what a wonderful world

louis_armstrong

L’altro giorno eravamo in macchina e ascoltavamo la radio. Nel traffico e nella solita fretta è passata What a wonderful world cantata da Louis Armstrong. A casa l’abbiamo ascoltata e riascoltata su youtube.

Ringrazio sempre il caso di avermi fatta nascere a cavallo di due ere. Di due secoli, due millenni e di chissà quante altre cose che adesso non mi vengono in mente. Non che io non apprezzi la rete, anzi, non potrei più farne a meno. Non che non apprezzi l’eterea sovrastruttura che ci aiuta a vivere alleggerendo ogni giorno i nostri corpi, le relazioni, i gesti, le scelte, i pranzi e le colazioni. Adoro andare in cerca di notizie su wikipedia e poi in giro per la rete, random e come viene. Però mi piace ricordare com’era. Quando ero piccola e per ogni ricerca bisognava incollarsi uno di quei pesantissimi tomi della vecchia Treccani – a causa del peso conveniva prenderne solo uno evitando di sbagliare o di esagerare a voler approfondire – e il ragazzino che a casa non ce l’aveva doveva organizzarsi col compagno di banco o con uno qualsiasi della classe che potesse ospitarlo con la sua bella distesa enciclopedica che occupava la parete di una stanza intera.

Ascoltavo What a wonderful world e intanto andavo a cercare la biografia di Armstrong. Beh, vale la pena leggerla. Una di quelle vite in cui è facile vedere dove passa la sopravvivenza. Leggevo, ascoltavo e mi sentivo leggera, forse addirittura più semplice. In fondo Orlando somiglia un po’ a questa canzone. Come una frase semplice detta per sempre.

Se la rete con i suoi social network sdogana pose un po’ fredde, cool, acide e cattive, personaggi indifferenti, privati di qualsiasi passione ma capaci di affermazioni al di là del bene e del male, tanto lì si può dire ogni cosa perché non succede mai nente davvero, Orlando e Louis Armstrong magicamente mi riportano alla carne. Forse la sopravvivenza passa da lì per tutti e comunque.

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27 novembre 2013. Debiti e speranze

trashware

27 novembre 2013. Mio figlio dorme. Il padre segue talk show sulla fine dell’ultimo ventennio. Due ventenni in meno di cento anni. 40 su 90. Una bella media. Intanto io, che proprio non riesco a percepire l’effervescenza della nuova era, quel friccicore che annuncia la nuova avventura e chiama tutti a riversare i propri sogni nel fiume della grande storia, io, che da troppo tempo non mi immergo nelle acque della militanza, navigo in rete in cerca di computer sostenibili. È possibile acquistare un pc che non sia stato costruito dalla Foxconn o da un suo simile? Possibile scegliere il consumo critico anche in campo informatico e fare attenzione all’ambiente?

A proposito di ventennio. Ve li ricordate gli anni Novanta? Non solo quelli italiani. Tutti gli anni Novanta, globali, totali, planetari. Fu allora che la Apple convinse milioni di giovani persone che avere una sua macchina significava pensare differente, essere differente. Differente divenne bello. E tutti diventammo differenti. Anche io, lo ammetto. E da allora mi sono affezionata ai miei portatili mac che mai avrei cambiato con un pc.

Quando Orlando ha iniziato a usare le mani, tra le prime sue gesta c’è stata quella di rompere l’interruttore del mio portatile. Era vecchiotto ma andava bene. Era veloce. Era pure bello. Solo che non potevo ricaricare la batteria. Nessuna assistenza ha voluto ripararmelo, né quella della mac né i negozietti sotto casa che magari, pensavo, per un po’ di soldi avrebbero accettato la sfida. Da oltre due anni il mio portatile sta lì, immobile, depositato su un piano alto della libreria, non morto ma semplicemente spento. Per sempre. In questi due anni di finanze in rosso, non abbiamo ricomprato un altro computer e ci siamo accontentati di usare in due quello del mio compagno. Ci abbiamo pensato, ne abbiamo parlato, ma alla fine, in fondo, a pensarci bene, potevamo farne a meno.

L’altra sera parlavamo di consumo critico. Lui sta leggendo un libro che sembra molto interessante, Confessioni di un eco-peccatore di Fred Pearce, e siamo partiti da lì. Alla fine ci siamo fatti la domanda: è possibile comprare un computer che non sia stato costruito dalla Foxconn o da un suo simile?

Stasera, mentre imperversa la decadenza di Berlusconi, faccio la mia piccola ricerca e scopro che, forse, addirittura, posso recuperare il mio vecchio portatile. Esistono società che fanno riciclo informatico. A Roma ho trovato questa, ma credo ce ne siano in ogni grande città. Magari mi diranno che è tardi, che è stato fermo troppo tempo, non lo so. Ci voglio provare.

Non è chiaro se sia possibile comprare un computer costruito nel rispetto dei lavoratori e dell’ambiente. Chiaro per me per ora è che è meglio evitare di acquistare prodotti informatici come se fossero fazzoletti usa e getta. Meglio resuscitare la carcassa depositata sull’ultimo ripiano della libreria. E io stasera, mentre Berlusconi decadeva, potevo di nuovo guardare con amore e speranza il mio vecchio portatile.

note a margine del cambio di stagione. un pomeriggio senza caffè

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Tra le stanze della vita – esistenti inesistenti mentali fisiche reali immaginarie – ce ne é una che si chiude troppo facilmente. La stanza dei giochi.

Quante volte avete sentito una madre dire: il padre è il gioco, io sono tutto. Tutto però non vuol dire niente.

Con me il bambino mangia, dorme, si consola eccetera.

Questa mattina abbiamo fatto il cambio di stagione. Nessuno finora aveva avuto il coraggio di affrontarlo finché il padre di mio figlio ha aperto la scala e ha preso il toro per le corna. Poi però lui è uscito e in casa siamo rimasti io, Orlando e un mare di buste da spacchettare e controllare. La giornata non era delle migliori. Il cambio di stagione infatti è andato a incastrarsi con altri impegni tutti più o meno improrogabili. Alla fine ne siamo usciti vivi. Certo, abbiamo pranzato con un timballo di riso scongelato, avanzo di qualche giorno fa che credevo destinato alla ciotola del cane. E ci siamo un po’ sacrificati e lui forse si è annoiato. Ma era pronto un bel risarcimento per noi: dopo pranzo saremmo andati a ricomprare il caffè – finito! – e avremmo preso il gelato. Dopo pranzo Orlando, che non dorme quasi più di pomeriggio, si è addormentato. E il risarcimento è saltato. Sono rimasta senza caffè e quando mio figlio si sveglierà io uscirò e lo rivedrò stasera giusto in tempo per addormentarlo.

Non mi capita spesso di rinunciare al mio rapporto con lui, è vero però che ci passo tanto tempo e non è difficile per me trovare le ore per giocare. Quando accade ci rifletto un po’. Una madre che non ha molto tempo da dedicare al figlio, forse, deve sgomitare parecchio per ritagliarsi uno spazio ludico da condividere con lui. Insolito vederla fare un puzzle col bambino mentre il padre pulisce il bagno e rifà i letti. Più facile che succeda il contrario.

Mi viene da pensare che nella strada verso la cosiddetta emancipazione ci siamo dimenticate di mettere in conto qualcosa.

homeschooling

lezioni d’arte. le avanguardie storiche

21 novembre 2013 17.05.37
collage matita pennarello e tempera su carta cartoncino e vetro
lavoro a quattro mani di monica micheli e orlando fiorelli

il cielo in una stanza

©Berndnaut Smilde

©Berndnaut Smilde

Cosa intendeva Virginia Woolf con una stanza tutta per sé? Un semplice spazio fisico? Non credo, anche se averlo può fare la differenza. Comunque non sono questi i tempi delle stanze separate. Noi abbiamo fatto dell’ambiente unico un fichissimo open space, fregandocene delle comodità, delle necessità, dell’obiettività. Avere un open space ci fa stare sul pezzo e ci fa invidiare da amici e parenti, soprattutto se hanno figli.

E infatti l’open space è utilizzabile fino in fondo solo dai single impenitenti. Basta una sola altra presenza per una durata che superi il tempo di una cena e quella stanza comincia a rivelare tutti i suoi difetti. Nemmeno andare al bagno è facile perché tutto, dai rumori agli odori agli spostamenti d’aria, è a portata di tutti.

Forse Virginia Woolf parlava di indipendenza economica. Anche. Perché no? Ma i soldi, si sa, non fanno la felicità. Forse parlava di accesso ai privilegi. Non credo sia proprio così, anche se. Ma cosa voleva Virginia Woolf?

L’altra sera il padre di mio figlio ha chiesto qualcosa che somiglia molto alla stanza di Virginia. Lui non parlava di stanze, che a casa nostra significherebbe fare i lavori per ricavarne una. Voleva proprio tutta la casa. Giusto qualche ora, per esempio di mattina, per stare finalmente solo, magari a studiare il piano. Il luogo simbolico sul quale proiettare orizzonti di realizzazione non è più lo spazio di Virginia Woolf. Siamo nell’era della rivendicazione del tempo. Il nemico dei nostri legittimi sogni di eternità.

Non posso dire di non capirlo. Vorrei anch’io tirare fuori la mia esistenza dalle maglie strette del tempo. Vorrei riuscire a fare tutto ciò che voglio e poter fare ancora ciò che non voglio e che ritengo necessario. Vorrei godermi mio figlio al cento per cento e il mio cane al cento per cento e i miei cari i miei amici i miei viaggi il mio lavoro i miei libri i miei file i miei appunti i miei studi, tutto al cento per cento, senza sprecare niente, senza rimpiangere niente.

Ma a un certo punto arriva il tempo e inizia a rubarsi pezzi di cose. E allora bisogna scegliere. E sì che il desiderio di non dover scegliere è legittimo. Il desiderio di possedere ciò che si desidera senza compromessi. Ma non si può. Non siamo immortali. E c’è qualcuno che si permette pure di dire “meno male che non lo siamo, altrimenti sai che noia”. Che nostalgia ho io della noia. Come vorrei liberarmi delle ore dei giorni degli anni per avere il tempo di fare avere essere tutto.

Invece bisogna ricavarsi uno spazio nel quale mettere al riparo dal tempo alcune cose, poche, necessarie, le più amate. Virginia forse voleva difendere le sue anche da altri aggressori. Ma lei era una donna e aveva altre urgenze.

Ecco cosa posso dire al padre di mio figlio, a freddo e fuori dal disordine di una discussione. Scegli poche cose, quelle che ami di più, e mettile al riparo.

Intanto lavoro mentre cucino parlo con Orlando lo aiuto a fare un puzzle gli lavo i denti rispondo al telefono carico una lavatrice e inizio a scrivere un post per il mio blog. Ci sono stanze e stanze.

la metafora di Ponyo

ponyo

È tutta colpa dell’inverno. Che poi arriva senza preavviso, senza che nei cassetti si sia già insinuato il golfino di mezza stagione, quel residuo un po’ patetico degli anni Ottanta, utile ai tempi in cui le stagioni erano quattro e si succedevano cronologicamente, senza troppa fantasia ma in modo rassicurante.

L’inverno arriva sempre nel weekend. Poi magari il lunedì le temperature si rialzano  e esce il sole, e il golfino va bene la sera, sorseggiando un bicchiere di vino sul balcone o sul terrazzo, prima che i festoni un po’ provinciali del Natale vengano a oscurare le orse e le fasi lunari.

Il weekend si potrebbe andare al parco anche se piove. Anzi meglio, c‘è poca gente. Io, Orlando e Ozu. Sì, anche lei. Troppi sensi di colpa a non portarla. Ma la pigrizia ci assale, la pioggia cade, Ozu vecchia signora zoppica e tira per tornare a casa, Orlando vuole venire in braccio, prendere la macchina è pericoloso perché qualcuno ha deciso che il nostro quartiere deve diventare il prolungamento di Testaccio, dove la vita notturna imperversa e i giovani si riversano nelle ore serali, così se rinunciamo al parcheggio miracolosamente conquistato, difficilmente ne troveremo un altro. Eravamo usciti per andare al parco e abbiamo ripiegato sul giro dell’isolato. Torniamo a casa, metto sul fuoco l’acqua del tè, infilo in forno una torta di mele e scatta il film.

Totoro ci era piaciuto, così decidiamo di vedere un altro cartone di Miyazaki, Ponyo sulla scogliera. Ci diranno poi che è un po’ presto, che non è adatto all’età di Orlando. Ma noi inconsapevoli procediamo. Tra un pianto e l’altro arriviamo alla fine, non perché io insista, ma perché Orlando questa volta vuole andare fino in fondo. Ponyo è la nascita. Forse lo scenario di tanti piccoli pesci umani governati da uno strano padre rappresenta l’inseminazione in vitro, forse è l’intervento della scienza sulla procreazione, ma il momento in cui la protagonista da pesce si trasforma in ibrido e diventa infine bambina, quando decide di venire al mondo e corre sulle acque cavalcando onde ciclopiche per raggiungere la riva, quella secondo me è proprio, semplicemente, la nascita.

Metteremo Ponyo in un angolo del computer e lo riprenderemo magari tra un po’. Intanto però averlo visto una volta non è forse un gran male. Per Orlando è stata una catarsi, e infatti ha pianto. Non di paura. Lui che durante il travaglio si è girato di spalle e ci ha mandato tutti a quel paese. Lui che ha detto no, per ora resto qui, anche se ormai non si poteva più aspettare. Lui che alla fine è nato con un taglio cesareo e io, che sognavo di partorire in casa da sola, io e lui da soli senza niente di niente intorno, questa cosa non la digerirò nell’arco di tutta la mia vita. E come disse la pediatra, la plurititolata venuta dopo il medico senza laurea, Orlando non ha vissuto il passaggio fondamentale della vita, quello del canale del parto. Ma siccome io penso che a questo mondo niente è mai perduto davvero, che una possibilità c’è anche quando non ce n’è più nessuna, sono sicura che Orlando avrà occasioni per risarcirsi e immedesimarsi e prendere la strada di quel passaggio originario che insegna ad affrontare tutti i passaggi a venire della vita e correre sulle acque che montano verso la riva.

Ponyo potrebbe essere un’occasione, piccola ma forse non del tutto inutile, portatrice di un immaginario inedito, quasi futuristico, dove la nascita però è sempre lo stesso antichissimo tsunami.

innocenti bugie

puzzle

Sono innocenti le bugie dei bambini? Dove sta la linea di confine tra bugia e fantasia? A cosa servono le bugie che i nostri figli ci raccontano?

Ci interroghiamo spesso sulla verità delle parole dei bambini. Che hanno sempre una loro verità. Vorrei farmi una domanda uguale e contraria.

L’altro giorno Orlando stava disegnando su uno dei miei a4, diventati tele per le sue pennellate. Quando lo avrai finito, compreremo una cornice e lo appenderemo. Gli ho promesso. Quando eri piccola anche tu compravi la cornice e appendevi il disegno tuo? Da un po’ di tempo mi domanda di quando ero piccola. Giocavi a questo gioco? Facevi questa cosa? Mangiavi questa pasta? Salivi sulla scala? Andavi sullo scivolo? E io dov’ero? Non c’era, ma lui questo non può accettarlo: sì, c’ero, nella pancia tua.

I miei disegni non ci sono più. Forse qualcuno, raro, messo in salvo da mia madre. Durante la mia adolescenza ne ho fatto un grande pacco e li ho buttati via. Erano anni difficili. Avevo le mie ragioni. Ne avevo bisogno. Oggi mi dispiace davvero non averli, non poterli vedere, non sapere cosa disegnavo. Se potessi tornare indietro sfogherei la mia furia iconoclasta su qualcos’altro, oppure distruggerei i miei disegni di quando ero bambina, ma pochi, simbolici, e mi terrei tutti gli altri.

Sì, quando ero piccola appendevo i miei disegni con la cornice. Non è vero, ma questa è stata la mia risposta per Orlando. Avrei dovuto dirgli la verità? No, la mamma non ha mai comprato una cornice per i suoi disegni, anzi, li ha buttati. Non ne ha più nemmeno uno. Mentre rispondevo mi chiedevo se fosse giusto mentirgli. Ma a pensarci bene, è un’operazione che faccio spesso: piccoli nascondimenti, correzioni del passato, rielaborazioni, ricostruzioni di scenari più o meno verosimili per restituire a mio figlio un’immagine più vicina a quello che desidero che a quello che sono. Un’immagine nella quale lui possa stare comodo. Mi resta il dubbio, ma in fondo, lo so, le bugie hanno tutte una loro innocenza.

Questo mio viaggio al fianco di Orlando, d’altronde, sta resuscitando tante cose, forse anche i disegni di quando ero bambina, e sposta di giorno in giorno la linea di confine tra ciò che desidero e ciò che posso fare, essere, spingendola vertiginosamente verso una nuova terra.

L’insegnamento di Totoro

totoro

Ne sentivo parlare quando Orlando non c’era. Imperdibile Miyazaki. Adulti e bambini, tutti innamorati dei suoi cartoni. Gli amici ora me lo consigliano.

Abbiamo deciso di provare due film da lui diretti: Il mio vicino Totoro e Ponyo sulla scogliera. Orlando nei giorni scorsi però era inquieto e Ponyo, che sembrava più semplice e adatto a lui, è stato scartato dopo cinque minuti. Presto ci riproveremo.

Novembre. Giornate brevi. Foglie morte. Fa caldo ma è autunno. Il buio arriva troppe ore prima che sia notte. I parchi chiudono. Le feste finiscono e si torna a casa quando è ancora presto. Di ritorno dal compleanno di un’amichetta, sabato ci siamo sdraiati sul divano e abbiamo visto Totoro.

A volte è difficile prevedere cosa farà paura a un bambino e cosa non gliene farà. Il gigante non gli fa paura. Forse perché lui, così piccolo, ai giganti è abituato. Forse perché Mei, la protagonista, precipita e finisce sopra un corpo immenso sul quale presto si addormenta. Episodio che ricorda la dolcezza dei primi giorni, l’immenso momento del primo contatto.

Insomma, Totoro ci è piaciuto, ci ha fatto ridere, ci ha emozionato.

Apro una piccola parentesi sullo stile di vita delle due ragazzine protagoniste del film: la grande va a scuola, la piccola, di quattro anni, no. La mattina, quando tutti sono impegnati nelle faccende di studio o di lavoro, lei corre intorno al padre, scorrazza nel giardino, va a caccia di nerini del buio, trova Totoro. Prima di “entrare in società”, Mei vive il suo piccolo romanzo di formazione, sperimenta la libertà e si immerge nell’avventura, nella magia della natura inesplorata, si aggira in cerca di un incanto rispettato ma non percepito dai grandi. A scoprire Totoro è lei e potrà condividerlo solo con la sorella. Gli adulti non hanno occhi per vederlo.

Sempre più Orlando si ritaglia spazi esclusivi ai quali né io né il padre siamo ammessi. Dentro ci sono i suoi amici immaginari. Se qualcuno gli chiede di partecipare, lui può eccezionalmente aprire la porta del suo mondo fatato, ma solo se si tratta di un bambino. Mi sono chiesta se in questo suo angolo sospeso lui possa soffrire di solitudine.

Siccome fare scelte comporta avere dubbi, valutare gli effetti, tornare indietro, ripensarci, riconfermarsi, mettere in gioco milioni di domande e di possibili risposte, non averlo finora mandato a scuola mi fa riflettere. E a questo si aggiungono le parole degli altri: eh, ma la scuola è importante, i bambini hanno bisogno di socializzare, di separarsi, di misurarsi… Ognuno poi si aggiusta il bisogno di socializzazione del figlio sull’età in cui l’ha mandato a scuola. Qualcuno pensa che il momento giusto sia a un anno, qualcun altro a due, qualcuno ancora a tre. Gli steineriani posticipano a tre anni e mezzo. La nostra pediatra di base, inaspettatamente, rimanda a cinque anni. Insomma, l’età giusta per andare a scuola non è una scienza, nemmeno per i più accaniti sostenitori della sua necessità. Probabilmente la scelta dipende più dalle nostre esigenze che da quelle del bambino, checché se ne dica tra adulti.

Ma alla fine ognuno fa quello che vuole e quello che può. Mi rendo conto che mi interessa sempre meno parlarne e so che le cose accadranno al di là di quello che penso e che ho pensato, perché Orlando è infinitamente più di una mia proiezione.

Teorie a parte, Totoro mi ha confortato: Orlando, come ogni bambino, quando è in viaggio nel suo mondo immaginario non soffre affatto di solitudine. Tutto di fronte a lui si anima. Le cose respirano e parlano. Appaiono esseri umani e non umani. E intanto lui si scopre e inventa se stesso.

Così Orlando esplora il pianeta sul quale per caso è finito. E se i grandi invadessero i suoi passi leggeri, i Totori sparirebbero. Certo, se la nostra casa fosse immersa nella natura sarebbe meglio, ma forse ai suoi occhi la città si trasforma facilmente in un bosco incantato.

Credo che i nostri percorsi siano in parte irrinunciabilmente solitari, fin da quando siamo bambini. E a strutturare troppo l’infanzia, forse, si corre qualche rischio.

logica creativa e logica del rigore

nursery ospedale

Orlando non sa contare. Raggiunge il traguardo del sei disponendo in modo non progressivo i pochi numeri che gli bastano per arrivarci. Per esempio tre due sei. Il suo linguaggio sembra non avere logica. Riesco a interrompere l’infinito ciclo dei suoi perché solo col ritornello perché due non fa tre e la coda rimane a te, che nella nostra versione diventa …che la coda rimane a Ozu. Accetta del tutto pacificamente che io interloquisca con lui in modo surreale. Insomma il suo emisfero sinistro è ancora in fieri.

L’altro giorno però, scherzando gli ho detto: se fai questo, ti do in cambio un euro e ti ci compri il gelato. Lui ha alzato e rialzato la posta a due e a tre. “Quanti euro vuoi?” La risposta senza alcuna esitazione è stata: tre. Al di là della logica, evidentemente Orlando riconosce se una cosa è è più grande, se vale di più, se è moneta di scambio preferita rispetto a un’altra.

C’è un bellissimo libro di Sue Gerhardt che mi ha fatto conoscere mia sorella, Perché si devono amare i bambini (il titolo è brutto solo nella traduzione italiana. La versione inglese recita Why love matters) che spiega in modo scientifico e comprensibile come si sviluppa il cervello di un neonato e cosa accade nella sua relazione con l’esterno e con l’amore che riceve. Diciamo che se Gerhardt ha ragione, il cervello di Orlando sarà completato a tre anni. Ma aggiungerei, dal mio personalissimo punto di vista, che in fondo non finirà mai di formarsi, nemmeno a novant’anni, quando avrà già perso neuroni e consistenza.

E così mancano pochi mesi. Poi forse Orlando sarà in grado di formulare un ragionamento logico, di fare due più due uguale quattro. Per ora è ancora profondamente legato alla sua parte primitiva e magica, e lo sarà ancora per molto. Spero. Questo non gli impedisce di orientarsi, di capire che tre è maggiore di due che è a sua volta maggiore di uno. Orlando ha una sua visione del mondo che in due anni e mezzo, ma forse da prima, ha preso forma. E la sua visione del mondo ha un senso. Ecco, magari questo piano piano sbiadirà schiacciato da dubbi, ragionamenti, domande, mancate risposte, imprevisti e previsioni. Per ora è tutto dentro un cerchio magico in cui la logica implacabile degli adulti non ha potuto fare molto.

Mi resta un dubbio: che il rigore del nostro linguaggio sia un abbaglio. Una disperata ricerca di ordine.

Sib. Romanzo sulla fine del mondo

Marina Paris Ambiente Mobile, 2008 Nastro gommato , sensori, motore  installazione alla 15a Quadriennale di Roma courtsey Galleria Pack, Milano

Marina Paris
Ambiente Mobile, 2008
Nastro gommato , sensori, motore
installazione alla 15a Quadriennale di Roma
courtsey Galleria Pack, Milano

Chiudere qualche gestalt. A volte bisogna. Saldare vecchi conti per passare ad altro.

Tredici anni fa, durante l’ultimo semestre di scuola di scrittura Holden, scrivevo la mia prova d’autore, seguita dall’editor Mondadori Antonio Franchini. Un romanzo al quale avrei dedicato ancora del tempo, che avrei provato a trasformare in sceneggiatura, corretto, riscritto, fatto leggere, senza sapere bene cosa chiedergli in cambio. Era il primo di una serie rimasta chiusa nel cassetto. Qualcuno lo apprezzò. Ricordo un pranzo a casa di Emanuele Trevi che mi invitò a parlarne dopo averlo letto. Mi disse che se fosse stato un editore non mi avrebbe chiesto di cambiare niente, forse qualche ripetizione o ingenuità, ma gli piaceva così come era. Trevi però non era un editore e la cosa morì lì.

Poi ho fatto altre cose. Anche la ghost. Ho letto gli altri e ho scritto per gli altri. Lavoro divertente che rifarei volentieri. Tutto sommato meno faticoso che dedicarsi a un proprio romanzo. Ho appreso il mestiere dell’editore. Ho avuto un figlio. Insomma sono passati tredici anni.

Qualche tempo fa ho scaricato da internet un software libero di impaginazione e per esercitarmi ci ho messo dentro quel vecchio romanzo, passato da un floppy a un cd a un hard disk esterno. Per caso l’ho riletto. Erano trascorsi tanti anni ed è stato come ascoltare il racconto di un altro. Questo mi ha aiutata a evitare giudizi troppo severi.

Sib è la storia di una giovane donna che potrebbe salvare il mondo.

La fantascienza italiana non funziona, praticamente non esiste. Me lo dicevano tutti. Ma io non so se crederci.

Sib è un romanzo di fantascienza, ma anche no. Forse non lo è affatto.

Erano i miei ultimi mesi a Torino, rigorosa città da cui manco da troppo tempo. In fondo, a ripensarci, il count down di Sib era la manciata di giorni che mi separava dal rientro a Roma. È stato allora che mi sono presa un cane, la mia Ozu, portata in lungo e in largo per le vie sabaude secondo il consiglio di Dario Voltolini: per trovare l’ispirazione, vattene a passeggio. Poi sono tornata nella mia città.

Finito di impaginare, questo libro meritava di avere una copertina e ho trovato l’immagine perfetta. Due fotografie. Una porta e una donna. Un lavoro di Marina Paris, che ringrazio di avermelo prestato per Sib. Non mancava più niente.

A Torino avevo letto tanta fantascienza, complice un amico che ne sapeva più di me e mi passava titoli, nomi, informazioni sul cyberpunk e sulle pratiche di hackeraggio.

Sib era il concentrato di tutte quelle cose. Letture, passeggiate, chiacchierate, spedizioni in vecchie librerie, lunghe telefonate di Franchini. Ma anche colazioni nei caffè più belli del mondo e aperitivi e le ultime lezioni alla Holden.

Il romanzo è stato sul desk del mio computer per un po’. Adesso è arrivato il momento di metterlo in rete e liberarmene.

Non lo dedico a nessuno, ma i miei affetti, quelli di allora e quelli di sempre, sapranno riconoscersi tra le righe.

Au revoir, Sib.

È possibile scaricarlo cliccando qui sotto.

Sib di Monica Micheli

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