scuola materna. il ritorno

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L’altro giorno un’amica ha postato un articolo sulla scuola steineriana. Ipotesi scartata dopo la visita alla Janua di via della Magliana, quando in un istante ho preso una decisione sulla quale non tornerei per niente al mondo. Eppure l’articolo ha risvegliato i miei dubbi.

Mesi a girovagare, domandare, cercare la scuola perfetta. È così che ho dimenticato le ragioni dell’unschooling. Torno ora sui punti critici.

Delegare la formazione allo Stato. Trovo questa formula così vecchia che mi stupisco che la scuola non sia ancora andata definitivamente a rotoli. La trovo fondata sulla disperata ricerca di un grande padre, incapace di riconoscere e amare i propri figli.

Entrare a far parte di un sistema fondato sulla reciproca sfiducia. Cioè io ti do mio figlio ma siccome non mi fido, controllo che tutto vada in modo accettabile osservando i comportamenti del bambino, i suoi nervosismi, ingrassamenti, dimagrimenti, raffreddori, pidocchi, modi di dire, facendo domande insinuanti, restando sempre all’erta. Tu dal canto tuo non ti fidi di me né tanto meno di mio figlio, che consideri un mio imperfetto prolungamento. Lo trovo non solo faticosissimo, ma proprio antisociale.

La rigidità degli orari e in generale delle condizioni da rispettare una volta dentro. Andare a scuola non vuol dire entrare a far parte di una comunità pulsante per partecipare alla sua vita, ma accedere a un sistema dato e accettarne le regole senza troppe discussioni. Alle brutte si può sempre denunciare un insegnante o un dirigente.

L’unica cosa che resta da fare in questo immenso mare oscuro è cercare un’oasi di trasparenza e di pace, una scuola perfetta, un’antiscuola, la pecora nera della pubblica istruzione.

Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Ho tanto amato Calvino e le sue strategie di sopravvivenza. Ma se a 25 anni il mondo mi sembrava un inferno, adesso no. Non credo dipenda dalla raggiunta maturità: se è vero come è vero che la vita è un countdown, tanto più si accorcia il tempo a mia disposizione tanto più io mi ci affeziono.

A questo punto l’inferno è alle spalle, evitabile, forse addirittura evitato, lasciato andare via in tanti pezzi di cui non ho alcuna nostalgia. Un tempo pensavo di non poterne fare a meno, e invece le cose hanno preso un altro corso.

Mio figlio ha 3 anni. È nato con un debito stimato intorno ai 3 milioni e mezzo di euro. Eredita una scuola semimorta fondata sul principio di autorità e separazione, dove ci si ostina a impartire lezioni su questioni e lingue defunte, per poi domandarsi quali siano le ragioni del disinteresse dei ragazzi. Passeggia lungo strade in cui gli scarichi delle macchine sono posizionati esattamente per arrivargli in bocca. Sui canali della tv pubblica a lui dedicati, per cui si paga il canone, viene bombardato di pubblicità di giocattoli e di cibi pieni di sostanze fuori controllo. Vive in una città il cui sindaco, a un anno dal suo insediamento, per rendere più vivibile Roma, più bella e inedita, meno inquinata e stressata, anziché costruire aree pedonali e piste ciclabili si è divertito a invertire i sensi di marcia di via Labicana. Potrei continuare all’infinito. Questo è solo il primo girone. L’inferno è appena iniziato.

E con la scuola che si fa? Per ora ci accontentiamo di ricorrere al vecchio Calvino, alla sua ipotesi di sfuggire al labirinto rimanendoci dentro, perché il fuori non esiste. Incrociamo le dita e speriamo che la nostra Montessori sia all’altezza delle promesse, che sia quella cosa che inferno non è in mezzo all’inferno, che sia la nostra sopravvivenza. Mi resta il dubbio terribile che fuori dall’inferno ci sia tutto un mondo che aspetta solo noi.

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hip hop. i bambini e la musica

Potrei dire che io la televisione la odio, che non la guardo e non mi interessa. Mentirei.

Non è mai stata mia abitudine passarci le serate davanti. Ma ogni tanto ci sono rimasta intrappolata. Per esempio quest’anno. Io e il mio compagno il mercoledì sera ci vediamo The Voice senza pentimenti né ripensamenti.

L’altro giorno, girovagando per casa insieme a Orlando, sono andata su youtube a cercare uno dei coach del programma, il cantante J-Ax. Abbiamo ascoltato qualche sua canzone e mio figlio era entusiasta. Si è rivelata così la sua anima coatta.

Da J-Ax siamo passati ai 99 Posse per poi finire a un mio vecchio amore, Wyclef Jean e i suoi Fugees. Quando il ritmo mi sembrava eccessivo, chiedevo a Orlando se volesse cambiare musica e lui mi rispondeva che no, gli piaceva.

Mi domando se la musica per bambini sia un’invenzione priva di fondamento. Se abbiamo mancato la straordinaria occasione di evitare Cristina D’Avena a intere generazioni. Ma non è mai troppo tardi.

Posto qui un pezzo ascoltato all’infinito durante gli anni torinesi da una di quelle vecchie cassette a nastro di cui è quasi andata persa la memoria, dove mia sorella e mio cognato avevano registrato i pezzi che mi dedicavano mentre a Roma nasceva la mia prima nipote. Wyclef Jean, Gone Till November, che in questi giorni ho ballato con Orlando.

L’infanzia di Gesù di J. M. Coetzee

l'infanzia di gesù

Un uomo incontra un bambino e lo traghetta verso una nuova terra, dove si mette in cerca della donna che diventerà sua madre. Un giorno per caso la vede e subito la riconosce. Le consegna il piccolo David rinunciando a ogni potere su di lui, alla convivenza con lui, offre loro la sua casa, il suo aiuto, respinge i suoi dubbi e si mette al loro servizio.

La sua paternità somiglia a una nobile, spirituale testimonianza, che niente ha a che fare con la biologia, l’ereditarietà, la genetica. La maternità della donna è improvvisa e improvvisamente totale. Da un momento all’altro Inés sviluppa un istinto capace di crescere e proteggere il figlio.

Arriverà il momento in cui le perplessità del padre cresceranno e premeranno, in cui lei sembrerà inadeguata al suo destino, quando incontrerà un uomo in grado di farla cadere in tentazione e di portare sulla cattiva strada il figlio, quando la scuola insinuerà i dubbi sulle capacità del bambino e manifesterà l’intenzione di mandarlo in riformatorio. Un incidente sul lavoro tira fuori per qualche giorno il protagonista dalle maglie della storia. Quando esce dall’ospedale, è già tutto accaduto: David è stato chiuso in riformatorio ed è scappato. Le autorità vogliono chiudercelo di nuovo. La madre sta organizzando la fuga per evitare che il figlio venga separato da lei ancora una volta.

Ma perché l’istituzione scolastica vuole esiliare questo bambino? Non è capace? Non è all’altezza? Cosa non è in grado di fare? Lui sa leggere e scrivere. È intelligente, eccezionale. Ma si rifiuta di obbedire, di gratificare l’insegnante, di rispettare le regole. Questo bambino non rinuncia al suo mondo, al suo sguardo sul mondo.

Nonostante i dubbi, il padre si rimette alla decisione della madre. La sostiene e l’accompagna sulla strada che porta tutti loro lontano dalle leggi della città. Questo padre sa che la madre è l’unica via percorribile per sottrarsi all’autorità. Sa che una madre che ascolta il suo istinto è l’unica persona al mondo capace di sovvertire le ragioni del sistema e di disobbedire agli ordini insieme al figlio. Sa che in quella donna e in quel bambino si nasconde il seme del futuro possibile. Lui le cammina accanto portando con sé le sue domande. Mentre il figlio è già altro e altrove.

Le avventure di una strana, sacra famiglia, attraverso le terre ostili e fredde di questo nostro mondo.

L’infanzia di Gesù di J. M. Coetzee.

Lo consegno al padre di mio figlio, perché so che lo saprà leggere, nonostante i dubbi.

pasqua con chi vuoi

crocifissione_emilio_vedova

Mentre aspettavo Orlando tutti mi dicevano: quando nascerà ogn cosa cambierà. Parlavano dei pranzi della domenica, del Natale, della Pasqua e di tutte le scadenze che un single sano di mente si evita. Vedrai, niente sarà più come prima. La minaccia mi tuonava dentro e mi apriva squarci di piccoli scenari familiari fino a quel momento elusi. Andando incontro al figlio che nasceva, mi domandavo se davvero essere genitori significasse diventare conservatori.

Ma io so essere ostinata ai limiti dell’irragionevolezza.

Sui pranzi della domenica ho ottenuto un compromesso accettabile che non può che migliorare. Sul Natale mi sono spostata di pochissimo. Sulla Pasqua non cedo. Noi a Pasqua non andremo da nessuna parte. Non sacrificheremo nessun agnello. Non parteciperemo alla mattanza denunciata da più parti a gran voce ma alla quale, evidentemente, non si può rinunciare, pena essere costretti a cambiare il menu pasquale.

Ce ne staremo per i fatti nostri.

La mattina dopo, tempo permettendo, andremo alla casa del jazz per ascoltare un idolo di Orlando, Ruggero Artale e le sue percussioni africane, in concerto con Fabrizio Bosso. L’appuntamento è gratuito. Il giardino uno splendido parco pubblico da visitare.

l’ora d’aria

Zabriskie-Point

Nell’ultimo mese ho aggiornato poco il mio blog. Ho fatto poco tutto, cercando di distribuire le forze nelle mille cose di cui mi sono occupata: Orlando, i miei corsi, la casa, la scuola materna. Mi sfugge qualcosa, ma già così credo di aver messo parecchio in agenda.

Sono stati anni faticosi gli ultimi tre, non per mio figlio, ma perché è arrivato proprio mentre le mie finanze precipitavano, mentre chiudevamo una casa editrice per aprirne un’altra, per poi fermarci a fare i conti con chi non paga, con i fornitori, con i margini ridicoli di guadagno. Che tutto sia capitato insieme a Orlando è stato un bene. Non mi sono fatta prendere dal panico. Ho guardato le cose da una distanza siderale e non ho perso l’ottimismo. Un giorno forse avrò anche il tempo per fermarmi a pensare. Intanto la nostra vita procede con i suoi piccoli riti.

Stamattina è saltato il solito appuntamento con le amiche di sing-along. Io e il padre di mio figlio, il cui giorno libero è proprio il mercoledì, avevamo deciso di andare dal vivaio a prendere nuovi vasi e finire di sistemare il terrazzo. E invece sono qui, a godermi i capelli bagnati sulle spalle dopo una lunga doccia, mentre loro, mio figlio e il padre, stanno scegliendo vasi.

E la mia riflessione è sempre la stessa. Ripetitiva, lo so, ma è proprio così che la realtà vorrebbe incastrarmi, attraverso la sua coazione a ripetere. Niente serve a niente. Posso parlare, discutere, spiegare che non è giusto che tutte le questioni di casa vengano delegate a me, che l’unica a non aver diritto all’ora d’aria sia io, che ogni tanto ho voglia di farmi proprio gli affari miei. Ma tanto le cose non cambiano. Devo strepitare per conquistarmi uno spazio minimo dove non ho il dovere di fare niente. Lo conquisto e poi di nuovo devo strepitare per riconquistarlo perché il giorno dopo non ce n’è più traccia. E non credo di essere la sola. Come se non riuscissimo a liberarci del maleficio della storia. Come se le battaglie per l’emancipazione femminile avessero tirato una coperta stretta che non si è mai allargata, cioè in sostanza avessero sbagliato obiettivo.

E allora qual è il mio obiettivo? Procedendo un passo alla volta, intanto mi faccio la doccia. Poi lentamente mi sottraggo ai sensi di colpa. Perché la scelta di dedicare ai figli un pezzo di vita – facendo un bilancio, un pezzo nemmeno così grande – è considerata una colpa che va pagata in qualche modo. Per esempio con l’uscita spesso definitiva dal mondo del lavoro e con la rinuncia ai diritti minimi, vedi l’ora d’aria.

Dopo la doccia, lavo via la massa di doveri che mi è precipitata addosso e mi metto a scrivere. Intanto la casa ci esplode intorno e noi ci aggiriamo sulle macerie delle mie pagine. E va bene così.

scuola materna ultima puntata. la scelta

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Se pensate di fare un figlio per acquietare il vostro desiderio di eternità, mostro che vive dentro di voi e vi divora, fermatevi. Tornate sui vostri passi, ai vostri giorni di single impenitenti, godetevi la vita, il tempo libero, la noia, l’adrenalina dei nuovi amori, la nostalgia dei perduti. Un figlio non apre le porte della vita eterna.

Orlando andrà alla scuola materna statale Montessori. 5/6 km da casa. Zona dal parcheggio impossibile. Noi siamo gente dalle scelte complicate. Non ci piace pensare di uscire di casa 5 minuti prima della chiusura dei cancelli, né di arrivare a piedi senza lo stress del traffico e della fascia blu. Noi se abbiamo una scorciatoia la evitiamo e ci inoltriamo per la strada più lunga e faticosa.

Sono uscite le graduatorie della scuola dell’infanzia di Roma. Orlando è il primo degli esclusi della comunale. Alla statale è in pole position (secondo arrivato). E pensare che eravamo convinti che la Montessori ce lo avrebbe rispedito indietro. Ironia della sorte. O segno del destino. O stranezza dei criteri di assegnazione del punteggio.

Il dado è tratto. Tra 5 mesi inizierà l’avventura della scuola. Solo ora realizzo. Mentre giravo tra un istituto e l’altro in cerca di open day e colloqui con dirigenti scolastici, non mi rendevo conto di quello che facevo. Chissà, forse in cuor mio pensavo che nessuno lo avrebbe preso, che sarebbe stato escluso dalle materne di tutta la città. Adesso le graduatorie mi mettono di fronte all’evidenza. Ed è difficile per me immaginare la mia vita dopo questi tre anni con lui.

Quando è nato Orlando, si è magicamente materializzato il nostro spazio sospeso dal tempo. All’improvviso. Attraverso un’esplosione simile al big bang. Allora abbiamo goduto dell’eternità. E avrei detto che sarebbe stato per sempre. O forse non avrei detto niente perché semplicemente tutte le mie domande erano uscite dall’orizzonte.

Un figlio però, all’improvviso come è venuto, fa qualcosa che rimette in moto il meccanismo del tempo: cresce. L’incanto dell’eternità finisce, si aprono le porte del mondo e il fiume della vita ricomincia a scorrerci addosso.

i luoghi comuni del latte

nuvole Ci sono volte nella vita che non hai voglia di sentirti un alieno. Così il mercoledì alla mezza, approfittando delle belle giornate, ci fermiamo a Villa Pamphili per un pic nic con le mamme e i bambini che frequentano sing along, il nostro corso di canzoni in inglese. Tutti figli allattati dopo i due anni. E ti senti a casa. Magicamente il discorso si sposta dai temi ricorrenti: lo devi separare, lo stai viziando, si è abituato, se lo allatti gli impedisci di fare un sonno continuo senza interruzioni (ammonimento che ribalterei piuttosto nel suo contrario: sono io che ho bisogno di dormire senza interruzioni). E si può parlare di altro, ci si può confrontare: lo allatti solo di notte o anche di giorno, in pubblico o quando siete soli, la mattina prima di alzarti… Poi però il mondo bussa alla porta e chiede di entrare. L’altro giorno ero in ludoteca. Giornata uggiosa. Umore incerto. Ero seduta accanto a una madre che viene spesso e parlavamo. Le raccontavo dei problemi di denti del figlio di una mia amica che ha pochi mesi meno di Orlando e lei mi ha detto: quindi non lo ha allattato. Io: sì, lo allatta ancora. Lei sgrana gli occhi: ancora? Eccolo qui, il mondo. Ha bussato ed è entrato in casa senza chiedere permesso. Lei: ma ormai non c’è più niente. Io non capisco. Lei si spiega: a questo punto non avrà più sostanza. Il latte, secondo questa teoria, è un bene che va in esaurimento, si annacqua. Il giorno dopo siamo andati alla città dell’altra economia. Io, Orlando e Ozu. Abbiamo incontrato una donna col figlio conosciuti qualche tempo prima. Mi parlava di una conoscenza comune, la madre di un bambino di due anni e mezzo: e poi lo allatta davanti a tutti. Io: lo fanno in molte. Lei: non dopo i diciotto mesi. Io: anch’io lo allatto ancora. Lei, cercando di parare i colpi: non per consolazione. Non ribatto, sia perché non mi pare che quella donna allatti il figlio per consolazione, sia perché se pure fosse non ci troverei niente di male. Così lei procede, forse pensando che su questo punto concordo: un bambino così non sarà in grado di affrontare le frustrazioni (il tema frustrazione torna in questi giorni), tra i tredici e i diciotto anni tenterà diversi tipi di suicidio. Esagerata, penso, e cerco una scusa per tornarmene a casa. In meno di 24 ore siamo passati dalla inutilità del latte materno alla sua pericolosità. Un bambino allattato a lungo tenterà il suicidio in adolescenza. Questa ipotesi sembra quantomeno estrema, però rivela un’attitudine reale, come la declinazione folle di un’idea diffusa, cioè che il legame tra madre e figlio abbia in sé qualcosa di ingovernabile, malato, infido, che la madre sia un contenitore di male. E invece, a dire il vero, al di là di tutti i luoghi comuni, incredibilmente il latte materno è un bene infinitamente disponibile. Più il bambino ne chiede più la madre ne ha. Non ha scadenza. Non ha bisogno di catene di montaggio. Oltre l’ineluttabile meccanismo di produzione.

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