perfect day

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Al di là del dispiacere, in questi giorni mi sono divertita a leggere i commenti ai tweet di Monsignor Ravasi che celebrava la morte di Lou Reed citando pezzi di Perfect day, bellissima canzone notoriamente dedicata all’eroina. Si poteva immaginare il Monsignore col laccio emostatico e gli occhi rivolti al cielo. O forse no. È stato tutto un misunderstanding e Ravasi di eroina non ne sa niente né tanto meno conosce il vero significato di una giornata perfetta secondo Lou Reed. Personalmente non lo credo capace di una simile ingenuità.

Lou Reed aveva 71 anni. Non era un ragazzino. Eppure la sua morte ha sorpreso come quella di un uomo giovane. Forse perché il cantante appartiene a una generazione che quasi ha perso i connotati anagrafici. Come un mito, una leggenda, un’icona. Come un sogno che sospende lo scorrere atroce del tempo. Ma soprattutto, credo, perché non basta una vita a risarcire di certi dolori. Non bastano il successo, il denaro, gli amici, l’amore di una donna come Laurie Anderson, che ho visto una volta a Torino in uno spettacolo tratto dal Moby Dick  di Melville, e che allora mi è rimasta nel cuore.

Lou Reed cercava il suo giorno perfetto. Intatto. Il giorno che non ha bisogno di risarcimento. In fondo, a pensarci bene, il suo perfect day non è molto diverso dal paradiso di Ravasi. Sembra la stessa ricerca di pace. Ognuno la sua. Ognuno quella che può e che sa.

E non mi si venga a dire che la felicità non esiste

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vademecum sulla sospensione delle rate del mutuo. gli interessi delle banche

© Maurizio Cattelan

© Maurizio Cattelan

Qualche giorno fa, appena mi hanno accordato la sospensione delle rate del mutuo, mi sono promessa delle pinzette per le sopracciglia.

Ieri le mie pinzette stavano per sfumare: ho aperto la cassetta delle lettere (non arriva mai niente che non sia una bolletta, una tassa o, quando va bene, della posta promozionale di cose che per lo più non posso acquistare. Ma non sono questi i tempi delle missive scritte a mano). Insomma ho aperto la cassetta e ho trovato una lettera della mia banca che mi avvertiva che a fine mese mi verrà addebitata la rata trimestrale degli interessi (quota non sospesa ma da pagare, in parte dal fondo di solidarietà che mi ha accordato la sospensione, in parte da me). Una rata di quasi 1000 euro. E questo si sarebbe ripetuto ogni tre mesi per diciotto mesi per un totale di 6000 euro.

Tutti i miei piani sfumavano. Tra me e me maledicevo il welfare italiano che per aiutarmi mi dà un carico di 6000 euro da versare di tasca mia alla banca.

Per fortuna però c’è la rete. Cerca cerca ed ecco la buona notizia: le banche applicano interessi non legittimi. Ma va? Una sentenza dell’arbitro bancario finanziario (giuro che esiste) ha stabilito che gli interessi vanno calcolati non sull’intero importo del mutuo ma solo sul capitale sospeso. C’est-à-dire: rate di 200 euro ogni tre mesi anziché 1000.

Domani andrò a comprare le pinzette.

a caccia di film. mary poppins

Mary Poppins

Sabato scorso io e Orlando abbiamo preso la bicicletta e siamo andati verso il Gazometro, dove da poco è stato aperto un ponte pedonale che collega Ostiense alla zona del Teatro India. Una passeggiata suggestiva per i romani che amano i paesaggi postatomici e che riescono a spingersi fin qui.

Ci siamo fermati ad ammirare il nucleo sommozzatori dei vigili del fuoco, e alcuni di loro uscendo su un camion rosso fiammante hanno salutato Orlando. Da allora lui li chiama pirati. “Io dico così”, insiste se provo a correggerlo. Cioè due miti in uno.

Finito lo spettacolo dei pompieri, abbiamo attraversato il ponte e siamo andati in libreria a comprare il dvd di Mary Poppins.

Finalmente. Lo sapevo. È andata benissimo. Ho tanto amato anch’io questo film da bambina. Mary Poppins è un grande angelo custode con un amico eccezionale, Bert, spazzacamino, artista, musicista di strada, squattrinato e fuori dalle regole. Con loro i bambini possono entrare nei quadri, volare via a cavallo di una giostra, passeggiare di notte sui tetti risalendo scale di fumo, levitare dalle risate.

Orlando ha imparato a dire meri poppi e spazzacamino, e io, che non suono affatto il piano, sono riuscita a strimpellare cam caminì e basta un poco di zucchero cercando le note sulla tastiera. Tutto questo durante una settimana di fuoco nella quale mi si sono accavallate due o tre cose impegnative non rimandabili.

Certe storie sembra che dilatino il tempo.

Desideravo tanto stare seduta sul divano a guardare film con Orlando. E tutto lentamente sta arrivando.

Rivedo con lui Mary Poppins e mi godo una bella storia leggera e distante da tanti complicati film dal significato ricercato. Mary Poppins è semplice. Semplicemente una donna che vola.

la peppa pig e il prosciutto

Peppa Pig

L’altro giorno ho cucinato per Orlando della carne rossa e mentre lo aiutavo a fare i bocconi mi ha chiesto: “Tu non la mangi?”

“No, io non mangio la carne di mucca, né quella di maiale né di agnello”.

“Perché?”

“Perché mi dispiace per la mucca per il maiale e per l’agnello”.

“Ah. Allora la mangio io”.

Fine della conversazione. Mi viene in mente il video che fece il giro del web del bambino che si rifiutò di mangiare il pesce. Ecco, mio figlio non ha una sensibilità vegetariana. Forse ha capito anche che la Peppa Pig è un maiale e che con il maiale si fa il prosciutto, ma questo non gli impedisce di mangiarselo.

Frugivori, onnivori, carnivori, vegani, vegetariani. Una questione complessa sulla quale non riesco ad avere le idee chiare. E Orlando me le confonde ancora di più. Lui si appropria dei suoi gusti indipendentemente dai miei e dalle mie scelte. Io però faccio la spesa e la carne gliela do solo a certe condizioni (che non venga da allevamenti intensivi) e con poca frequenza. Insomma senza incappare nell’industria e nella grande distribuzione delle carni, ma questa è un’altra faccenda.

libere donne in libero mondo

tre uomini e una culla In casa abbiamo un solo computer. Questa mattina l’ho trovato aperto sulla pagina di una blogger che non conoscevo, Manuela Campitelli, mamma precaria, che ha scritto un articolo sul rientro al lavoro di Michelle Hunziker a meno di una settimana dal parto. Non entro nel merito della scelta di Hunziker (mi pare tra l’altro che se ne sia scritto abbastanza). Ognuno ha buone ragioni per fare quello che fa. Rifletto invece sul fatto che la precarietà, qualche volta, e mi si prenda con le pinze, può diventare un’opportunità. Ho sempre pensato che bisognasse liberarsi dal troppo lavoro più che dal troppo poco. Che bisognasse riscoprire il piacere del tempo libero/liberato e lì dentro riconquistare, tra l’altro, la capacità del fare. Fare. Senza che questo sia legato alla produzione di denaro o di carriere. Non lavorare o lavorare poco, però, a questo mondo produce problemi. Fare senza fare carriera non produce niente. Peccato. Ma seppure in bolletta, gli inoccupati quasi mi sembrano dei nuovi pionieri. Di un altro sistema mondo, altri consumi, altri modelli, altre relazioni. Speriamo bene. Conosco donne che dopo aver avuto un figlio hanno lasciato il posto di lavoro, fisso e a tempo indeterminato, per reinventarsi e ricominciare a lavorare più tardi, magari facendo quello che avevano sempre sognato di fare. Favole. Che ogni tanto si avverano. Insomma, se Manuela Campitelli avesse avuto un posto a tempo indeterminato, forse oggi non direbbe quello che dice, o comunque non lo scriverebbe sul suo blog. Due riflessioni sul suo intervento. La prima sull’auspicabile legge di paternità di cui la blogger parla. Mi chiedo se sia un reale bisogno degli uomini italiani. Se sì, allora che la chiedano a gran voce. Noi li sosterremo. Più di questo non possiamo fare. Sarebbe inopportuno. Intanto, nell’attesa che nasca e lentamente cresca un movimento maschile che rivendica il congedo di paternità, noi ci accontentiamo di dare l’esempio. E per una strana eccezione dei meccanismi di imitazione, la cura del bambino non diventa contagiosa. Un padre che vive accanto a una madre accudente, anziché apprendere l’arte della cura, affina le armi della delega. Insomma la legge, se mai verrà, dovrà essere la conseguenza di una pratica, l’adeguamento dello Stato allo stato delle cose. Seconda riflessione. La maternità come è regolata oggi in Italia. Per carità, meglio che negli anni Sessanta Settanta. Però. Cinque mesi, da distribuire comodamente tra gravidanza e puerperio. Con qualche escamotage molte donne riescono ad arrivare al sesto mese di vita del bambino. Alcune più fortunate, che magari possono permettersi di rinunciare al 70% dello stipendio, arrivano a un anno. Non ci sono sussidi. Non ci sono agevolazioni. Per quanto mi riguarda, ho avuto una detrazione di 50 euro dalla rata imu e una maggiorazione della rata ama, perché con un figlio produco più spazzatura. Tutto questo vuol dire che non c’è possibilità di scelta. Ho una cugina che vive a Lussemburgo. Il marito è mauritiano. Nessuno dei due è lussemburghese. Il solo fatto di avere una figlia e di vivere lì le dà diritto a un assegno mensile che percepirà finché la figlia avrà compiuto diciotto anni. Se decideranno di restare lì. Comunque, per vedere cos’è il welfare e sognarlo, clicca qui. Morale della favola. Prima di pretendere una legge sulla paternità, mi piacerebbe aggiustare quella sulla maternità. Mi piacerebbe arrivare alla libera scelta, se esiste libertà su questa Terra. Michelle Hunziker potrà tornare al lavoro subito. Altre donne, che magari guadagnano cifre molto diverse dalla showgirl, potranno invece restare coi figli. Nessuna sarà obbligata a rientrare a tre mesi dal parto né a restare col figlio tutta la vita perché non ha lavoro né soldi. Rimando a due vecchi post dove faccio delle ipotesi. E li metto sul tavolo della discussione. Autocandidatura e Se aiuti una donna aiuti anche un uomo

Orlando dormendo si lava le mani

Philippe Petit's Performs High-Wire Walk Between the Twin Towers in 1974

Questa mattina verso le sei Orlando si è alzato ed è andato in bagno, è salito sullo sgabello accanto al lavandino e subito dopo mi ha chiamato piangendo perché non riusciva a scendere. L’ho portato a letto e si è riaddormentato. Al risveglio gli ho chiesto cosa fosse successo e mi ha risposto che voleva lavarsi le mani sporche di colore perché aveva dipinto. Che volesse lavarsi le mani era vero, vista la posizione in cui lo abbiamo trovato, che prima avesse dipinto no. Probabilmente lo aveva sognato. Ho l’impressione che sia andato in bagno dormendo. Insomma, ho il sospetto che si sia trattato di un piccolo episodio di sonnambulismo.

Vado a vedere se mi devo preoccupare. Digito sonnambulismo bambini e apro qualche pagina di medici e psichiatri, forum di mamme e la solita voce wikipedia. Dicono tutti la stessa cosa, con le stesse parole. Probabilmente un taglia e incolla da un sito all’altro. Comunque la risposta è tranquillizzante. Non mi devo preoccupare. Qualche episodio di sonnambulismo è normale nella cosiddetta età evolutiva. A partire dai quattro anni. Ma Orlando su alcune strane cose evidentemente è un po’ precoce (anche l’inizio dell’ironia coincide col compimento dei quattro anni). Alcune mie certezze, se mai ne ho avute, cominciano a vacillare.

Amici immaginari, passeggiate in pieno sonno. Un figlio ti fa scoprire tante cose e ad altrettante ti fa abituare. Ma soprattutto ti rivela che ciò che consideravi eccezionale, spesso per lui è normale. Ti ricorda che i confini sono fragilissimi. Tra sogno e realtà, immaginazione e cose, percezioni ed evidenze, possibilità e immensità. Ti ricorda che la realtà è sottile. Un figlio è una linea ancora non tracciata, che passo dopo passo illumina una terra ignota. Che ti rende straniero sulla tua terra.

bambini e ironia

© Lissy Laricchia

© Lissy Laricchia

Orlando dorme poco.

Da qualche tempo di pomeriggio quasi non dorme più. L’altro giorno siamo andati al parco verso le cinque. Stava sveglio dalle sette di mattina e sembrava uno zombie. Così l’ho portato via spiegandogli che bisogna riposare per stare in forma, giocare con gli altri e godersi le cose. La solita madre che parla e rompe. Mi capita. A casa abbiamo preparato dei dolci e mentre mi aiutava a impastare la farina con le uova parlava col suo amico Ampli.

“No, non posso giocare perché sono stanco”. Tutto senza erre.

Più tardi ha giocato con me, poi col padre.

Ho il dubbio che Orlando, parlando col suo amico immaginario, abbia fatto dell’ironia. Ma può un bambino di due anni e mezzo fare ironia?

Come al solito la rete mi viene in aiuto.

Psicologi ed esperti dell’età evolutiva (bruttissima definizione dell’infanzia e della prima giovinezza) fino a qualche anno fa pensavano che non fosse possibile parlare ironicamente prima di aver compiuto dieci anni. Poi un gruppo di ricerca guidato da Penny Pexman, docente di psicologia cognitiva all’università di Calgary in Canada, ha dimostrato che i bambini sono capaci di ironia già all’età di quattro anni. I risultati della ricerca sono stati pubblicati dal British Journal of Developmental Psychology e sono scaricabili qui (purtroppo non gratuitamente).

È vero che Orlando ha solo due anni e mezzo, ma forse una nuova ricerca tra qualche anno dimostrerà che l’ironia è uno strumento comunicativo a disposizione di bambini piccolissimi, che sanno appena dire qualche parola. In fondo siamo su un  terreno tutto empirico.

Poche parole rimescolate e sapientemente messe in gioco. Orlando forse mi ha preso in giro.

rosa shocking

rosa_shocking

Ieri Orlando, in gita da Decathlon, ha scoperto il monopattino. Per evitare di comprarglielo, gli abbiamo detto che avremmo scritto a Babbo Natale per farglielo avere in regalo a dicembre. Lui sul momento ha accettato la proposta, ma stamattina si è svegliato col monopattino in testa, sicuro di possederne uno.

Orlando ha tre cugini più grandi che gli passano i loro vecchi giocattoli. Penso di non avergli comprato più di tre giochi nel corso dei suoi due anni e mezzo. Così oggi ho deciso di regalargli il monopattino e siamo andati insieme a comprarlo. Ce n’erano due modelli, uno da maschio, scuro un po’ aggressivo con la maschera di Spiderman, l’altro da femmina rosa shocking con l’immagine di Minnie.

Voleva quello rosa. Non c’era verso. Ho provato a convincerlo, ma lui non aveva dubbi. Insistevo. Poi per un secondo mi sono fermata.

Se avessi una figlia “maschiaccia” smaniosa di possedere oggetti poco femminili, non mi stupirei né mi ostinerei a convincerla a scegliere la cosa più adatta a lei. Siccome invece mio figlio è maschio, comprare un monopattino da femmina diventa quasi inopportuno. Brutti automatismi.

A guardare bene i due modelli, aveva ragione lui: il monopattino rosa era molto più vivace e allegro dell’altro.

Fanculo al nero. Ho pensato. Al nero al blu e al principe azzurro. Rosa sia. E così è stato. Orlando ora ha un bellissimo, kitschissimo monopattino rosa shocking.

gli amici immaginari

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Da tempo Orlando ha degli amici immaginari. La prima è stata una bambina di nome Lola. La chiamava spesso al telefono e le raccontava le sue avventure in una lingua a me sconosciuta. Piccoli fatti quotidiani. O grandi eventi come un viaggio o uno spettacolo teatrale.

È sera e tutti dormono. Il cane, il bambino, il padre del bambino. E io me ne vado in giro per la rete in cerca di notizie.

Gli amici immaginari sono normali. Non sono indice di timidezza e incapacità relazionale. Sono una sorta di palestra delle relazioni, dove l’altro da sé è sempre disponibile, controllabile. Nascono forse, a volte, dalla rivelazione della propria ombra, forse anche dalla scoperta della propria immagine allo specchio. Dalla scoperta di avere un’immagine e dalla sua esplorazione. Gli amici immaginari sono consiglieri e ascoltatori. Fanno cose che il bambino conosce. Parlano la sua lingua. Hanno il suo stesso background.

Di fronte alla preoccupazione dei genitori, alcuni esperti hanno studiato questo fenomeno in un’età compresa tra i tre e i sette anni e hanno “dimostrato” che non solo è normale, ma addirittura utile. La psicologa americana Marjorie Taylor ha scritto un libro sull’argomento, I compagni immaginari e i bambini che li creano.

Gli amici invisibili di Orlando non mi preoccupano. Ne avevo anche io da bambina. Parlavo spesso da sola nella mia lingua segreta. Non ricordo di aver mai pensato che il mio interlocutore esistesse davvero. Cioè la sua esistenza non era in questione. Non mi interessava. Strano raccontare impressioni di tanti anni fa. Difficile spiegare cos’era la realtà per me allora. Comunque non era escludente. Non estrometteva niente, anzi. Era piena di cose. Di traiettorie lanciate verso ciò che sarebbe un giorno accaduto. Ho l’impressione che gli amici immaginari servano anche a prefigurare. A inventare e costruire ipotesi. A immaginarsi. A parlare di milioni di cose avendo poche parole a disposizione. L’amico immaginario capisce ciò che il suo inventore non riesce a dire.

Poi Lola è scomparsa ed è arrivato Ampli. Se la prima era una confidente, il secondo è una specie di replicante: è un bambino, maschio, va a scuola (di musica. Orlando chiama scuola anche un concerto per strada), suona, ha una mamma, va al parco quando andiamo noi, la sera torna a casa, mangia e va a dormire. Mi sembra che sia un po’ più grande di lui. Come uno slittamento nell’immediato futuro. Una macchina del tempo che permette piccoli spostamenti, esperimenti sulla propria immagine.

Ma mio figlio non sa cosa vuol dire domani e lo confonde con ieri. Il tempo per lui non è altro che se stesso un po’ più piccolo o un po’ più grande. Il mondo un paesaggio nel quale rintracciarsi.

Orlando è un’alba dalle ombre lunghissime.

a caccia di film. delfino, storia di un sognatore

Surfing

Tanti anni fa, la prima volta che ho portato mia nipote al cinema, a una scena emotivamente più forte delle altre si mise a piangere senza provare a soffocare il pianto come avrebbe fatto un adulto. Allora non frequentavo bambini e non sapevo che tutti reagiscono così. Piangono e ridono senza filtri.

Ieri, dopo la visita dalla pediatra della asl che non vedevamo da un anno, come risarcimento io e Orlando siamo andati in videoteca e abbiamo noleggiato Delfino. Storia di un sognatore. Questa mattina abbiamo deciso di tenerlo ancora un po’ per rivederlo. E così è stato.

Se avete bambini piccoli e siete come me a caccia di film, questo mi sembra un’ottima scelta. Un po’ didascalico. Ma in fondo con i bambini si può, si possono infrangere tutte le regole auree della scrittura per adulti. Si può essere didascalici. Si possono dire le cose chiaramente, senza sottotesti e sottotracce e sottotrame. Senza sotto. I bambini sono diretti e non amano le ambiguità. Piangono e ridono senza nascondersi. Se li lasci fare, sanno dove andare.

Il film racconta la storia di un delfino che infrange le regole della società in cui vive per inseguire il suo sogno di libertà. È la storia di un delfino che realizza il suo sogno. Tratto da un romanzo di Sergio Bambarén, la cui vita ricorda un po’ quella del suo protagonista.

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