Esiste Babbo Natale? Domande a margine del tempo

faro

Se c’è una cosa che mi ha salvato la vita, prima ancora che arrivassero Ozu, Orlando e tutta la mia armata Brancaleone, quella cosa è la scrittura. Non dico che è ciò che mi è riuscito meglio. Non dico che la salverei se fossi costretta a scegliere. Ognuno di loro, Ozu, Orlando e tutti quelli che sono entrati e usciti dalla mia vita lasciando un segno, ognuno ha traghettato qualcosa di me, mettendolo in salvo e portandolo oltre la mia terra. Ma posso dire che tutto è partito da lì, che la mia barca, in cerca di porti nei quali trovare riparo, ha salpato dallo scrivere. Posso dire che il principio della mia sopravvivenza, della mia strategia di sopravvivenza, si trova in quel luogo magico che è la scrittura.

Insomma, torno a farlo perché sono giorni che non metto mano al computer né a carta e penna. E mi mancava un po’. Orlando e il padre sono usciti e io mi godo la casa in silenzio, il cane che dorme sulla cuccia, il computer aperto su un file di word in attesa di essere riempito e salvato, come quando ero una splendida, impenitente single.

L’altro giorno, dopo aver messo a letto Orlando, ho guardato il padre e gli ho chiesto: ti ricordi di quando ti annoiavi? Quando magari una domenica pomeriggio non sapevi cosa fare e allora, dopo aver chiamato un’amica per tentare un appuntamento al cinema, te ne restavi a casa sul divano a guardare un film, e lentamente veniva la sera, e portavi giù il cane, ti versavi un bicchiere di vino e finivi di leggere un romanzo. Sì, la solitudine. Te la ricordi? Traghettatore fondamentale per me, messo da parte in questi ultimi anni, che ora scalcia per tornare in pista insieme a piccoli dettagli esistenziali come le uscite in barca a vela. Orlando cresce e inizia a lasciare liberi dei piccoli spazi. Ne ha bisogno lui e ne ho bisogno io, ma devo dire che i passaggi per me sono sempre un po’ malinconici: ogni volta c’è qualcosa che lascio indietro per non ritrovarlo più.

A parte tutto, però – la solitudine, i traghettatori, le scelte, le perdite, le evoluzioni, la sindrome di Peter Pan e i massimi sistemi – c’è qualcosa di cui, dopo giorni di silenzio, mi piacerebbe parlare: le vacanze. Vorrei sapere chi se le è inventate. Cosa pensava di fare. Chi voleva far contento.

La vacanza è una specie di vuoto/pieno esistenziale, un momento in cui ci è consentito di essere improduttivi, una sospensione dello spazio e del tempo: qui e ora, per sempre e in ogni dove.

Il tempo. Io non ho avuto un minuto. La ludoteca era chiusa, i nostri ritmi saltati, gli impegni natalizi, tra regali pranzi e cene, dominanti su qualsiasi altra cosa. Mi ero ripromessa di portare Orlando al Macro – dove c’è un’installazione divertente per lui; a teatro; avevo pensato di tentare addirittura la sua prima sala cinematografica. Non abbiamo fatto niente di tutto questo eppure non abbiamo avuto il tempo di respirare. Ogni tanto ho pensato di voler scrivere un post per il mio blog, per esempio sull’esistenza di Babbo Natale.

Apro una piccola parentesi: esiste Babbo Natale? Se me lo fossi chiesto l’anno scorso, quando con Orlando il problema non si poneva, avrei risposto: perché no? E il padre di mio figlio avrebbe ribattuto: perché è un’invenzione della Coca Cola eccetera eccetera. Quest’anno, straordinariamente, il padre ha detto sì, Babbo Natale esiste, e io non ho detto niente. Probabilmente lui ha pensato che per una volta che metteva la fantasia davanti alla ragione, io facevo il contrario, e forse io ho pensato che per una volta che io mettevo il buon senso davanti al resto, lui faceva il contrario. La scena di Natale è stata questa: il mio compagno che parlava di Babbo Natale, e io che insinuavo il dubbio col silenzio e con un linguaggio che mai faceva esplicito riferimento al portatore di doni in slitta.

Quando sono nati i primi amici immaginari di Orlando, sono andata a cercarmi i consigli di esperti pedagoghi psicologi e tecnici dell’infanzia che si raccomandavano di stare al gioco, senza però scambiarlo con la realtà. Per esempio, se il bambino invita a cena il suo amico immaginario, lasciargli un posto a tavola di fantasia e non fisico. Mi domando: Coca Cola a parte, per una volta chisseneimporta, non si può fare la stessa cosa con Babbo Natale? Stare al gioco senza far credere al bambino che davvero esista questo vecchio signore volante vestito di rosso?

Chiusa parentesi esistenza Babbo Natale, resta che non ho avuto il tempo nemmeno per scrivere un post.  Non ho avuto il tempo materiale, è vero, ma soprattutto non ho avuto il tempo mentale. Come se la vacanza portasse in sé il germe dell’immobilità, come un incantesimo. Una specie di maleficio. Lo stesso della Bella addormentata nel bosco.

Lo spazio. Domani l’incantesimo si spezzerà, porterò finalmente Orlando e suo padre a Torino. Mia amata città. E poi qualcuno dice che spostarsi di luogo non salva la vita. A proposito di strategie di sopravvivenza.

Arti e mestieri

Orlando in tipografia

Ieri ho portato Orlando con me al lavoro. Lo faccio spesso quando posso, ma ieri ci tenevo in modo particolare. Le persone che lavorano con me lo sanno e non hanno la reazione di fastidio che ci si aspetterebbe.

Sarà che partecipa a riunioni da quando è piccolissimo. Sarà che quando siamo io e lui da soli gli capita di vedermi al lavoro. Sarà che ogni volta che ho potuto me lo sono portato con me. Qualunque sia la ragione, posso dirlo senza ombra di dubbio: Orlando in queste occasioni non dà fastidio.

Questo mi fa riflettere sulla necessità di separare a tutti i costi i luoghi e i ruoli, i mondi, le età, le competenze. Ognuno isolato nella sua specificità.

È davvero necessario, qualunque sia il lavoro, che un bambino debba stare in un luogo destinato a lui solo? È forse possibile pensare, almeno in alcuni casi, a una diversa organizzazione del lavoro? Si può iniziare a immaginare lavori in cui la madre sia libera di portarsi il figlio, soprattutto quando è piccolo? Non sarà forse il caso di ripensare a trecentosessanta gradi il congedo di maternità? Non certo per ridimensionarlo, ma invece per estenderlo, per far uscire la maternità, quindi il figlio, dalle mura di casa e di scuola. Mi sono spesso sentita dire: io non potrei, mio figlio farebbe il diavolo a quattro. Non credo che Orlando sia diverso dai bambini che fanno il diavolo a quattro. Semplicemente è abituato.

Mi sembra un brutto vizio di questa nostra epoca: costruire alle periferie delle nostre esistenze castelli dove i bambini diventano piccoli imperatori.

Ieri Orlando ha scoperto come nascono i libri. Forse non lo ha capito bene. Il meccanismo non è semplicissimo. Ma si è reso conto che il libro è un oggetto che qualcuno costruisce, che non è il prodotto di una magia, non è un mistero. L’ho portato con me in tipografia. All’inizio stava incantato di fronte alle macchine. Vedeva mettere i colori, ruotare i bracci meccanici e uscire carta colorata. Osservava uomini controllare e aggiustare i toni. Sentiva il segnale che avverte che la macchina sta per partire e sputare fogli stampati.

Ma il pomeriggio è lungo e dopo l’incanto della stampa, Orlando ha trovato il modo di giocare con le cose che aveva a disposizione.

E questo potrebbe accadere in continuazione: mentre si cucina, si fa la spesa, si riordina, si ripara una sedia, si ricuce un bottone, si legge, si scrive, si paga una bolletta, si innaffiano le piante, si fa una lavatrice, si stendono i panni, si attacca un quadro, si dipinge. Riportare i bambini nel mondo e ritrovare il gioco delle cose.

Siamo tornati a casa più tardi di quanto previsto e lui si è portato con sé un cappello fatto con gli scarti di stampa.

Lo shopping di Natale

©Liu Jianhua

©Liu Jianhua

Il consumo critico è come la droga, si inizia da una canna e non si sa dove si va a finire. Tutto in genere parte dal boicottaggio della Nestlè, per poi passare alla Barilla, direttamente alla distribuzione, cioè l’Unilever, all’esclusione di prodotti animali industriali (carne, latte, latticini, uova, mono e digliceridi degli acidi grassi), all’eliminazione dell’olio di palma, per ritrovarsi infine ad andare al supermercato rarissimamente, solo per la carta igienica e poco altro.

L’altro giorno io e il mio compagno abbiamo preso cane e bambino e siamo andati a piedi a viale Marconi, una strada commerciale non lontana da casa. Per fare i regali, ci siamo detti, ma secondo me non era vero. Forse ogni tanto abbiamo bisogno di immergerci nelle maglie del consumo perché, è inutile negarlo, è un luogo pieno di forme e colori seducenti e appaganti. È come scivolare in un lago di desideri infantili e farsi conquistare dagli abbagli. Un lago in cui le cose nascondono la loro anima più profonda.

Siamo entrati alla Feltrinelli. Un rito da ripetere ogni tanto per confermare la scelta delle piccole librerie, quelle in via d’estinzione, che non hanno lo spazio per mettere tutto, sempre incerte se prendere i best seller perché la grande distribuzione questi, a differenza degli altri, glieli fa pagare in anticipo, negozietti dai quali si può uscire ogni tanto con un libro, evitando la vertigine dei miliardi di titoli dei milioni di autori delle grandi librerie, sfuggendo alla mania del possesso, secondo la quale i libri è bene averli. A me i libri piace farmeli prestare, e prestarli, e perderli e ritrovarmeli.

Nonostante tutto avevo trovato il romanzo che fa per me, un bel fiume di parole da ascoltare la sera per essere dolcemente accompagnata nel mondo dei sogni. Ero addirittura disposta a comprarmelo. Se non fosse stato per il serpente umano che si snodava dalle casse. Siamo usciti senza fare acquisti.

In tutta la via un solo altro negozio teneva testa, in quanto a clienti e code alla casse, alla Feltrinelli: Tiger. Nuovo, per me che non ne conoscevo l’esistenza.

Marchio danese. Prezzi competitivi. Uno stile che tenta di emancipare i piccoli oggetti dallo status di cianfrusaglia. Insomma una specie di Ikea delle piccole cose. Colori vivaci, ma non sempre e non troppo, depositati su una struttura minimale.

Dici Danimarca e pensi a una sorta di pulizia socialdemocratica dove non c’è mai problema, niente di cui preoccuparsi, perché tutto è stato confezionato con criteri di equità e trasparenza. Comunque era tardi, ci siamo solo affacciati e ce ne siamo andati.

Saranno stati i colori, sarà stata la socialdemocrazia, fatto sta che io e Orlando il giorno dopo ci siamo tornati. Eravamo soli, senza cane e senza padre, con la bicicletta. L’unica cosa che poteva metterci fretta era il buio in agguato (tornare a casa in bicicletta di sera col bambino dietro le spalle non mi piace). Ma ci siamo presi il nostro tempo e abbiamo cercato l’anima profonda e nascosta degli oggetti firmati Tiger: tutto made in China. Che poi non vuol dire niente. La Cina è grande. Quasi tutto viene da lì. È come dire che dentro le torte c’è lo zucchero.

La sera abbiamo cercato nel libro che in questi giorni gira per casa come una Bibbia, il già citato Confessioni di un eco-peccatore. Sfogliando leggiamo di una grande città dove vivono due milioni di persone, tutte addette alla produzione del 90% delle cianfrusaglie mondiali. Yiwu. Qui marchi come Tiger fondano la loro filosofia e la loro fortuna. Due milioni di persone che lavorano a ciclo continuo, senza pause di produzione. Producono e basta. Una grande, immensa fabbrica illuminata a giorno 24h. Un luccicante, addobbatissimo albero di Natale.

Ovviamente siamo tornati a casa a mani vuote e il giorno dopo abbiamo comprato nel negozietto sotto casa le forbici di Orlando per fare i collage, anche loro made in China (per avere delle forbici a quanto pare bisogna passare per la Cina). Ma almeno non abbiamo fatto la fila e abbiamo evitato l’abbaglio dell’impeccabilità danese.

Orlando rock hair

zach-galifianakis-candidato-a-sorpresa

Lunghi. Erano lunghissimi. Ieri, dopo due anni, li ho tagliati.

Con Orlando me la cavo per lo più da sola, un po’ per scelta e un po’ perché le cose sono andate così. Questo ha dei vantaggi e degli svantaggi. Tra gli svantaggi c’è la stanchezza, il continuo multitasking e il conseguente senso di non riuscire a fare fino in fondo le cose che vorrei. Tra i vantaggi c’è la sorpresa.

Ieri mattina mi sono guardata allo specchio e ho detto basta. Ho telefonato e ho preso appuntamento dal mio solito – si fa per dire – parrucchiere, che per fortuna ha da poco aperto un nuovo salone non lontano da casa mia.

Dopo pranzo ho preso la bicicletta e ci ho sistemato Orlando. Mio figlio di pomeriggio non  dorme più, solo raramente e quando meno me lo aspetto. Nel tragitto da casa al parrucchiere si è addormentato sul seggiolino della bicicletta, in una posizione improbabile e con la testa che gli ciondolava dentro il caschetto.

Testaccio. Via Amerigo Vespucci. Ho dimenticato il numero civico, ma che problema c’è? Quanti parrucchieri ci saranno mai in via Amerigo Vespucci? Lo vedo e lego la bici. L’insegna non è nel loro stile, ma forse non hanno ancora cambiato quella del vecchio esercizio. Entro col bambino addormentato tra le braccia. Molto natalizio. Un salone vuoto che forse ha conosciuto qualche fasto nel passato. Mi viene incontro un signore in là con gli anni. “Mi scusi, ho sbagliato” dico. E mi dispiace perché sembrava contento che qualcuno entrasse nel suo negozio.

Sono in fondo a una strada in cui i parrucchieri, scopro ora, sono due. Orlando continua a dormire tra le mie braccia e io faticosamente raggiungo l’altro capo della via pensando che no, il bambino non me lo posso portare dappertutto. Che ci sono donne che hanno intorno delle corti che gli tengono i figli ogni volta che devono spostare una paglia. Che hanno un aiuto in casa e una baby sitter. Che io non riesco a fare tutto. E adesso? Mi faccio tagliare i capelli mentre lui mi dorme in braccio? E finalmente, miracolosamente si sveglia.

Ci siamo. È qui che dopo due anni mi taglierò i capelli.

Orlando si siede sul divano con il nuovo Topolino comprato per l’occasione a un prezzo speciale per l’edizione di Natale (ho cercato invano di dirottarlo su qualcosa di più economico). Rispetto all’altro salone, l’ambiente qui è quasi tutto femminile e la cosa mi piace.

Mi abbandono a un lavaggio che sembra un massaggio. È bello che ogni tanto qualcuno si prenda cura di me. Poi inizia il taglio.

Orlando sta sempre lì, seduto col suo Topolino di Natale. Ma non lo legge da solo. Una donna dai capelli arancioni in attesa di rinfrescare la tinta lo sta conquistando piano piano e si mette a leggere con lui. Procederanno insieme fino alla fine del taglio, con qualche incursione di altre clienti che provano a parlare con lui.

“Ti piace così la mamma?” Glielo chiedono in coro.

Mi viene in mente un romanzo letto tanti anni fa, Creatura di sabbia, dove Tahar Ben Jelloun descrive, in un modo che non dimentico, l’universo femminile visto dagli occhi di un bambino. È tutto diverso, lo so. Protagonista del romanzo in realtà è una bambina cresciuta come un maschio. La storia si svolge in Marocco. Ma l’autore non avrebbe saputo entrare così in profondità nella terra delle donne, se non avesse vissuto quella stessa immersione.

Ho l’impressione che Orlando ora abbia la possibilità di entrare in acque che mai più saranno così trasparenti. Che possa imparare adesso a parlare una lingua che non è sua, e non lo sarà. Incontrerà altre donne, le conoscerà diversamente, più profondamente, le amerà, ma mai più sarà accolto senza pudori nelle loro stanze segrete come quando era bambino.

la casalinga di voghera

jules et jim

La casalinga di Voghera non è più quella di una volta. Non le va di fare niente, non cucina, non pulisce a fondo e se la inviti a cena può dire di sì. Eppure ancora oggi, dopo quarant’anni, fa addannare la classe politica italiana, che non riesce mai davvero a strapparle il voto e a garantirsi la sua fedeltà.

Domenica. Otto dicembre. Cosa fa la casalinga di Voghera? A quale dei tre candidati offre il suo fortunato voto?

La casalinga di Voghera osserva i candidati con occhi ingenui, di donna di casa che non capisce molto d politica e affida le proprie scelte ai sentimenti. I tre competitor democratici diventano per lei tre principi azzurri. Li immagina nel loro corteggiamento. Sogna che facciano le loro avances, che la chiamino a casa per fare un primo passo. Il classico primo passo: l’invito a cena.

Il primo spasimante è il numero uno. Il vincitore. Il bravo ragazzo che piacerà tanto ai suoi genitori, anche se lui si prepara a sostituirli, perché lo fa senza ricorrere alle brutte maniere dei grillini. Perché è giovane ma in fondo è già vecchio, rassicurante. Sono quarant’anni che la casalinga di Voghera sta chiusa in casa, guardata o solo intravista dalla strada senza mai essere capita davvero. Adesso si prepara per andare a cena fuori. Una cena alla quale non rischierà di sopportare gli imbarazzanti silenzi del primo appuntamento, perché lui ogni volta colmerà tutti i vuoti. Non dovrà scegliere lei il ristorante né il tavolo, forse nemmeno il piatto. Matteo penserà a tutto, perché conosce il piatto migliore gustato al miglior tavolo del miglior ristorante del quartiere in cui lei vive. La serata passerà anche se nessuna storia inizierà, senza alcun disagio comunque vada. Se andrà bene però, se le cose tra loro andranno avanti, la casalinga prima o poi dovrà fare i conti con l’autostima di Matteo, come lui stesso la definisce. Non quella dei bei momenti, quando l’ego è gonfio e tutto scorre come deve. No, la casalinga dovrà sopportare il Matteo che non ha ricevuto le gratificazioni desiderate, quello dei bassi che seguono gli alti, l’uomo che lavora per ottenere nuove conferme. L’autostima è così. Tanto sali in alto quando sei acclamato, tanto precipiti in basso quando gli altri non ti acclamano più. Tu, casalinga di Voghera, vuoi prendere quest’uomo nel bene e nel male, con i suoi alti e i suoi bassi finché morte non vi separi?

Mentre ci pensa, la casalinga di Voghera riceve la seconda telefonata. Quella di Cuperlo. Lei immediatamente sospetta che dietro questo invito ci sia un motivo inconfessato, o forse semplicemente crede di essere un ripiego perché lui in realtà a cena vorrebbe stare altrove con qualcun altro. Probabilmente la porterà in un ristorante dove non è mai stata, un posto di lusso, dove qualche tavolo più in là saranno seduti gli amici o la famiglia di lui. Proverà un grande imbarazzo ma allo stesso tempo si sentirà più leggera, perché saprà che tutto sta già finendo. Sarà sicura che lui domani non la richiamerà, che le risparmierà passaggi faticosi, nuovi inviti a cena per presentarle gli amici e la famiglia. E a guardarlo bene questo principe non è brutto ma non è nemmeno rassicurante. La casalinga farà un’eccezione in questo particolare momento di difficoltà economica: entrerà in bagno con la borsetta e ne uscirà con una scusa. Dopo due minuti lascerà da sola il ristorante e salirà su un taxi dopo aver salutato lui rimasto ad aspettare il conto.

Il terzo candidato. La casalinga di Voghera e Pippo Civati. A cena. Loro due da soli. La casalinga è un po’ preoccupata. Lui non è spigliatissimo e lei dovrà fare molto. Parlare, inventare argomenti, fare battute, domande, spostare un po’ l’asse del discorso, divertire, ridere, creare silenzi, pause e riprese. Poi alla fine ci sarà il dramma del conto. Lui non saprà cosa fare: è offensivo offrire la cena a una donna senza nemmeno chiederle il permesso? È forse meglio dividere la spesa ed evitare smancerie che renderebbero chiaro che lui ci sta provando se no la cena non gliel’avrebbe mai offerta? Lei lo toglierà dall’imbarazzo allontanandosi dal tavolo per andare in bagno, lasciandolo solo a risolvere la faccenda del conto. Poi lui la riaccompagnerà a casa, le sorriderà e le augurerà la buona notte.

La casalinga di Voghera declina ogni invito. Grazie tante ma preferisce stare a casa a guardare un bel film. Augura buona serata alla vicina che ha accettato di andare a cena con i promessi segretari e non si spiega perché sul pianerottolo tutti si accalorino per dimostrare che Renzi non è di sinistra quanto D’Alema.

Domani la casalinga di Voghera se ne andrà a cena fuori. Senza principe.

homeschooling

lezioni d’arte. il postmoderno

2013-12-03 02.15.06

collage
carta su cartonicino

il mondo immaginario

© marcus moller bitsch

© marcus moller bitsch

Il mondo immaginario di Orlando cresce e si popola di giorno in giorno. Ma dove nasce l’immaginazione infantile? Stasera ho consultato la mia solita sibilla: la rete.

Provate a digitare “il mondo immaginario dei bambini”. Immediatamente esce il solito fastidioso taglia e incolla da un sito all’altro e da un esperto all’altro. Se il linguaggio dei bambini è ricchissimo di cose, personaggi e azioni, quello degli adulti risulta un po’ ripetitivo e scarno. Il mondo, secondo loro, si divede in tre fasce: i bambini che serenamente hanno sperimentato la giusta alternanza tra assenze e presenze, quelli per i quali l’esperienza si è sbilanciata verso l’assenza (i trascurati) e infine quelli che hanno sperimentato un’eccessiva presenza (i viziati e gli iperprotetti).

Viziati, giusti o trascurati che siano, l’immaginazione appartiene a tutti. Poi ognuno ci metterà i propri contenuti: i trascurati popoleranno il loro mondo di figure forti e quasi incontrollabili, i viziati costruiranno un regno nel quale imperare senza competitor, i giusti avranno il loro giusto mondo. E due più due fa quattro.

Gli esperti sono d’accordo. Con i bambini bisogna modulare le giuste dosi di presenze e assenze. Dove sia la giusta misura non è evidente, ma non importa. Siamo appena entrati su un terreno magico dove gli equilibri sono offerti dall’alchimia.

Affidandosi a questi consigli, un genitore dovrà mescolare alcuni ingredienti e sperare che la cosa non provochi esplosioni. L’esperto darà indicazioni. La strada da percorrere però non è ben indicata. Chiaro è solo l’orizzonte verso il quale andare: la separazione. Mi chiedo – non posso proprio farne a meno – perché questa ossessione. Ma alla fine non importa. Ognuno ha l’ossessione che ha e prima o poi impara a conviverci.

Insomma, madri e padri di tutto il mondo, siate un po’ presenti e un po’ assenti. Separatevi ma non troppo. Andatevene ma tornate. Quanto separarvi e quando tornare, lo scoprirete solo vivendo. Nell’attesa non vi resta che incrociare le dita.

Io a questo punto mi tengo il mio istinto, che forse ha un fondamento meno aleatorio delle teorie della separazione. La cosa interessante uscita dal mio giro in rete della notte, è che il mondo immaginario per i bambini è una mappa. Dove mi piacerebbe entrare in punta di piedi. Come ogni mappa nasconde un segreto.

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