the terrible twos

2anni

Orlando è entrato nella fase dei terrible twos, i terribili due che non si capisce bene quando dovrebbero finire. Forse a tre, a quattro, addirittura a cinque anni. Non è il momento di fare i conti. Vedremo. Intanto cerco di attrezzarmi per sopravvivere alle sue crisi, e faccio il possibile per accompagnarlo in questo primo tentativo di separazione da me. Orlando sta diventando un altro. Gli ci vorrà del tempo, avrà bisogno di esperienze e cose e persone. E alla fine ce la farà. Lui sarà lui e io sarò io.

Quando grida e mi allontana e inequivocabilmente mi comunica che non sa più cosa fare, cosa chiedere, cosa desiderare, non riesco a non pensare che sia tutta colpa mia, che le sue crisi dipendono da me, che sono stata pessima e ho sbagliato tutto. Quando lui è “terribile” io mi sento uno schifo. E finalmente mi guardo e vedo le mie ombre, e riconosco le cose di me che quotidianamente cerco di non vedere.

Orlando sta puntando il faro su tutta me stessa, le mie superfici e i miei segreti. Mi conosce come nessun altro. Sa tutto di me. Mi ha vista bella e brutta, amarmi e detestarmi, amare e detestare, accogliere e allontanare. Mi ha vista bambina e centenaria. Mi ha conosciuta nelle mie cellule e nella loro biografia. Ha visto i miei confini e le mie trappole. Mi ha visto cadere, rialzarmi, zoppicare, volare. Ha guardato nei miei sogni.

Un giorno sarà un uomo che non ricorda i suoi terribili due anni né le cose che di me allora conosceva. E io resterò sola a sapere di essere stata il bello e il terribile, la gioia e la paura, il giorno e la notte delle sue origini.

Poi arriva qualcuno e mi chiede se mi sento una brava madre, se con mio figlio penso di aver fatto le cose giuste, se i miei progetti per lui sono ragionevoli e sensati. Io non rispondo. D’altronde faccio quello che posso. Scavo dentro di me e osservo tutto, con sincerità e implacabilità, e prendo alcune cose buone e mi metto a pulirle, lucidarle, prepararle perché siano il mio dono per Orlando. Questo non vuol dire che sono una brava madre. Vuol dire che sono tutta me stessa, nel bene e nel male, nelle mie inadeguatezze, nel conoscerle e non conoscerle, nel mio lavoro incessante e quotidiano di rintracciare pezzi puliti di me per restituirglieli. Ma non sono sicura di farcela. Non sempre.

In uno strano senso che non riesco a dire, mio figlio è il viaggio più solitario di tutta la mia vita.

i consigli del pediatra nella rete

lotto

A proposito di sonno, quando Orlando dorme io cerco di fare tutto ciò che durante la sua veglia non sono riuscita a concludere: scrivo, controllo la posta, lavo i piatti, carico e stendo lavatrici, leggo, telefono, sistemo carte, compilo documenti, controllo le bollette. A volte però mi piace perdere tempo, così, tanto per ritrovare il gusto un po’ opaco di non fare niente. L’altro giorno, mentre Orlando dormiva, io digitavo la chiave di ricerca perché i bambini resistono al sonno?  E quasi immediatamente usciva questo link.

Ecco alcuni estratti:

I risvegli notturni sono una situazione abbastanza frequente: il 10-15% dei bambini ne soffre, fin dai primi giorni di vita.

Quelli che si svegliano, fanno i capricci e non si vogliono riaddormentare, possono avere problemi di alimentazione, oppure soffrono di ansia da separazione, oppure hanno genitori troppo apprensivi e incombenti.

Alcune madri equivocano sull’allattamento a richiesta, pensando di dover dar da mangiare al piccolo tutte le volte che piange, cosa che può succedere anche ogni 30-60 minuti. Lo stomaco si abitua a essere riempito frequentemente con piccole quantità di cibo, invece di aspettare due ore tra un pasto e l’altro durante le prime settimane di vita, e quattro ore verso i quattro mesi. Questo succede più frequentemente negli allattati al seno…

Il bambino associa l’alimentazione alla presenza rassicurante della mamma…

Molte mamme usano routinariamente questo sistema [cullare il bambino per addormentarlo], che in apparenza è quello più veloce per ottenere il sonno del piccolo: abituato a essere cullato e a prender sonno in braccio alla mamma, se si sveglia durante la notte, piange e aspetta che la madre appaia prima di riprendere a dormire.

Il pianto al risveglio notturno è più frequente se il bambino percepisce che possa averne un tornaconto [ …] Il dormire nel lettone rinforza il problema. Spesso la situazione inizia per validi motivi (per esempio, il piccolo sta male, ha la febbre, respira a fatica per via del naso chiuso): i genitori cercano di dare sollievo al bambino in questi giorni particolari, però poi il piccolo si abitua, ci prende gusto…

I ribelli al sonno possono abituarsi a dormire durante la notte se i genitori seguiranno le indicazioni che daremo. Il miglioramento di solito avviene in 2 settimane.

…andate da lui ogni 15 minuti e non state lì più di un minuto […] la maggior parte dei piccoli dopo 2-3 minuti di pianto, si calmerà e riprenderà il sonno. Se il pianto continuasse, tornate da lui dopo 15 minuti e restategli vicino per non più di un altro minuto. Questo modo di comportarsi non incentiverà il piccolo a persistere nel suo atteggiamento.

Allontanatevi brevemente ogni 15 minuti.  Assentatevi per 1-2 minuti ogni tanto…

Svegliatelo se dorme per più di due ore; se fa tre sonnellini durante il giorno, cercate di portarlo a due.

E infine:

Rivolgetevi al vostro pediatra se i tentativi di far dormire vostro figlio sono falliti nonostante le regole qui esposte, dopo circa 20-30 giorni.

A parte l’incertezza di certe affermazioni, come quando si scambiano i naturali risvegli notturni per un problema di cui molti neonati soffrono; a parte l’idea che il bambino sia una specie di teppista nato per molestare la madre (“tornaconto” “ci prende gusto” “i ribelli”); a parte che le tecniche elargite sembrano una giocata al lotto; a parte che non c’è niente di male se il bambino viene rassicurato dalla madre e cerca il contatto con lei; a parte che vorrei vedere un adulto addormentarsi da solo senza che qualcosa lo accompagni al sonno (un libro, un film, una chiacchiera, un compagno); a parte che l’essere cullati è bello e non vedo perché negarlo; a parte che se un bambino piange sarebbe rispettoso e utile chiedersi se c’è dietro un bisogno; a parte tutto, mi chiedo su quali fondamenti scientifici questo pediatra abbia basato i suoi puntuali consigli.

Guerra al topo. La morte

kafka

Sarebbe bello poter pensare che ogni storia è a lieto fine, che la principessa sposerà il principe e tutti vivranno per sempre felici e contenti. La realtà però non è rigorosa né prevedibile né giusta, e se una volta va bene, la volta dopo può andare male. È solo questione di fortuna.

La nostra guerra al topo poteva concludersi così, con gli ultrasuoni, senza spargimenti di sangue né reciproche incomprensioni. Il topo poteva essersene andato e noi esserci dimenticati di lui. E invece è voluto entrare in casa, si è insediato nella mia macchina del gas, sotto i fornelli, a pochi centimetri dalle mie pentole.

Di avere un topo in casa te ne accorgi non perché lo vedi ma perché lascia tracce che prima o poi riesci a interpretare: le cacche. Tanto piccole da pensare che non siano di topo ma di blatta, animale altrettanto schifoso ma dalle consuetudini e attitudini un po’ differenti. Altri topi lasciano altri segni, per esempio rosicchiano. Il nostro era troppo piccolo per attaccarsi ai fili elettrici e si accontentava delle briciole. Ed era così piccolo da non riuscire a sentirne i rumori mai.

Non lo vedi. Non lo senti. Ma una volta che lo hai scoperto, sai che c’è. Non sai quanto è grande. Sai che può portare malattie. Che si nutre del tuo cibo. Che beve la tua acqua. Che aspetta il tuo sonno per emergere. In fondo il topo non vuole fare niente che non sia sopravvivere. E tu, una volta scoperto che vive nei tuoi luoghi, vuoi solo liberartene.

Dagli indizi siamo passati alla certezza grazie al consiglio di un’amica: stendere un velo di farina bianca nella sua area di competenza e uscire di casa. Il topo ci va e lascia le sue tracce e segnala un percorso che, se sei fortunato, ti racconta pure dove è tornato a nascondersi dopo aver mangiato.

La sera prima di morire, il topo si è affacciato per un frammento di secondo dal suo nascondiglio e ha guardato in faccia il padre di mio figlio. Io ero di spalle.

A questo punto dovevamo prendere una decisione. Ed è tornato il vecchio consiglio letto all’inizio della nostra storia su tutte le pagine web dedicate alla questione. Che fossero dilettanti o professionisti, il responso non cambiava: l’unica soluzione è la colla.

Ovviamente anche noi abbiamo scelto il rimedio estremo. E così ho spento la macchinetta degli ultrasuoni che aveva ormai dimostrato tutta la sua inefficienza (sconsiglio a chiunque di comprarla, non tanto per il costo, quanto piuttosto perché dà fiducia, inducendo a recuperare ingiustificatamente  serenità, mentre il topo in agguato balla al ritmo degli ultrasuoni).

Il padre di mio figlio ha sistemato le trappole di colla e ci siamo trasferiti tutti a casa di mia madre. Io, il mio compagno, Orlando e due cane, la mia e quella di un amico che me l’ha lasciata per un breve viaggio. Piccola parentesi: non è vero che i cani avvertono la presenza dei topi. Tutti lo affermano, ma non è così. Probabilmente devono essere cani da caccia o comunque di razze dedite a questo genere di curiosità/attività. I miei non si sono accorti di niente.

È passato un giorno, durante il quale non è successo niente, ed è arrivata la notte. Potevamo lasciare la preda sola a soffrire le pene dell’inferno? Non avevamo forse l’obbligo morale di tornare a casa nel cuore della notte per controllare che fosse stata catturata, ucciderla e mettere fine alle sue sofferenze? C’è addirittura chi, dopo aver messo la colla e aver catturato il topo, ha cambiato idea e gli ha salvato la vita scollandolo con l’acqua calda e lubrificandolo con l’olio di lino.

Noi abbiamo deciso di non ci farci vivi fino al giorno dopo. La mattina il padre di mio figlio ha trovato un topolino di un paio di centimetri morto sulla colla.

Cose da grandi

tell me about your mother

tell me about your mother

Non sono persona ordinata, lo so. Scrivo dopo aver interrotto un faticosissimo tentativo di contenere e sistemare i giochi di Orlando, che campeggiano ovunque perché mio figlio non ha ancora una stanza tutta sua. Abbiamo milioni di giochi, quasi tutti ereditati, qualcuno, rarissimo, regalato. Troppi giochi non servono a niente, non in questa casa dove i metri quadrati non concedono niente a nessuno. Da noi palle trenini automobiline pompieri trottole costruzioni pupazzi puzzle giochi didattici e giochi cretini, tutto finisce in cumuli informi che assediano la casa, al fondo dei quali, sommersi, sopravvivono oggetti dimenticati, forse privi di senso, intrecciati ai peli del cane. È lì che il caos prende vita per espandersi ovunque, in ogni nostro angolo vitale. L’altra sera ero a cena da amici e parlavamo del sonno dei bambini. Argomento di tutto rispetto per chi diventa genitore. Orlando è persona resistente al sonno, così io preferisco portarlo a letto quando è davvero molto stanco, per evitare di rimanere schiacciata dal mio tentativo di addormentarlo. Ma se i bambini dormono, gli adulti possono stare tra loro, mi si obiettava. Ci ripensavo oggi, mentre spostavo i giochi da un cumulo a un altro e dal disordine uscivano pezzi di mia vita precedente, progetti infiniti rimasti a occupare piccoli spazi di casa, percorsi sospesi che dalla memoria mi assalgono ma che dopo pochi secondi rientrano nel caos in cui sono andati a vivere. Nelle scatole dei giocattoli di Orlando si trovano sim perdute di telefonini spenti, antichi ornamenti che non uso più, volantini, scarti, matite per gli occhi, chiavi, custodie di cd, pezzi di stoffa, bastoncini. Le scatole di Orlando sono magiche. Contengono tutto. Senza ordine né separazione, senza una logica apparente. Il pupazzo di Freud, un tempo mio, è finito tra i suoi calchi per il pongo. Mi piacerebbe essere ordinata e rientrare a casa, chiudere la porta e tirare un sospiro di sollievo perché ormai la confusione è solo alle spalle, lasciata fuori, per strada. Ma non è il mio caso. Non sono io. Nella mia casa Freud è finito tra calchi infantili e i miei vecchi progetti si sono mischiati a faccende nuove un po’ fuori tema, e non si trova mai niente ma in questo non trovare niente riemergono cose inaspettate e alla fine tutto torna, e i bambini non cenano prima dei grandi e i grandi scavano nel cuore della notte per ascoltare il silenzio dei figli, e non ci sono stanze deputate né cibi cucinati a parte e i libri di Orlando stanno accanto a quelli del padre. E quando torno a casa non potrei essere altrove. Le mie cose non potrebbero essere che dove sono, lontane da qualsiasi desiderio di separazione. E mio figlio dorme con me. E il mio passato si infila nella canicola romana di questa estate un po’ tardiva e riemerge per impastarsi alle cose di oggi. E mio figlio non potrebbe che essere lui. E il destino di Freud è starsene lì, dove l’ha messo Orlando.

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