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drago stegosauro fiore

drago stegosauro fiore, by Orlando, matita su carta, novembre 2014

 

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Dragon trainer. La palestra delle paure

DragonTrainer

Ogni eroe è stato un ragazzino un po’ sfigato, diverso dagli altri, nerd, orfano, travolto da un destino implacabile. Profondamente solo.

Ogni eroe è un introverso, un emarginato cui la storia ha finalmente concesso una possibilità, perché è nelle sue maglie che si nasconde la salvezza di tutti.

Novembre. Giornata uggiosa. Cadono le foglie. Dragon trainer è il film che spezzerà lo scorrere lento delle ore che volgono alla sera. Prime sequenze. Il padre mi guarda e mi fa: non sarà troppo forte per lui? Io: no, figurati. Ma le atmosfere sono davvero molto noir.

Show must go on. La storia è ambientata a Berk – dodici giorni a nord di disperazione e pochi gradi a sud di morire di freddo – una fredda cittadina infestata dai draghi. La principale attività dei suoi abitanti è lottare contro le bestie volanti.

Aspetto il momento in cui i combattimenti cederanno il passo all’amicizia tra Hiccup, il gracile protagonista vichingo di quindici anni, e un drago ferito, cui il ragazzino dà il nome di Sdentato. Hiccup e Sdentato finalmente si incontrano in un posto segreto. Hanno entrambi paura e si studiano a vicenda senza troppa fiducia. Il drago non riesce a volare perché Hiccup la sera prima lo ha colpito amputandogli una delle ali. Sarà lui a ricostruirgliela e sarà lui a guidarlo in volo cavalcandolo nei cieli freddi della sua terra.

È così che Hiccup scopre l’animo dei draghi, la loro verità profonda, al di là delle apparenze e delle credenze, impara a conoscerne le abitudini, le paure e i gusti. Ed è questa la chiave che gli permette di accedere alla sua grande avventura, dove perderà una gamba ma vincerà sul male.

Il ragazzino e il drago passano attraverso un’amputazione per superare l’universo delle paure e delle piccole certezze. La perdita è atroce ma il premio finale è grande.

Come posso non avvertire le affinità tra Orlando e Hiccup? Tra Hiccup e ogni bambino. Non so quanto lui abbia capito della storia. Ma da quando abbiamo visto il film, l’unico gioco possibile è rifarne con i playmobil alcune scene: il ragazzino che in segreto stringe amicizia col drago e ne scopre la bontà; la lotta estrema e finale contro il grande mostro che rappresenta il vero male. Osservo mio figlio mentre si allena a farsi amici i piccoli mostri di cui ha ancora paura, e aspetto il momento in cui volerà sulla mia testa a cavallo di un drago.

tempo perso

Harold-Lloyd

Progetti in scadenza. Problemi di lavoro. Missione scuola fallita. Bilanci. Stress. La ruota della fortuna che gira al contrario. A Orlando ho dedicato poco tempo. Poco e malandato. Mi è mancato. Ma non avevo la forza. La testa era altrove. Così è la vita.

Eppure ogni singola ora passata male con lui diventa un affanno, un’occasione persa che nessuno ci restituirà.

Se questo mondo gira male, se io a volte non posso non girare con lui, vorrei ancora provare la distanza siderale dalle cose di cui sono stata capace durante il suo primo anno di vita. Avere le ore, i giorni, i pensieri, la forza. Vorrei essere quel flusso certo che forse sono stata all’inizio. Quel flusso di latte che quasi non c’è più. Quando lui è nato, io ho guardato in faccia le mie ambizioni, le mie velleità, le frustrazioni e ho dato loro la giusta misura. Perché ho toccato i miei confini e ho capito che lì dentro potevo essere felice. Perché la vita è una cosa semplice. Ci sei. Per poco. Poi non ci sei più. Ho dovuto fare un figlio per capirlo.

Orlando è l’esplorazione inesorabile delle mie terre di confine. Al di là c’è l’altro, un altro che devo ancorare al mio fondale perché possa un giorno salpare per il suo viaggio.

Lo guardavo neonato e pensavo che mai più avrei provato una simile tenerezza. Miracolosamente non è stato così. Orlando è mio figlio ogni giorno della mia vita. C’è una cosa però che mi manca. Quel mio essere sicura e fugare dubbi e navigare senza scosse. Come la terra ferma. Niente turbava il mio spazio. Vorrei avere ora quella forza, quella consistenza. E invece arrivano le cose dal mondo a frammentare la mia consapevolezza che la vita è semplice.

È finito il tempo sospeso in cui io e Orlando crescevamo protetti da tutto. È finito lo spazio della nascita. Siamo entrambi al mondo, in cammino sul pianeta.

Ma non si torna tra gli altri dopo anni come se niente fosse, senza portarsi un elisir dalle terre dell’avventura: che la mia felicità sta qui, e tutto ciò che mi dissuade è tempo perso.

Tarzan e le graduatorie. Vita da homeschooler

Impatto con l'aqua_circolofotograficoamt

È quando tutto si accumula che arrivano i guai.

Orlando non va a scuola da lunedì causa cambio terza maestra in un mese e mezzo che probabilmente cambierà di nuovo lunedì prossimo e siccome la supplente in carica non ci piace, ne approfittiamo per prenderci una settimana sabbatica. L’ultima volta che è andato, all’uscita voleva prendere un gioco della classe per portarselo a casa. E mentre il padre gli spiegava che questo è impossibile, o quanto meno poco equo, l’insegnante gli diceva ammiccante che se proprio lo voleva, poteva penderlo, bastava che la maestra non se ne accorgesse. Dopo questa lezione di civile convivenza, ce ne siamo andati in attesa della prossima supplente.

Tra le varie attività che ci impegnano: giovedì gnocchi. Le patate ci sono, siamo fortunati e ci mettiamo al lavoro. Tutto sembra perfetto. Sarà solo in corso d’opera che le patate riveleranno la loro qualità non adatta al tipo di uso scelto. L’impasto all’inizio ci inganna mostrando una natura morbida e vellutata. Tocco e sono sicura del successo della cena. Eppure, nonostante la farina, le mani restano incollate al panetto, che di lì a poco si rivela inesorabilmente gommoso. Ma ce n’è più di un chilo e ormai l’incubo è iniziato. Dobbiamo andare fino in fondo. La casa è cosparsa di farina e materia appiccicosa finita sotto i piedi e trasportata in ogni angolo. Tutto farebbe pensare a un disastro, ma sono convinta che sia necessario mantenere la calma e che le apparenze ingannino. Orlando negli intoppi perde concentrazione e si stufa di cucinare.

Per un minuto di questo interminabile giovedì degli gnocchi, ritrovo la lucidità e mi ricordo di un’importante scadenza di lavoro. Domani vanno consegnati tutti i documenti. Chiamo il funzionario che si occupa della pratica per prendere appuntamento. Lui parla mentre Orlando strilla “vieni a giocare con me”. Io imperterrita continuo la conversazione facendo segno a mio figlio di aspettare, con le mani impastate di gnocchi. È una cosa importante, gli dico senza emettere suono. Poi finalmente la conversazione finisce. Domani mattina alle 10.

La sera gli gnocchi sono sul piatto. Li mangiamo. Certo non sono soffici, non li annovererei tra i manicaretti che cambiano l’umore della famiglia. “Sono come il pongo” sentenzia Orlando. Sarà stata la fame, sarà stata la fortuna, sui piatti non resta niente.

Venerdì mattina siamo dal nostro funzionario. Orlando è con noi. La domanda è pronta, mancano dei dettagli, per esempio il timbro che ho dimenticato di portare. Lunedì mattina, termine ultimo oltre il quale è impossibile andare. Timbro e tiro lievemente aggiustato. Ogni volta per me è come tornare a scuola.

Sulla via del ritorno passiamo a casa di un’amica, dove rimediamo qualche libro. A campeggiare sulla pila di carta è Tarzan. Saliamo in macchina e torniamo a casa.

A pranzo ci riprovo con gli gnocchi. Penso che un lavoro come quello del giorno prima meriti la disponibilità del piatto almeno fino a tutto il weekend. Ma Orlando questa volta non ci sta. Vuole quelli buoni. Questi li finisco io. Quasi. Ne resta un’ultima tranche da cuocere. Una manciata di gnocchi distesi su un piatto che troneggia dentro un frigorifero vuoto perché è venerdì, l’ultimo giorno prima della gita a Garbatella per fare la spesa dai produttori.

Alle 4.30 siamo in ludoteca. Io mi porto da lavorare per un altro progetto a scadenza immediata. Orlando sembra collaborativo, va a giocare con gli altri bambini senza cercarmi. E così io posso mettermi al lavoro. Se non fosse che una mamma mi si siede accanto, mi guarda, mi saluta, si prepara a parlare con me. Faccio finta di non notare le sue intenzioni, distolgo lo sguardo. Lei però insiste. Non che le stia particolarmente simpatica. Semplicemente siamo solo noi due. Non ha scelta.

È così che scorre il pomeriggio e arriva la sera. All’uscita dalla ludoteca, Orlando ha un pupazzetto in mano. Mai visto in casa, eppure lui dice che è suo. L’educatrice non se ne ricorda. In conclusione Orlando si porta a casa il piccolo supereroe. Mio figlio ha imparato subito la lezione della supplente di quattro giorni fa: se nessuno se ne accorge, portatelo pure via. Devo ringraziare le graduatorie e la solita ruota della fortuna per l’opportunità concessaci.

Dalle 7 alle 8 mi metto al computer a fare ciò che durante tutto il giorno mi è sfuggito: scrivere. Sento le pressioni su di me: Orlando ha fame e sonno, Ozu deve uscire, il frigo è vuoto quindi c’è bisogno di grande fantasia.

Alla fine siamo a letto, io, Orlando e il libro di Tarzan. C’è un passaggio della storia che vorrei sottolineare: il momento in cui Terk, l’amica gorilla del protagonista, dice al ragazzo che per farsi accettare dagli altri dovrà prendere un pelo di elefante. Terk sta ovviamente scherzando. Però Tarzan, che si fida di lei, la prende sul serio. Ci sono degli elefanti proprio nel laghetto in fondo alla cascata, basterebbe riuscire a raggiungerli… I piccoli gorilla non credono che il cucciolo senza peli avrà mai il coraggio di buttarsi da quell’altezza. E invece…

Dedico questo brano all’ultima supplente di Orlando.

Intanto Tarzan accende la nostra fantasia. Questo fratello di Mowgli che sceglie di restare nella giungla col suo branco di animali.

Orlando

2014-11-07 16.10.47

Homeschooling

 

quattro a zero

maradona

Oggi, martedì 4 novembre, siamo andati a scuola. Ore 9.00. Entriamo, ci guardiamo intorno, noto una donna mai vista prima, forse una mamma, ma non ne ha l’aspetto. Qual è l’aspetto di una mamma? Non lo so, ma non il suo. Si presenta: è la nuova insegnante di sostegno, in dotazione alla classe di Orlando perché tra i compagni c’è un bambino down. È cambiata anche lei. Senza che nessuno ci abbia avvertiti. L’impressione è di essere finiti nel teatrino dei miracoli o dentro una puntata di Chi l’ha visto. In due giorni sono sparite due persone e si è completamente trasformata la compagine del corpo insegnante cui Orlando ha fatto riferimento finora (corpo già sufficientemente instabile così come si era presentato fino alla scorsa settimana). La nuova maestra, che – va detto – non mi piace, lo ha preso in braccio e lui si è messo a piangere. Me lo sono ripreso e sono uscita con lui dalla scuola. Nel percorso sentivo il padre del bambino per cui abbiamo il sostegno discutere animatamente con la coordinatrice mentre il figlio piangeva. Un’altra piccola dall’inserimento non facile oggi non c’era. Chissà, la madre a questo punto le ha concesso forse un piccolo periodo sabbatico, oppure sta seriamente riflettendo sulla situazione.

Un disastro.

A questo punto non mi si venga a dire che il problema sono io. Che il problema è mio figlio. Io e mio figlio abbiamo fatto infiniti sforzi per realizzare questo benedetto inserimento. Ci abbiamo pensato, ripensato, provato, riprovato, adottato diverse strategie, perché nonostante tutto ne valeva la pena. Nonostante quello che penso della scuola. Nonostante la difficoltà di Orlando a considerarmi in un altro spazio siderale. Nonostante la fragilità dei suoi punti di riferimento spazio temporali, per cui la mia assenza sistematica diventa per lui incalcolabile. Nonostante forse sia presto. Nonostante tutto noi ci abbiamo provato.

Chi sta al centro di questa scuola? Non certo il bambino, trattato come un prototipo di bambola da “inserire” in un ambiente la cui identità è fatta solo di oggetti e cose, dove la presenza umana è assolutamente intercambiabile. Non il corpo insegnante, sbattuto qua e là in contesti ogni volta nuovi, qualche volta, va da sé, ostili. Non l’Idea – quella cosa astratta alla quale dovremmo affidare i nostri figli perché ne escano formati – spezzata da una discontinuità didattica al limite del ridicolo. Non il cuore, visto che un insegnante vale l’altro e i bambini non devono avere reazioni emotive. Al centro di tutto sta la Graduatoria, divinità numerica antropofaga, in parte fatta, a quanto pare, da autocertificazioni.

Scuola – Orlando: quattro a zero. Ma la partita è solo all’inizio.

tre a zero

pasolini partita di pallone

Scuola – Orlando tre a zero. Un mese e mezzo e tre colpi ben assestati. Oggi, lunedì 3 novembre, è arrivata la terza maestra. Ho lasciato Orlando in classe. A malincuore. La nuova maestra è sicura fino al 10 novembre (una settimana da oggi). Ma quasi sicuramente resterà lei. Dicono.

Mi sembra superfluo sottolineare i paradossi di una burocrazia anchilosata – semmai ne esiste una non anchilosata – che stabilisce da sola le regole del gioco. No. Voglio parlare della madre modello, quella signora sorridente che mi sta di fronte mentre io fumo di indecisione e quasi quasi mi volto, entro in classe e me lo porto a casa subito.

Ma no. È una questione di carattere. Mi presento.

Allunga la mano verso di me e mi dice il suo nome corredato di referenze: rappresentante di classe dell’altra sezione.

Piacere, Monica.

Niente da aggiungere. Il mio curriculum è poca cosa.

Lei si gonfia.

Mia figlia non ha mai pianto.

Il mio sguardo forse è eloquente. Ma lei continua.

I bambini si legano all’ambiente prima che alla maestra. E poi ogni bambino è diverso. LA MIA NON HA MAI PIANTO. La figlia di Elisa (solo più tardi specificherà che si tratta di una sua amica) invece piangeva sempre.

La mamma modello non guarda in faccia nessuno. Nemmeno l’amica del cuore. Lei è la prima della classe. E sua figlia sta seguendo le sue orme. Madre e figlia sono una coppia perfetta, di quelle che non danno fastidio a nessuno. Anzi. Solidali con la struttura, efficienti, collaborative, sempre pronte a ricordarti come stanno le cose, a lavorare perché tutto sia proprio come deve essere.

Cara mamma modello. Io non sono perfetta. Per niente. Non sono nata per non dare fastidio, anzi, fin da piccola disinnesco meccanismi, o ci provo. Per questo la punta delle mie dita è bruciacchiata. Non collaboro. Si sa. Per questo il mio curriculum è ridicolo. Ma soprattutto, cara mamma modello, lascia piangere ogni tanto tua figlia. Sarà per lei un gran regalo.

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