Errata corrige

leonardo da vinci paracadute

Appena finito di postare l’articolo sull’invenzione del futuro, ho controllato le previsioni meteo. Stasera a Roma piove. Orlando ha guardato fuori e ha chiesto: piove? No, non ora, stasera. E lui ha ribattuto: dopo. Mentre postavo il mio articolo sull’invenzione del futuro, lui lo inventava.

I bambini hanno il potere di confutare qualsiasi teoria.

L’invenzione del futuro

© Francesco Arena

© Francesco Arena

E quando lo hai fatto?

Domani.

Da una conversazione tra me e Orlando

Mio figlio distingue ciò che sta accadendo da ciò che è già accaduto. Sa che alcune cose si trovano in uno spazio temporale chiuso, sul quale non possiamo più intervenire. Riconosce il passato e lo distingue dal presente. Ha memoria delle cose trascorse e consapevolezza di quelle che si stanno verificando ora.

Sembra così semplice, eppure non è passato molto tempo da quando non riusciva nemmeno ad afferrare un oggetto per portarlo a sé, non diceva una parola e non camminava. Insomma, con molte incertezze ha iniziato a coniugare i verbi.

Ma cosa ne è del futuro nella lingua delle sue origini?

Tanto tanto tempo fa ero alle prese con i miei studi e leggevo che il futuro è un tempo elaborato tardi in tutte le lingue. Alcune proprio non ce l’hanno. E così di nuovo la biografia di un bambino ricorda la storia dell’umanità. Come una sintesi concentratissima di tutto ciò che è accaduto per arrivare al punto in cui siamo.

Mio figlio mi dà modo di riflettere su cose alle quali non pensavo, studiate magari tanti anni fa e col tempo finite in fondo alle priorità della mia vita. Per esempio il futuro.

Innanzitutto mi chiedo cos’è. Non una cosa. Non è accaduto e non sta accadendo. Il futuro è una prospettiva o un rimandare o un prepararsi a ricevere qualcosa nel bene e nel male. Non è un fatto ma una strategia. O una promessa. È fuori dalla sfera delle percezioni. È come proiettare la propria immagine fuori da sé. In sostanza il futuro non esiste. Ce lo siamo inventato.

Orlando, credo, è ancora in una fase in cui la percezione è tutto, in cui la materia è tutto. Per questo a modo suo è felice, oppure non lo è ma non ha bisogno di esserlo. Per lui il mondo è ciò che adesso sta qui. Non concepisce che una cosa desiderata possa essere altrove e arrivare solo domani. Domani è già stato e noi non possiamo più farci niente. L’unico tempo per averla è ora.

Mamma bastarda. Qualche consiglio per sopravvivere a Roma con un bambino

Città-di-pane-che-scompare

Benvenuti a Roma, città eterna. Di piaceri, perdizioni e grandi dolori. Appiccicosa. Respingente. Seducente. Immonda. Cinica. Patetica. Roma è Roma. E non ha pietà.

Venite a visitarla, certo, ma solo se state bene, se non avete alcuna disabilità, se avete pelo sullo stomaco, se non vi offendete facilmente e facilmente fate un passo indietro. Altrimenti il consiglio è di telare e optare per altri luoghi. In fondo di posti belli al mondo ce ne sono tanti.

Orlando non è bambino da passeggino, come la sua città. Però qualche volta accetta di montarci sopra e di farsi portare lontano. Siamo grandi camminatori noi. L’altra mattina, approfittando di questa estate fresca e ventilata, inaspettato effetto del surriscaldamento del pianeta, ci siamo incamminati verso il parco. Io, Ozu, Orlando e il passeggino. Le mamme di Roma lo sanno. Le strade qui sono dissestate, i marciapiedi inesistenti o invasi dalle radici degli alberi, i semafori pedonali finti, il passaggio pedonale quasi sempre concomitante con quello di una corsia di automobili. Allo stato delle cose si aggiunge la romanità degli abitanti, meno simpatici dei napoletani ma ugualmente rispettosi delle regole.

Io, Orlando, Ozu e il passeggino siamo in cammino. Dopo aver superato un incrocio particolarmente arzigogolato, per il quale gli urbanisti di Roma devono essersi divertiti a escogitare imprevisti per i pedoni, finalmente arriviamo al marciapiede. Ma una macchina ci sta parcheggiata proprio sopra e noi non possiamo passare. Respiro profondamente, mi preparo a circumnavigare l’ostacolo mentre alzo i tergicristalli e chiudo gli specchietti retrovisori, e intanto un’altra macchina si parcheggia allo stesso modo, anche lei a occlusione dei pedoni. “No, non ti puoi mettere sul marciapiede, mi impedisci di passare”. Sbircio dentro per capire con chi ho a che fare e vedo una coppia con un bambino di quattro o cinque anni. “Io qui ce abito e ce posso parcheggià”. A rispondere è lei. “Hai anche un bambino, quindi puoi capire il problema”. Lui scende dalla macchina per dimostrarmi che ha lasciato spazio sufficiente al passaggio di una persona. “A me me parcheggiano sotto casa. C’ho na panza così, quindi la macchina la metto qui”. È di nuovo lei, che mi informa di essere incinta. Non insisto perché sarebbe inutile. Scavalco tutti gli ostacoli e poco oltre rimonto la piccola banda sul marciapiede. Fortuna vuole che dopo qualche decina di metri davanti a me compaiano due vigili urbani. Espongo i fatti con dovizia e imparzialità e loro, che si dichiarano “vigili padri abilitati all’uso del passeggino”, se ne vanno a fare la multa alle due auto parcheggiate sul marciapiede.

Assaporo la vendetta per qualche minuto ma poi, improvvisamente, mi sento in colpa. Una vera bastarda.

Un consiglio per le mamme che vengono in visita a Roma: se il bambino è ancora piccolo, evitare di portare carrozzine o passeggini e affidarsi a fasce e marsupi. Se il bambino è più grandicello e il passeggino serve anche da panchina mobile, allora sceglierne uno iperleggero e ipermanovrabile, poi prepararsi a mantenere la calma e a prendere tutto con grande senso dell’ironia. Ma forse il consiglio migliore resta quello di aspettare che i figli crescano. Roma non è una città per bambini.

Guerra al topo. Soluzione cruelty free

mars attack

La mia guerra al topo ha avuto oggi un esito. Positivo. Sia per me che per il nemico. Gli ultrasuoni.

Si tratta di una scatoletta che emette ultrasuoni in grado di gettare il topo in uno stato di grande stress psicologico, costringendolo così ad andarsene. Il post di una biologa, evidentemente esperta della faccenda, offre alcune risposte a perplessità e domande che riempiono i forum dei nemici dei topi. Forse non è vero niente, ma io mi sono fidata e oggi, per soli 21 euro, ho acquistato la mia macchinetta rodent raus. L’ho piazzata di fronte alla porta finestra e ho invaso il terrazzo di ultrasuoni. Soluzione economica. Nessuno spargimento di sangue. E il problema passa ai vicini, credo.

la passeggiata al parco

detenuto in attesa di giudizio

Sfidando le temperature equatoriali della città, nella tarda mattinata di ieri io, Orlando e Ozu ci siamo avventurati nel parco. Roma è un percorso a ostacoli sempre. Ma è l’estate che il gioco si fa davvero duro, perché agli impedimenti abituali si aggiungono quelli straordinari, ai quali si aggiungono imprevisti, incidenti, nervosismi e conseguenze varie. Il parco dove abitualmente andiamo col cane ieri era quasi del tutto occupato dall’allestimento di un numero tendenzialmente infinito di stand. Cioè era inagibile. Comunque noi siamo stati tenaci nel voler raggiungere il nostro obiettivo e siamo arrivati alle giostrine, dopo aver ammirato estasiati il “cantiere”. Lì, insieme a noi, un’altra madre coraggio si era spinta oltre i tubi innocenti in allestimento per raggiungere il parco giochi. Una donna con un accento del Nord Italia, un figlio di circa tre anni e una pancia di almeno sette mesi. E infine c’era una coppia di nonni con un nipote dell’età di Orlando. Il tutto per un totale di tre bambini, compreso il mio.

Per comodità chiameremo A il figlio di madre coraggio e B il nipote dell’anziana coppia.

A si avvicina a B, probabilmente con intenzioni di gioco. A è evidentemente più grande di B di almeno un anno. Il gioco non è alla pari. A fa qualcosa a B che non riesco a capire con chiarezza, forse gli toglie un oggetto dalle mani. In ogni caso uno sgarbo di questa entità. Direi di livello medio basso se non addirittura basso basso (nel parco di fronte casa, dove i cani non possono entrare, accadono in continuazione cose più gravi).

Ecco che interviene madre coraggio: va a prendere il figlio, con una sculacciata lo allontana dall’altro bambino e resta ferma a guardarlo. Passano due secondi, durante i quali il figlio piange, e poi gli dà un ordine: vai in punizione all’albero. Il bambino piangendo va accanto al grande albero che ombreggia la nostra tarda mattinata al parco. Passano pochi secondi e prosegue: adesso rifletti. Passa qualche minuto e il bambino torna in area giochi. Madre coraggio commenta: bene, hai riflettuto. Adesso vai a chiedere scusa al bambino. Il figlio va e probabilmente chiede scusa (non sono abbastanza vicina da sentire la sua voce piccola piccola). E infine: adesso dagli un bacio.

In sequenza: punizione corporale, castigo, invito a riflette (equivalente a una richiesta di pentimento), invito a chiedere perdono, obbligo di un gesto amorevole verso l’altro bambino. Se fosse stato il trattamento riservato a un imputato adulto finito nelle maglie della giustizia italiana, avremmo visto l’intervento di partiti e associazioni per denunciare la violazione dei diritti umani.

Il bambino, che non è in età da riflettere né da capire cosa questo voglia dire, probabilmente si è solo visto arrivare addosso una sequela incontrollabile e incomprensibile di punizioni, fino all’umiliazione del bacio, senza spiegarsene nemmeno una. Il bambino ha obbedito non perché ritenesse giusto farlo, ma per tentare di evitare che la sequela si prolungasse all’infinito, come un tunnel da cui è impossibile uscire.

Al di là dei diritti umani, più praticamente mi chiedo: è vero che quella di madre coraggio è una gestione più facile che costruire complicità, condivisione, compromesso e ascolto reciproco, ma cosa accadrà quando quel bambino smetterà di obbedire?

E = mc². La relatività secondo Orlando

einstein

Orlando ha iniziato a parlare. Sta entrando nel mondo mentre costruisce la bussola che lo orienterà nel suo viaggio. Alcune cose vuole farle senza l’aiuto di nessuno. A costo di non riuscire, ha bisogno di sperimentare da solo, di andare per tentativi. Cerca di individuare gli oggetti e i loro limiti, di misurare lo spazio e il tempo. Ma soprattutto, credo, cerca di conoscere i confini di sé.

L’altro giorno eravamo in piscina per un falso corso di baby nuoto ormai pagato, che frequenteremo quindi fino all’ultima “lezione”. Eravamo in acqua da soli. Unica presenza, oltre a noi, un’istruttrice seduta su una panchina a bordo vasca, che dopo averci salutato non ha più detto niente. Certe volte, penso, il destino dipende da cose piccolissime. Chissà se un giorno Orlando vivrà l’acqua e il mare col senso di solitudine e pace con cui li vivo io. Se così sarà, forse, lo dovremo in parte a questo strano corso di baby nuoto. Anche perché quando gli altri arrivano, è tempo per noi di andare (siamo proprio invitati a liberare le corsie).

Comunque, siamo soli io e lui in un’intera piscina sotterranea di Roma, quando a un tratto compare una bambina di circa sei anni. Lui è sorpreso e me la indica come fosse un miracolo: “una bimba, mamma”. È la prima di un corso per ragazzi che inizia tra poco. A scaglioni ne arrivano altri, che vanno lentamente a sedersi accanto all’istruttrice. Quando la panchina è piena, Orlando dà il responso: due bimbi. Evidentemente due non corrisponde a un preciso numero di cose o persone, ma a tutto ciò che non è uno. L’unità nella sua testa si è scomposta in frammenti non ancora misurabili. L’uno, il miracolo, non è più solo, non esiste incondizionatamente ma in relazione alle cose che ha intorno. Orlando è uno e tutto il mondo è due. La sua non è una verità dimostrabile. È la percezione.  Il passaggio dal miracolo di esistere a quello di conoscere. La soglia che dà accesso al nostro mondo. Due è ciò che lo aspetta.

Guerra al topo

ghostbusters

Alla nostra casa si arriva passando per un terrazzo, poi c’è l’appartamento e infine un altro piccolo terrazzo sul retro con vista post industriale, post atomica, non il classico panorama sui tetti di Roma, ma non privo di fascino. Soprattutto è separato dal mondo. Da lì la sera non ci vede nessuno e noi ce ne siamo impossessati per le cene. Di giorno lo condividiamo con il supermercato sotto casa, che qui, confinante con noi, ha un passaggio di sicurezza che arriva ai motori del condizionamento d’aria dei locali aperti al pubblico. Cosa è di chi non si sa. Nessuno lo sa, nemmeno le carte depositate al catasto. Comunque la sera il supermercato è chiuso e noi stiamo comodi nel “nostro” terrazzino, o addirittura ci allunghiamo sui tetti dei magazzini che affacciano sulla strada. Un pezzo anarchico di Roma. Talmente anarchico che chiunque può passarci, se riesce a entrare. Finora avevamo pensato che nessuno, a parte noi, avesse accesso a questo strano spazio esterno. L’altra sera abbiamo scoperto che non è vero. Mentre amabilmente conversavamo e sorseggiavamo vino bianco bello fresco, è passato un cucciolo di topo.

Da allora sono state smobilitate le cene in terrazza. Si mangia dentro. Si esce solo per fumare, stando ben attenti ad accostare la porta finestra. Si dorme quasi ermeticamente chiusi. Non si esce scalzi. Da allora è iniziata la mia guerra contro i topi.

Prima tappa della mia avventura. Ci poniamo una domanda: perché la paura dei topi? Ovviamente cerchiamo online. Ma come facevamo prima, quando la rete non c’era? Si chiamava un amico. Si cercava tra le voci dell’enciclopedia di casa. Si andava in biblioteca. In rete troviamo un piccolo saggio che ci convince: istinto di sopravvivenza della specie. Il topo è sporco, addirittura mortale, e noi dobbiamo difenderci da lui. Le donne sono più sensibili perché proteggono i loro cuccioli. Questo spiega perché io ero dentro, a guardare la scena dai vetri e controllare che Orlando dormisse indisturbato, e il mio compagno fuori a cercare di capire di che morte dovessimo prepararci a morire.

Seconda tappa: aggredire il nemico. Iniziamo a documentarci, sempre online. Primo rimedio, le esche. Le conoscevo già, le ho provate in una precedente casa, ma non hanno funzionato. Delle caramelline blu che si posizionano incartate. Passiamo ad altro. Secondo rimedio. L’unico, il vero. Quello che non tradisce. La carta topicida. Si mette un’esca – meglio se formaggio sardo ben stagionato (de gustibus…) – al centro di una tavoletta di legno ricoperta di colla e si lascia lì, assolutamente fuori dalla portata di animali domestici e bambini. Io sono pronta, ma il mio compagno no, lui l’ha già provata. Per carità, funziona, ma è uno strazio. Il giorno dopo trovi i corpi dei topi ancora vivi, mezzi scuoiati per essersi rotolati sulla colla nel tentativo di scappare. Io sinceramente non provo grande pietà per i topi, ma non me la sento di rimuovere la scatola con i semicadaveri. L’unica rimozione possibile è l’oblio. Cerchiamo altre soluzioni, sempre in rete. Ci sono interi forum dedicati alla caccia del topo, e giustamente. Si continua a ripetere che l’unico metodo veramente efficace è la colla. Ma facciamo finta di non capire e andiamo avanti. Esiste un sistema più civile: una scatola, con la solita esca di formaggio sardo al centro, che dà una potentissima scossa. Insomma la sedia elettrica del topo. Morte assicurata in tre secondi, senza inutili sofferenze. Una scatola può uccidere fino a cento “individui”, che però non entrano tutti in una volta, quindi qualcuno prima o poi deve preoccuparsi di svuotarla. Nonostante questo il sistema non mi dispiace. Questa storia della morte dolce e indolore mi rasserena la coscienza. Ma costa troppo. Passiamo a un altro rimedio: la gabbia. La solita scatola con l’esca, questa volta però non avvelenata. Il topo entra, la trappola si chiude e l’animale resta imprigionato. Questo metodo lo utilizzano gli amanti amanti degli animali, di tutti gli animali. Una volta che il topo è stato catturato, non resta che liberarlo. I più se ne vanno in campagna, garantendo così alla preda una vita finalmente bucolica a respirare aria buona. L’idea della gita col topo non mi piace. Non si può fare.

Terza tappa: delegare. Cerco il numero di una società di derattizzazione. Chiamo e mi risponde l’ingegnere del topo. Voce professionale. Tono impeccabile. Registro tecnico scientifico. Altro che galeotto che non trova un lavoro migliore, come diceva il mio compagno quando ci chiedevamo cosa facessero nei fatti questi esperti della derattizzazione. “Studiano probabilmente il percorso e le abitudini”. “Ma chi pensi che siano questi? Agenti dell’FBI?” L’uomo al telefono lucidamente mi spiega: se c’è il cucciolo c’è anche la madre, se c’è la madre ce ne sono altri, tutti nei dintorni perché i topi vivono in comunità e non fanno grandi spostamenti. Lei non vedrà niente. Abbiamo esche che non si trovano in commercio. Nessun pericolo per bambini né per animali domestici. Non vedrà topi vivi né morti, perché andranno a morire lontano. Ecco, ci siamo. Ho trovato finalmente la mia strada.

Prima però dobbiamo parlare con i responsabili del supermercato, in fondo il topo è nostro quanto loro. Fermi tutti: hanno una personale società di derattizzazione. Ci penseranno loro. Dobbiamo solo incontrare il direttore per accordarci su modalità e tempi. Attenzione però, che quando parte l’attacco bisogna serrarsi dentro casa, chiudere bene porte e finestre perché il topo, sentendosi in pericolo, cerca rifugio e entra. Io sono pronta. A chiudere tutto e aspettare. Prima è meglio è. E invece il direttore fa un passo indietro: non so se è nostra competenza, non so se è area condominiale, è questione di protocollo, mi dia solo qualche giorno per capire. Questo nuovo direttore è un vero stronzo, lo sapevamo.

Che fare? La prossima settimana avremo il responso, e se sarà negativo inizierà la mia guerra contro la multinazionale che controlla il mercato sotto casa, come ai vecchi tempi, quando mi volevano ingaggiare in una società di tutela dei consumatori. Intanto addio cene fuori.

Ci vuole un villaggio per fare un pediatra. La mia odissea alla ricerca del medico di Orlando

castello gotico

L’altra mattina abbiamo incontrato la terza pediatra di Orlando. Tre in due anni.

La domanda che mi si potrebbe fare è: cosa cerchi in un pediatra? E io potrei rispondere: uno che mi dica quello che mi voglio sentir dire. Ma forse non è la risposta giusta.

Tutto iniziò con la scelta del pediatra di base. Come si fa a scegliere un medico tra tanti, se non se ne conosce nessuno? Intanto deve appartenere al territorio di competenza e questo sfoltisce parecchi nomi. Ma siamo ancora in alto mare. Il ventaglio è ampio e bisognerebbe avere qualche informazione sui singoli medici. C’è chi arriva a consigliare di sedersi nelle diverse sale d’aspetto per ascoltare cosa ne pensano le madri dei piccoli pazienti. Sinceramente io non me la sono sentita, così sono andata per sottrazione, cercando la loro formazione online, sbirciando nei forum e giocandomi gli ultimi nomi a testa o croce. Ma la fortuna non mi ha baciata.

Dopo poco meno di un anno ho preso un primo appuntamento con una pediatra privata consigliatami da un’amica di un’amica. Ecco una grande lezione di vita: se i consigli degli amici vanno presi con le pinze, quelli degli amici degli amici sarebbe meglio scartarli a priori. Troppi passaggi di mano. La chiamo e sembra stupita che le chieda un appuntamento. Ed è così che arriva la confessione: a un passo dalla laurea è morta la madre, vent’anni fa, e questo le ha per sempre impedito di concludere gli studi. Bene, penso tra me, in fondo è solo un pezzo di carta. Facciamo la visita, le do cinquanta euro, la metà di quello che chiede un altro professionista in possesso di laurea, torno a casa piuttosto perplessa e non ce la faccio a non raccontare tutto al padre di mio figlio. Ovviamente il rapporto tra lei e noi finisce qui. E poi Orlando sta bene e non servono grandi competenze per dire che tutto procede come deve.

Dopo un anno arriva un problema, un intoppo che mi fa pensare che sarebbe meglio avere qualcuno con cui stabilire una vera relazione terapeutica. Il problema si chiama sonno, e fame. Orlando dorme poco e mangia ancora meno. Tutta colpa della tetta, si comincia a dire in giro. Così chiunque si sente legittimato a guardarmi con aria interrogativa: quando gliela toglierai? Quando lo farai crescere? Tutti sembrano volergliela togliere e lui, che non è scemo, avverte l’ansia e ci si attacca sempre di più.

Qualunque sia la causa del poco dormire e del poco mangiare, è arrivato il momento di andare da un altro pediatra. Il medico del figlio di un amico. Una donna grande, più anziana che matura, una che la sa lunga. Prendo il nome e cerco online. Pediatra psicanalista eccetera. Dalla dottoressa senza laurea passiamo alla pluriattestata. Prendiamo appuntamento e arriviamo in un posto che Orlando chiama “il castello”. E in effetti gli somiglia. Lo studio è nel seminterrato. Buio, un po’ tetro, un po’ vecchio. Più studio psicanalitico che pediatrico. Due o tre giochi di legno, antichi, steineriani, forse appartenuti a figli ormai adulti. Il regno della regina delle nevi. Glaciale, poco adatta a lavorare con i bambini. “Lo allatto ancora”. Lei mi guarda. Pausa. “Perché questa scelta?” La domanda la fa la psicanalista, non la pediatra. “Siamo già oltre…” Da quello che ho capito, gli steineriani concepiscono l’allattamento fino a due anni, non un giorno di più. Un po’ come la mezzanotte per Cenerentola. Figlio mio, l’incantesimo è finito. Si torna a casa a ramazzare. Orlando comincia a piangere, se ne vuole andare senza ombra di dubbio. “Lei sa perché piange?” Lo immagino ma mantengo un certo savoir faire e non glielo dico. La visita finisce con un rimedio omeopatico che non conoscevo. “Può tornare, magari da sola, per finire di parlare”. Conosco gli psicanalisti. Vuole parlare con me di separazione. Saluto e me ne vado, dopo averle sganciato la tariffa piena di un professionista munito di laurea.

A casa mi viene voglia di prendere appuntamento con la pediatra della asl, quella donna semplice anche se non empatica, esperta anche se non propriamente valente, a suo modo rassicurante, la certezza del medico di base, che non sa chi sei né chi è tuo figlio ma sta là a misurare. Circonferenza cranica, altezza, peso, numero di denti spuntati.

Prendi un po’ qua e un po’ là, mi consiglia giustamente un’amica. Una sorta di arte combinatoria della pediatria. Così metto sul tavolo i pezzi del mio puzzle: semplicità, competenza, emotività, ragionevolezza, esperienza, umanità, misurazioni. Saltando da un pediatra all’altro, forse quando Orlando avrà dieci anni avrò un medico intero.

Intanto il padre di mio figlio chiede in giro. Un pediatra gli consiglia un libro di esperti che insegnano a gestire il sonno dei bambini con i ciucci: uno al compimento del primo anno e via via aumentando fino a mettergliene cinque nel lettino. Perché dargli il ciuccio se non lo ha mai preso non è chiaro, ancora meno chiaro perché cinque ciucci nel letto. Ma almeno il consiglio non è costato niente, solo una chiacchierata veloce.

Cambiare pediatra sembra un esercizio di stile un po’ costoso. Però se ne ricava una notizia utile: la pediatria è la scienza medica più ideologica del mondo. Nessuno che ti dica che il bambino sta bene e basta. Che stia bene è solo un dettaglio. La premessa della pediatria. Poi viene la parte più importante: il monitoraggio, il controllo, il giudizio. Sul carattere del bambino, su quello della madre, sulla loro relazione, sull’educazione. Alla fine il pediatra è un giudice che emette sentenze. E se c’è un problema si va dallo specialista.

Ecco cosa voglio. Semplicemente un medico, se possibile intero.

Metodo Gordon per tutti

musica

Da quando Orlando ha sei mesi, seguiamo un corso di propedeutica musicale ispirato al metodo Gordon alla scuola del padre.

Metodo Gordon significa che la musica è un linguaggio come gli altri e come gli altri può essere appresa: attraverso l’ascolto, per passare lentamente all’interazione e arrivare naturalmente al possesso. Insomma, come impariamo a parlare, così impariamo a cantare e suonare.

La scuola sta per finire e i ragazzi si preparano alle vacanze. In questa manciata di giorni che ci separano dalla chiusura estiva, si consumano le ultime interrogazioni per aggiustare i voti, arrotondare i mezzi numeri e cercare di evitare i cosiddetti debiti (la scuola da qualche anno ha preso in prestito dalle banche i termini di giudizio). Per evitare quello che ai miei tempi si chiamava essere rimandati a settembre.

L’altro giorno, proprio in occasione di un’interrogazione finale, ho trascorso un paio d’ore con mia nipote che frequenta il quarto ginnasio. E dopo secoli, mi sono di nuovo imbattuta nel latino scolastico.

Nonostante al liceo non amassi né il latino né il greco, tra i due mali preferivo il minore, cioè il latino. Frequentando l’università e la scuola dell’archivio centrale di Stato ho poi scoperto che questa lingua mi piaceva davvero, e siccome la studiavo da sola, il mio impegno era soprattutto tanto esercizio, tanta lettura, tanta traduzione. Con il latino avevo preso confidenza, avevo imparato ad ascoltarlo e a capirlo.

Seduta al tavolo con mia nipote, a un certo punto ho dovuto dirle: “alcune cose cerca di intuirle, come se stessi ascoltando qualcuno. Adesso il latino è una lingua morta, ma un tempo veniva parlato”.

A mia nipote non viene mai chiesto di mettersi in ascolto. Le viene chiesto invece di imparare: studiare le regole e le eccezioni. Tanta memoria e poca percezione. Poca struttura e tanti dettagli. Ai miei tempi non era diverso.

Capisco perché non amassi il latino al liceo e perché l’abbia scoperto solo più tardi, quando siamo rimasti io e lui faccia a faccia, senza più regole tra noi. Non credo però che sia il solo caso di strano insegnamento praticato nelle scuole italiane, dove si chiede all’allievo di “imparare” anziché ascoltare, assorbire, interagire, elaborare, restituire. Anche la matematica, la letteratura, la biologia, la fisica, l’arte sono linguaggi. Perché allora il metodo Gordon non va bene per ogni cosa? Perché funziona solo per la musica?

Ovviamente il metodo Gordon sarebbe perfetto per ogni disciplina, ma la scuola non lo sa, o fa finta di non saperlo.

A coloro che si lamentano che la musica non sia materia di studio nelle scuole italiane, mi verrebbe da rispondere: incrocia le dita e spera che non lo diventi mai.

È tempo di favole

george_méliès_viaggio_nella_luna Sarà forse la mia fantasia, ma credo sia arrivato il momento di raccontare storie. Orlando inizia ad ascoltare e a ricordare. È sera e la città si sta calmando. I vicini hanno abbassato la voce, forse hanno chiuso le finestre. Arrivano intermittenti i suoni delle televisioni dalle case che affacciano sul cortile interno del palazzo. Distesa accanto a lui, do inizio alla mia favola come se fosse un mantra. Rubo, ricordo, invento, intreccio. Mi lascio andare al suono della mia voce e infine ecco una storia. C’era una volta. Racconteremmo ancora favole se non ci fossero bambini?

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