generazioni perdute

pink_floyd_the_wall Sabato dei miracoli. Orlando dorme ed è pomeriggio. Mi metto in rete a cercare un’antica iscrizione di un anziano che ammonisce i giovani. I ragazzi di oggi non hanno prospettive, vivono in un mondo dove è quasi impossibile cavarsela, non hanno strumenti, non sanno cosa vogliono. Chiacchiere tra amici che non hanno più vent’anni. A me però di ragionare come una vecchia non mi va. E soprattutto ho l’impressione che non saranno i ventenni a non cavarsela, quanto piuttosto noi che diventiamo sempre più inadeguati a questo mondo. Arranchiamo. Abbiamo una percezione del tempo che non corrisponde a come le cose procedono. Corriamo con l’asma, piegati dalle fitte al pancreas. Siamo stanchi. Delusi. Siamo cresciuti dentro gli anni Ottanta con la percezione netta di essere finiti nella parte fortunata del mondo con un contratto a tempo indeterminato. E invece non era vero. Ma tra il dire e il fare c’è sempre il mare. Ormai da un mese, una volta a settimana insegno all’Accademia di Belle Arti di Roma. I miei studenti hanno quasi tutti 20/25 anni, a parte due o tre persone più grandi. Ragazzi. Non ho mai avuto difficoltà così grandi a relazionarmi con qualcuno. Non riesco a entrare nei loro cuori né nei loro pensieri. Soggetti impermeabili sui quali scivolo velocemente a terra. Sembrano non avere bisogni reali, né sogni, né informazioni, né strumenti. Tabulae rasae sulle quali è impossibile tracciare significati. La tentazione di dire che sono perduti c’è. Che posso fare io? Quasi un atto di fede: resistere alle tentazioni e arrivare a lezione armata di piccole mine da far esplodere per aprire brecce. Non tutte faranno centro. Alcune cadranno nel vuoto, imploderanno, finiranno nell’antimateria. Qualcuna forse ce la farà. In questo bellissimo sabato di primavera, mentre Orlando dorme, io mi godo il sole che entra dalle finestre e cerco la vecchia iscrizione sui giovani. Al suo posto trovo una recensione firmata Simonetta Fiori del libro Ci siamo persi i bambini, di Marina D’Amato, unica insegnante al mondo ad avere una cattedra di sociologia dell’infanzia. E meno male. A parte i giudizi sui padri ever green che rubano l’infanzia ai figli e sulle madri che a cinquant’anni ancora cercano il principe azzurro, a parte la facile critica ai reggiseni imbottiti per bambine di quattro anni, i passaggi che mi hanno colpita sono altri. «Molti tra i nuovi papà e le nuove mamme sono stati educati da genitori che avevano fatto del “vietato vietare” un principio irrinunciabile» scrive la blogger citando D’Amato. Sarebbero dunque figli dei figli dei figli dei fiori. Eppure a osservarli non si ha l’impressione che siano il punto d‘arrivo di pratiche anarchiche. Sembra invece che un muro sia venuto a dividerli dal resto del mondo, interrompendo qualunque forma di comunicazione tra loro e chi li ha preceduti; sembra che non gli sia mai stato raccontato niente, che non abbiano usufruito di alcuna narrazione, né autoritaria né libertaria. Non sanno cosa accadeva mentre nascevano, o poco prima che nascessero, o poco dopo essere nati. Come se un divoratore di memoria si fosse messo tra loro e i genitori. Tutti eguali, dentro una stessa generazione? Il dubbio resta. Ma certo oggi s’insegna a vincere, piuttosto che a saper perdere. Accade a scuola dove l’adulto bambinizzato, organizzato in temibili associazioni genitoriali, è pronto ad azzannare il professore che non riconosce il talento del figlio. «Un brutto voto significa la frustrazione del ragazzo, e questa non è ammessa dall’organizzazione famigliare perfetta. Senza capire che la frustrazione è un passaggio fondamentale nella crescita». Prosegue Fiori citando D’Amato. Non so da quanto tempo le due autrici non entrano in un liceo pubblico. Dopo tanti anni, a me è capitato ora (per problemi di ristrutturazione della sede centrale, alcuni corsi dell’Accademia sono stati spostati al terzo piano di un liceo centrale di Roma). Beh, no, mi dispiace, non è certo quello il posto in cui le frustrazioni – che per inciso secondo D’Amato insegnano a crescere – non possono essere tollerate. Quel posto cade a pezzi, è vecchio, sporco, non offre niente. Anche solo andare in bagno diventa un atto di umiltà profonda. L’ascensore funziona con le chiavi che sono proprietà esclusiva dei professori. Insomma, è un posto di merda. L’unica vittoria che un ragazzo può sognare lì dentro è di uscirne in fretta. Comunque sia: i ragazzi non hanno valori come li avevamo noi, non hanno sogni come li avevamo noi, vogliono solo scannare l’altro da sé per scavalcarlo, non vogliono parlarci, non hanno niente da dirci. Ma allora di chi sono figli? Saranno mica alieni che hanno invaso la Terra?

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musicoterapie

blues brothers

Qui da noi ognuno ha il suo metabolismo. Chi sta meglio di mattina, chi di sera, chi a metà giornata. Quando le cose si complicano, per mettere d’accordo tutti e tirare su l’umore, ricorro ai Blues Brothers. E partono le danze.

Le nostre preferite

a caccia di film. arrietty

arrietty

2010. Esce il film di animazione Arrietty. Regia di Yonebayashi, sceneggiatura di Miyazaki. Noi come al solito arriviamo tardi. D’altronde Orlando nel 2010 non era ancora nato.

È sabato. 22 marzo 2014. Nessuna voglia di fare niente. La primavera anticipata dei giorni scorsi sembra voler fare un passo indietro. Orlando è nervoso. Come ogni weekend andiamo a fare la spesa al Farmers Market di Garbatella. Tornando a casa ci fermiamo a prendere un film. Siamo partiti con un’idea precisa. Lascio Ozu in macchina tanto ci metto un minuto a prendere il dvd. E invece il cartone che cerchiamo non c’è.

Accedi. Scelta per genere. Cartoni. Scorriamo. Scorriamo di nuovo. Mi fermo su Arrietty. Perché? Non lo so. Mi piace il nome, la locandina. Mi piace Miyazaky.

Se come me siete in ritardo di anni, perché i vostri figli nel 2010 non erano ancora nati o non avevano l’età per i cartoni animati, vedetelo ora. Semplice. Vero. Disegni incantati. Una storia d’amore e di sopravvivenza. La storia di tutti.

una serata tutta per me. navigare verso il nord

cielo_di_notte

L’altra sera sono stata a cena con amici che non vedevo da decenni. Quando scrivo decenni intendo decine di anni. Mi sono organizzata per una toccata e fuga. Sarei passata a salutarli per poi tornare a casa ad addormentare Orlando. Alle 10 ero pronta ad andarmene. Ho guardato il cellulare e ho visto un messaggio del padre: si è addormentato! Orlando dormiva. A casa senza di me. Per la prima volta nella sua vita. Ho registrato il fatto, mi sono rilassata e ho mangiato con i miei amici. Sono tornata dopo le 11 e mi sono ancora fermata a chiacchierare con il mio compagno. Lo facciamo tutte le sere. Chiacchierare quando Orlando già dorme. Però ieri aveva un sapore diverso.

Avevo bisogno di riprendermi una serata tutta per me. Farlo mi stupisce. Mi piace. Eppure mi lascia un po’ in balia. Come sentire la terra muoversi dopo essere stata per mare. Ma poi, mi chiedo, qual è il mio mare e quale la mia terra? Tre anni di navigazione senza mai approdare. Un viaggio ai confini della realtà che trasforma i miei vecchi luoghi in una costellazione di porti nei quali passare per non restare a lungo. La mia barca è di nuovo salpata e il mio viaggio è solo all’inizio.

Sento il brusio di voci attonite. Non era ancora mai uscita senza di lui la sera. Lo ha sempre addormentato lei, tutte le notti da quando è nato. La solita madre italiana.

Non è facile spiegare che grande emozione sia stato spingermi ai confini della realtà.  Vedere la terra dal mare.

Qualche tempo fa scrissi Navigo a vista. In realtà, forse, le stelle stanno tracciando i miei percorsi quaggiù.

si alzi il sipario. Orlando a teatro

lux

Per il terzo compleanno di Orlando, io e mia sorella abbiamo portato i bambini a teatro. Era quasi la sua prima volta (un anno fa abbiamo assistito a uno spettacolo di soli bambini, ma lui era ancora molto piccolo). Mi avevano consigliato di aspettare, che l’età giusta per cominciare è quattro anni. E invece, forte della presenza dei miei nipoti, ho deciso di provare. Lo spettacolo non è stato eccezionale. Tutti gli attori della compagnia gridavano a prescindere dalla situazione. Le scene erano spesso confuse. Eppure, passati i primi cinque minuti in cui ha chiesto di tornare a casa, si è emozionato, ha applaudito e ha seguito la rappresentazione fino alla fine.

Mentre tornavamo a casa mi ha raccontato la storia che avevamo appena visto, una breve sintesi dello spettacolo che ha ripetuto più volte, cominciando e ricominciando il suo racconto.

Prima che si addormenti, leggiamo insieme delle storie. Per lui che un libro finisca non vuol dire che finisce il tempo della lettura, ma che si ricomincia daccapo. Forse è una scusa per restare ancora sveglio, ma è anche il suo modo di mettere al riparo la vita, sistemando le storie in un tempo ciclico in cui le cose tornano per sempre.

Il tempo di Orlando non ha confini, non ha un principio né una fine. Lui è convinto di esserci sempre stato, anche prima di nascere, e che sempre ci sarà. Come se non esistessero fratture, scongiurate dall’infinito ripetersi delle cose.

La novità del teatro è stata un’altra. Lui l’ha individuata e me l’ha descritta come un prodigio: e poi c’erano due tende grandi, chiuse, poi si sono aperte e è partito (la storia è iniziata), poi si sono chiuse e sono andati via (i personaggi). Il sipario. La scatola magica che si apre per presentare eroi, dame e cavalieri, duelli e avventure in cui a vincere sarà senz’altro il bene, perché per lui questo è un dato oggettivo che non corre rischi.

Il bene, l’eternità e la magia di assistere alle vicende del mondo: si alzi il sipario. Tutto questo è Orlando. È ogni bambino all’inizio della storia.

orlando, la mela e il serpente

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Non sono mai stata regolare nella gestione del tempo, da quando c’è Orlando però le cose sono peggiorate. Tutti mi dicevano il contrario. Ma forse i bambini non sono i portatori sani di regole che pensiamo.

Le mie notti sono spesso un porto franco dove metto le cose che mi sono sfuggite durante il giorno. Non credo di essere l’unica. Ad accendere la televisione si direbbe che il mondo sia popolato da insonni. Basta prendere il telecomando per scoprire gli infiniti universi paralleli della vita notturna in digitale terrestre. L’altra notte è andato in onda un programma culturale. Ore 2:00. Silenzio. Fuori i clacson si sono fermati. Da ore Orlando dorme profondamente e i catenacci con cui i vicini serrano la loro casa prima di andare a dormire sono stati chiusi. Bisogna stare svegli per seguire un programma culturale adesso. Svegli e vigili. Bisogna volerlo. Vado in camera a leggere e la mattina dopo mi racconta tutto il padre di mio figlio.

Noi impariamo per imitazione. Lo fanno i bambini. I loro giochi lo dimostrano. Questo il succo di uno dei servizi della notte precedente. A scuola e in società abbiamo comportamenti uniformi, che ci imitiamo gli uni con gli altri. Pena venire emarginati, disintegrati. Un comportamento difforme è percepito come pericoloso e può mettere in crisi la comunità. L’attore della difformità viene dunque allontanato.

Sull’imitazione non c’è molto da dire, è vero. Un po’ come la scoperta dell’acqua calda. Che tutto l’apprendimento passi da lì mi lascia perplessa. Il fatto poi di percepire quasi meccanicamente il comportamento difforme come pericoloso, mi sembra un’idea che taglia in due la realtà con un’accetta.

Orlando è in piena fase creativa. Dipinge disegna colora cancella strappa disegna. È passato dal caos di linee e colori di qualche tempo fa, alle grandi teste dei nuovi tentativi: enormi facce con occhi e bocca da cui pendono le gambe, qualche volta spuntano le braccia. Sopra c’è la linea del cielo. Sotto la sfera del sole, con o senza raggi indifferentemente. Accanto alla figura umana c’è un albero di mele. Sempre. Esistono delle variazioni: più bambini, una scala, una casa, il mare. Ma in principio era così: una persona, un albero di mele, il cielo, il sole.

Sicuramente il grande cerchio occhiuto è un tentativo di rappresentare se stesso o le persone che lo circondano. Sicuramente il cielo fa parte del suo orizzonte visivo, come pure il sole. L’albero di mele però no. Credo addirittura che non ne abbia mai visto uno. Ne ha visti di arance, limoni, fichi, ma di mele non credo. Purtroppo. È nato cittadino. Eppure nella sua testa accanto a questo primo uomo c’è un albero di mele. Non di arance né di limoni. Di mele. L’albero di Orlando non imita proprio niente. Non ritrae cose viste, suggerite, impressionate nella mente.

L’albero di Orlando, credo, non è fuori ma dentro di lui. Ricorda molto la vecchia storia del serpente e della mela. Come la memoria antica della nostra lunga storia di esseri umani. Orlando impara per imitazione, osserva e riproduce, ma poi sceglie, disobbedisce, cerca, si avventura, inventa. Conosce la differenza tra sé e il cane: Ozu non ha le mani. Sa che lui, rispetto a Ozu, sarà a suo modo difforme. Lo sa e me lo dice con il suo albero. Dentro di sé mio figlio ha alcuni schemi, e insieme agli schemi possiede le linee che ne tracciano le possibili vie di fuga. Dentro di sé Orlando sa di possedere il dono della libertà.

c’era una volta un cavaliere

cavaliere

Sarà che la mia casa è sempre stata la meno borghese di tutta la famiglia. Sarà che il mio budget è sempre stato il più basso. Sarà che arrivo in ritardo su tutto. Fatto sta che sono sempre stati girati a me gli oggetti che amici e parenti non usavano più.

Orlando è mio figlio anche in questo. Vestiti, giochi, mobili arrivano spesso da proprietari precedenti. Lui non se ne dispiace e apprezza che le cose siano già appartenute a Ivana, Giovanni, Vittorio.

Quest’anno abbiamo ricevuto in eredità due maschere di carnevale: la divisa americana dei pompieri e un abito da cavaliere. Ha scelto la seconda senza esitazioni. Gilet e mantello nero in panno cuciti da mia madre qualche anno fa; spada e scudo argentati costruiti da noi con il compensato. Come stemma una principessa. Il drago che avevo proposto non è stato accettato perché avrebbe spaventato gli altri bambini.

Martedì grasso siamo andati alla festa di carnevale della ludoteca. C’era confusione, cosa che non lo mette mai a suo agio, così continuava a girarmi intorno e a cercarmi. Arrivata l’ora della merenda, le educatrici hanno sistemato tavoli e sedie e offerto ai bambini i dolci che tutti noi avevamo portato. Orlando finalmente si è staccato da me ed è andato a prendere posto tra gli altri.

Lo guardavo mentre mangiava concentratissimo e composto le sue fette di torta. Per lui era questione seria. Non mangiare, che non mi pare sia una sua grande passione, ma farlo tra gli altri. È iniziato così il suo cammino per cercare un posto nel mondo. Ne percepisco tutta la fatica e l‘importanza.

Ogni storia, per essere bella, ha bisogno di un buon incipit, e lui sembra saperlo. Osserva silenzioso il circo del mondo. Si avvia e mi vuole accanto. Poi corre avanti verso le sue prospettive e mi lascia alle spalle.

Un tempo eravamo io e lui, e fuori c’era il mondo. Ora c’è lui, mentre io lentamente torno nel mondo.

scuola materna quarta puntata. il modulo e l’identità

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Notte insonne. Almeno scrivo. Respiro. Non ho il fiato lungo ora per raccontare storie infinite, intrecciare avvenimenti, mettere in piedi personaggi. Scrivo delle cose che accadono.

Modulo online per l’iscrizione alla scuola dell’infanzia. Leggere attentamente e compilare.

Chi siamo. Richiedente. Altro genitore. Richiedente sono io. Al padre tocca essere l’altro genitore. Se ne potrebbe discutere. Ma non abbiamo scelta.

Codice fiscale. Dato certo.

Lavoro. Leggiamo. Ci pensiamo. Cosa siamo? Cosa facciamo? Imprenditore. Piccolo imprenditore. Artigiano. Socio. Lavoratore autonomo. Ci guardiamo. Non lo sappiamo. Chiamo l’ufficio servizi scolastici del comune di Roma per chiederlo a loro. L’impiegata mi dice che non sono prevista, che non esisto, che il mio non è un lavoro. Vorrei prendere da parte la signora del comune di Roma e parlarle a quattr’occhi per spiegarle come vanno le mie giornate, come incastro il lavoro tra un pranzo e una lavatrice da attivare, stendere, ritirare (il ferro da stiro viene accuratamente evitato, e si vede), come riesco a isolarmi tra le urla dei bambini della ludoteca col mio computer acceso su un tavolino colorato, come mi tengo sveglia davanti al monitor oltre l’ora della stanchezza, nel silenzio della notte. La signora mi dice di chiamare l’ufficio servizi scolastici del mio municipio. Faccio il numero e finalmente l’impiegata mi offre la via d’uscita. Sì, in fondo anche io lavoro. E mi spiega come compilare il modulo. Attacco e tutto sommato sono contenta.

Orario di lavoro. Potrei fermarmi a discutere per ore, con l’impiegata del comune, con quella del municipio, con le dirigenti incontrate nel mio tour alla ricerca della scuola perfetta, col mio compagno, le mie amiche, le madri dei bambini del parco, le nonne, i mariti, i dirigenti di partito, le donne emancipate, i manager, i funzionari, il barista, la cassiera, la commessa, la signora, la vicina, il vicino. Faccio un conto realistico, una delle mie giornate migliori: 9-10,30; 14-14.30; 16-18; 19-20; 22-2.00. Scrivo 9-13 e 16-18.

Bacino d’utenza. Lontani ma vicini. Fuori bacino d’utenza solo per caso. Ma la geografia è una linea che taglia in due gli spazi, crea i confini, definisce le identità. Non importano le distanze reali. Il tuo bacino d’utenza parla chiaro.

Stato civile. Nubile. Finalmente, di questo sono sicura. Sono nubile. La cosa mi dà certezze e punteggio nella scuola statale in cui ho scelto di fare la domanda, non me ne dà però in quella comunale. È la relatività delle cose, del tempo, dello spazio, del mondo, del reale. Siamo nomadi, orfani di senso, in balia delle parole.

Non ho ancora finito di compilare la richiesta di iscrizione. Mi resta una settimana per chiudere i miei cerchi identitari.

Al cinema. La prima volta di Orlando

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Non sono tempi facili. Vinco concorsi per cattedre che non saranno mai istituite, apro progetti che non si chiudono, vivo nel caos, la sospensione del mutuo non è sufficiente a risolvere le questioni economiche, intorno a me, tra le persone care, non sembra andare meglio, mi distraggo facilmente, rompo bicchieri, compro uova che non arriveranno mai a casa, Brezsny mi avverte che non sto per vincere alla lotteria, fuori piove.

Stamattina mi alzo e decido che le cose vanno bene, mi metto un bel vestito, Orlando mi guarda e dice: mamma, sembri una principessa, pranziamo e usciamo per la sua prima volta al cinema. Cinema dei piccoli. Villa Borghese. Khumba, la storia di una zebra a metà, metà con le strisce e metà senza, che intraprende il suo viaggio per completarsi e diventare uguale ai suoi simili. Alla fine dell’avventura scoprirà che non siamo tutti uguali e che non sono le strisce mancanti la cosa che davvero desidera, per la quale ha affrontato con coraggio ogni sfida, fino allo scontro con la furibonda tigre Fango. Nel suo viaggio Khumba incontra altri “diversi”, un coniglio, un’aquila bianca, lo stesso Fango, mezzo cieco e per questo scacciato dalle altre tigri. Un film sulle differenze e sulla loro forza. Gli esseri umani al solito sono emeriti esponenti dei cattivi, costruttori di mattatoi, gabbie e paradisi artificiali nei quali la felicità diventa chimera.

Noto le differenze con i film che vedevo da piccola e penso che i bambini di oggi forse dovranno combattere meno di noi per conquistare la sensibilità nei confronti dell’altro da sé, dovranno combattere meno per capire e percepire la sofferenza degli altri, per riconoscerli e amarli nelle loro differenze. Nonostante i significati antichi e profondi, probabilmente non abbiamo più bisogno di cacciatori che tagliano la pancia dei lupi per salvare vecchie e bambine. Ma chissà, forse non andrà così e la rivoluzione antropologica che sogno non è alle porte come sembra a me.

Ma al di là di tutto, qualunque cosa racconti, il cinema è sempre il cinema. Luogo magico dove dal buio emergono figure che si animano per raccontarci delle storie. Siamo così abituati, che ci sembra cosa ordinaria.

Oggi ci sono tornata diversamente, ho sentito l’emozione di Orlando, me ne sono presa un po’ e mi sono lasciata incantare dalla magia affabulatoria, ho creduto al coraggio di Khumba, alla sua forza di mezza zebra, ho visto il mondo risorgere e i buoni conquistare la terra.

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