Homeschooling

Orlando Fiorelli Ippopotamo tempera su carta settembre 2014

Orlando Fiorelli
Ippopotamo
tempera su carta riciclata
settembre 2014

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siamo tutti normali

labirinto

Era il 1867 quando Henri Nestlé metteva a punto una farina in grado di sostituire il latte materno. Quasi un secolo dopo il mondo diffondeva capillarmente la notizia che il latte artificiale è migliore di quello materno.

Intere generazioni cresciute dalla Nestlé, fino quasi a perdere la sapienza dell’allattamento, del proprio corpo e di quello del neonato. Generazioni di asmatici, allergici, atopici, cortisonici, antistaminici.

A partire dagli anni Settanta, contro tutti gli imperativi scientifico-pediatrici e in barba alla sensibilità comune che mal vedeva tette all’aria ad allattare, si è iniziato a scoprire che per un bambino niente è meglio dell’alimento specie specifico umano: il latte della sua mamma.

Oggi le donne provano faticosamente a riprendersi l’antica, originaria sapienza dell’allattamento.

Era il 1840 quando la regina Vittoria, con l’acquisto di tre carrozzine, lanciò tra la nobiltà la moda di portare i bambini non più in braccio o in fascia, ma su un trabiccolo allora peraltro poco sicuro, perfezionato a fine Ottocento da William Richardson, inventore del passeggino fronte mamma, cioè il bambino non può stare a contatto con la madre, ma almeno può guardarla. Meglio di niente. A partire dagli anni Cinquanta nessuno che avesse un figlio in Occidente poteva scegliere di sottrarsi al kit di trasporto dei bambini, da 0 a 20 chili.

Solo qualche decennio più tardi alcuni studi hanno dimostrato che il cervello umano – l’unico nel mondo animale a essere incompleto al momento della nascita: finirà di formarsi nei primi tre anni di vita – si sviluppa meglio in condizioni di contatto continuo tra il neonato e la madre. Da leggere Perché si devono amare i bambini di Sue Gerhardt, Raffaello Cortina editore.

Aspettiamo ora che qualche luminare esperto di neuropsichiatria infantile, appassionato di scienze della comunicazione, scopra che se un bambino piange è perché sta cercando di comunicare sofferenza, e che probabilmente si aspetta che qualcuno prima o poi gli dia ascolto e interrompa la condizione che lo fa star male.

L’inserimento di Orlando non sta andando bene. In modo chiaro e inequivocabile dice che non vuole andare a scuola. Quando entriamo piange.

Io tentenno. Mi spiace perdere l’occasione di questa scuola, ma non sono disposta a sacrificare niente sul suo altare.

Ed ecco che intorno a me si alza il coro di No! Perché no ha diverse origini: non mandandolo gli toglierei delle possibilità, mi toglierei delle possibilità, non lo farei crescere, fra dieci anni mi troverei sola, senza più dovermi occupare di lui e senza sapere cosa fare… Comunque che pianga è “normale” perché il distacco c’è. Peccato che Orlando, quando si separa da me in altre occasioni, non piange. Ma piangere per andare a scuola è normale, cioè è la norma, la regola. Qui funziona così. O stai dentro o stai fuori. Se stai fuori, allora stai proprio fuori e inizia il tuo esilio dal mondo.

“Così gli impedisci di crescere”

“La vita è anche sofferenza”

“Non sta male, è che deve abituarsi a un’altra routine”

“I bambini sono abitudinari”

Ma insomma, questo ragazzino soffre o non soffre?

Sono in attesa che un luminare mi confermi la mia ipotesi: se sorride sta bene, se piange sta male.

Forse semplicemente ogni bambino ha i suoi tempi, i suoi ritmi. Forse non è questo il momento di Orlando. Magari sarà tra un mese o tra un giorno o tra un anno. Chi può dirlo? Forse i bambini piangono perché non si sentono sufficientemente strutturati per affrontare da soli il sistema scuola. Perché lo sanno di entrare in un sistema. Lo sanno a modo loro, senza saperlo dire, ma lo sanno. E forse c’è qualcuno che, chissà, non sarà mai adeguatamente strutturato per entrarci.

Un sistema identico per tutti non può che mortificare la maggior parte dei bisogni e delle aspettative. A qualunque età. Perché mio figlio dovrebbe avere lo stesso identico bisogno allo stesso identico modo nello stesso identico momento di un altro?

Ho come l’impressione che ogni volta che un bambino piange, ci arrivi un richiamo a un ordine migliore che abbiamo smesso di guardare negli occhi.

Intanto osservo il mio cane, mia grande palestra di vita, vecchia, vecchissima saggia, che non ha avuto bisogno di soffrire per crescere e invecchiare. Gli esseri umani sì, loro ne hanno bisogno, e per ovviare all’eventualità che la vita non offra sufficienti motivi per stare male, eccoli a costruire vere e proprie fabbriche dei dolori.

L’inserimento

il cielo sopra berlino

Appesa al cancello a spiare da una fessura mio figlio mentre si aggira nel cortile della scuola preso per mano da una maestra. Per intercettarne la fatica, il respiro, lo smarrimento, gli sguardi.

Tra tanti bambini riesco a individuarlo subito perché riconosco anche i suoi spostamenti d’aria. Tra gli altri, Orlando se piange lo fa in silenzio, quasi a mangiarsi le lacrime per non offrirle a nessuno, perché è a me che vuole darle. E io le accolgo come un dono, come la confidenza di una cosa profonda e grande che si apre con una domanda tanto semplice da venire trascurata: dove sono?

Se provo a rispondere, allora ci sono le mie ragioni, quelle del padre, quelle sociali, ci sono le sue ragioni, della sua vita, dei suoi passaggi, dei compromessi. Ma io non posso, ora, non guardare il mondo coi suoi occhi, il mondo al di qua del cancello oltre il quale mi trovo. Mai l’ho visto così chiaramente. Non posso non chiedergli: dove sei? Allora tutte le ragioni del mondo spariscono e resta solo la sua ragione.

Sarà lui a darmi la risposta, e io l’ascolterò, a dispetto delle aspettative e delle convenzioni. Io potrò solo aiutarlo ad andare incontro alla sua ipotesi, che sia al di qua o al di là del cancello.

Per ora restiamo sulla soglia, a osservare cosa c’è dall’una e dall’altra parte, ad aspettare di sapere scegliere. E mentre aspetto, i dubbi mi ronzano nel cervello: che senso ha un luogo tanto separato delegato all’arbitrio di un adulto che speriamo che sia umano? Che senso ha praticare la separazione in modo così drastico producendo, guarda caso, milioni di esseri umani nevrotici, insoddisfatti, feriti, bisognosi di risarcimenti che non basteranno mai, impreparati ad attraversare i passaggi e le perdite e le unioni? Ma a parlare di queste cose si incappa immediatamente nel ripetitivo, trito, tritissimo giudizio: la solita mamma. Non credo sinceramente di avere la verità in tasca, ma intorno a me di verità ne vedo poche. Mio figlio mi perdonerà, un giorno, se resto aggrappata ai miei dubbi.

studio di cavallo con cavaliere#2

lancillotto con cavallo

Orlando Fiorelli, Lancillotto del lago, tempera su cartoncino, settembre 2014

Orlando Fiorelli Lancillotto del lago tempera su cartoncino settembre 2014

Orlando Fiorelli
Lancillotto del lago
tempera su cartoncino
settembre 2014

Orlando Fiorelli Il cavallo di lancillotto tempera su cartoncino settembre 2014

Orlando Fiorelli
Il cavallo di Lancillotto
tempera su cartoncino
settembre 2014

 

Scuola materna. La prima volta

scuola materna

Il figlio è colui che ti riscatterà dai tuoi mali, te ne libererà, ti farà salire nel regno dei cieli, ti farà bello sublime e senza limiti.

Ma arriva il giorno che prende la sua strada, manifesta i suoi limiti, cade nelle sue trappole, ti dimostra che se vuoi il trionfo o un’assoluzione, devi cercarteli da te.

Se riuscirò a non fargliela pagare per questo, mi sentirò già a metà dell’opera di madre. Se saprò proteggerlo dai miei sogni di un tempo, dal sogno di una me stessa perfetta capace di conquistare terre, animi e cuori.

Orlando è timido, si sa. Inutile cercare spiegazioni, girare online per capire le origini, elucubrare sulle vie d’uscita: io non sono da meno. Quasi disdicevole pensare che sarà lui a salvarci dalla timidezza.

Primo giorno di scuola. Inizio io. In anticipo di una settimana su Orlando.

I genitori sono convocati per una riunione con la coordinatrice che spiegherà come funzioneranno l’inserimento e la scuola.

Arrivo davanti al cancello chiuso. Gruppi di genitori chiacchierano allegramente. Mi guardo intorno e cerco di inserirmi da qualche parte, almeno col movimento degli occhi o la torsione del torace. Rinuncio e aspetto con ansia l’apertura del cancello che verrà a interrompere il supplizio della mia esclusione. Finalmente entriamo in aula. Siamo invitati a sederci sulle seggioline dei bimbi. Qui me la cavo meglio: grazie alle mie dimensioni sono meno ridicola, per esempio, della coppia di spilungoni che mi sta dietro. Accanto a me un posto vuoto. Arriva una madre ritardataria, disorientata, evidentemente qui per la prima volta, mi guarda, mi sorride, scuoto la testa, sì sì, e lei si siede. È simpatica. Sospiro di sollievo. È anche ironica. Non ha paura di fare battute. Nell’angolo del nostro avamposto facciamo un po’ di chiacchiericcio. Ma il caos intorno ci interrompe. La coordinatrice si distrae. Ci sono domande? Pausa. E fa l’elenco dei bambini delle tre sezioni. I nostri figli, il mio e quello della mia vicina di banco, non staranno in classe insieme. Peccato.

Mi avvio alla riunione della mia sezione, entro in una seconda aula e mi siedo. Il presagio delle tapparelle rimaste serrate. Nessuno le ha alzate. La maestra sta salutando i genitori dei bambini più “anziani” come se fosse un addio. Poi restiamo noi. Ci presentiamo.

Come non credere al destino, che ci ha portati tra le sue braccia, in una scuola lontana, fuori dal nostro municipio, di cui per caso siamo venuti a conoscenza, che abbiamo scelto senza averla mai vista? È lei la ragione. La maestra per cui vorresti prendere la macchina del tempo e ricominciare, azzerare l’esperienza del tuo asilo fatto senza metodo, senza cuore, senza ragione, e immergerti nella tua nuova possibilità.

Ma il destino sa essere stizzoso, dà e toglie, scherza e si volta dall’altra parte. La maestra di Orlando non sta per niente bene. Non sarà lei ad accoglierci la prossima settimana. Se tutto andrà bene, se tutto andrà bene ci rivedremo a marzo.

Marzo è il mese delle mie promesse. E tutto andrà bene. Io intanto ho messo un piccolo dono alla mia aloe, un rito scemo che mi conforta nelle attese. L’ho messo per lei, perché tutto vada bene, perché a marzo possa di nuovo percorrere le sue strade, e l’ho messo per Orlando, perché sarà fortunato a incontrarla.

Per ora restiamo in attesa della nomina ministeriale della supplente.

studio di cavallo con cavaliere

Orlando Fiorelli Cavallo con cavaliere settembre 2014 tempera su cartoncino

Orlando Fiorelli
Cavallo con cavaliere
settembre 2014
tempera su cartoncino

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