Il tempo libero al tempo dei figli

barca a velaRicostruiamo i fatti.

Venerdì il padre di mio figlio è rimasto tutto il pomeriggio solo con Orlando. In genere lo porto con me nei miei impegni di lavoro, ma a volte è proprio impossibile.

Venerdì sera mi ha detto che dobbiamo portare Orlando in una “struttura” perché “abbiamo bisogno di prenderci del tempo per noi”. Ha usato lui la parola struttura, che ricorda senza ombra di dubbio istituzioni coercitive, a dispetto di termini di uso comune come “materna”, che alludono ad altre e migliori condizioni umane. Inconsciamente forse voleva arrivare al mio rifiuto.

Questa mattina non lavorava. Purtroppo però a volte è necessario dedicare un po’ del proprio tempo libero alle pulizie di casa. Io mi preparavo a uscire con cane e bambino e progettavo di andare in videoteca a scegliere il primo cartone di mio figlio. Dopo meno di un’ora, cioè prima di arrivare a metà dell’opera casalinga, mi proponeva di uscire al posto mio con Orlando e di lasciarmi sola in casa. Ovviamente avrei dovuto, tra l’altro, finire di fare le pulizie.

Proposta rifiutata. Lui insiste. “Voglio stare un po’ con mio figlio”. La frase mi insospettisce. Hai bisogno di stare con lui o senza di lui? Da cosa vuoi liberare il tuo tempo? Dal lavoro o dal figlio?

È strano che il mio tempo libero sia sempre destinato a qualche faccenda più o meno gravosa, con buona pace di tutti, mentre il suo sarebbe giusto che gli riservasse angoli di ludica emancipazione.

La pubblicità di Licia Colò che in questi giorni ha fatto il giro del web racconta una bella favola. In condizioni normali, cioè le mie e quelle di tante donne che conosco, a giocare con i figli è quasi sempre il padre. Ci sta poco, ma quel poco che ci sta gioca. È la madre poi a preoccuparsi che il bambino mangi, che dorma, che si lavi, che faccia pipì e cacca, che si vesta e che lo faccia adeguatamente alla stagione in corso.

Insomma, il tempo di una madre, che sia libero o no, è sempre destinabile ad attività socialmente utili. Per liberarlo e garantire a noi stesse e al rapporto con i nostri figli spazi ludici e di libertà, bisogna tirare fuori le unghie.

Però meravigliosamente, quando decidiamo di prenderci una serata col padre di nostro figlio, veniamo d’improvviso contagiate dalla sua libertà e diventiamo libere anche noi. Cioè torniamo amanti. Unica condizione in cui ci è concesso di svincolarci dagli obblighi domestici. C’è materiale su cui riflettere.

I costi della socializzazione

FrancoCitti_Pasolini

Orlando è riservato. Si sa. Ieri siamo arrivati in ludoteca all’ora della merenda. Tutti i bambini si stavano sedendo ai tavolini per ricevere uno snack e un succo di frutta e le educatrici hanno chiesto a Orlando se volesse fare merenda anche lui. Ho guardato lo snack e ho pensato: meno male che abbiamo appena mangiato a casa. Uno di quei prodotti industriali pieni di olio di palma e zuccheri invertiti. Ieri mio figlio era molto socievole e ha detto sì, si è seduto con gli altri e ha finito la merendina. E vabbè. I costi della socializzazione.

Nonostante sia il più piccolo, è rimasto a lungo a giocare con gli altri, fino a quando sono partite le danze ed è voluto andare nel parco su cui affaccia la ludoteca. Dopo poco si è unito a un gruppo di bambini più grandi di lui. Correva con loro, qualche passo indietro ma sempre concentrato a non perderli di vista. Il nostro è un quartiere multietnico e tra i bambini ce ne sono parecchi asiatici, rumeni, moldavi, russi, bielorussi, arabi. Nel gruppo di mio figlio c’era un ragazzino asiatico. A un certo punto ne ho sentito un altro gridare: brutto cinese, io ti ammazzo. Ecco. Ho pensato di nuovo. I costi della socializzazione.

Cosa fare in questi casi? È giusto proteggere il proprio bambino scegliendo per lui ambienti più selezionati? O è meglio fargli conoscere il mondo così come se lo trova davanti?

Mamma e papà hanno sempre ragione

soldatino

Da casa mia è facile ascoltare le conversazioni dei vicini.

Quando per la prima volta ho notato lo spalleggiamento tra moglie e marito, che nella casa accanto solidarizzavano tra loro contro i figli, ho pensato che c’era qualcosa che non mi piaceva. “Hai sentito cosa ha detto tua madre?” Io avevo sentito bene e non mi era sembrato un discorso che meritasse di essere ribadito e confermato. Se un genitore dice al figlio qualcosa di opinabile, non capisco perché l’altro debba sostenerlo. Per fare un fronte unico? Ma allora è una guerra.

Il bambino deve avere delle certezze: dargli indicazioni contrastanti può confonderlo.

In linea di massima potrei anche essere d’accordo, se non fosse che i genitori non sono infallibili e possono dare indicazioni sbagliate. Sta nelle cose. E allora non so se sia meglio rettificare davanti al bambino oppure sostenere un’opinione con la quale non siamo d’accordo per dargli una visione compatta della realtà. Compatta sì, ma anche ingannevole. Come un muro inspiegabile e non scavalcabile. Come una Verità che non si discute e della quale non è dato chiedere ragione, non è dato sapere perché. Come un’ingiustizia.

Personalmente preferisco che mio figlio sappia che il padre e la madre hanno opinioni differenti, che lui potrà un giorno scegliere e collocarsi tra le tante posizioni del mondo, che non c’è alcun detentore ufficiale del bene, che una madre e un padre possono sbagliare. Se riconoscerà questo, avrà in futuro la possibilità di perdonare i nostri errori, perché ne facciamo e lui in un modo o nell’altro lo saprà.

Diario di una casalinga disperata. Non è più tempo di servitù

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L’altro giorno mi hanno accordato la sospensione delle rate del mutuo per diciotto mesi. Un anno e mezzo di respiro. Il tempo di appianare tutto e ricominciare da capo. Riprendermi alcune cose che ultimamente è stato inutile desiderare. Per esempio la patente nautica. Qualche cena etnica. Delle pinzette nuove per togliermi le sopracciglia. Insomma, c’è una lista di cose che aspettano da due anni.

Da quando un amico con cui ho diviso una delle case nelle peregrinazioni della mia vita mi ha detto: “io non faccio niente, posso ogni tanto prendere una scopa in mano ma credo sia meglio chiamare una persona che lo fa per noi”, e io ho accettato, ho sempre avuto il cosiddetto aiuto in casa. Fino a due anni fa, quando le condizioni economiche hanno imposto la scelta: facciamo tutto noi. Il passo ha coinciso più o meno con l’arrivo di Orlando e devo dire che all’inizio non è stato facilissimo, ma col tempo mi ci sono abituata.

Quando mi hanno chiamata dalla banca per comunicare l’ok alla sospensione delle rate, tra me e me mi sono detta che forse è arrivato il momento di farmi di nuovo aiutare in casa. Mi è venuto spontaneo. Come un impulso, un moto di disprezzo per la scopa. Sai che c’è? Ci rivediamo tra un anno e mezzo, se sarà necessario. Poi però ci ho pensato meglio. Sono sempre soldi che posso spendere diversamente, ammesso che sia possibile inserire la voce aiuto domestico nella lista dei desideri da esaudire in questi diciotto mesi. E poi c’è una specie di piccola questione morale. Perché qualcuno dovrebbe voler fare cose che io detesto? Qual è la logica secondo la quale dovrei delegare al prossimo la “merda” della mia vita? Ognuno lavi i propri panni e forse saremo tutti più felici. Come se in fondo ai nostri cuori pensassimo che è inevitabile sacrificare qualcuno ai lavori meno gratificanti. Non importa la sua storia, non importano i suoi desideri. L’importante è che se ne occupi.

Stamattina mi è toccato. La casa era un delirio. L’igiene un dettaglio dimenticato in un angolo dove, chissà perché, non era arrivata la solita palla di peli di cane, polvere e briciole. Ho finito di fare le pulizie all’ora di pranzo, in ritardo su tutto. Orlando, convalescente e sveglio dalle 6.30 di questa mattina, non voleva dormire e io sono crollata. Forse, penso, in un mondo dove non c’è bisogno di delegare le pulizie di casa a qualcun altro, io non sarei lasciata tanto sola a fare tutto. Forse l’addetto alle pulizie sta sostituendo qualcosa, una condivisione di cui davvero abbiamo bisogno. Non so, tutto questo mondo mi sembra una macchina perpetua di compensazioni. A volte ho l’impressione di essere nata nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Orlando è figlio unico

figlio unico Orlando è figlio unico. Tutto dentro la strana relazione madre padre alle prime armi e un bambino senza termini di paragone. Ieri gli è esploso un brutto raffreddore, che probabilmente incubava da qualche giorno. Per questo era stanco, strano, più timido del solito, meno intraprendente, un po’ rallentato. A volte mi dimentico della sua età, ci passo sopra. D’altronde per tutti noi è la prima volta, per me, per lui e per il padre. Qui nessuno sa cosa vuol dire avere due anni e mezzo. Nonostante io cerchi di lasciar andare le cose liberamente e senza ansie, sotto sotto credo di essere esigente. Così lo sollecito a fare cose che mi sembrano semplici. Penso che non ci voglia poi molto e qualche volta glielo dico. Ma dai Orlando, ce la puoi fare, non è difficile. Lui si difende e risponde “io bravo no”. Apparentemente non se la prende. Speriamo. Il giorno precedente al raffreddore, mentre incubava il virus senza avere sintomi, ero al parco con lui e pensavo “non è possibile”. Mi sembrava eccessivo, forse addirittura preoccupante, quel suo imbambolarsi, osservare, restare un po’ in disparte e assorbire l’esterno come una spugna. Va bene la timidezza, ma gli altri bambini sono tutti più intraprendenti. Tutti reagiscono di più. Il giorno dopo è arrivato il raffreddore e io mi sono sentita in colpa. Orlando stava male e io stavo lì a misurare il suo grado di socievolezza e le sue capacità reattive al mondo. Questo episodio mi ha fatto pensare. Un suo eventuale fratello minore avrebbe un altro destino. Io avrei meno aspettative, lo considererei sempre un po’ piccolo, gli perdonerei le lentezze, gli lascerei vivere i suoi tempi, non starei in attesa che mi dimostri le sue qualità, il suo carattere, le sue attitudini, non gli chiederei di non farmi mai venire un dubbio, perché in fondo non sono pronta ad averne, perché se io non sono perfetta, lui sarebbe meglio che lo fosse. È il destino dei primogeniti e dei figli unici. Per tentare di evitare tutto questo – siamo solo sul terreno dei tentativi, ma davvero non intravedo strade più certe – si può provare a tornare piccoli, allinearsi al bambino e liberarsi del sistema di giudizi acquisito negli anni di “esperienza”. Può far bene al proprio figlio e al figlio che tanti anni fa noi siamo stati.

Figli trappole e aspettative

castello di sabbia

La prima volta che l’ho vista al mare, ho pensato che non poteva che essere lei, Ozu, l’unico cane della mia vita.

Quando per la prima volta ho portato al mare Orlando ho pensato: non ci posso credere. Non tollerava di mettere un’unghia sulla sabbia. La temperatura marina raramente gli risultava gradita. L’enorme massa d’acqua lo insospettiva. Poi il tempo lo ha aiutato. Non ama la sabbia ma è riuscito addirittura a camminarci sopra. E comunque sta volentieri nell’acqua. Per ora incassiamo questa piccola vittoria e la portiamo a casa per l’inverno, in attesa che torni l’estate. Ne riparleremo l’anno prossimo.

Il padre di mio figlio ha una scuola di musica. Da quando Orlando ha pochi mesi seguiamo un corso di propedeutica musicale secondo il metodo Gordon. Questa estate abbiamo trascorso qualche giorno insieme alla cuginetta sua coetanea la quale, pur non avendo frequentato alcun corso, intona benissimo alcune semplici melodie. Orlando, dobbiamo ammetterlo, non prende una nota. Qualche giorno fa vedevo nei download del computer di casa alcuni documenti sull’apprendimento musicale e sui bambini stonati. Insomma, il padre è preoccupato che Orlando non sia tagliato per la musica. Così come a me dispiacerebbe che non amasse il mare.

Quando ero incinta di lui pensavo che sarei riuscita a renderlo libero dalle mie proiezioni, che sarei stata brava a lasciargli fare la sua strada senza volerlo influenzare, pensavo che lui sarebbe stato altro da me e che tutto questo sarebbe stato pacifico. D’altronde il suo sesso mi aiutava a immaginarlo diverso.

Poi il figlio nasce, i mesi passano e tutto si complica. Difficile davvero fermare il giudizio mentre si osserva il proprio bambino. Difficile non rimanerci male se lui esprime disagio per qualcosa che noi invece amiamo. Difficile non desiderare che chiuda lui, in futuro, alcuni cicli che noi abbiamo aperto e che forse non riusciamo a risolvere. Difficile non specchiarsi nelle sue possibilità ancora infinite. Difficile non provare a prendersene qualcuna. Difficile chiudere nel cassetto qualsiasi forma di manipolazione per lasciarlo andare nel mondo sulle sue gambe, a guardare le cose con i suoi occhi, pieno dei suoi desideri. Difficile non desiderare che faccia da grande un lavoro che noi consideriamo gratificante. Difficile non pensare che sia troppo timido o troppo intraprendente o troppo prudente o troppo incosciente. Difficile non cercare di spingerlo a giocare di più con gli altri, a condividere la palla anche se la vuole per sé, a socializzare, a dare il bacio alla nonna, al nonno, ai parenti, a mangiare di più, a fare più spesso la pipì, a dormire le ore giuste nei tempi giusti, a crescere quando deve, a separarsi quando noi lo riteniamo opportuno. Difficile davvero abbassare drasticamente il grado di giudizio per portarlo il più possibile vicino allo zero. Difficile conciliare tutto questo con me stessa, col mio desiderio di fare, capire e interagire con le cose. Eppure forse Orlando me lo chiede, e forse anch’io non vedo l’ora di arrivare a quel grado zero di giudizio per liberarmi e guardarmi intorno come se fosse la prima volta. Uscire da me perché in fondo, lo so, rischio ogni giorno di diventare la trappola di me stessa.

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