L’inserimento

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Essere andati a scuola lascia per sempre la stanchezza di fine anno, quel senso di spossatezza e di non poterne più che assale gli studenti a fine maggio. Non importa quanti anni siano passati dall’ultimo giorno di scuola. La sensazione resta, sta lì come un vulcano dormiente destinato a risvegliarsi sugli esordi dell’estate. Per chi è andato a scuola, l’anno finisce ora, tra sprint finali, svenimenti e desideri esotici.

I lavori sono finiti e la casa è a posto, non in ordine, ma potenzialmente ordinabile. Ricostruisco la libreria, ridò un senso ai miei libri, li sistemo diversamente dall’ultima volta che li ho traslocati da un mobile all’altro. Ogni volta i miei libri trovano un posto diverso negli spazi della mia vita. Benjamin, unico uomo ammesso nell’angolo dedicato alle donne, se ne torna nello scaffale degli indifferenziati. E se ne vanno pure le scrittrici del Novecento studiate all’università, fagocitate dalla narrativa italiana. Calvino esce miracolosamente dalla narrativa e finisce in posizione centrale accanto alle teorie della letteratura e del mondo, in compagnia della Dance macabre di Stephen King. Ma lo ammetto, molte cose sono solo capitate e mentre sistemavo i libri pensavo che dovremmo tutti comprarci un ebook reader e liberare le case dalla polvere. E rintracciare i titoli dall’ordine alfabetico senza cercare legami, richiami, somiglianze e distanze. Ma alla fine non è così che vanno le cose e io ho fatto le 4 di mattina a sistemare titoli, spostare, ripensarci, togliere, aggiungere, combinare.

E il vecchio anno finisce. Con una casa quasi nuova e un bel monte ore di sonno da recuperare. Passeranno luglio e agosto e inizierà un nuovo anno. Diverso per noi, perché Orlando andrà a scuola. Il mio periodo sabbatico è arrivato al termine. Ho come l’impressione che la vita stia divorando il mio tempo.

Tra un muretto alzato per creare la stanza di Orlando e arginare l’inarginabile, e la scelta delle piastrelle tunisine per l’angolo cottura, mi sono ricordata della scuola materna e sono andata a parlare con la coordinatrice.

Perfetta. Brava. Competente. La torre rosa… Maria Montessori… la socializzazione… l’insegnante madrelingua inglese… il teatro… niente televisione… a casa fate come volete. Sto per dirle grazie, senza ironia, è gentile da parte sua, a casa noi l’accendiamo pochissimo, quasi niente, ma se vuole… Poi mi guarda negli occhi e arriva alla questione: l’inserimento non è come al nido. I genitori non potranno stare in classe, aspetteranno qui fuori. Mentre il mio sangue si gela al pensiero di me fuori, sotto il sole cocente e la pioggia battente e le orecchie tese a percepire la voce di mio figlio, lei prosegue: i bambini piangeranno, il distacco c’è, se piangono troppo, vi richiamiamo dentro.

Il giorno dopo telefono per sapere cosa ne è della vecchia ipotesi Ranocchio scarabocchio, dalla quale siamo stati esclusi per un pelo, e chiedere se si sono liberati posti. Nessun posto libero. Qualcuno mi dice che in tutte le materne l’inserimento funziona così. Delle amiche mi avvertono che non è vero, molte scuole si organizzano diversamente. Faccio un giro in rete. E si apre la finestra su una realtà terribile: bambini piangenti, urlanti, disperati, madri che tentano di parlare con le insegnanti, insegnanti armate di accetta per separare le madri dai figli. Fazioni contrarie si combattono sul terreno della separazione. Favorevoli e contrarie si insultano sottilmente, le une accusando le altre di rovinare i figli, le altre di non amarli abbastanza.

No grazie. Non mi avrete. Mio figlio non piangerà troppo. E io non lo abbandonerò né lo rovinerò. O almeno ci proverò. La separazione tra noi è già iniziata e lui non ha mai urlato mentre si allontanava, anzi, quando lo fa mi saluta orgoglioso di essere diventato grande. E allora, mi chiedo, perché rovinare questo strano equilibrio che io e lui siamo riusciti a conquistare? E provocare a tutti i costi il pianto e trasformare un’occasione di vita in un girone infernale? Non sarebbe più facile lasciare che le cose accadano e che prendano il loro corso senza drammatizzazioni, buttandoci alle spalle il destino dal quale veniamo?

So che Orlando ha bisogno di stare con gli altri bambini, di starci senza la mia continua mediazione. A settembre andremo a scuola ed escogiteremo una strategia di sopravvivenza. Dirò all’insegnante che sono io, che non ce la faccio a pensare a Orlando che si strazia, che va bene, non entrerò, ma appena mi cerca me lo devono portare. Sfuggiremo al destino di pianto. Ce la faremo. E guarderemo dalla finestra il mondo impazzito.

la casa è distrutta

viaggio

Vent’anni fa partivo per il viaggio più bello della mia vita. Ne sarebbero venuti altri. Sarebbero nate amicizie, arrivati incontri, scoperte terre, fatte scelte. Ma io credo di essere cresciuta allora. Un mese e pochi giorni al di là del mio mare.

Vent’anni fa c’era una guerra a pochi chilometri da casa mia che faceva vittime ogni giorno, che io non potevo vedere.

Quell’estate decisi di partire con il servizio civile internazionale e andai volontaria nella ex Yugoslavia. Con me venne un caro amico, ma ci separammo quasi subito per due campi diversi. La prima tappa fu Zagabria. Eravamo più di cento volontari da tutta Europa. Da lì venimmo smistati e io me ne andai in un campo profughi in una città chiamata Varazdin. Era in Croazia e la guerra già non c’era più. Ne arrivava l’eco dalla Serbia e dalla Bosnia.

I volontari più esperti furono mandati nelle zone calde.

Stavo insieme ad altri sei volontari. Due baschi, una danese, un tedesco, una rumena, un irlandese. Ci occupavamo dei bambini del campo. Trascorrevamo con loro tutto il giorno e la sera li riconsegnavamo alle madri, che non avevano la forza né il tempo di giocare con i figli.

Gli adolescenti erano un mondo a parte dove girava l’eroina proveniente da fuori, forse l’unico contatto tra i profughi bosniaci e la città.

Non esistevano maschi in circolazione che avessero superato l’adolescenza. La guerra li portava tutti sul fronte.

Con i bambini non era affatto difficile. Perché loro in fondo vogliono poche cose. Giocare e essere amati, non necessariamente in quest’ordine. Noi ci eravamo portati dietro la voglia di giocare e di amare.

Le cose andarono meravigliosamente. Con i bambini e tra di noi.

Il distacco fu doloroso. Averli lasciati là ancora oggi accelera un po’ i miei battiti. Ma cosa potevo fare io? Non lo so. Ho fatto quello che ho potuto.

In questi giorni stiamo facendo i lavori in casa. Io mi sono trasferita dai miei armata di due stracci, due paia di scarpe – uno da ginnastica troppo pesante per il caldo di questo inizio giugno, e l’altro con la zeppa – un cane e un figlio. Ogni volta che con Orlando torno a controllare a che punto sono i lavori, lui ha una crisi. Piange, fa capricci, strepita, vuole tutto. Lo capisco, vedere la casa sotto sopra lo disorienta. D’altronde disorienta anche noi.

Certe volte un figlio ti fa impazzire. Pensi che già così le cose siano tese abbastanza. Se ci si mette pure lui rischi di impazzire. Gli spieghi cosa sta succedendo, cerchi di fargli capire che è una situazione a termine. Ma lui niente, non vuole saperne di renderti la vita facile.

Nonostante tutto alla fine lo capisci. Lo prendi in braccio e lo porti via, perché vedere la casa in quelle condizioni è strano davvero.

In questi giorni ho guardato Orlando e ho ripensato ai miei bambini di allora. Ho immaginato cosa devono aver provato a vedere la casa bombardata e a ritrovarsi poi in un campo profughi, affidati a giovani volontari che cambiavano quasi ogni mese.

Non ho mai scritto del mio viaggio. Un giorno forse lo farò, distesamente, dopo aver raccolto i ricordi.

Certe cose me le sento addosso come se fossero appena successe. La doccia comune che la sera noi volontarie ci facevamo tutte insieme. La notte che l’esercito croato è entrato nel campo e ha portato via quasi tutti gli adolescenti maschi. Le volte che abbiamo preso i bambini e li abbiamo portati fuori, al lago, e ci siamo fatti il bagno con loro.

 

Orlando e la scoperta del binocolo

lunaNonno, la luna entra nel binocolo ma poi se ne va

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