gli universi paralleli delle madri

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La nostra casa è strana. Dal portone si accede a un piccolo palazzo di tre piani. Si sale una rampa di scale. Si passa per un altro portone. Si accede a una passerella che atterra sulle corti esterne di due appartamenti speculari e confinanti. Situazione promiscua e divertente finché ci sono stati buoni rapporti con i vicini. Ora che le cose non sono più tanto idilliache, ogni tanto l’aria tra noi si fa tesa. La convivenza non è mai facile. Con nessuno. A destra ci siamo noi. Casa piccola ma carina. D’altronde quando sono arrivata qui con me c’era solo Ozu e non immaginavo che la popolazione sarebbe aumentata esponenzialmente di lì a poco.

L’altra sera, mentre davo l’acqua alle piante, mi arrivava chiara la voce alterata della vicina: possibile che devo in continuazione pulire il lavandino che tu lasci sporco? Tutto accadeva nella loro cucina. Interlocutore era il compagno, non i figli, ancora troppo piccoli per arrivare lassù. Lui borbottava sottotono una risposta che non riuscivo a decifrare.

Questa piccola interferenza nelle mie operazioni di giardinaggio mi ha fatto sorridere. Non certo per snobismo. Sembrava la replica di una scena di casa mia, speculare, fianco a fianco, come due universi paralleli dove lo scarto, la piccola deviazione che fa la differenza tra vivere in un mondo o nell’altro, sta nel volume della voce. Da noi lui avrebbe tuonato le sue ragioni.

Inutile cercare le cause, parlare, spiegarsi. Si possono forse raggiungere dei piccoli compromessi nei momenti più felici, ma basta un piccolo nervosismo per mandare all’aria, in una frazione di secondo, il faticosissimo lavoro di anni. Non c’è niente da fare. Tutto accade nei primi anni di vita. Intervenire dopo potrebbe essere fatica sprecata.

Rimandare al mittente la delega a occuparsi di faccende evidentemente femminili, come curare i dettagli della casa, servire e ripassare silenziosamente dove i maschi hanno lasciato le loro tracce per ripulirgliele, non è affatto inutile. È giusto avvertire però che si tratta di una scelta bellicosa, che fa morti e feriti. Sì, perché il maschio non ama riordinare, ma preferisce vivere nell’ordine; non ama ripulire, ma adora sentire il profumo del bucato fresco quando va a dormire; non ama farsi la doccia, ma è attratto dalla pelle ben levigata da saponi acidi, corrosivi e iperprofumati. Sì, perché in fondo il maschio è anche un po’ sadico.

Ho forse perso il mio vecchio ottimismo?

L’altro giorno durante uno dei soliti disaccordi quotidiani tra me e il padre di mio figlio (devo riconoscere di essere litigiosa e testarda, quindi non facile), Orlando ha inventato una scena familiare in cui ha ricostruito il conflitto, si è riconosciuto alleato del padre, mi ha abbracciato e ha detto: però noi siamo maschi.

Un figlio ti spiega dove possono arrivare i tuoi automatismi e ti costringe a ridisegnare te stesso.

Per una volta mi sento di dire che la soluzione non sta affatto nel passato, non sta nel cercare le tracce di tutto ciò che siamo sulla terra smottata della memoria. Per una volta dico che la soluzione sta in un luogo in cui non siamo ancora mai andati, nemmeno in sogno.

Mio figlio ci sta insegnando a cercare la pace.

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Batman

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orlando ai confini della realtà

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Prevedere le mosse di un figlio è come giocare a scacchi con qualcuno che non ha mai visto una scacchiera in vita sua.

Orlando ha il suo mondo immaginario. Ha i suoi amici che vanno e vengono dalla fantasia, spariscono e poi tornano.

Da un po’ non ci veniva a trovare Roo, il compagno preso in prestito da Winnie the Pooh. L’altro giorno, mentre mettevamo in forno i nostri dolci, Orlando ha preso un vecchio telefono rotto e lo ha chiamato. Poi mi ha detto: viene Roo a casa nostra. Bene, ho risposto, così possiamo offrirgli una fetta di torta. No, mamma. Roo non è vero.

Qualche giorno prima. Orlando giocava insieme al padre con i playmobil. Tra i personaggi c’era la principessa catturata e legata dai cattivi. Mio figlio ultimamente veste i panni di Batman, con tanto di mantello ricavato da una mia canottiera nera chiusa sulle spalle con una grappetta, e inventa vittime di rapimenti da andare a salvare. Il padre gli ha detto: andiamo a liberare la principessa. E lui: ma noi non siamo giocattoli.

Mentre io mi perdo nel suo mondo popolato di uomini pipistrello, principesse, pirati, eroi e cavalieri, lui inizia a disegnare i confini tra la realtà e la fantasia.

batman by orlando

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il mio pianeta verde

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Sono stati giorni pesanti. Giorni in cui ti senti imperfetta oltre la tua imperfezione. Sei stanca e non dovresti. Le cose ti assediano in un caos ingovernabile. Una lavatrice inciampa su una mail non ancora inviata che si imbatte nel residuo di caffè da ricomprare che si accavalla alla lezione da preparare, al pdf da leggere, ai peli di Ozu, alla polvere sui libri amati nella vita scorsa. Hai finito un romanzo che ti è piaciuto senza trovarne uno nuovo che ti prenda abbastanza da andare avanti. E così sul comodino si accumulano pile di storie interrotte. Vorresti scrivere ma non riesci nemmeno a chiudere una pagina, e pensi a quelli che producono interi libri, romanzi eccellenti, saggi esaltanti, idee straordinarie. I bisogni di tuo figlio sono regrediti a quando aveva sei mesi mentre le sue ostinazioni sono andate ben oltre i suoi tre anni. Vorresti salire su uno shuttle e andare nello spazio infinito. I tuoi cari sono puntuali nel farti sapere dove stai sbagliando, ti ricordano che tuo figlio ha bisogno di una guida e alludono alla tua incapacità di diventarlo. Nemmeno col cane ci sei riuscita. Ozu per fortuna, con tutti i suoi anni, è saggia e ti accompagna con dolcezza.

Pensi che la tua vita sarà tutta così, perché tu sei così: sbagliata.

Ieri abbiamo interrotto la catena di pianti e stress, abbiamo preso l’autobus e siamo andati in centro per un incontro sull’arte contemporanea organizzato da un amico. Siamo rimasti qualche decina di minuti bloccati nel traffico del Lungotevere. Non ho mai visto Roma ridotta tanto male. È vero che non ci sono più soldi, ma così non va bene per niente. Io, quando non ci sono soldi, mi devo inventare una cena con quello che c’è, e vestirmi con quello che ho, combinando vecchi abiti con formule nuove per arrivare ad avere un’aria attuale. Quasi quasi scendo dall’autobus e mi incammino a piedi, come fosse una marcia di guerra. Poi penso che Marino deve sentirsi peggio di me. Abbasso la guardia e resto sull’autobus. Quanto ci mettiamo ci mettiamo.

Andiamo alla Biblioteca centrale dei ragazzi – che è una delusione – prendiamo un gelato e raggiungiamo Palazzo Incontro passando per Piazza Navona, dove entriamo su musiche dei Pink Floyd suonate da una cover band. Poco più in là una donna cinese distesa per terra vende oggetti e dietro di lei un uomo vecchissimo canta canzoni inizio secolo scorso su una base registrata. Ma c’è qualcuno che vive a Piazza Navona?

Dopo giorni e giorni, Orlando finalmente è rinato. È allegro, socievole, piacevole. Roma è bellissima da queste parti. Bisogna venirci più spesso. Almeno ogni volta che la vita finisce dentro un imbuto. E passeggiare accanto a Orlando.

Poi mi torna in mente la scena del Pianeta verde in cui lei arriva sulla Terra nel pieno di una strada intasata di macchine, tossisce e dice: questi sono matti.

Grace Kelly

Ieri notte prima di addormentarmi una pesante coltre di pensieri oscuri si depositava sulla mia testa. Non riuscirò mai a fare il blog degli studenti dell’accademia, non ci arriveremo mai, mi ritroverò tutto il carico sulle mie spalle. Ogni volta è così, partiamo in dieci e mi ritrovo sola. Grandiosi progetti che volano alti alla conquista del mondo, e poi sono io al timone, alle vele, alla rotta, in cucina. Il sonno vedremo, un giorno forse lo recupereremo.

Questa mattina Orlando si è svegliato male. Piangeva. Voleva una fetta di torta. Non così, una fetta più grande. No, una fetta ancora più grande.

Cosa posso fare io quando il mondo è più nero del mio umore? Immediatamente cercare una via d’uscita. Prima che sia troppo tardi.

Ci siamo fatti leggeri, leggerissimi e abbiamo ballato Grace Kelly.

Buondì, mondo

l’infinito viaggio sulla terra

gravity scena finale

Più di un anno fa scrivevo un post sulle identità di Orlando. Poi è accaduto che mio figlio ha imparato a parlare, che ha parlato sempre meglio, che ha scoperto pompieri, cavalieri e supereroi, esattamente in questo ordine. E su ognuna di queste scoperte ha declinato la sua identità e i suoi giochi. È stato prima pompiere e poi cavaliere. Ora riveste i panni di Spiderman, Batman (ribattezzato Batterman) e Superman (detto Superm).

Non solo. Orlando ha fatto molte delle cose che sente raccontare da me e dal padre. Per esempio, se parlo della volta in cui Ozu si spolverò un intero piatto di pesce direttamente dal tavolo senza che nessuno se ne accorgesse se non a cose fatte, lui subito mi racconta di quando era grande e il cane gli mangiò tutto il pollo che stava in tavola.

Insomma, un po’ inventa e ruba, un po’ cerca di costruire l’immagine di sé attraverso le possibilità che le parole gli offrono. Come se vita e racconto per lui coincidessero. Come se la sua identità fosse una terra incommensurabile da percorrere con infinite narrazioni. Come se tutte le storie riemergessero ora per mettersi a disposizione della sua.

Questa mattina giocando col padre ha detto: quando ero femmina. È vero. C’è stato un tempo in cui era tutto, maschio e femmina, grande e piccolo, finito e infinito. Un tempo in cui l’universo intero era Orlando, il suo cuore pulsante, il suo ritmo. Pazzesco se ci ripenso. Se mi rimetto nei panni di quell’essere appena nato che iniziava a respirare. Se riguardo le cose con i suoi occhi di allora, ascolto con le sue orecchie, sento con le sue mani. Un universo all’inizio della sua espansione.

Per carità, ogni età è un miracolo, ogni giorno è un miracolo. Un prodigio di conoscenze, invenzioni, combinazioni. Ma il tempo della nascita è un’esperienza così assoluta da poterne avere solo un ricordo un po’ mobile. Il tempo in cui io ero lì, col mio bambino in braccio, in piedi su una terra che avrei potuto confondere con la Luna tanto non riconoscevo più niente.

Poi la terra lentamente è stata ritrovata ed è arrivata l’ora per Orlando di tracciarvi le sue linee, le sue parole e le sue presenze. È arrivata l’ora della sua storia.

Quando ero femmina.

Nonostante le parole, Orlando resta infinito.

supereroi

in libreria

L’altro giorno eravamo in libreria. Io, Orlando e Ozu. Mentre cercavo un libro per me, loro mi aspettavano.

spiderman

Inizia il nostro viaggio nel mondo dei supereroi.

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