Non è mai troppo tardi

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Non è mai troppo tardi, andato in onda il 24 e 25 febbraio, ci ha risparmiato per ben due sere di seguito i talk show che imperano sulla televisione di casa dopo che Orlando si è addormentato. E ha riaperto la parentesi “scuola sì scuola no”.

È la storia di Alberto Manzi, maestro illuminato che dal secondo dopoguerra conduce la sua battaglia per trasformare l’istituzione scolastica e renderla umana, giusta e, perché no, divertente.

Ed è così che dopo una lunga silente pausa, riempita dalle mie ricerche per la scuola dell’infanzia, dalla compilazione di moduli cartacei e dai tentativi di definire meglio me stessa per poter rispondere alle domande di un documento prestampato che deciderà l’ammissione di Orlando alle strutture per l’infanzia, rinasce spontanea la domanda. La scuola è un luogo in cui si apprendono cose, si sviluppano passioni e si fanno conoscenze, oppure è la palestra che prepara ad affrontare il marcio del mondo? Il luogo in cui quel marcio comincia a materializzarsi o lo spazio per un’ipotesi di cambiamento radicale? Il posto in cui ognuno di noi si confronta con la cattiveria degli altri per tirare finalmente fuori la propria o una terra di sperimentazioni positive? È scuola di vita o laboratorio di prospettive?

Il bello dell’Italia è questo. Una certa ipocrisia fondata su una gigantesca contraddizione. In prima serata su rai 1 va in onda la vita di Alberto Manzi, maestro che si rifiutava di mettere voti e dare giudizi, seguire programmi ministeriali e adottare testi scolastici. Intanto però, chi in questi giorni incappa nelle iscrizioni scolastiche sa che la scuola prima di tutto è questione burocratica, e che molto dipenderà dall’insegnante che capiterà. Che bisogna essere un po’ scaltri con la burocrazia e un po’ fortunati con le persone. Che di Alberto Manzi ce n’è uno su un milione e che quasi certamente la scuola imporrà giudizi, voti, separazioni, sperequazioni, ingiustizie, umiliazioni e privilegi. Che sarà lo specchio di un mondo che non riesce a non manifestarsi con la sua faccia peggiore.

Ed è così che ci teniamo la scuola che abbiamo, mentre sotto sotto speriamo di incontrare un insegnante che le disobbedisca e la sovverta. Poi se non lo incontreremo va bene lo stesso, vorrà dire che nostro figlio potrà allenarsi a diventare uno stronzo come tutti gli altri.

Ma la storia di Alberto Manzi è lontana. Erano i tempi in cui la scuola sembrava necessaria perché c’era bisogno di alfabetizzare. Oggi direi quasi che il problema sia contrario e che abbiamo bisogno di disimparare un po’ delle cose studiate – perché non sono tutte sacrosante né irrinunciabili né innocue – per far posto ad altre informazioni finora emarginate. Mi sembra superfluo ormai pensare di riformare la scuola con un sovvertimento che andava bene 50 anni fa. Io andrei oltre, e probabilmente lo farebbe anche Alberto Manzi se fosse ancora vivo. Ma la scuola italiana è così, non riesce nemmeno ad aggiornarsi al secolo scorso, figuriamoci prefigurare nuovi scenari.

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Orlando e Hannah Arendt. Le radici del bene

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Dopo tre anni, domenica sono tornata al cinema. Sala non centrale. Piccola. Film senza effetti speciali. Pubblico a maggioranza femminile. Hannah Arendt di Margarethe Von Trotta. Sono contenta di aver ricominciato così, con calma, in un ambiente piccolo, quasi familiare, fuori dalle smanie estetizzanti. Il film mi è piaciuto. Ero curiosa di vedere Hannah Arendt alle prese con la sua vita quotidiana, tra i suoi affetti, dentro i suoi pensieri, arrivati a me tanti anni dopo essere stati scritti. Allora il tempo trascorso me li aveva consegnati spurgati dalle polemiche e mi aveva permesso di accogliere senza difficoltà il concetto di banalità del male. Al di là di tutto, è del male che voglio parlare.

Nel film la protagonista, in un discorso tenuto alla New School, afferma che il pensiero può salvarci dalle catastrofi, che il male sta nell’assenza e nel rifiuto del pensiero.

Così il pensiero, o forse la coscienza che ne abbiamo, diventa un elisir la cui perdita conduce all’orrore. Come una trappola. Una pena irrevocabile. Per noi esseri umani, aver visto e aver conosciuto comporta non poter più tornare indietro. Chi rinuncia a pensare, cioè a discernere il bene dal male, non può semplicemente regredire a una condizione animale priva di malvagità. Disumanizzarci per noi significa perdere tutto.

Il male non è mai radicale. Radicale è solo il bene, dice Hannah Arendt. Affermazione forse più forte ancora di tutte le altre cose dette e sostenute dalla filosofa. Un concetto semplice che prendo con me.

Un tempo avrei detto che il bene e il male in fondo non esistono. Che esistono le ragioni, le cause e gli effetti. Non che oggi io non creda alle ragioni, alle cause e agli effetti. Ma allora ero perentoria.

Nei giochi di Orlando le parole costruiscono mondi immaginari pieni di personaggi, azioni, paesaggi. Ho iniziato a notare qualche tempo fa che in questi universi paralleli mio figlio cerca sempre il male, che ha bisogno di individuare i buoni e i cattivi. Il modo in cui lo fa è soggettivo e forse anche arbitrario (per esempio tutti i poliziotti per lui sono cattivi e sparano a chiunque indiscriminatamente), ma il bisogno è più forte di lui, è ancestrale, profondo. I bambini sono buoni, dice Orlando, ed è vero. Sono innocenti. Il male viene dopo, da adulti, con le storie, il dolore, le dissociazioni, i pensieri zoppi, mancanti, le ambizioni, le frustrazioni, le compensazioni. E sono cose banali, estremamente banali, così ovvie che potrebbero addirittura non farci paura, ma in questo sono ingannevoli, perché possiedono una forza dirompente proprio perché semplice.

Arrivo oggi a pensare che il bene esiste, che è profondo e radicale. Ci arrivo laicamente, a fianco di Orlando che punta il dito sui miei squilibri e mi rimette in asse quando sono stanca e non ho più voglia di stare in ascolto. Mio figlio mi dice che in fondo a me c’è il bene. Ed è la stessa cosa che dice Hannah Arendt, con argomenti più complessi, di fronte a eventi più grandi, ma è lì che torna alla fine, alla verità di un bambino. E non è facile, perché le parole spesso ci portano lontano.

I am old, but I’m happy – a caccia di film

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Da tre anni, da quando Orlando è nato, ma forse già da quando lo aspettavo, ho l’emotività di una bambina e piango con una facilità imbarazzante.

In questi nostri giorni di clausura e d’influenza abbiamo visto Spirit – cavallo selvaggio, gran bel cartone ma da riproporre tra un po’. Troppi scontri, troppo grande e insistente la cattiveria dei coloni, tanto che Orlando a un certo punto mi ha chiesto: mamma, ma chi sono questi esseri umani? E mentre lui restava esterrefatto di fronte a tanta violenza, io mi emozionavo per la forza con cui Spirit riconquistava la libertà, dopo essere stato catturato e portato a forza nel mondo dei coloni: struttura militare e coatta opposta all’universo da cui viene il nativo americano con cui il giovane cavallo stringe un fortissimo patto di amicizia. Proprio mentre ci prepariamo a mandarlo a scuola, ho pensato. Ma forse va bene così. Se Orlando a settembre capirà che la scuola non è ciò che vuole, saprà che fare il diavolo a quattro può essere utile oltre che legittimo.

Nei giorni di febbre, per rialzare l’asticella dell’umore, meglio forse guardare L’era glaciale, che a parte la scena della morte della madre – prima o poi mi soffermerò su quante madri muoiono nelle favole destinate ai bambini – prontamente saltata col telecomando, è stato un film spassoso sia per lui che per me, che mi sono goduta l’ironia che probabilmente Orlando non è riuscito a cogliere.

E questa mattina finalmente sono uscita a rivedere il sole. Ho lasciato Orlando con il padre, ho preso Ozu con me e sono andata a fare la spesa in macchina, nel farmer’s market di Garbatella. Al ritorno hanno passato alla radio Father and son di Cat Stevens e io l’ho ascoltata.

It’s not time to make a change… You’re still young… Look at me, I am old, but I’m happy.

Ho pianto e mi sono chiesta: mi sento vecchia? Forse, se penso a quando un’amica che non vedo da tanto, in una delle nostre serate sopra le righe, disse: siamo donne di mezza età, ché se arriviamo a 60 anni è grasso che cola. Non avevamo più di ventisei o ventisette anni. Vivevamo in una casa che è stata uno dei grandi romanzi di formazione della mia vita, un’esperienza di condivisione che mi ha portata per mano nell’età in cui non ho più potuto evitare di considerarmi adulta. Dopo sarebbero venute la Holden, il ritorno a Roma, la nuova casa e le nuove convivenze, ma sono sicura che senza quel passaggio tutto il resto sarebbe stato diverso.

Eppure se ci penso le parole di Cat Stevens le avvertivo destinate a me. Ero io stamattina a sentirmi giovanissima. E un vecchio signore mi parlava. Io un po’ scalciavo e un po’ lo ascoltavo. Come se mio figlio, nascendo, mi avesse offerto una seconda vita, come se con lui potessi ora tornare indietro e riscrivere tutti i miei anni. Questo forse fa bene a Orlando perché mi aiuta a capirlo e a stare dalla sua parte, e fa bene a me che mi sto godendo la più bella delle mie infanzie.

raffreddore. rimedi naturali

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Da qualche giorno io e Orlando abbiamo un raffreddore eccezionale. E così, chiusi in casa, non abbiamo potuto goderci le poche ore di sole di cui Roma è stata omaggiata dopo un mese di pioggia.

Tra i rimedi che usiamo ci sono i soliti belladonna e ferrum phosphoricum, entrambi alla 5 ch (su Orlando belladonna è molto efficace sulla febbre, mentre per il raffreddore mi sembra sia meglio ferrum), e poi miscugli vari fatti con rimedi acquistati in passato per faringiti, tosse, infiammazioni e altro (quasi tutto preso in prestito da Ozu, la cana di casa, curata da un veterinario speciale). Il bello dell’omeopatia è che puoi sperimentare in casa e giocare un po’ a fare il piccolo chimico, e accorgerti che con il tempo impari a conoscere le piante e i rimedi e le relazioni con il corpo. La definireri una forma di cura non passiva. Io personalmente a questo aggiungo la propoli o tre gocce di tea tree oil al giorno come disinfettanti e antibatterici.

Stamattina non ce l’aspettavamo proprio di alzarci ancora in questo stato. Andando a letto, ieri sera, eravamo fiduciosi in un buon risveglio. Eravamo sicuri di poter superare la soglia di casa per prendere quell’ora di sole che non supererà le 4 del pomeriggio, perché sarà inghiottita dal buio o da nuove piogge. Così gli ho chiesto: vuoi ballare? E lui ha detto sì. Abbiamo ballato Kalashnikov di Goran Bregovic e ci siamo subito sentiti meglio. Lo propongo qui in una bella versione live

scuola materna terza puntata. la scelta dei furbetti

io sono il tempo

Piano piano mi avvicino. Sono partita dal raccordo anulare e da lì ho iniziato a stringermi sul mio territorio, cioè sto tornando nei pressi di casa. Nel mio infinito giro alla ricerca della scuola perfetta, a un certo punto ho capito di non poter trascorre in macchina due ore al giorno ogni giorno della mia vita escluso il sabato e la domenica, per portare Orlando in una classe antimeridiana che dura circa tre ore e mezza.  Così sono andata a visitare la scuola che in termini di distanza batte tutte le altre. Una villa del ‘500 circondata da un rigoglioso, grande parco.

Io e Orlando siamo andati fiduciosi. Più e più volte. A piedi, in passeggino, in bicicletta, in autobus e in macchina. Verificando per esclusione, sottraendo al caso ogni possibilità di inganno, sperimentando tutti i mezzi di trasporto a disposizione per poter dire sì, andiamo alla gita che la Casa dei bimbi, come ogni scuola di Roma, organizza in questo mese che precede l’iscrizione online. E che Dio ce la mandi buona per l’impatto che la rete avrà sui municipi della capitale.

Entriamo sicuri di noi nell’edificio. Bello ma ha davvero qualcosa di troppo antico. Genitori già posizionati in circolo intorno alla dirigente scolastica che ci guiderà nello splendido mondo della scuola dell’infanzia secondo lei. Un metro e sessantacinque circa. 50/55 anni. Tutta vestita di nero. Scarpe rigorose con tacco. Stile decisamente aggressivo. Ci parla della giornata tipo dei bambini: si va in classe, poi si torna nell’atrio dove un’insegnante suona al piano delle canzoncine di buongiorno, si torna in classe… ci si prepara per la mensa… Quando il discorso sembra chiuso, chiedo: e per l’antimeridiana? Lei mi guarda sarcastica: sono anni che vogliamo chiudere l’antimeridiana. Comunque per i bambini che ancora non fanno il tempo pieno è ora di lasciare la scuola. Poi riprende le fila del suo discorso. Le insegnanti: tutte di ruolo tranne in una sezione. L’antimeridiana. Le attività: siccome si cerca di coinvolgere i genitori, si svolgono quasi sempre di pomeriggio. E la mattina? Mi guarda con sfida: due genitori che lavorano la mattina non possono venire qui. Mi verrebbe da obiettare che questa è una bella cazzata legata a un animale in via di estinzione, il posto fisso, ma non oso. D’altronde lei risponderebbe che in estinzione ci sto andando io, io ribatterei che i numeri non le danno ragione, lei tirerebbe in ballo le statistiche, io rilancerei chiarendo che nessuna statistica mi rappresenta e il discorso potrebbe andare avanti all’infinito. Semplicemente le domando: se c’è un’attività nel pomeriggio che vorremmo seguire? Risponde: se lei fa l’antimeridiana, le attività sono solo quelle dell’antimeridiana. Alla fine, quando sembra aver esaurito la sua presentazione, torna su di me: nell’antimeridiana c’è prevalenza di treenni, quindi quando suo figlio avrà cinque anni rischierà di trovarsi in classe senza coetanei. Ma d’altronde chi non sceglie il tempo pieno lo fa in genere per poter accedere alla scuola nonostante il punteggio basso.

Raccolgo le accuse di furbetta nullafacente e mi avvio con Orlando verso il parco della scuola. Peccato. Era proprio un bel giardino.

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