la scuola materna seconda puntata. vaccinazioni obbligatorie

pianeta terra

La scuola materna è un labirinto dal quale se vuoi uscire, è meglio che tu non entri mai. Merita molti capitoli e gliene dedicherò. Ho già descritto l’impatto, lo smarrimento e i primi passi.

Lentamente ho imparato a stare in piedi, a muovermi su questo nuovo terreno frequentato decine di anni fa dal mio piccolissimo punto di vista e mai più rivisitato. Torno ora da adulta e sfodero tutta la mia consapevolezza, la mia esperienza, la mia capacità di critica e di scelta. Mi sento forte e sono pronta a scaricare il modulo di iscrizione.

Il modulo è generico, superficiale, semplice e crudele come una tagliola. Vorrei spiegare la mia situazione, chiarire, discutere, partecipare. Ma non si può. Risposte secche a domande lineari. Tutto sommato va bene così. Compilo e non ci penso. Leggo e mi dissocio dal mondo reale.

Poi l’occhio cade su una riga. La realtà mi piomba accanto e mi dà un colpo sulla spalla. Certificato delle vaccinazioni. È un documento richiesto. Però Orlando non è vaccinato.

Non c’è luogo migliore e peggiore di internet in questi casi. Digito iscrizione scuola materna senza vaccinazioni. Il dirigente scolastico può rifiutare il bambino e denunciare alla asl di competenza i genitori, che saranno convocati, ammoniti e invitati a ripensarci. Nel caso siano recidivi rischiano una sanzione amministrativa e forse – non mi è chiaro se si tratta solo di terrorismo psicologico – un processo civile. In realtà la situazione reale sembra meno grave. Le minacce promettono cose che raramente accadono. La cosa più frequente, pare, è che il dirigente chiuda un occhio o che, al più, chieda ai genitori di firmare un foglio in cui la scuola viene sollevata dalla responsabilità di eventuali infezioni che il bambino contrarrà. Insomma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Ma io mi vedo già in piedi di fronte al funzionario della asl che mi interroga biasimandomi per aver messo in pericolo la vita di mio figlio e di tutta la sua comunità.  La domanda verrebbe spontanea: ma se tutti gli altri sono vaccinati, mio figlio che pericolo può costituire per loro? E se c’è una copertura vaccinale così ampia, che pericoli corre mio figlio? Punto di vista apparentemente egoistico, che però fa poche pieghe, se non addirittura nessuna. Comunque lo Stato non può obbligare nessuno ad alcun trattamento sanitario. Non si può gridare alla libertà di coscienza solo quando si tratta di morire. Se no che libertà di coscienza è?

Le controindicazioni dei vaccini non sono ben esposte, anzi. Quando fai vaccinare tuo figlio ti fanno firmare il consenso informato, senza colloqui informativi sui quali riflettere e scegliere in coscienza se sottoporre o no il bambino al trattamento. Il vaccino è obbligatorio. Si fa. Punto.

Gli effetti collaterali gravi sono rari. Generalmente dovuti a implicazioni ulteriori, complicazioni come infezioni già contratte al momento della vaccinazione, allergie, patologie con le quali il vaccino va a interagire. E però non viene fatto alcun accertamento sul bambino prima della vaccinazione. Qualcuno obietterà che la spesa sanitaria sarebbe troppo alta e che il rapporto costi benefici così come è non va male. Insomma il sacrificio di pochi è messo in conto.

La logica non mi piace. Non mi piace il sacrificio. A parte questo però, si potrebbe fare una riflessione comparativa tra le vittime dei vaccini e quelle di eventuali epidemie di malattie praticamente scomparse.

E se le malattie ricomparissero? Mi domando se non sia più sicuro ricorrere alla vaccinazione di massa in caso di nuovi grandi focolai anziché continuare a vaccinare per malattie quasi estinte. E mi chiedo se in caso di vaccinazione preventiva non sarebbe conveniente, per la vita e il benessere delle persone, fare tutti gli accertamenti utili a evitare per quanto possibile gli effetti collaterali, cioè le vittime. Mi chiedo quale sia il criterio per cui in alcune regioni italiane i vaccini sono obbligatori e in altre regioni no. Mi chiedo quanti siano al mondo i morti per sete o per fame. Qualcuno in più dei morti per tetano. Ma le tasse che finanziano la nostra sanità le paghiamo noi, e i vantaggi li vogliamo qui, chiedendo alla medicina di salvarci da tutti i mali, di liberarci dal male, di trasformare la nostra terra in un paradiso e respingere l’inferno fuori, verso la terra degli altri.

Le mie però sono le considerazioni di una persona che ha agito in coscienza ma senza avere competenze mediche. Rimando a questo link per leggere l’interessante parere di Eugenio Serravalle.

bacini di utenza e gioco d’azzardo. la fortuna dei bambini

@carlo bavagnoli

@carlo bavagnoli

La coerenza non è il mio forte. Ho tanto parlato di unschooling e ho ceduto subito, al primo anno di materna. Ma non è detto. Perdere una battaglia non vuol dire perdere la guerra. Al di là della coerenza però, cercare una scuola per mio figlio mi dà una grande opportunità. Ieri è iniziato il mio tour alla ricerca dell’isola che non c’è. Che potrebbe esserci. Forse. Nascosta qua e là. Sono i giorni della caccia al tesoro.

Le scuole comunali non hanno un sito. Non hanno niente. Bisogna andare sul posto e vedere. Si potrebbe forse trovare un commento qua e là nella rete. Ma niente che possa orientare davvero. Per fortuna (si fa per dire) l’antimeridiana, cioè si torna a casa prima di pranzo, è un servizio offerto da poche scuole. Così il mio tour durerà poco. Ho iniziato ieri dalla più lontana. Perché? Me lo ha chiesto anche la funzionaria scolastica che mi ha accolta. Per sentito dire, ho risposto. Ma non è proprio così. Intorno al nome ho annusato una possibilità, e ho visto tracce di umanità. La struttura non è bella, ma ha un grande giardino. Siamo entrati e abbiamo subito respirato un’aria limpida e felice. In quello spazio c’era aria di bambini. Seguivamo la funzionaria che ci mostrava i locali della scuola: qui i bambini imparano a cucinare, fuori fanno giardinaggio e curano l’orto, questo è il teatro, la maestra dell’antimeridiana è una bravissima insegnante di yoga e lo fa fare ai bambini… Che differenza c’è per i piccoli dell’antimeridiana? Nessuna differenza. La didattica è la stessa. Quelli del tempo pieno mangiano qui e giocano liberamente prima di tornare a casa. Orlando era entusiasta.

Se devo rompere il patto dell’unschooling, sarà qui. Però. Però non fa parte del mio bacino di utenza. Non è stato facile. All’inizio ho addirittura sbagliato municipio di appartenenza. Poi errore su errore, ho iniziato a capire qualcosa. Primo: le scuole dell’infanzia si dividono in statali e comunali. Perché non lo so. Quali siano le migliori non lo so. La mia scelta è caduta sulle comunali perché le statali del mio municipio non fanno l’antimeridiana. Secondo: in una grande città come Roma i comuni di appartenenza sono municipali. Ogni municipio ha le sue scuole. Al suo interno il municipio è diviso in territori più piccoli detti bacini di utenza. Terzo: si può dare una sola preferenza per la comunale e una per la statale. Due in tutto. Quarto: si accede a un bando al termine del quale usciranno le graduatorie. Ci saranno bambini ammessi e non ammessi. Il criterio non è meritocratico. Il punteggio non dipende da loro ma dai genitori. Più gli adulti sono integrati, più i loro piccoli saranno integrati. Due genitori lavoratori: 18 punti. Bacino di utenza: 5 punti. Orlando alla Ranocchio scarabocchio parte svantaggiato. La madre non risulta occupata, anche se non è esattamente così che stanno le cose, e in più siamo piuttosto fuori mano. Comunque ieri sera eravamo contenti e io ero ottimista. Ci siamo detti: andiamo a vedere la scuola del nostro bacino di utenza. Una struttura che fa solo antimeridiana. Così questa mattina siamo andati io, Orlando, il padre (per fortuna, perché ha visto con i suoi occhi) e Ozu che ci aspettava in macchina.

Siamo arrivati in uno slargo dove campeggiava un parcheggio recintato e non finito. Non capivamo bene dove fosse la scuola. Infine abbiamo preso la strada giusta. Un percorso che si inerpicava verso uno dei tanti piccoli colli di Roma. Sulla sinistra lo scheletro di un edificio abbandonato e allagato. Una donna scendeva in bicicletta. L’ho fermata e le ho chiesto dove fosse la materna. Molto avanti, devi fare tutta la salita e poi girare a destra e a sinistra… Quelle che incontri prima sono altre scuole. Le ho chiesto se almeno ne valesse la pena. Lei ha risposto di sì, una volta superato lo scoglio dell’inerpicamento. Non è più la scuola di una volta, ma è ancora una delle migliori. Vedi che ho avuto ragione a essere ottimista? Mi sono detta. Lasciato alle spalle il paesaggio urbano, ci siamo trovati in una zona di frontiera. Senza macchine né mezzi di altro tipo. Strada. Verde. Alcuni piccoli edifici scolastici. Niente male. Insolito. Siamo arrivati davanti alla materna e una maestra uscita a fumare ha risposto alle nostre domande. È così che si infrangono i sogni. In un attimo. Non era questa la scuola che cercavamo. La nostra era giù, in mezzo al paesaggio dominato dal parcheggio non finito. Siamo scesi e siamo arrivati finalmente di fronte all’unica scuola del mio bacino di utenza che fa orario antimeridiano. Addirittura questa fa solo orario antimeridiano, in controtendenza col resto del mondo.

Cancello chiuso. Suoniamo. Aprono. Entriamo. Tre o quattro container, uno per ogni scuola, adagiati su un terreno né asfaltato né sistemato a giardino, muffa che sale sui muri. Entriamo nella materna: un ingresso sul quale affacciano quattro porte: due chiuse, una aperta sul bagno e una sulla segreteria da cui esce la dirigente scolastica. Donna sui sessanta in sovrappeso e abiti anni ottanta, calze ricamate marroncino chiaro, capelli corti mossi con ricrescita. Ci stringe la mano e ci sorride. Orlando si chiude a riccio. Le due porte chiuse si aprono su due piccole classi. Due maestre sui sessanta dall’aria stanca. Un po’ come gli studenti in attesa che suoni la campanella. Qui non si fanno attività. La scuola, ci spiega la dirigente, è un’estensione della famiglia. Quattro ore sono poche, non c’è il tempo per le attività. Una volta a settimana si fa religione. La sede della scuola in realtà non è quella in cui ci troviamo ma un edificio che da anni aspetta di essere costruito, iniziato e mai finito, abbandonato e inondato, lo stesso intravisto all’inizio del percorso che si inerpica verso l’altra scuola. Tutto qui ha il sapore di un sogno.

Morale della favola: o sei fortunato oppure non lo sei. Se sei fortunato, nel tuo bacino di utenza c’è una bella scuola. Non devi prendertela, non dipende da nessuno, è solo questione di fortuna.

se questo non è edipo

giocasta

Come tutti i bambini, Orlando gioca di fantasia. Al suo cospetto dall’aria si materializzano personaggi infiniti. Gioco infantile che ricorda l’arte dei mimi.

L’altro giorno col padre immaginava di costruire dinosauri – la sua ultima scoperta dopo i pompieri. Voleva fare un papà e dei bimbi, ma diceva di non avere abbastanza pezzi per i più piccoli. A un tratto ha capito come fare: smontiamo il papà e facciamo i bimbi.

viaggio nell’aldilà. la scuola steineriana

Teletrasporto

I figli crescono. Anche il mio. Ha bisogno di socialità. Ho bisogno di tempo. La materna è la meno scuola di tutte le scuole. Perché no? Ci si potrebbe pensare. Alcune ore al giorno. Giusto quelle che mi servono per lavorare. Insomma un part-time. Per il resto si fa come sempre.

Sono aperti i bandi per le scuole dell’infanzia. Scarico l’elenco dei posti disponibili per un part-time nel mio municipio. Un’area di 183 km2 che ospita 176.000 abitanti. Totale: 21 posti. Bene. Senza un’occupazione a tempo indeterminato – appartengo a quella massa di precari in bilico tra l’invisibilità e l’inesistenza, non più giovanissimi ma ancora lontani dall’età della pensione, di cui nessuno si ricorda mai mentre affronta i grandi temi della crisi e della disoccupazione – insomma senza posto fisso, Orlando non me lo prenderanno mai.

Scartata l’ipotesi pubblica, possiamo passare ad altro. La steineriana. Ce n’è una non lontano da casa mia. Basta prendere uno di quei trenini che attraversano la città per raggiungere l’interland romano. Salire e scendere dopo tre fermate. Non è difficile. Oggi 18 gennaio 2014 c’è l’open day. Dalle 11 di mattina alle 4 di pomeriggio è possibile visitare la scuola. Io e Orlando ci armiamo di buona volontà e prendiamo il treno. Roma è una città fantastica, dove per andare a via della Magliana non bisogna scendere alla stazione Magliana. Noi invece, per approssimazione, scendiamo lì. E commettiamo un errore. Finiamo dentro un deserto ai confini con la realtà dove compaiono a un tratto un bar e una fermata dell’autobus. Zona di frontiera. Terra di nessuno dove vengono parlate tutte le lingue. Attraversata da famiglie nomadi che qui fanno esercitare i più piccoli a chiedere l’elemosina. Al bar ci dicono che a quella fermata aspetteremo l’autobus che ci porterà dove vogliamo andare. 45 minuti di attesa. Sono tentata di riscendere verso i binari e prendere il treno che mi riporta indietro. Invece resistiamo e prendiamo il nostro autobus, che percorre un bel tratto di strada e torna in città. Quartiere periferico la cui unica gloria è la banda della Magliana. Seduta sull’autobus mi godo la conversazione telefonica della passeggera più vicina. Io e Orlando in questo ci capiamo bene. Restiamo in silenzio e ascoltiamo. No, è un diritto suo… gli arresti domiciliari so così… quelle so le case famiglia… tu pensi de poté entrà e poi arriva uno che te pia er posto. Un po’ scontata questa realtà.

Ora siamo di fronte a una scuola pubblica decrepita con un cortile che sembra la reminiscenza di un film ambientato nel Bronx dei tempi passati. È in un piano di questo edificio che viene ospitata la nostra steineriana. Entriamo. Una segretaria più tedesca che italiana, quasi ferma accanto a un tavolo apparecchiato per offrire il tè, mi indica dove andare per incontrare la maestra Petra. Comunque non mi offre il tè, e la cosa mi dispiace. Ci accompagna attraverso un corridoio e ci fa entrare in una stanza un po’ in penombra. “Maestra Petra?” L’altra le risponde con tono calmo e a un volume bassissimo di essere a colloquio con una coppia di genitori. Insomma, io posso passare a un’altra maestra. La segretaria mi porta in un’altra stanza dove vengo consegnata alla maestra x, una tedesca di cui non registro il nome. Capisco solo che tra loro si chiamano maestra più il nome di battesimo. Sembra la declinazione mistica di un soviet. La tedesca, anche lei a voce bassa e con una calma iperreale, mi descrive la giornata dei bambini: entrano dalle 8 alle 9, vanno nella sala per il saluto, vengono poi nella stanza delle attività, alle 9.30 vanno in bagno. Qui mi sorge la prima domanda, ma non gliela faccio. Mi armo della sua stessa calma e aspetto. Ogni giorno c’è una diversa attività che si ripete ciclicamente e in ordine identico ogni settimana: il telaio, la cera, l’euritmia, il pane, il disegno. I bambini possono disegnare con alcuni colori. Blu e giallo. Il rosso viene introdotto a 6 anni. Però, quanta fretta gli steineriani. Ma di nuovo non chiedo niente e resto in ascolto. Poi c’è il gioco libero: legno, conchiglie, bambole di pezza senza tratti somatici. Intorno a noi non c’è niente che ricordi minimamente, non dico la plastica, ma qualunque materiale di invenzione o produzione novecentesca. Poi i bambini vanno di nuovo in bagno e alle 11.30 si passa nella sala in cui si mangia. La tedesca si ferma, non parla più. Lei lavora nella stanza in cui ci troviamo. Dovrà essere la maestra Petra a illustrarmi gli altri luoghi della scuola. La maestra Petra però è ancora impegnata nel colloquio con i due genitori di prima. Vengo salvata da una maestra romana che finisce la mia visita, alza un po’ il tono della voce e mi fa qualche domanda. Mi spiega il pranzo e mi dice che dopo mangiato si va in cortile, dove arriveranno i genitori a riprendersi i figli, tra le 2.30 e le 2.45. Di meno non si può? No, si può solo di più, fino alle 5. Mi riporta dove si trova Petra e finalmente guardo la stanza: penombra, sedie disposte in cerchio intorno a un piccolo tavolo al centro del quale c’è una candela. Qui con la candela accesa si fa il saluto al sole. A parte il sapore un po’ pagano della cosa, è strano salutare il sole di  Roma in faccia a una fiammella. Usciamo e incontro una donna che conosco e che per la prima volta non è sola. C’è il marito. Un uomo indiano con la testa ricoperta da un grande turbante. Forse il nostro treno ha viaggiato nel tempo e ha raggiunto terre lontane. Potremmo rimanere a lungo incantati, ma il nostro tour è finito. Manca solo l’ultima tappa: le faccende economiche. Orlando piagnucola che vuole andarsene. Come dargli torto? Mentre mi congedo cortesemente e un po’ di corsa, faccio due conti. Tra una cosa e l’altra arriviamo quasi a 5000 euro l’anno. Commossa ringrazio.

Usciamo nel cortile della scuola. Il teletrasporto ci riporta in una periferia romana del terzo millennio. Salutiamo la steineriana e riprendiamo il treno alla volta di casa.

Nella rete dei draghi. Una domenica al Macro di via Nizza

orlando nella rete dei draghi

Una cosa da fare sicuramente passeggiando per Roma: visitare Harmonic Motion/Rete dei draghi di Toshiko Horiuchi MacAdam, installazione visitabile gratuitamente al Macro di via Nizza. Una grande magia di reti e interstizi nella quale infilarsi e giocare.

Noi siamo andati di domenica e c’era molta gente. Consiglio un altro giorno. Comunque sia vale la pena: per i bambini è un vero spasso. Confido di andare in un momento più tranquillo per arrampicarmi anche io.

Apprezzabile che nei luoghi deputati all’arte, per loro stranissima natura sideralmente lontani dai visitatori, dove guardiani della soglia in divisa ripetono “non si tocca” anche di fronte a materiali che sembrano nati apposta per essere toccati, che anche qui ogni tanto qualcuno si ricordi del gioco, e che metta a disposizione dei bambini le proprie creazioni.

mostri nell’armadio dei bambini. l’inchiesta di greenpeace sulle sostanze tossiche nascoste nei loro abiti

paper doll

Greenpeace, attraverso una nuova campagna di informazione, sta denunciando le sostanze tossiche trovate nei vestiti dei bambini.

Tra i marchi incriminati: Adidas, American Apparel, Burberry, Disney, Gap, H&M, Nike, Puma. Ma non solo i soli.

Per scaricare la relazione, clicca qui sotto.

Piccoli_mostri_nellarmadio_GREENPEACE

Sposati e sii sottomessa. Provo a rispondere al libro di Costanza Miriano

barbie sposa

Facebook nel bene e nel male, nella sua parzialità farraginosità ambiguità, è un’ampia finestra sul mondo. È da qui che per caso, affacciandomi svogliatamente una sera, ho scoperto l’esistenza di Costanza Miriano, autrice del libro Sposati e sii sottomessa. Il titolo non è ironico.

Superato il primo impulso, voglio ora ragionare serenamente e capire perché, al di là dell’evidenza, la sua visione del mondo è inconciliabile con la mia. Cominciamo dalle cose semplici:

Costanza Miriano non ha mai subito discriminazioni.

Forse nessuno mi ha mai rubato il posto di lavoro in virtù del suo genere, non so. Ma è pur vero che non ho mai provato a fare carriera. Che posto avrebbero potuto rubarmi? E nonostante questo, ho subito l’arroganza di alcuni maschi che scalpitavano per fare la loro scalata. Sono stata travolta dalla valanga di rabbia competitiva che li spingeva a raggiungere i loro obiettivi. Ma non è solo questo. C’è qualcosa di più profondo, qualcosa che non si calcola sui livelli di carriera, sugli stipendi discriminanti e sui posti di comando. Parlo del continuo, inesorabile, crudele – sì, crudele – slittamento del mondo verso punti di siderali distanze dai miei orizzonti. Miei nel senso di donna. Sono tante le cose che non mi corrispondono e non mi piacciono, e trovo che questa sia la discriminazione peggiore che un essere vivente possa affrontare. Una discriminazione non misurabile, divenuta condizione esistenziale. Di fronte a questo, mi pare chiaro che nessuna carriera può compensare la perdita. Mavalà che forse Costanza Miriano sta bene dove sta, e questo me la allontana parecchio.

“La donna seduce, vuole avere tutto sott’occhio. La sottomissione è rinunciare a questo desiderio per diventare accogliente e permettere all’uomo di essere ciò che è, innescando un circolo virtuoso che induce i maschi a scollarsi dal famoso divano” (cito dal suo blog).

La donna seduce e vuole avere tutto sott’occhio. Non mi è chiaro il legame tra le due cose. Ritengo la seduzione una parte dei rapporti di forza e non un desiderio, una strategia di sopravvivenza al potere e non un piacere. L’affermazione più ambigua e pericolosa però mi sembra sia l’invito a rinunciare a questo desiderio per permettere al maschio di essere ciò che è. Cos’è il maschio? È possibile ricostruire la sua identità – vacillante per ammissione dell’autrice – partendo dalla rinuncia alla nostra identità? Non sarà mica il caso di reintegrare noi stesse dalle evidenti amputazioni subite nel corso della storia prima di preoccuparci di restaurare l’altro da noi? Che il problema dell’uomo sia il divano, poi, mi pare davvero ottimistico. Non solo riduttivo ma addirittura offensivo, perché non riconosce gli attuali tormenti degli uomini. Ricordiamoci che la crisi dei ruoli l’abbiamo voluta noi. Siamo state noi e non gli uomini, nemmeno i più rivoluzionari, a mettere in discussione le tradizioni, i ruoli e la nostra sottomissione. L’abbiamo fatto per andare dove? Non è mai stato del tutto chiaro e le ipotesi sono state infinite. Io personalmente voglio resuscitare quella domanda, magari per continuare a farmela per tutta la vita senza trovare mai la risposta sulla quale accomodarmi, per consegnarla a mio figlio un giorno. Magari per costruire un’ipotesi di felicità non solo per me stessa ma anche per e insieme ai maschi, se riusciremo a incontrarci su qualche nuova terra. Io credo sinceramente di sì.

Da quando è nato Orlando mi è chiaro che il ruolo del maschio nella coppia è spesso quello di sostenere, di aiutare la donna a diventare ciò che veramente è. E mi è chiaro che riesce a farlo soprattutto quando sa mettersi da parte. Questo in relazione alla maternità, ma non solo.

“La gente normale lo sa che maschi e femmine sono diversi, che la donna è più portata per l’educazione dei figli e la cura della casa. Il resto è solo propaganda culturale” (cito dal suo blog).

Lasciamo perdere la normalità. Lasciamo perdere pure un’idea di maternità legata all’isolamento e alla sospensione (la madre sembra fagocitata dalle mura del suo appartamento), idea ereditata dalla tradizione patriarcale che vuole la donna attiva solo tra le mura domestiche. E non mi si venga a dire che ora è tutto diverso, che adesso lavoriamo e abbiamo una tra le migliori leggi sulla maternità in Europa (cosa assolutamente non vera, ma questo merita un post a parte): la donna quando lavora è come un uomo, quando è madre è in congedo, cioè sta a casa, finiti i mesi di congedo torna a essere come un uomo. Lasciamo perdere tutto. Ma la cura della casa no. Per favore.

Costanza Miriano è contraria alla 194.

Non mi stancherò mai di dire che la 194 non afferma alcun diritto ma stabilisce la depenalizzazione. Cioè la donna che abortisce non può essere punita. Ne risponderà poi a Dio, va bene. La 194 non premia le donne che abortiscono, semplicemente evita loro lo strazio della pena, perché la pena è uno strazio e questo i cattolici dovrebbero saperlo. Ma io eviterei a tutti, proprio a tutti lo strazio della pena, e i cattolici a questo avrebbero dovuto arrivarci prima di me. E se il nostro fosse uno stato laico, come dovrebbe, al fatto che l’aborto non è un reato dovrebbe conseguire che anche le strutture private possano esercitarlo. Perché se ne può occupare solo lo stato dal momento che non è punibile? Per garantire il libero accesso, dice qualche mia amica di sinistra. Ma non è così, perché i livelli di obiezione nelle strutture pubbliche non sono stati messi sotto controllo e sono diventati alti al punto che l’accesso all’interruzione di gravidanza non è garantito. Ma di questo ho a lungo scritto.

la grande scuola

skate

Viaggio troppo breve per Torino. Ma sufficiente a svuotare il frigorifero.

Così è ogni ritorno. Sempre. Entro e non sento l’odore di cibo, saponi e abitudini che riconsegna la casa nelle mie mani. Come se il viaggio producesse un piccolo slittamento del senso delle cose. Come se io e la mia casa avessimo vissuto per alcuni giorni su due universi paralleli.

L’altro ieri tornavamo. Era sera e Roma era ancora bagnata della pioggia del giorno. Ieri mattina andavamo a fare la spesa. Col sole alto e caldo su un cielo trasparente e senza ombra di nuvola. Universi paralleli.

Tra le regole che mi sono data dopo la nascita di Orlando c’è questa:. evitarmi scene che prima di lui mi spaventavano. Per esempio un uomo e una donna esausti, bambini isterici, un supermercato, un carrello pieno, talmente pieno da non riuscire a immaginare dove l’uomo e la donna metteranno tutta quella roba, in quante buste, in quale portapacchi di quale automobile, dentro quale frigorifero, in quale casa di quale strada di quale città.

Come accade dopo ogni viaggio, anche questa volta il frigo è vuoto. Eppur bisogna mangiare. Non sono più la single che saltava i pasti senza nemmeno accorgersene. Tra me e me ripeto la mia regola. Fare la spesa evitando carrelli, esaurimenti, code alla cassa. La città dell’altra economia è aperta e a quanto pare ospita una Befana alternativa. La giornata è bella. Siamo stanchi ma il posto – chi c’è stato lo sa – è davvero bello. Vale la pena fermarsi oltre la spesa. Peccato la presenza di un evento della Peppa Pig, che qui davvero non si capisce come ci sia capitata. Ma dalla quale per fortuna ci salviamo perché Orlando è attratto da altre cose.

Eccola. È lì. Un po’ in disparte. In fondo al grande parco che ospita la piccola città della green economy. Una pista per skate. È lei che sbaraglierà la Peppa Pig e le rappresentazioni di fate. Lo skate sarà il nostro spettacolo per tutto il giorno, praticamente fino a sera. E non solo per noi. Intorno alla pista arrivano bambini che si siedono per guardare. Alcuni hanno lo skate e iniziano a provare. Presto sulla pista si alternano ragazzini ragazzi e adulti. Alcuni davvero bravi. Ma non c’è aria di competizione, almeno non mi sembra. C’è più spirito di gruppo e c’è la pazienza, rara, dei grandi che aspettano che i piccoli esauriscano il loro turno.

Ci mettiamo a parlare con una coppia della nostra età che sta lì con la figlia armata di skate. Ai nostri tempi avevamo lo skate. Stavamo per strada. Eravamo più liberi… Mi domando perché noi, genitori che hanno giocato per strada da piccoli, ora chiudiamo in casa i figli, terrorizzati da incidenti, imprevisti e maniaci.

Comunque lo skate, gioco di strada forse un po’ scatenato ma leggero, dove nascono le amicizie e si gioca a tutte le età (il miglior skater era un tipo sulla quarantina) per un giorno ci libera della Peppa e delle feste comandate e per poche ore i bambini stanno con i ragazzi e i ragazzi stanno con gli adulti.

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: