramente stressante. Sicuramente mette i precari in una condizione di assoluta ricattabilità. Ma fin qui siamo ancora dentro le regole del gioco. Un gioco pieno di trappole, di pericoli, con un premio finale che lascia l’amaro in bocca, perché è davvero poca cosa rispetto agli sforzi richiesti per arrivare al traguardo. Ma sono norme dichiarate. Tu le conosci e ti regoli di conseguenza.

Ed è così che quest’anno ho partecipato di nuovo al concorso per insegnare giornalismo all’Accademia di Belle Arti di Roma. Forte dell’esperienza fatta, ho presentato un progetto ancora più corposo dell’anno precedente. Di nuovo sono arrivata prima. Aspettavo solo le graduatorie definitive, cioè che passasse quell’intervallo temporale entro il quale i non vincitori possono fare ricorso, quando ho avuto la sorpresa. Ho scaricato il calendario delle lezioni per controllare quali sarebbero stati i miei orari, e alla voce Elementi di comunicazione giornalistica ho trovato il nome di un altro. Ho ricontrollato le graduatorie. Ho ricontrollato il calendario. Per ogni corso esternalizzato era indicato il docente dell’anno scorso. Alla mia riga non c’era traccia di me. Il mio nome, il mio corso, la mia esistenza. Tutto magicamente svanito. Ingenuamente ho pensato che fosse un errore di trascrizione. Ho chiamato l’Accademia e ho scoperto che la persona che ha preso il mio posto è un’insegnante interna, di fascia uno. A lei, per tenere il corso per cui io ho vinto il bando pubblico, non è richiesto di stare in graduatoria, né di avere un progetto migliore del mio. Non le è richiesto niente.

Il bando recita: Gli incarichi saranno conferiti mediante stipula di contratto di collaborazione co.co.co. sugli insegnamenti risultanti vacanti, dopo aver verificato che tra i docenti di ruolo dell’Accademia di Belle Arti di Roma non sia possibile rintracciare le professionalità specifiche e dopo aver espletato tutte le procedure necessarie per la copertura dell’orario contrattuale della docenza interna. I contratti saranno stipulati soltanto qualora sia raggiunto il numero minimo di dieci studenti iscritti. Un percorso a ostacoli alla fine del quale tu precario puoi alzare la mano e dire: eccomi, sono presente.

Lo stesso bando però, poco oltre, dice un’altra cosa: Qualora si renda disponibile, verificati i requisiti di professionalità, un docente interno, la Direzione provvederà ad affidare l’insegnamento al docente interno. Il docente interno non passa per le graduatorie né deve presentare un progetto. L’unica cosa che gli viene richiesta è il requisito di professionalità. Cioè a me precaria mi contano tutto e me lo trasformano in punti. A lui interno chiedono dei requisiti non meglio specificati. In pratica basta che voglia il posto e ce l’ha.

All’interno delle università italiane il co.co.co è la nuova forma di assunzione. Moltissimi corsi sono stati esternalizzati. Questo comporta una minore spesa da parte degli istituti, ma purtroppo anche una resa didattica nettamente inferiore. Non perché i precari offrano meno dei docenti di ruolo, anzi – spesso sono zelanti, danno il meglio per essere riconfermati, non hanno anni di stanchezza sulle spalle, nella vita fanno anche altro e sono disposti a consegnare il loro valore aggiunto agli studenti – quanto piuttosto perché viene spezzata la continuità, la coerenza, la possibilità di concepire un progetto. Viene tolto l’orizzonte, ai docenti precari così come agli studenti, le cui conoscenze e la cui cultura sono drammaticamente squalificate. È shockante, per chi non lo fa da anni, entrare in un’università italiana e rendersi conto di quanto i ragazzi siano privi di strumenti e di memoria.

Nel mio personale caso, non ho fatto in tempo a capire dove fossi capitata, quale fosse il livello degli studenti, quali le loro aspettative e le loro capacità, che ne sono dovuta uscire. Non mi è stato riconosciuto nemmeno lo start up che si riconosce alle imprese. Non mi è stata data alcuna indicazione. Non sono mai stata convocata per una riunione. Non ho ricevuto alcun aiuto. Me la sono dovuta cavare da sola. Tutto nell’arco di quattro mesi durante i quali ho tenuto una lezione a settimana. A questo si aggiunge che per iniziare il corso ho ricevuto un preavviso di un giorno, arrivato con una mail in cui mi si chiedeva di andare l’indomani a firmare il contratto un’ora prima della prima lezione.

Il precario è anche uno che deve stare attento a tutto ciò che fa (non deve pretendere troppo, né dalle istituzioni né dagli studenti, non deve fare errori, deve sempre controllare la posta, deve cercare di leggere il proprio destino tra le righe dei calendari delle lezioni scaricabili online, dal momento che nessuno si prenderà la briga di avvertirlo). Se non sta attento, al primo schiocco di dita se ne vola via.

Sono tanti i motivi per cui il co.co.co. è una deriva. Inutile parlarne in teoria – la flessibilità, la mobilità eccetera eccetera. Basta toccarlo con mano per capire che così come è concepito sta facendo dei danni cui sarà difficile porre rimedio, non ultimo sulle generazioni più giovani.

Ma qui siamo oltre il danno. Siamo alla beffa. Il precario non solo è precario, cioè vive una condizione più surreale che difficile, ma quelle poche certezze – a termine – che ha sono in balia di un insegnante a un passo dalla pensione, già di ruolo, che senza dover dimostrare nulla decide di arrotondare lo stipendio candidandosi a prendere il posto che lui ha vinto con un bando pubblico.

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